PICCOLI GRANDI LIBRI

Éloi Leclerc

LA SAPIENZA DI UN POVERO

Edizioni Biblioteca Francescana

Traduzione di Fernando Visconti di Modrone e Feliciano Olgiati

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È L'ALBA CHE S'ACCENDE?

In primavera, quando i sentieri tornarono a farsi praticabili, Francesco si mise in cammino per andare a far visita a sorella Chiara. Egli aveva finito per cedere alle insistenze di frate Leone. L'ultimo inverno trascorso all'eremo era stato il più povero di sole che Francesco avesse conosciuto in vita sua. Nondimeno, partendo dalla piccola montagna, non le diceva addio. Egli si riprometteva di tornarci il più presto possibile. Assistito da Leone, suo solito compagno di viaggio, Francesco prese lungo i pendii boscosi che già venivan coprendosi di giovane vegetazione. Al di là delle colline lucenti d'acqua e di sole, Francesco si avviò per la strada che conduceva a San Damiano.

Ne fu molto felice Chiara, quando le annunziarono l'arrivo di Francesco. Ma quand'essa vide quel volto scarno e terroso, specchio di interni dolori, Chiara fu colta da un senso di pietà e di tristezza.

- Padre - esclamò Chiara sottovoce - quanto avete dovuto soffrire! Perché avete aspettato tanto a lungo prima di venire a trovarmi?

- La tristezza - replicò Francesco - mi pesava e mi paralizzava. Ho sofferto molto e non ho ancora finito di soffrire.

- Perché affliggervi tanto, Padre? - disse Chiara. - Vedete quanto vi fa male tutto ciò. E noi abbiamo tanto bisogno della vostra pace e della vostra gioia.

- Non soffrirei tanto - rispose Francesco - se il Signore non mi avesse affidato questa grande famiglia, e se non mi sentissi responsabile della fedeltà dei frati alla loro vocazione.

- Sì, vi capisco - soggiunse Chiara, che intendeva risparmiargli spiegazioni troppo penose.

Ma Francesco era desideroso di parlare. Aveva il cuore gonfio, ed era per lui un sollievo il poter esprimersi liberamente.

- Oggi - riprese Francesco - la nostra vocazione è revocata in dubbio. Molti frati considerano con una punta d'invidia forme di vita religiosa più e meglio organizzate, più efficienti e più solide. Essi vorrebbero che noi le adottassimo. Io temo che essi aspirino a ciò, preoccupati solo di non apparire inferiori agli altri. Essi aspirano a farsi un posto al sole. Io, per mio conto, non sono contrario a queste forme di vita religiosa già approvate dalla Madre Chiesa. Ma il Signore non mi ha chiamato perché io fondassi un Ordine potente, né una Università, né una macchina da guerra per combattere gli eretici. Un Ordine potente ha scopi ben precisi. Ha da fare o da difendere qualcosa, e perciò si organizza in vista dei suoi fini. Tale Ordine non può non essere forte ed efficiente. Ma il Signore non ha imposto a noi frati minori di fare o di riformare o di proteggere qualche istituto nell'ambito della Santa Chiesa. Lui stesso mi ha rivelato che noi s'aveva a vivere secondo la forma del santo Vangelo; vivere, semplicemente vivere, insomma. Vivere soltanto, ma intensamente. Vivere seguendo l'umiltà e la povertà dell'altissimo Signore Gesù Cristo, trascurando ogni volontà di dominazione, ogni forma di prestigio, ed ogni possesso di beni materiali. Ho molto riflettuto, nel corso del mio ultimo ritiro quest'inverno sulla montagna. E mi sono convinto fino all'evidenza che questa vita secondo la forma del Vangelo è tale che non si possono ad essa applicare i princìpi organizzativi degli altri Ordini, senza il rischio di venirne distrutta. Essa non può venir regolata dall'esterno. Questa vita evangelica, se vissuta in modo autentico, deve fiorire in piena libertà e trovare la propria legge in se stessa. Taluni frati mi chiedono una regola più precisa e meglio determinata. Ma io non posso dir loro più di quanto ho già detto e che è stato pienamente approvato dal Signor Papa: che, cioè la regola e la vita dei frati minori si riducono all'osservanza del Vangelo di Nostro Signor Gesù Cristo. Non ho nulla da aggiungere, né da togliere fino ad oggi alla predetta affermazione. Vivano pertanto i frati nelle condizioni umili e povere in cui visse il Signore, ed annuncino come Lui il Regno dei Cieli a tutte le creature, ed emigrino di luogo in luogo se ne sono cacciati e perseguitati. E si nutrano di tutto ciò che vien loro offerto, dovunque vengano ospitati. I frati che vivranno in tal modo, anziché costituire un Ordine potente, costituiranno in ogni luogo delle libere comunità di amici. Essi saranno veri figli del Vangelo. Essi saranno degli uomini liberi, giacché nulla ne limiterà l'orizzonte. E lo Spirito del Signore soffierà su di loro come vorrà.

Chiara ascoltava, profondamente commossa. Essa aveva difficoltà a nascondere la propria emozione. Le parole di Francesco trovavano in lei un'eco profonda. Ma era soprattutto la vista di Francesco che la sconvolgeva. Francesco s'era animato nel corso del suo parlare. Quell'uomo gracile e malaticcio raggiava in quel momento d'una sovrumana bellezza. La sua parola assumeva un accento forte e grave. Una viva passione lo sosteneva e lo illuminava. Era un profeta che parlava per bocca di Francesco.

Chiara avrebbe voluto limitarsi ad ammirare e ad approvare. Ma essa non poteva dimenticare quanto fosse importante il suo intervento in quella circostanza. L'eccezionale nobiltà di Francesco ne faceva risaltare ancor più in quel momento ai suoi occhi il dolore che lo torturava. Chiara lo lasciava parlare, convinta che il parlare gli fosse di sollievo. Ma, mentre lo ascoltava, non cessava di chiedersi come avrebbe potuto prenderlo per mano e ricondurlo sulla strada della pace.

Francesco, tutto assorto nel suo soggetto, non avvertiva più i suoi bruciori d'occhi e di stomaco. Egli aveva l'impressione di rivivere. Tutte le sue sofferenze erano assorbite dal fuoco della sua passione. Egli avrebbe volentieri intrapreso il giro del mondo per vedere realizzata la volontà del Signore nei suoi riguardi. Egli non pensava alle sue forze declinanti. Queste non sostenevano più la fiamma che lo divorava. Mentre parlava, si sentiva invaso da una immensa stanchezza alla quale s'aggiungeva nell'anima sua ora un senso di sconforto. Allora le farfalle nere ripresero a volteggiargli dinanzi agli occhi.

- Ahimè - riprese Francesco dopo una breve pausa di silenzio - io sono come un padre respinto dai suoi stessi figlioli. Essi non mi riconoscono più. Hanno vergogna di me e della mia semplicità. Possa il Signore aver pietà di me, sorella Chiara!

- I vostri figli non vi hanno tutti rinnegato ribatté Chiara con dolcezza. - E Dio vi tiene tuttora per mano.

- Dio! - sospirò dolorosamente Francesco. - Quando mi presento al suo cospetto nella mia solitudine, ne ho paura e tremo tutto dalla testa ai piedi. Deh, se soltanto sapessi cosa debbo fare! ...

- Forse non avete nulla da fare - riprese Chiara.

Ci fu una pausa di silenzio. Poi Chiara aggiunse:

- Voi ben sapete quello che dice il Signore nel Vangelo. «Il Regno dei Cieli è come un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo ... ». Il grano è spuntato e così pure la zizzania. I servi si sono affrettati a chiedere al padrone se non dovessero adoperarsi ad estirpare la zizzania. Non occupatevene, fu loro risposto. Potreste strappare, così facendo, ogni cosa: zizzania e grano insieme. Lasciateli, dunque, crescere insieme fino al giorno della mietitura.

«Dio non partecipa i nostri timori, né la nostra fierezza, né la nostra impazienza. Egli sa aspettare come Dio solo sa aspettare. Come sa farlo soltanto un padre infinitamente buono. Egli è longanime e misericordioso. Nutre sempre qualche speranza, fino alla fine. Poco gli importa che mucchi di rifiuti invadano il suo campo e che non sia bello a vedersi, se poi, alla fine, gli sarà dato di raccogliere più grano che zizzania. Noi stentiamo a pensare che la zizzania possa trasformarsi un giorno in grano e produrre spighe dorate. I contadini ci diranno di non aver mai visto siffatte metamorfosi nell'ambito dei loro campi. Ma Dio, che non considera le apparenze esteriori, sa di poter trasformare col tempo della sua misericordia il cuore stesso degli uomini».

«C'è un tempo per tutti gli esseri. Ma questo tempo non è uguale per tutti. Il tempo delle cose non è il tempo degli animali, e quello degli animali non è il tempo degli umani! E al di sopra di tutto e ben diverso da tutto c'è il tempo di Dio che tutti li riassume e li supera. Il cuore di Dio non batte secondo il ritmo del cuore nostro. Il suo moto è quello della Sua misericordia eterna che si tramanda nel tempo e non invecchia mai. È molto difficile a noi accedere a questo tempo divino. Eppure, là soltanto, noi possiamo trovare la pace».

- Avete ragione, sorella Chiara. Il mio turbamento e la mia impazienza hanno radici in un terreno troppo umano. Me ne rendo ben conto. Ma non ho ancora scoperto Dio. Io non vivo ancora nel tempo di Dio.

- Chi mai oserebbe affermare di vivere nel tempo di Dio? - domandò Chiara. - Per questo ci vorrebbe il cuore stesso di Dio.

- Imparare a vivere nel tempo di Dio - riprese Francesco - significa possedere la chiave della sapienza!

- E la sorgente d'una pace infinita - aggiunse Chiara.

Ci fu ancora una pausa di silenzio. Poi Chiara riprese:

- Supponiamo che una delle nostre sorelle venisse da me a scusarsi d'aver rotto un oggetto per via d'un gesto maldestro o di poca attenzione. Ebbene, io le farei senza dubbio un'osservazione e le infliggerei, come d'uso, una penitenza. Ma se ella venisse a dirmi d'aver dato fuoco al convento e che tutto è bruciato o quasi, credo che in tal caso non avrei nulla da ribattere. Io mi sorprenderei sopraffatta da un avvenimento più grande di me. La distruzione del convento è un fatto troppo grande perch'io possa esserne profondamente turbata. Ciò che Dio stesso ha costruito non può fondarsi sulla volontà o sul capriccio d'una creatura umana. L'edificio di Dio si fonda su basi ben più solide.

- Deh, se soltanto avessi la fede grande come un grano di senape! - sospirò Francesco.

- Direste a questa montagna: «Togliti di lì», e la montagna si dissolverebbe - aggiunse Chiara.

- Sì, è così - confermò Francesco. - Sennonché sono diventato ora come un cieco. Bisogna che qualcuno mi prenda per mano e mi guidi.

- Non si è ciechi se si vede Dio - replicò Chiara.

- Ahimè - riprese Francesco - nella mia notte io vado brancolando e non vedo niente.

- Ma Dio vi guida lo stesso - sentenziò Chiara.

- Lo credo, malgrado tutto - concluse Francesco.

Si sentivano gli uccelli cantare nel giardino. Lontano, nella pianura, un asino ragliò. Una campana prese a suonare con rintocchi ben distinti.

- L'avvenire di questa grande famiglia religiosa che il Signore ha affidato alle mie cure - riprese Francesco - costituisce un fatto troppo importante perché possa dipendere da me solo e dalle mie deboli forze, sì ch'io ne resti turbato. È un fatto questo di Dio. Voi l'avete ben detto. Ma pregate che questa parola fiorisca in me come un seme di pace.

Francesco si trattenne qualche giorno a San Damiano.

Le cure di Chiara gli fecero riprendere un po' di forze. Nella pace di quel convento e nella dolce luminosità della primavera umbra, Francesco appariva liberato dalle sue inquietudini. Ascoltava felice il canto delle allodole. Le seguiva con lo sguardo su nell'azzurro infinito dov'esse si perdevano. Chiuso di notte in una capanna in fondo al giardino, Francesco passava le sue ore, insonni, assorto nella visione di cieli stellati. Le stelle non gli erano mai apparse tanto belle. Gli sembrava di scoprirle tutte per la prima volta. Esse lucevano chiare e preziose nel vasto silenzio della notte. Nulla le conturbava. Appartenevan esse, senza dubbio, al tempo di Dio. Le stelle non disponevano né di una volontà, né di un moto loro, esse si uniformavano semplicemente al ritmo di Dio. Perciò nulla poteva turbarle, dal momento che vivevano nella pace di Dio.

Frattanto Francesco si accingeva a tornare all'eremo. Pensava ai suoi frati rimasti lassù senza di lui. E pensava soprattutto a Rufino che considerava esposto ad un grave pericolo. La festa di Pasqua era molto vicina. Aveva fretta di rincasare Francesco per festeggiare coi suoi frati la Resurrezione di Cristo.

Al momento della partenza, Chiara disse a Francesco:

- Ci fareste un grande favore? Si tratta di poca cosa. Le sorelle hanno raccolto, l'ultimo autunno, dei semi di fiori; sono fiori bellissimi e fioriscono molto facilmente. Eccone un sacchetto. Prendeteli e seminateli lassù, sulla montagna.

Chiara conosceva l'amore che Francesco nutriva per i fiori e pensava che ciò lo avrebbe aiutato a bandire dal suo cuore le piante amare.

- Vi ringrazio - disse Francesco, prendendo il sacchetto di semi. Mi fate un grande piacere ed io non mancherò di seminarli.

Poi prese congedo da Chiara e dalle sue sorelle, in compagnia di frate Leone.

La strada del ritorno parve a Francesco meno lunga. Egli procedeva con passo più spedito. Nel suo essere qualcosa in una maniera quasi impercettibile s'era rimesso in moto. Non cessava di soffrire, ma soffriva in modo diverso. Il suo dolore s'era fatto meno aspro. Spesso, strada facendo, gli tornavano alla memoria le parole di Chiara: «La distruzione del convento è un fatto troppo grande perch'io possa esserne turbata in cuor mio». E questo pensiero gli bastava a riacquistare un po' di serenità.

Dopo una lunga marcia, Francesco e Leone lasciarono la strada e ripresero il sentiero che saliva lungo il fianco del monte all'ombra dei faggi e delle querce e che portava all'eremo. La primavera era esplosa per ogni dove. Gli alberi esibivano le loro foglie nuove. I raggi del sole si posavano, in mezzo al canto degli uccelli, sul verde tenero e dorato delle foglie. Dal sottobosco umido e caldo saliva un aroma di muschio, di foglie morte e di violette in fiore. Ciuffi di ciclamini rossi fiorivano ad ogni passo. Anche la natura viveva e riposava nel tempo di Dio, il tempo delle origini. La terra con la sua vita segreta era rimasta fedele al tempo di Dio, come le stelle del cielo. I grandi alberi del bosco offrivano le fronde al soffio di Dio come nei primi giorni della Creazione, con lo stesso leggero fremito. L'uomo, lui solo, era uscito da quel tempo primordiale. L'uomo aveva voluto farsi la sua strada e vivere in un tempo esclusivamente suo. Da quel giorno l'uomo aveva perso il dono del sonno, sconvolto dai tedi e dal presentimento della morte.

Il sentiero percorso da Francesco e da Leone intersecava ad un certo punto una strada che i contadini e i pastori prendevano per scendere o salire coi loro carretti. Uno d'essi ne discendeva proprio in quel momento. Camminava il contadino a fianco di due grandi bovi bianchi aggiogati ad un carro. Piccolo, corpulento, rosso in viso e dallo sguardo ingenuo quel contadino altri non era che Paolo. Egli viveva in una capanna che i frati dell'eremo visitavano spesso nel corso delle loro questue. Era un brav'uomo, Paolo, molto devoto ai frati. Ma gli piaceva un po' troppo il vino. Sua moglie si occupava delle semine e se ne intendeva. Quando gli si presentava l'occasione di scendere al villaggio, Paolo ci andava volentieri come ad una festa.

- Buongiorno - esclamò Paolo al vedere i due frati.

- Buongiorno, Paolo - ribatté frate Leone che lo riconobbe subito.

- Sono sempre felice quando mi imbatto nei frati - disse il contadino fermandosi con i buoi.

- Scendi, forse, al villaggio? - chiese Leone.

- Sì, devo andarci - rispose il contadino con una scrollata di spalle. - I miei bovi han bisogno d'essere ferrati. Anche il carro ha bisogno di qualche riparazione. E poi - aggiunse con malizia - ci sono io che ho bisogno di un po' di buon vino.

Questa dichiarazione ingenua ed il candore del contadino divertirono Francesco che si mise a ridere.

- Orsù, Paolo - disse Francesco - sei sincero almeno. Un po' di vino non può farti male. Ma sta attento! Non devi berne più d'un bicchiere.

Il contadino rideva di buon cuore. Poi, fissando con attenzione Francesco, assunse un aspetto grave.

- Non sei tu, forse, frate Francesco? – chiese Paolo. - I frati dell'eremo che vengono a questuare da noi, ci hanno detto che frate Francesco viveva con essi lassù, sulla montagna.

- Sono io - rispose con semplicità Francesco.

- Ebbene - soggiunse il contadino in tono confidenziale e con una manata sulla spalla del Santo cerca d'essere buono come ne hai fama. Molta gente ha riposto in te la propria fiducia. Non devi deluderli.

- Dio solo è buono, Paolo - ribatte Francesco. - Io non sono che un peccatore. Ascolta bene quel che ti dico: se l'ultimo dei cialtroni avesse ricevuto le grazie che mi sono state largite, egli mi supererebbe di gran lunga in fatto di santità.

- E io - riprese il contadino - potrei diventare santo?

- Certamente, Paolo - rispose Francesco. - Anche tu, come me, sei amato da Dio. Ti basterà aver fede in questo amore per vedere il tuo cuore trasformarsi.

- Noi altri siamo tanto lontani da queste cose ribatté il contadino. - Dovresti venire a trovarci. Ne abbiamo tutti un gran bisogno. Arrivederci a presto, spero.

Il contadino diede una manata sul collo dei bovi per rimettere in marcia, mentre con l'altra mano faceva un cenno d'addio ai frati.

Francesco e Leone giunsero poco dopo al sommo della prima collina donde vedevano la montagna. Questa aveva riacquistato il suo aspetto verdeggiante e fiorito. La montagna si ergeva in una luce purissima e sotto un cielo di colore azzurro intenso. D'intorno, i valloncelli popolati d'ulivi sembravano strade di verdura che si assottigliavano tra i fianchi aridi del monte. Ciuffi di narcisi gialli esplodevano al sole come macchie d'oro. Laggiù, all'orizzonte, la catena dei monti si profilava nell'azzurro con la sua mole tondeggiante e grondante luce solare.

- Quant'è bello - esclamò Francesco. -E fra pochi giorni risplenderà su tutto questo la gloria del Signore risuscitato. Non odi tu, frate Leone, la sinfonia del Creato che, fin nei suoi abissi, si prepara a cantare l'alleluia di Pasqua?