DALL’EUCARISTIA ALLA MISSIONE 

INSIEME PER COMUNICARE IL VANGELO OGGI

 INTRODUZIONE E METODO DEL RITIRO  PRIMO GIORNO  SECONDO GIORNO

LIBERTA’ DI SAPERSI DONO, GIOIA DELLA RICONOSCENZA, STUPORE DEL CONDIVIDERE

Marco 6, 30-44 e Marco 8, 1-21

Testi di appoggio: Gn 14, 17-20; I Re 17, 7-16; II Re 4, 42-44

Obiettivo: rileggere la propria vita come dono di Dio

per rendere grazie e benedire

Preghiera: SE VUOI PUOI SCRIVERE E INVIARE LA TUA PREGHIERA

Qualche tempo fa si è svolto nella nostra casa a Milano un incontro degli economi delle regioni. C’era in programma fra l’altro l’intervento di un esperto, che aiuta la direzione generale in ciò che riguarda l’amministrazione. E’ un uomo di età matura, americano di origini, che ha una rilevante esperienza in campo economico finanziario, sviluppata negli Stati Uniti, in Europa e altrove. Presentandosi, ha brevemente esposto il suo curriculum professionale poi, inaspettatamente, è passato a spiegare il perché della sua collaborazione del tutto volontaria e gratuita con il PIME: aiutare i missionari, ma con una forma particolare, e precisamente come espressione di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio. Fra di essi, il primo è stato una figlia gravemente handicappata, vissuta praticamente allo stato vegetativo fin dalla nascita, assistita per tanti anni da lui e dalla moglie, e morta non molto tempo prima. Accanto al suo letto più volte era stata celebrata l’Eucaristia ma soprattutto, ci ha detto con pudore e commozione quell’uomo: "Lei è stata la nostra Eucaristia e il suo letto il nostro altare: il dono più grande, di cui sono infinitamente grato a Dio".

Questo semplice episodio, mi ha colpito per il suo contenuto, e anche perché inatteso, da quella persona e in quel momento, e ora mi aiuta a focalizzare il tema principale della nostra prima meditazione. Come quelle che seguiranno, ruota attorno al tema dell’Eucaristia e della missione, cercando di metterne in luce – con libertà – qualche aspetto.

Leggiamo i due racconti della moltiplicazione dei pani nel Vangelo secondo Marco.

Per conto vostro potete vedere i passi paralleli di Matteo, Luca e di Giovanni; può essere utile anche soffermarsi su due considerazioni che riguardano la capacità dei discepoli di capire la moltiplicazione dei pani: in Marco 6, 52, dopo il miracolo della tempesta sedata, e in Marco 8, 14-21 dove Gesù, attraversando il lago con i suoi, discute con loro dell’accaduto.

Il primo racconto è introdotto dal riferimento alla missione degli apostoli, che sono stati mandati e ora tornano e raccontano ciò che hanno "fatto e insegnato". Gesù si vuole appartare con loro, poi con loro accetta di immergersi di nuovo nella folla, che li ha preceduti .

Davanti agli apostoli Gesù si commuove per le condizioni della gente, insegna, e poi volutamente, direi in maniera didattica li coinvolge perché con lui si facciano carico della loro fame, e non li rimandino senza curarsi di come staranno e che cosa faranno. Nel secondo racconto la compassione è manifestata apertamente, e include coloro che "vengono da lontano" (i pagani). Qui i discepoli partecipano alla compassione cooperando a sfamare le folle; in Mt 9, 35-38 Gesù li fa partecipi invitandoli a pregare perché altri vengano ad operare con loro, e (Mt 10) andando nei villaggi per estendere la sua missione.

Il racconto non ha espressioni tipo "fate questo", però è chiaramente una manifestazione di chi è Gesù e allo stesso tempo una catechesi su chi deve essere la Chiesa, che cosa devono fare i discepoli.

I due dialoghi fra Gesù e suoi servono a preparare il terreno, a creare l’ambientazione per ciò che sta per accadere. Inoltre mettono in evidenza un problema che accompagna tutto il ministero di Gesù e poi tutta la storia della Chiesa: noi ci diamo tanto da fare, ma come possiamo rispondere a esigenze così superiori alle nostre forze? Fin dove possiamo arrivare? Fin dove Gesù stesso può venire incontro alle ragioni per cui le folle sono smarrite, disperse e suscitano compassione?

"La messe è molta, ma gli operai sono pochi" (Mt 9, 37): Gesù stesso lo nota e solleva il problema. Qui sono i discepoli a parlare della folla che ha fame, e nel secondo racconto è di nuovo Gesù. Non importa chi incomincia, importa osservare che i discepoli hanno consapevolezza del problema (oggi diremmo la "sfida") ma neppure sognano che si possa fare qualcosa: al massimo si può congedare tutti perché provvedano a se stessi prima che sia troppo tardi.

Gesù invece pone la domanda, o risponde alla loro esortazione, facendosi carico del problema.

Facendolo, manifesta chi lui è. Il Salmo 23 dice che è il Signore il pastore che conduce su pascoli erbosi, prepara una mensa, guida attraverso la valle oscura. Gesù fa notare lo smarrimento della folla, che è "come pecore senza pastore", e si presenta come quel Signore che è pastore e salva non soltanto insegnando e operando guarigioni, ma provvedendo a ciò che è più essenziale per vivere, al cibo.

Come provvede?

E’ la domanda posta ai discepoli,

a cui segue la risposta del buon senso: non si può.

In Gv 6 Filippo dice che non basterebbero i 200 denari che qui nella versione di Marco sembrerebbero bastare, e Andrea fa la mossa di mettere a disposizione ciò che ha trovato, ma subito sottolinea che è ridicolo pensare di fare qualcosa: "C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma che cos’è questo per tanta gente?" (vs 9). Nel secondo racconto si mette in evidenza specialmente il fatto di trovarsi nel deserto. Insomma, mettiamola come vogliamo, le risorse non ci sono.

Gesù fa disporre la folla e si fa dare i pani e i pesci: un gesto di calma fiducia ("…non mandateli via, organizzateli, dite loro di aspettare ordinatamente…") e di generosità ("…vorreste tenere i pani, perché servano almeno a noi, dato che per tutti non bastano… no, metteteli in comune anche se pochi…").

Poi Gesù compie il gesto rituale della benedizione, evocando per gli Ebrei la benedizione prima del pasto e per i cristiani l’Eucaristia. Il gesto e le parole vengono riportati accuratamente da tutti i racconti, tuttavia di solito li leggiamo in fretta, come un semplice passaggio nello svolgimento degli avvenimenti concreti.

Sono soltanto una formalità, o una devozione, come spesso la nostra preghiera prima dei pasti?

Gesù prende quei pani e quei pesci così penosamente insufficienti, leva gli occhi al cielo e "pronuncia la benedizione" - dice il primo racconto, "rende grazie" - dice il secondo; poi spezza e distribuisce.

"Rendere grazie" e "benedire" sono espressioni molto vicine, frequentissime nella Bibbia e nella liturgia, eppure poco familiari a noi nel loro significato più pieno e profondo.

Esse significano che noi accogliamo il bene che è posto nelle nostre mani come un dono, non come nostra proprietà. Noi lo prendiamo come creatura – quindi opera e proprietà di Dio; come benedizione di Dio verso di noi, perché Dio non smette di "colmare di beni" le sue creature.

Nella Genesi il giardino è messo a disposizione della coppia perché ne goda e viva in rapporto di amicizia con Dio che l’ha resa signora del creato. Staccare il bene da Dio, volerlo usare per se stessi senza rapporto, anzi in concorrenza con lui, costituisce la radice del disordine, per cui il pane si guadagnerà con sudore, la vita nuova costerà grande pena, i rapporti diventano violenti, i beni non bastano per tutti.

Con la benedizione sui beni che abbiamo noi ci collochiamo nella visione d’origine, rimettiamo ordine nel creato accogliendolo nella sua verità.

L’istinto dell’uomo è di accaparrare, di temere per il futuro, di cercare sicurezza accumulando, di lottare per avere di più, di lamentarsi di ciò che non ha.

Gesù, poiché è Figlio, vive la fiducia di chi sa che il Padre ama e provvede e dunque, anziché lamentarsi, lottare, preoccuparsi di ciò che non ha, benedice di ciò che ha – per quanto poco e assolutamente insufficiente appaia.

Questo gesto di "rendere grazie" su un cibo pateticamente inutile per il gran numero di persone da sfamare, è la rappresentazione concreta della parola del Signore: "Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete… cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6, 25-34).

La vedova dona al tempio "tutto ciò che aveva per vivere" (cfr Mc 12, 41-44) perché riconosce la sovranità piena di Dio e si fida di Lui; per lo stesso motivo la vedova di Sarepta consuma per il profeta l’ultima farina e l’ultimo olio rimasti.

"Benedire" e "rendere grazie" significa proclamarsi non padroni della propria vita, o giudici di ciò che Dio fa, ma figli – proclamare cioè che si riceve come dono non soltanto il pane ma la nostra stessa esistenza.

E’ dunque un atto di fede, e profondamente liberante. Come non sono io che mi sono creato e mi creo, così non sono io che devo salvarmi. "Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?" (Mt 6, 27).

E se non devo salvarmi neppure devo fare i conti di ciò che ho ricevuto, per vantarmene – "che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?" (I Cor 4, 7) - oppure per accusare Dio di avermi dato troppo poco e di avermi condotto nel deserto.

Invece noi sentiamo continuamente il bisogno di fare i conti, magari citando indebitamente le parabole in cui Gesù dice che non si va alla guerra se l’avversario ha un esercito più numeroso e non ci si mette a costruire una torre se non ci sono abbastanza soldi. Bisogna ricordare che Gesù con quelle parabole esorta sì a fare i conti, ma per trarre una sola, chiarissima conclusione: "chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo" (cfr. Lc 14, 28-33). Il conto è dunque azzerato!

Da questo liberante rendimento di grazie, che non calcola quanti beni abbiamo, ma accoglie tutto, poco o tanto che sia, dalla mano del Signore, nasce la condivisione: i pani e i pesci vengono distribuiti.

Gesù conosce e ama la volontà del Padre e sa che il Padre vuole che i suoi figli abbiano ciò che occorre alla loro vita. Si dimostra figlio benedicendo e rendendo grazie, fratello distribuendo, e così sfida il Padre a mostrarsi Padre, cioè a provvedere alla vita: di Israele (12 ceste avanzate) e dei pagani (7 sporte).

La condivisione non è un’operazione matematica, l’applicazione di una rigida giustizia distributiva (se c’è poco, che sia poco per tutti…), ma un atto di generosità fiduciosa, vorrei dire di "spensieratezza" da figli che sanno che il Padre vuol farci rivivere lo stupore della creazione, della vita che nasce, dello scorrere del latte e miele nella terra promessa, e poi della risurrezione.

Passando da questi racconti all’Eucaristia, diciamo che essa esprime la vita nuova, piena e senza fine del Risorto, talmente abbondante da potersi donare a tutti in mille e mille celebrazioni distribuite su tutti i tempi e su tutta la faccia della terra. Partendo dall’assoluta povertà di Cristo in croce che si affida al Padre, la sovrabbondanza di vita viene messa a disposizione di tutti.

I discepoli stentano a capire questa radicale novità, questo atteggiamento profondo che si traduce nella benedizione e nel gesto della condivisione. In Mc 7, 51-52 i discepoli sono enormemente stupiti che Gesù li raggiunga sul mare in tempesta "perché non avevano capito il fatto dei pani"; in Mc 8, 14-21 si preoccupano del poco pane a disposizione e Gesù li rimprovera: "non capite ancora?". In Gv 6 si dice che vogliono farlo re, cioè vogliono farsi risolvere il problema della vita invece di assumere il suo modo di vivere e rapportarsi con Dio. Per questo Gesù se ne va, poi li rimprovera e alla fine "molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" (vs 66). E’ in gioco qualcosa di fondamentale!

Da un lato la sofferenza nostra, e quella altrui, con la compassione che ne deriva, e dall’altro lato la nostra inadeguatezza ad affrontarla, la nostra incapacità a trovare rimedi sono causa comunissima di crisi radicali di fede e ragioni spesso portate per motivare l’ateismo o l’agnosticismo, e pure fra i credenti sono motivo di sfiducia, malcontento e amarezza più o meno consapevole.

Non è forse vero che quando vediamo le tante opportunità, la "messe abbondante" di cui il mondo è ricco, oppure le tante deviazioni, errori, sofferenze che affliggono il mondo spesso vorremmo avere di più per fare qualcosa, e poiché non l’abbiamo restiamo frustrati e preoccupati?

Vorremmo avere di più in termini economici, ma specialmente in termini di conoscenza, di preparazione professionale, di personale, di abilità in tutti i campi. Ci guardiamo attorno smarriti quando confrontiamo ciò che vorremmo fare con ciò che sono le nostre comunità religiose, o ecclesiali, o ciò che ciascuno di noi personalmente è. Ci viene spontaneo dire, come Andrea con i suoi 5 pani: "ma che è questo per tutta questa gente?".

Ritorno brevemente all’episodio con cui ho iniziato questa meditazione. Certamente quell’uomo e quella donna culturalmente preparati, professionalmente molto qualificati e ricchi di buona volontà si saranno chiesti tante volte perché dovessero accettare una figlia priva di capacità di esprimere un barlume di intelligenza, perché dedicare tanto tempo a curare un essere che non dava neppure segno di accorgersene. Forse hanno avuto la tentazione non solo dello scoraggiamento, ma dell’amarezza; hanno vissuto il senso di un’ingiustizia: quante cose potremmo fare, per il bene della Chiesa e dell’umanità, se nostra figlia fosse "normale", se potessimo disporre del nostro tempo, se le nostre energie non fossero assorbite e logorate da questa pena…

Quanti "se" ci possono essere nella vita di tutti noi!

Per loro, i "se" sono diventati un "sì": poiché questa è la vita che abbiamo, la accogliamo dalla mano di Dio così come è, senza altre domande, e ne facciamo benedizione, rendimento di grazie, Eucaristia. Hanno venerato nell’estrema debolezza di quella bimba un segno silenzioso di Cristo che si fa debole, piccolo, che chiede la tenerezza e l’amore. Cristo che chiede ai suoi di sostenerlo pregando con Lui, che ha sete…

E’ giusto desiderare fare molto, e sentire l’ansia del bisogno di aiuto, di salvezza, di guida che il mondo ha – spesso inconsapevolmente. Anche Gesù ha penato davanti alla molta messe e ai pochi operai. Non è giusto però il lasciarsi spaventare o paralizzare. Soprattutto non è giusto lasciarsi condizionare da una valutazione "mondana": se ho tanto posso fare tanto, se ho poco posso fare poco… In realtà noi in qualunque situazione possiamo compiere tutte "le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2, 10), se davvero vogliamo compiere l’opera sua, non la nostra, e se "rendiamo grazie" su ciò che siamo e abbiamo, fosse pure soltanto su cinque pani e due pesci, o una figlia senza la luce dell’intelligenza…

Il termine "Eucaristia", come sappiamo, significa "rendimento di grazie". E’ una realtà complessa che non viene espressa adeguatamente solo da questo nome, che non ne esaurisce il contenuto e il significato. Tuttavia il termine dice una parte fondamentale.

Esso è il mistero dell’atto radicale di fiducia posto dal Figlio. La risposta alla messe abbondante è la preghiera fiduciosa al Padre, il mettere a disposizione se stessi, senza calcoli. Ma per mettersi a disposizione occorre superare la paura, sentirsi figli, e rendere grazie, benedire per ciò che abbiamo e per ciò che siamo.

La risposta nuova che Gesù dà al "lievito dei farisei e di Erode" (cfr. Mc 8, 15) consiste nel rendimento di grazie e nella benedizione, senza altre preoccupazioni che di porre il Regno di Dio al primo posto.

Ed è la risposta che vi invito a cercare in questa prima giornata degli Esercizi spirituali.

Ci sono certamente molte ragioni di preoccupazione, interrogativi, timori... Ci sono ragioni di affanno. Eppure la risposta non viene dal rimuginare questo affanno, viene dal benedire.

Lasciate che risuoni dentro di voi il dialogo fra Gesù e i suoi: date voi da mangiare… ma come? Quanti pane avete? Cinque, ma che cos’è questo per tanta gente…?

Ponete i vostri cinque pani d’orzo e i due pesci nelle mani del Signore; con Lui alzate gli occhi al cielo e benedite. Non chiedetevi se sono tanti o pochi, dite al Padre che credete che sono doni suoi, che voi stessi/e siete dono suo, che nulla vi appartiene e tutto è vostro perché voi siete suoi. Benedite la vostra vita e la vostra storia, cioè "dite bene" di essa, anche di quelle parti che vi sembrano tristi, penose, insufficienti. Rendete grazie.

Voi sapete che nell’Eucaristia la vostra povertà e la vostra attesa di salvezza diventano il Signore stesso che si offre e voi con Lui; diventano pane di vita che sfama, acqua che disseta le attese inconsapevoli di chi è ferito e stordito dalla vita e tuttavia desidera vivere (cfr. Gv 4).

Fatevi aiutare, se volete, scorrendo le lettere di Paolo e ritrovando gli innumerevoli rendimenti di grazie di quest’uomo provato in mille modi e tuttavia capace di ritrovare sempre, in tutte le situazioni, la radice di amore che guida la storia e un’occasione per essere più intimamente legato a Cristo che lo salva e dà senso al suo esistere, al suo prodigarsi, al suo soffrire e al suo morire.

Solo la libertà di saperci dono ci rende capaci di condividere e di scoprire che la nostra povertà diventa lievito di bene per altri.

 

OMELIA (traccia)

 

TESTI BIBLICI DEL PRIMO GIORNO

 

Marco 6, 30 – 44  

30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. 33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 35 Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; 36 congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». 37 Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38 Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». 39 Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull'erba verde. 40 E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. 41 Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. 42 Tutti mangiarono e si sfamarono, 43 e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

 

Marco 8, 1 – 21

1 In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». 4 Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5 E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». 6 Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. 8 Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. 9 Erano circa quattromila. E li congedò. 10 Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta. 11 Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all'altra sponda. 14 Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. 15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16 E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». 17 Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18 Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20 «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21 E disse loro: «Non capite ancora?».

 

Genesi 14, 17 – 20  

17 Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. 18 Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abram con queste parole:

«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.

 

1Re 17, 7 – 16  

7 Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. 8 Il Signore parlò a lui e disse: 9 «Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo». 10 Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un pò d'acqua in un vaso perché io possa bere». 11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». 12 Quella rispose: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». 13 Elia le disse: «Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, 14 poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra». 15 Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. 16 La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

 

2Re 4, 42 – 44

42  Da Baal-Salisa venne un individuo, che offrì primizie all'uomo di Dio, venti pani d'orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». 43 Ma colui che serviva disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Quegli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche». 44 Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore.