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Istanbul, 25 marzo 2002

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Anastasis, Resurrezione: affresco bizantino della chiesa di San Salvatore in Chora

Kurban Bayram : festa musulmana del sacrificio

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Carissimi amici,
eccomi di nuovo a voi, all’inizio della settimana santa. Non vi nascondo quanto sia volata questa Quaresima e mi spiace non essere riuscita ad intrattenere con tutti quel rapporto d’affetto semplice e cordiale, pur tanto desiderato, che voi così egregiamente dimostrate verso di me, tramite i vostri scritti.
Voglio condividere con voi una manciata di pensieri sparsi.
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CUORE CREDENTE
Iniziato all’Università il secondo trimestre, accanto alla quotidiana e sempre più complessa grammatica turca (meno male ho studiato latino, che ha delle strutture simili…), ultimamente in classe si dà maggiore spazio alla conversazione e alle "discussioni".
Mentre si impara a conoscere la cultura turca, a partire da situazioni di attualità così come vengono proposte dai mass media, si parla dei problemi del mondo - con cause e risoluzioni possibili, - della felicità e della sofferenza, del destino e delle superstizioni, delle paure dell’uomo, delle nostre diverse tradizioni, del matrimonio e della donna…
Così siriani, coreani, russi, albanesi, ceceni, palestinesi, cinesi, nigeriani (e io, l’unica italiana), ci troviamo a confronto. Un dialogo semplice ed essenziale, come la nostra povera proprietà di linguaggio ce lo concede.
E proprio oggi, mentre ognuno esprimeva il suo parere sull’eutanasia, mi convincevo sempre più che, forse, in fondo in fondo, il mondo non si divide principalmente in culture, etnie, religioni (anche se poi ognuna porta la propria storia, le proprie tradizioni e modalità), quanto piuttosto in credenti e non credenti. Sì, tra coloro che hanno fede in Dio, si fidano e sperano in Lui, credono che la Vita sia un grande dono che ci viene affidato perché per Lui noi siamo preziosi, e coloro per i quali, invece, tutto è sempre una conquista da compiere contro "il destino" che cerca di metterci i bastoni tra le ruote.
Incredibile percepire come davvero cambi la visione, lo sguardo sul mondo, sugli altri, su se stessi, indipendentemente dall’aver scritto sulla propria "carta d’identità" che si è cristiani (cattolici e ortodossi), musulmani o ebrei.
Posso essere cristiana o musulmana, ma non credente, cioè non possedere quell’occhio della fede capace di illuminare e riscaldare l’oggi della vita spingendomi sui sentieri di Dio con libertà, verità e carità. Donaci Tu, Signore Gesù, un cuore capace di pulsare in sintonia con il cuore di Dio Padre.
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ECCO L’AGNELLO DI DIO
Proprio mentre per noi cristiani iniziava la Quaresima, era il primo venerdì di digiuno, c’è stata la grande annuale festa musulmana del Kurban Bayram (festa del sacrificio), a ricordo della fede di Abramo, che non ha esitato a donare suo figlio a Dio, tanto si è fidato di Lui.
Ogni famiglia acquista una pecora, o una capra, un montone o un bovino e recitando più volte la basmala "Nel nome di Dio clemente e misericordioso", poi il takbir "Dio è il più grande", assieme a benedizioni per il Profeta, gli animali vengono consacrati mentre viene loro tagliata la gola dai proprietari stessi o da un macellaio incaricato. Si tratta di un sacrificio individuale o famigliare, che però viene offerto da tutti, contemporaneamente, in luoghi all’aperto adibiti appositamente a ciò (fino a poco tempo fa ognuno lo faceva fuori dalla propria casa, ma immaginatevi qui ad Istanbul quale e quanto spargimento di sangue per le strade!). Parecchi animali, dunque, che, in recinti, su camion, in fila, aspettano il loro turno…
Un mio amico musulmano mi diceva che di solito si preferisce sacrificare una pecora, un agnello, perché è mansueto, docile, non "protesta", mentre la capra è recalcitrante (anche in turco c’è il detto: "essere obbedienti come una pecora e testardi come una capra") e una mucca troppo costosa.
Segue poi la grande festa sacrificale.
Quattro giorni vissuti con gioia, con visite prima ai defunti e poi tra famiglie e ai vicini di casa.
Dell’animale immolato la famiglia ne mangia un terzo, mentre le altre due parti vengono distribuite rispettivamente ai propri parenti ed amici meno abbienti, e ai poveri.
Diventa, quindi, non solo un atto di fede, ma anche di solidarietà e di comunione.
Non avevo assistito a nulla del genere. Ad un sacrificio, così come tante volte letto nella Bibbia.
Mi ha colpito molto.
Soprattutto perché Gesù ha voluto assumere su di sé questa immagine: "Come un agnello mansueto viene portato al macello, maltrattato non aprì bocca; fu percosso a morte, per dare la salvezza al suo popolo" (Is 53, 7), e ancora "Ed è appunto per quella volontà noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre" (Eb 10,10).
Sì, io, voi, tutti, dallo "sgozzamento" di questo Agnello, per il suo sangue versato, godiamo la salvezza… dalle sue piaghe siamo stati guariti. Tutti. Per sempre. Una volta per tutte.
Di fronte a questo grande e sublime Mistero, che si rinnova in un piccolo pezzo di pane e in qualche goccia di vino, mi inginocchio in profonda adorazione.
Ringrazio i miei fratelli musulmani, perché, grazie ad un loro rito, ho potuto intuire qualcosa di più dell’Eucarestia, e li affido all’Agnello perché possano un giorno gustare anche loro l’Amore di Gesù Cristo che "ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore" (Ef 5,2).
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NEL RITMO DEL TEMPO
E’ incredibile come in questo ambiente così multietnico, il tempo sia scandito dalle più svariate feste. E’ proprio dell’uomo celebrare anniversari associando al ritorno delle date e delle stagioni il ricordo di avvenimenti passati, quando poi si tratta di avvenimenti decisivi per la vita di un popolo, è normale, credo, che la loro ricorrenza sia accompagnata da un particolare clima di emozioni e celebrazioni.
Così, questo periodo è stato ricco di ricorrenze: il 22 febbraio è iniziato il Kurban Bayram per i musulmani, il 18 marzo è stato l’inizio della Quaresima per gli ortodossi (che celebreranno la Pasqua il 5 maggio), il 22 marzo il Capodanno dei curdi, il 24 marzo l’Asure, per gli sciiti giorno di lutto, in cui commemorano il martirio del nipote di Maometto, il 28 marzo sarà la Pasqua degli ebrei (quest’anno coincide con il nostro giovedì santo), il 31 marzo la Pasqua cattolica, il 23 aprile la festa turca del Nuovo Parlamento e dei bambini.
Davvero un calendario è come un viaggio per conoscere come un popolo vive, si muove, esiste, festeggia e chi non vi appartiene si sente estraneo, ospite che assiste, tutt’al più condivide, ma che rimane pur sempre uno straniero, perché per lui rimangono ricorrenze prive di quel ricordo che, stampato nel cuore e tramandato da generazioni, permette di rifarsi ad una storia, la propria storia, con devozione e gratitudine. E, inserita nelle feste "altrui" davvero sto intuendo come il "celebrare una festa" non è mai un atto esclusivamente personale, interiore e solitario, ma è ricollegarsi alla storia di un popolo per identificarsi personalmente con essa.
Quali sono le feste che mi stanno veramente a cuore?
Ancora una volta, riscopro le mie radici nel popolo cristiano, e con esso, respiro il desiderio di rivivere il principale evento di salvezza su cui poggia la vita della Chiesa: "la solennità delle solennità", la Pasqua, posta non solo a scandire il succedersi del tempo, ma a rivelarne il suo senso profondo, come asse portante della storia.
Qui, nella nostra parrocchia di Yesilkoy, il triduo pasquale sarà vissuto la sera, dopo normali giornate lavorative e la domenica di Pasqua, mentre noi esulteremo per il Risorto, tutto, attorno, sarà come sempre (pensate poi che il nostro cosidetto "lunedì dell’Angelo" sarà per me giorno d’esame a scuola). Saranno liturgie molto semplici, essenziali e modeste - così come lo è stata quella della domenica delle palme, con una piccola processione con rami d’ulivo e di palme all’interno della chiesa, con le poche persone presenti - ma non per questo il significato e la solennità vengono meno. Anzi…
Sentiamoci in comunione.
L’augurio, per me e per voi, è di rivivere l’esperienza dei discepoli di Emmaus, che sentirono "ardere il cuore nel petto", mentre il risorto si affiancava a loro lungo il cammino. E di rivivere la gioia, prima esitante e poi travolgente, che gli apostoli provarono la sera di quello stesso giorno, quando furono visitati da Gesù risorto e ricevettero il dono della sua Pace e del suo Spirito.
Affiancati, visitati dal Risorto, lasciamoci "strappare" dai nostri luoghi di morte, così come – ben rappresentato in un affresco bizantino sopravvissuto nella piccola chiesa di San Salvatore in Chora, trasformata in moschea e ora museo - ha fatto con Adamo ed Eva, per condurci a godere la gioia del Regno del Padre e far con Lui festa.
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Buona Pasqua!
Mariagrazia