CASA SAN GIUSEPPE

MISSIONE SPERANZA

DIARIO

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MISSIONE:
AMMIRARE E ANNUNCIARE
LE GRANDI OPERE DI DIO

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BELLEZZA VARIEGATA

ODE AL GATTO

ODE ALLA CIPOLLA

DIPPOLD, L'OTTICO

MADDALENA

NOVECENTO

L' INFINITAMENTE PICCOLO

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Si vede bene solo
con il cuore.
L’essenziale è invisibile
agli occhi.

A. De St. Exupery

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TOP  BELLEZZA VARIEGATA

Sia gloria a Dio per le cose variegate
per i cieli dal doppio colore come mucca pezzata;
per i rosei nei che punteggiano le guizzanti trote;
per le castagne che cadono come carboni
appena accesi;
per le ali dei fringuelli;
per il panorama a pezzi
e spezzato - maggese, chiuso e arato;
e per tutti i mestieri, e gli arnesi,
e l'attrezzatura e gli attrezzi.
Tutte le cose a sghembo, originali, strane,
stentate; tutto ciò che è mutevole, picchiettato
(chi sa come?); veloce, lento, dolce, aspro,
abbagliante, opaco;
Lui come padre li genera. Lui bellezza che non muta.
Lui lodate.

G. Manley Hopkins
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TOP  ODE AL GATTO

Gli animali furono
imperfetti
lunghi di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso:
nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.

L'uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere ali,
il cane è un leone spaesato,
l'ingegnere vuol esser poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole solo esser gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d'oro.
Non c'è unità
come la sua;
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l'elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
fessura
per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo
Imperatore senz'orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell'amore
all'aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l'immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c'è
enigma
nel tuo contegno,
forse non sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all'abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.

Io no.
Io non sono d'accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo con i suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gli imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l'atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare un gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d'oro stanno nei suoi occhi.

P. Neruda
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TOP  ODE ALLA CIPOLLA

Cipolla,
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s'è formata la tua bellezza
squame di cristallo t'hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s'è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
è avvenuto il miracolo
e quando è apparso
il tuo lento germoglio verde,
e sono nate
le tue foglie come spade nell'orto,
la terra ha accumulato i suoi beni
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come con Afrodite il mare remoto
copiò la magnolia
per formarle i seni,
la terra
così ti ha fatto,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
a splendere
costellazione fissa,
rotonda rosa d'acqua,
sulla
mensa
della povera gente.

Generosa
sciogli
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
bruciante della pentola,
e la balza di cristallo
al calore acceso dell'olio
si trasforma in arricciata piuma d'oro.

Ricorderò anche come feconda
la tua influenza l'amore dell'insalata
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti forma fine di grandine
a celebrare la tua luminosità tritata
sugli emisferi di un pomodoro.
Ma alla portata
delle mani del popolo,
innaffiata con olio,
spolverata
con un po' di sale,
ammazzi la fame
del bracciante nel duro cammino.
Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura,
come semenza d'astro,
e quando ti taglia
il coltello in cucina
sgorga l'unica lacrima
senza pena.

Tutto quel che esiste ho celebrato, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
ai miei occhi sei
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone innevato
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

P. Neruda
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TOP  DIPPOLD, L’OTTICO

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sì. E adesso?
Cavalieri in anni. belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano - una città.
Benissimo. E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E adesso?
-Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere su un tavolo.
Oh, capisco. Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto - non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso?
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono di là dalla pagina.
Provate questa lente.
Abissi d'aria.
Ottima! Adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali cosi.

E. Lee Masters, Antologia di Spoon River
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TOP  MADDALENA

Fu nel mese di giugno che lo vidi per la prima volta. Camminava nel campo di grano quando passai con le ancelle, ed era solo.

Il ritmo del suo passo era diverso da quello di ogni altro uomo, e non somigliava, il suo incedere, a nulla che avessi mai visto.

Non è in quel modo che gli uomini misurano con i passi la terra. E ancora oggi non saprei dire se avanzasse rapido o lento.

Le ancelle lo additarono e presero a bisbigliare timidamente tra loro. Fermai un istante i miei passi, e sollevai la mano in segno di saluto. Ma lui non si voltò, lui non mi rivolse lo sguardo. Lo odiai. Respinta in me stessa, così mi sentii, e fredda come se intorno a me infuriasse una tempesta di neve. Ero scossa da brividi.

Quella notte lo vidi in sogno, mi dissero, dopo, che gridavo nel sonno e mi agitavo senza pace nel letto.

Era il mese di agosto quando lo rividi. Stava seduto all'ombra del cipresso, là nel giardino. Immobile, quasi fosse scolpito nella pietra come le statue di Antiochia e delle altre città del Settentrione.

Il mio schiavo, l'egizio, venne da me e disse: "Quell'uomo è venuto di nuovo. E' là, nel tuo giardino".

Guardai, e fremette l'anima mia, perché lui era bello.

Il suo corpo era saldo e le sue membra sembravano amarsi

Indossai allora abiti di Damasco e lasciai la casa per andare da lui.

Fu la mia solitudine, o la sua fragranza, che mi vinse? Fu una fame dei miei occhi anelanti bellezza? O fu la sua bellezza a cercare la luce dei miei occhi?

Ancor oggi, non saprei dirlo.

Mossi verso di lui con i miei abiti profumati, e calzavo sandali dorati sandali che mi aveva donato il comandante romano, questi sandali che vedi. E quando l'ebbi di fronte gli dissi:

"Buongiorno a te".

E lui disse: "Buongiorno a te, Miriam".

E mi guardò, e i suoi occhi notturni mi videro come nessun uomo mi aveva mai vista. D'improvviso fui come nuda, e ne ebbi vergogna.

Eppure mi aveva solo detto: "Buongiorno a te".

Gli dissi allora: "Non vuoi entrare nella mia casa?".

E disse lui: "Non sono già nella tua casa?".

Allora non capii cosa intendesse: oggi lo so.

E io dissi: "Non vuoi dividere il pane e il vino con me?".

E lui disse: "Sì, Miriam, ma non ora".

Non ora, non ora disse lui. E la voce del mare era nelle sue parole, e la voce del vento e degli alberi. E quando le pronunciò, la vita parlò alla morte.

Perché, amico mio, io ero morta, sappilo. Ero una donna che aveva divorziato dall'anima. Vivevo separata da questo essere che ora vedi. Appartenevo a tutti gli uomini e a nessuno. Prostituta mi chiamavano, e donna posseduta da sette demoni. Ero maledetta, ed ero invidiata.

Ma quando i suoi occhi d'aurora guardarono i miei occhi, tutte le stelle della mia notte si dileguarono, e io divenni Miriam, solo Miriam, una donna ormai perduta alla terra che aveva conosciuto, e che si era ritrovata in un mondo diverso.

E ancora e nuovamente gli dissi: "Vieni nella mia casa e dividi pane e vino con me".

E lui: "Perché mi inviti ad essere tuo ospite?".

E io: "Ti prego, vieni nella mia casa". Tutto quello che in me era zolla, tutto quello che in me era cielo, lo chiamava a gran voce.

Lui allora mi guardò, e il meriggio dei suoi occhi era su di me, e disse: "Tu hai molti amanti, ma io solo ti amo.
Gli altri quando ti sono vicini, amano se stessi: io amo te in te stessa. Altri uomini vedono in te una bellezza che appassirà prima ancora dei loro anni. Ma io vedo in te una bellezza che non appassirà mai, e nell'autunno dei tuoi giorni questa bellezza non avrà paura di specchiarsi, e non conoscerà oltraggio.
Solo io amo in te l'invisibile".

Poi disse a bassa voce: "Va' ora. Se questo cipresso è tuo e non vuoi che sieda alla sua ombra, andrò per la mia strada".

E io gridai a lui e gli dissi: "Maestro, vieni nella mia casa. Ho per te incenso da bruciare, e una bacinella d'argento per i tuoi piedi. Tu sei un estraneo, ma non sei un estraneo. Ti supplico, vieni nella mia casa".

Allora si alzò e mi guardò proprio come immagino che le stagioni dall'alto guardino verso il
campo: sorrise. E ancora disse: "Tutti gli uomini ti amano per loro stessi. E' per te che io ti amo". Poi se ne andò.

Nessun altro uomo camminò mai come lui camminava. Era un soffio nato nel mio giardino,
che alitava verso oriente? O una tempesta, che avrebbe squassato fin dalle fondamenta tutte le cose?

Non lo sapevo, allora, ma quel giorno il tramonto dei suoi occhi uccise in me il drago, e divenni una donna, io divenni Miriam, Miriam di Mijdel.

Kahlil Gibran
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TOP  Da "Novecento" di A. Baricco

Adesso cerca di capire, fratello. Cerca di capire, se puoi
Tutto quel mondo negli occhi
Terribile, ma bello
Troppo bello
E la paura che mi riportava indietro
La nave, dì nuovo e per sempre
Piccola nave
Quel mondo negli occhi, tutte le notti, di nuovo
Fantasmi
Ci puoi morire se li lasci fare
La voglia di scendere
La paura di farlo
Diventi matto così
Matto
Qualcosa devi farlo e io l'ho fatto
Prima l'ho immaginato e poi l'ho fatto
Ogni giorno per anni
Dodici anni
Miliardi di momenti
Un gesto invisibile e lentissimo

Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. E' genio quello. E' geometria. Perfezione.

I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.

Allora li ho incantati.

E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto.

Tutte le DONNE del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo.

Il PADRE che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo, bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene, furono tutti i figli che non ho mai avuto.

La TERRA che è la mia terra, da qualche parte nel mondo l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti d'intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi la notte, quando quell'uomo fini di cantare fini la mia terra, per sempre, ovunque essa sia.

Gli AMICI che ho desiderato li ho incantati suonando con te e per te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato sono venuti via con te.

Ho detto addio alla MERAVIGLIA quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo,

ho detto addio ai MIRACOLI quando ho visto ridere gli uomini che la, guerra aveva fatto a pezzi,

ho detto addio alla RABBIA quando ho visto riempire questa nave di dinamite,

ho detto addio alla MUSICA, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante,

e ho detto addio alla GIOIA, incantandola, quando ti ho visto entrare qui.

Non è pazzia, fratello. Geometria. E' un lavoro dì cesello.

Ho disarmato l'infelicità.

Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li ritroveresti uno dopo l'altro incantati, immobili, fermati per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te.
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TOP  L’INFINITAMENTE PICCOLO

Il giovane parti insieme con l'angelo e anche il cane li segui. E' una frase che sta nella Bibbia. E' una frase del libro di Tobia, nella Bibbia.

La Bibbia è un libro fatto di molti libri, e in ciascuno di questi libri vi sono molte frasi, e in ognuna di queste frasi molte stelle, olivi e fontane, asinelli e alberi di fico, campi di grano e pesci - e il vento, ovunque il vento, il malva del vento della sera, il rosa della brezza mattutina, il nero delle grandi tempeste. I libri d'oggi sono di carta. I libri di un tempo erano di pelle. La Bibbia è il solo libro d'aria: un diluvio di inchiostro e di vento. Un libro insensato, che ha perduto il suo senso, perduto nelle sue pagine come il vento nei parcheggi dei supermercati, fra i capelli delle donne, negli occhi dei bambini.

Un libro impossibile da tenere nelle mani tranquillamente, per una lettura calma, distaccata: spiccherebbe immediatamente il volo, spargerebbe la sabbia delle sue frasi tra le dita. Si prende il vento tra le mani e istantaneamente ci si arresta, come al principio di un amore, appagati: ho trovato - ci si dice - era ora finalmente, qui mi fermo, a questo primo incontro, a questa prima frase che per caso era là.

Il giovane partì insieme con l'angelo e anche il cane li seguì.

In questa frase non vedete né l'angelo né il giovane: vedete solo il cane, indovinate il suo umore gioioso, lo guardate mentre segue i due invisibili: il giovane, reso invisibile dalla sua spensieratezza, e l'angelo, reso invisibile dalla sua semplicità. Il cane, sì, lo si vede. Dietro. Al seguito. Segue gli altri due. Segue le loro tracce e talora si attarda, si perde in un prato, si blocca davanti a una gallinella d'acqua o a una volpe, poi guizza via e raggiunge gli altri, s'incolla di nuovo alle falde del giovane e dell'angelo. Vagabondo, festoso. Il giovane e l'angelo camminano accanto. Forse il giovane tiene la mano dell'angelo, per guidarlo, perché l'angelo non sia troppo impacciato, lui che va nel mondo visibile come un cieco in pieno giorno. E il giovane canticchia, racconta ciò che gli passa per la testa, e l'angelo sorride, approva - e il cane sempre dietro a quei due, ora a destra, ora a sinistra.

Questo cane è nella Bibbia. Non ci sono molti cani nella Bibbia. Ci sono balene, pecore, uccelli e serpenti, ma ben pochi cani. In effetti, l'unico che conoscete è proprio questo, che scorrazza per i sentieri al seguito dei suoi due padroni: il giovane e l'angelo, il riso e il silenzio, il gioco e la grazia.

L'altra immagine, invece era nel giornale. E' leggendo l'articolo che avete potuto vederla, non prima: non si tocca il mondo con gli occhi, ma con la lingua. E che diceva l'articolo? Raccontava una cosa della fine del ventesimo secolo in un paese che è dovunque. Dovunque è il denaro, dovunque il mondo è rovinato dal denaro. In questo paese che è dovunque, forse un po' più rovinato di altri, il giornalista descriveva la giornata di una famiglia di mendicanti, la loro giornata lavorativa. Abitano in quartiere povero di una città immensa, una di queste megalopoli, venti trenta milioni di abitanti, una di queste città rigurgitanti di merci e di anime, di sangue, d'oro e di fango. Si vedeva questa famiglia camminare per decine di chilometri, passare da un quartiere diseredato a un quartiere ricco spingendo innanzi una carretta riempita man mano del contenuto dei bidoni delle immondizie. Avete ritagliato la foto sul giornale. Una bella foto di famiglia: il padre e la madre in primo piano, circondati da una decina di bambini dai volti stranamente radiosi, aperti.

Perché conservare quest'immagine, proprio non lo sapevate. Per preservarla dalla scomparsa nell'effimero del giornale, per salvarla dall'amnesia del giorno seguente.

Per trattenervi accanto questi volti sorridenti, l'ostinazione dì queste presenze miniate nell'immondizia.

E' qualche giorno più tardi che la cosa è avvenuta.

E' qualche giorno dopo che finalmente avete notato l'angelo dietro il gruppo dei bambini, leggermente nascosto da questi, senza dubbio sfuggito al fotografo.

Bisognava quasi chiudere gli occhi, aguzzare la vista per vederlo, nell'ombra dei bambini.

Non guarda l'obbiettivo. E' troppo occupato, chino com'è su una pattumiera a frugare, guardando se per caso non si riesce a recuperare qualcosa, un rifiuto in più. L'altro, l'avete scoperto nella stessa occasione. Là, quasi invisibile, relegato sullo sfondo, nelle lontananze sfocate dell'immagine, tre passi indietro, noncurante, senza perdere,di vista, i bambini, la carretta e l'angelo - l'altro, il cane di Tobia, e quella gioia nella sua andatura, quella gioia insensata: il contrario dell'allegria commerciale.

E' in quell'istante che avete capito cosa vi stava davanti. E' vedendo quella gioia di un cane rognoso che avete saputo di esser davanti a ciò che si chiama un’immagine santa.

Christian Bobin - Francesco e, l’infinitamente, piccolo
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