Anima di una Storia – 22 (3Sab)

(Una Quaresima con Etty Hillesum)

Distanza di sicurezza

A metà del cammino quaresimale siamo posti di fronte al mistero del fariseo e del pubblicano che si recano – ambedue – al Tempio per pregare ma in modo così profondamente diverso. Il problema del fariseo – che è spesso il nostro – non è quello di presentarsi davanti a Dio con il diplomino da bravo ragazzo bensì il bisogno quasi ossessivo di com-misurare gli altri a partire da se stesso mettendosi così – tanto inconsciamente – proprio al posto di quel Dio a cui si vorrebbe rivolgere: al centro del mondo.

Il pubblicano invece «fermatosi a distanza» (Lc 18, 13) non potrebbe neanche immaginare una preghiera come quella che davanti a sé sale dal cuore del fariseo: «Ti ringrazio che non sono come gli altri…» (Lc 18, 11). Il povero fariseo pensa di sapere tutto di sé, tutto degli altri e tutto – ahimé! – del suo piccolo dio che rischia di assomigliargli così tremendamente ma inutilmente. La distanza invece che il pubblicano è quasi costretto a mantenere gli permette di dire la cosa più certa su se stesso - «sono un peccatore» - aprendosi così alla grande sorpresa di un Dio che «verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra» (Os 6, 3)… come una grande sorpresa!

Se vediamo spesso Etty in atteggiamento – crescente e approfondito – di preghiera non la cogliamo mai in piedi ma sempre e solo in ginocchio e persino un po’ vergognosa e un tantino umiliata dal suo modo di pregare: Nell’alba grigia di oggi, in un moto di irrequietezza, mi sono trovata improvvisamente per terra, in ginocchio tra il letto disfatto di Han e la sua macchina da scrivere – sarebbe difficile immaginare niente di meno convenzionale -, tutta rannicchiata con la testa che toccava il pavimento. Forse un gesto per estorcere pace (90).

Non è difficile ravvisare in Etty una degna figlia di Abramo che quando osa la preghiera lo fa per estorcere qualcosa per gli altri. Quanto Abramo cerca di estorcere la salvezza degli abitanti di Sodoma e Gomorra si fa tutt’uno con il suo essere «polvere e cenere» (Gn 18, 27). E’ impossibile ravvisare in Etty un atteggiamento minimamente approssimato a quello del fariseo descritto da Gesù, la sua è una preghiera intimissima – lo abbiamo già rilevato: più intima dei gesti dell’amore -, e non c’è in essa nulla da mostrare ma tutto da ri-velare continuamente: E a Han che entrava in quel momento e sembrava un po’ stupito di quella scena, ho detto che cercavo un bottone – ma non era vero (90).

Mentre il fariseo nella preghiera prende le distanze dai suoi fratelli in umanità sottolineando quanto la sua vita sia differente dalla loro, Etty – invece - alla scuola della preghiera pura e purificante che ha appreso con l’aiuto di Spier diventerà sempre più presente e solidale alla vita dei suoi fratelli e sorelle fino a non ritenere – mai e poi mai - la sua vita né più degna né più preziosa di quella di chiunque altro persino di quella del suo persecutore. Nel momento supremo della morte della sua S si attua in Etty uno scatto in avanti nel suo rapporto con Dio e contemporaneamente nel suo rapportarsi ancora più profondamente – si potrebbe dire essenzialmente – con l’umanità a cui chiede il permesso di fungere da anima: Spesso a Westerbork mentre andavo in giro con quei chiassosi e litigiosi membri del Consiglio Ebraico mi veniva da pensare: su, lasciatemi essere la baracca in cui si raccoglie la parte migliore, che esiste sicuramente in ognuno di voi. Io non ho bisogno di far così  tanto ho solo bisogno di esserci. Lasciatemi essere l’anima in questo corpo (199). Come non pensare all’autocoscienza dei cristiani del II secolo di essere per il mondo quello che l’anima è per il corpo (Lettera a Diogneto)?

Siamo agli antipodi dell’atteggiamento del fariseo che ha bisogno non solo di fare ma anche di elencare ciò che fa e, ancora di più, siamo diametralmente all’opposto del suo evidenziare il peggio di chi gli sta accanto. Etty ha conosciuto l’esperienza dell’essere toccata nel profondo (34), passaggio che ha risvegliato le sue forze migliori nel suo contatto con Spier e, per questo, sente il dovere di vivere nella stessa capacità di attivare il meglio che c’è in ciascuno. Per Platone compito degli amici è quello di aiutarsi a diventare migliori, a dare il meglio di sé. In tal senso quella tra Spier ed Etty fu vera amicizia!

Mentre si appresta – per il funerale della sua S - a sedere per la prima volta in una vettura con le tendine nere sorge spontanea dal cuore di Etty una preghiera inestricabilmente connessa ad un impegno: Concedimi pazienza, mio Dio, concedimi una pazienza del tutto nuova… farò del mio meglio. Molti uomini sono ancora geroglifici per me, ma pian piano imparo a decifrarli. E’ la cosa più bella che conosca: leggere la vita degli uomini (204). Quella di Etty è una lettura, un continuo decifrare geroglifici in attesa di imparare la lingua nuova della carità e dell’amore universali.

E l’Accademia per questo apprendimento, per questo raffinamento delle capacità di "lettura" di Etty non sarà altro che il campo di Westerbork dove è come se mi trovassi davanti al nudo steccato della vita. Davanti alla sua ossatura, libera da qualsiasi costruzione esterna. Mio Dio, ti ringrazio perché mi insegni a leggere sempre meglio (204). Sembra che ad Etty non sia sufficiente essere sempre più in grado di porsi davanti all’umanità come davanti ad una misteriosa stele tutta da decifrare, in lei si fa urgente il desiderio di comunicare questa capacità, questo atteggiamento di lettura accurata, scevra da ogni pre-giudizio e pre-comprensione: Come posso far sì che anche altri leggano dentro a tutte quelle persone – persone che devono essere decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto - finché non ci si trovi davanti ad un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato da cielo e brughiera? (208).

Westerbork rappresenta il Tempio aperto in cui la sua anima si è aperta a Dio attraverso la sua immagine impressa indelebilmente su ogni volta e in ogni storia. Non troviamo mai in Etty un attitudine che si possa definire "cultuale" eppure è come se tutta la sua vita – giorno dopo giorno – si svolgesse in un’atmosfera indubitabilmente sacrale. Si potrebbe dire che Etty ha incontrato il Mistero nel Tempio in-delimitabile nell’Amore e nel Dolore: Il mio cuore è una chiusa che ogni volta arresta un flusso ininterrotto di dolore (205). Questo interminabile dolore non scandalizzerà mai Etty ma la renderà sempre più grata per il dono della vita da lei ritenuta sempre e solo buona e bella non perché lo sia ma perché – misteriosamente – lo sta diventando sotto i nostri occhi attraverso il nostro proprio cuore: Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quant’è cresciuta la pianta dell’umanità (209). E’ lo sguardo del pubblicano che sa di essere peccatore e che, pur a distanza di sicurezza per non contaminare niente e nessuno, non rinuncia comunque all’umile gesto della preghiera: «Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di me peccatore». Quando un primo geroglifico dell’umanità finalmente viene amorevolmente e onestamente interpretato - il geroglifico che indica l’abisso del proprio cuore – allora si può dire con serena sicurezza e nonostante tutto: «guarda… l’umanità sta crescendo!».