Anima di una Storia – 17 (3Lun)

(Una Quaresima con Etty Hillesum)

La lebbra della complicanza

Naaman il Siro (2Re 5, 1-15) che non vuole obbedire alla semplice – troppo semplice – ingiunzione di Eliseo: «Va’ bagnati sette volte nel Giordano» (5, 10). I Nazaretani che sono scandalizzati e soprattutto spiazzati dal genere di profeta che si trovano davanti (Lc 4, 24-30), un profeta troppo poco straordinario per fare onore alla «sua patria» (4, 24). Due icone in cui ciascuno di noi può ben trovare il suo giusto posto e può dare un nome alle malattie della propria anima: la lebbra che sfigura il corpo, la mancanza di semplicità che sfigura l’anima esponendola all’assalto della preoccupazione della propria immagine – del proprio look – all’esterno e non alla pace di sé all’interno. Sempre intenti a «cose grandi» (Sl 130, 1) ci risulta difficile rimetterci a giocare come dei bambini che si ritufferebbero volentieri nel Giordano «non per sette volte ma per settanta volte sette» (Mt 18, 22).

Si vorrebbe guarire da questa malattia della complicanza evitando però accuratamente di piegarsi alla banalità, sulle banalità del quotidiano, re-imparando a giocare con gli elementi più semplici. Ma piegarsi a tutto ciò rischierebbe di farsi guarire da una malattia che ci è cara, tanto cara: apparire!

Di questa "lebbra" molto ebbe a soffrire la cara Etty come si auto-chiama ogni volta che voleva esortarsi alla semplificazione interiore. Una sorta di principio crescente nella vita e nel processo interiore di Etty sarà quello di evitare ogni complicanza e di agire solo quando questa sorta di demone si fosse finalmente addormentato: Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l’acqua che sgorga da una sorgente (163). E il Signore Gesù chiarisce nel Vangelo che «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45) per cui è il cuore che bisogna condurre ad una capacità di straordinaria ordinarietà per cui - piegandosi sulle persone, sulle cose, sugli elementi e sugli avvenimenti - si possa dire: La mia anima è in pace… a volte non mi accorgo neanche di essere in un campo – è ben strano -. Jopie è un caro compagno. Di sera assistiamo al tramonto, che si tuffa nei lupini violetti dietro al filo spinato (66).

Ma per giungere a questo atteggiamento di libertà quanto cammino è necessario e quanta discepolanza e docilità ai segni e ai cenni dello Spirito? Catalogando i libri della biblioteca di S., ci trovo "Das Stundenbuch" di Rilke. Può sembrare paradossale, ma S. guarisce le persone insegnando loro ad accettare il dolore (89). E la porta per entrare in questa nuovo dominio dell’anima che, concretamente, prenderà i contorni della brughiera di Westerbork, sarà proprio il dolore insito alla rinuncia – prima nel cuore e poi nella realtà della morte – a quella medesima persona. Nella stessa pagina in cui registra il trasformarsi del suo attaccamento a Spier – rinuncerò persino al desiderio di rimanergli accanto fino all’ultimo momento (152) – enuncia una sorta di principio ascetico fondamentale: E ora so che se si comincia a rinunciare alle proprie pretese e ai propri desideri, si può rinunciare a tutto. L’ho imparato in questi giorni (152).

Ma a cosa servirebbe questo esercizio di rinuncia se non ad acquisire una crescente libertà invece di far sommergere la propria voce interiore da quel fuoco a mitraglia della burocrazia (44) – ce n’è persino in una semplice famiglia di due sole persone e in una comunità che conti almeno tre membri – che solitamente nutre le nostre paure con false speranze al fine di aggiogare le coscienze. Etty rimase ammirata, nel suo incontro fugace con i monaci e le monache in transito verso Auschwitz, dalla loro estraneità – se così si può dire – all’eccesso di mutamento. Lesse nella loro reazione alla stessa situazione vissuta da tutti una sorta di educazione a non sopravvalutare i mutamenti esteriori e transeunti: Io fisso il monaco che dopo quindici anni si ritrova nel mondo e gli chiedo: «E allora, che cosa ne dice del mondo?». Ma il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca, come se ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo. E con una sorpresa mista ad una sorta di venerazione aggiunge: Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa calma con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento (44).

L’atteggiamento di questi monaci contrasta con quello di chi invece avendo tutta la vita ormai dietro di sé sia così attaccato a quel povero pezzetto di carcassa che gli è rimasto (72). Per Etty diventa sempre più chiaro che ormai non si tratti più della vita, ma dell’atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine (108-109). Questa conclusione così forte è preceduta da una sorta di memoria e di ringraziamento: Ho fatto ancora a tempo ad imparare la grande lezione di Mt 6, 24 (sic! Leggi 6, 34) da un indimenticabile amico per la cui morte conti a dire grazie ogni giorno: «Non preoccupatevi…». In questa esperienza personale e intima di amore e di dolore radica la conversione alla semplicità di Etty. La sua semplificazione non è frutto della costrizione esterna ma di un’esperienza interiore che attraverso la lettura e il tocco della mano da parte del suo iniziatore: Avevo imparato a leggere in me stessa e così ero in grado di leggere anche negli altri – non prima di aver accettato qualcuno le leggesse dentro! – Era proprio come se le mia dita sfiorassero i contorni di questo tempo e di questa vita (208).

Fidarsi delle proprie dita! Ecco il grande salto di qualità nella vita di Etty alla scuola del suo chirologo. Fidarsi delle dita significa non cogliere il reale attraverso un colpo d’occhio e un fulmineo pensiero captativi ma mediante il delicatissimo, lento, pacifico sfiorare le cose e i contesti cercando di coglierne lentamente i segreti fino a farsi un’immagine interiore del mondo esterno… un’immagine utile solo per amare… capace solo di piegarsi sul reale umilissimamente grati che non si sottragga al tocco, stupiti che non ci lasci soli come quando si sfiora una cosa o un volto amato… mai paghi di immaginarlo per nutrire un amore più grande. Il colpo d’occhio, simile a quello dei Nazaretani su Gesù e di Naaman sul Giordano, può essere come quelle letture di Etty - ad un certo punto della sua vita - interminabili ma inefficaci e di cui Spier ebbe a dire una parola precisa: "degeneranti" (66).

Da qui una regola di orientamento nella vita quotidiana (66) risulta assai "semplice": fa’ ciò che la tua mano per caso si trova a fare e non pensare al poi … fa ciò che la tua mano e il tuo spirito si trovano a fare, tuffati in ogni ora e non metterti subito a ruminare coi tuoi pensieri, le tue parole e le tue preoccupazioni sulle ore successive. Devi riprendere in mano la tua educazione (67-68).

Per evitare l’inganno una preghiera: Signore, dammi meno pensieri e più acqua fredda e ginnastica al mattino presto (68).

Per costruire in una direzione nuova: la vita è infinitamente ricca di sfumature, non può essere imprigionata né semplificata. Ma semplice potresti essere tu… (69).