Anima di una Storia – 15 (2Ven)

(Una Quaresima con Etty Hillesum)

Sognare è morire

La Parola di Dio mette sotto i nostri occhi due padri – Giacobbe e il Padrone della vigna –, i due corrispettivi figli e soprattutto il sogno che attraversa il cuore di tutti: «Avranno rispetto di mio figlio» (Mt 21,37) e ancora «il padre amava Giuseppe più di tutti i suoi figli» (Gn 37,4). Questo amore di predilezione non può che attivare un grande sogno sia in Giuseppe che in Gesù. Ma sempre i confini tra il sogno e l’illusione sono tremendamente invisibili e terribilmente pericolosi: «Ecco il sognatore arriva» (Gn 37,19) e «venite uccidiamolo» (Mt 21,38).

Da Giuseppe e da Gesù dobbiamo non solo imparare a sognare, persino ad occhi aperti, ma anche a difenderci accanitamente da ogni forma di illusione. Come fare? Siamo capaci di pagare il prezzo? Si tratta di addormentarsi nella pace lasciando al sogno di apparire e di compiersi senza di noi, oltre noi e nonostante noi stessi. Un percorso analogo – di certo in tutto il suo peso di sofferenza e non certo a prezzo ridotto – lo ha compiuto Etty: donna dai grandi sogni, abitata da momenti di grande esaltazione persino euforica e consumata da un’ansia incontenibile di dare una mano all’evoluzione dell’umanità: Più tardi viaggerò per i paesi del mondo, mio Dio, io lo sento in me, questo istinto che passa i confini, che fa scoprire un fondo comune nelle varie creature in lotta fra loro su tutta la terra. E vorrei parlare di questo fondo comune, con voce sommessa e dolcissima e insieme persuasiva e ininterrotta (215).

In Etty non si spegnerà mai e, soprattutto nulla di quanto le accadrà terribilmente intorno, sarà in grado di spegnere il suo sogno e il suo desiderio di vivere e di collaborare all’evoluzione dell’umanità attraverso quello che sente come il suo dono continuamente impetrato: Mio Dio, prendimi nella tua grande mano e fammi tuo strumento, fa’ che io possa scrivere! (50). Per capire quanto intenso fosse la consapevolezza del suo dono e il desiderio di realizzarlo basta leggere le righe precedenti che hanno il sapore di una confessione e di una resa: Sono agitata, di una bizzarra, diabolica irrequietezza che potrebbe essere anche produttiva se sapessi che farmene: è un’irrequietezza "creativa" non fisica – neppure una dozzina di appassionati notte d’amore potrebbe placarla -. E’ quasi un’irrequietezza sacra… solo l’artista è in grado di rendere ciò che resta d’irrazionale nell’uomo. E subito aggiunge quasi a dispetto dell’esaltazione appena confessata: Non so come andrà a finire con questo mio "scrivere"… aspetterò ancora (50).

Possiamo veramente ammirare in Etty la capacità di dare ali al proprio desiderio e di dare colore ai suoi sogni perseguendoli con tutta se stessa e al contempo sapendo che la cosa più importante non è che il sogno si realizzi ma che, per la sua forza trovare io stessa una forma, la mia forma (50). Per Etty il sogno è chiaro come per il giovane Giuseppe: Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione? (226). Ma chiara è pure la via perché tutto venga realizzato: rinuncerò ai miei progetti presuntuosi e continuamente e sempre – come il Signore Gesù – Aspetterò un tuo cenno mio Dio, nel frattempo mi dispongo a partire. Tratterò con te, vuoi?.

Come si canta in un inno della liturgia Etty fu «sempre pronta partire» e lo fu meravigliosamente in veglia e in sonno: Stanotte ho sognato che dovevo preparare la valigia (159). -Visitando Westerbork si è colpita dal numero impressionate di valige aperte e chiuse…! - Etty manterrà per tutta la vita un rapporto assai speciale quasi intimo con il viaggio: mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia, e quei libretti sottili (165) naturalmente di Rilke.

Continuamente in effervescenza, sempre volta verso il futuro verso cui sente di avere dei doveri precisi e irrinunciabili, perennemente all’opera per dare un volto più umano al mondo e alla storia, quasi interiormente divorata dal suo sogno di poter essere testimone e in grado di passare il testimone: devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo… devi "confrontarti" con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerosi questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te ma anche per gli altri. E aggiunger passando dal sogno al segno: Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa. A volte mi sento come un palo ritto in un mare infuriato, fra le onde che lo battono da ogni parte. Ma io rimango ben ferma e gli anni mi passano sopra. Voglio continuare a vivere pienamente. Voglio diventare il cronista di tanti fatti di questo tempo (57).

Ma in un modo ben diverso da quello che le veniva proposto dai suoi amici! La fuga o la clandestinità furono sempre escluse da Etty… ciò l’avrebbe resa "cronachista" ma non quel cronista che sognava di diventare: sì un cronista dicevo. Io noto che alla mia sofferenza personale si accompagna sempre un interesse appassionata per tutto ciò che riguarda questo mondo, i suoi uomini, i moti della mia anima. A volte credo che sia questo il mio compito: chiarire nella mia testa e col tempo descrivere, tutto ciò che accade intorno a me. Povera testa e povero cuore…(57).

Etty inavvertitamente è riuscita pienamente nel suo sogno e questo perché ha saputo accettare di farsi segnare fino in fondo dal suo desiderio più profondo e l’atto che stiamo compiendo – rileggerla dopo sessant’anni – ne è la prova! Grande forza di desiderio appassionata unita ad un grande distacco e abbandono che si fa docilità al cenno di Dio, che si fa ammirabile preghiera: Mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura. Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno, non le mille preoccupazioni che consumano completamente… Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno ma allora voglio essere un'unica grande preghiera. Un’unica grande pace. Pensa tu alla mia pace mio Dio, dovunque mi troverò (229). Perfetto abbandono – mano nella mano, cuore nel cuore, anima nell’anima – ma ad un condizione imprescindibile: Voglio stare fra gli uomini, fra le loro paure. Come per Giuseppe (Gn 45,4), come per Gesù Risorto e Vivente (Gv 20,17), il sogno di Etty si realizzerà nella perfetta condivisione di un’assoluta fraternità.

Chi oserebbe pensare che il sogno di Etty non si sia realizzato e che non sia stato realizzato pienamente? E i nostri sogni? I nostri desideri? Da dove vengono e dove vanno. Un brano di una lettera di Rilke – il mio poeta (26) – ha sicuramente plasmato e riplasmato il cuore di Etty e può dare una mano anche a ciascuno di noi:

Mi accade sovente di domandarmi se esista un vero rapporto fra adempimento e desideri. Certo fintanto che il desiderio è debole, esso è simile a una metà che per diventare autonoma ha bisogno del proprio adempimento come di un’altra metà. Ma i desideri possono germinare in modo così meraviglioso da diventare un tutto, pieno e intero, che non si lascia più completare e ormai si accresce, si forma e si riempie solo dall’interno. A volte si potrebbe credere che alla ridice di una vita grande e intensa ci sia proprio stato un coinvolgimento in desideri eccessivi che come una molla interiore hanno riversato nella vita azione su azione, effetto su effetto; e quasi non rammentando il loro fine originario, diventati ormai elementari come un’impetuosa cascata, si sono trasformati in azione e cordialità, in presenza e immediatezza, in lieto coraggio, a seconda degli eventi e delle circostanze che li avevano provocati (27).

Non ci resta dunque che sognare, non ci resta dunque che morire ai nostri sogni per accedere al Sogno di Dio su di noi e sull’Umanità.