VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

CARITÀ E COOPERAZIONE FRATERNA

«La benignità, la mitezza, la pazienza del missionario sono la calamita che attira i cuori»

Lettera circolare n. 8

Milano, 15 Settembre 1927

Amatissimi Confratelli,

1. Sono già trascorsi tre anni dal giorno della mia elezione a Superiore Generale di questo nostro Istituto e non si è mai affievolita in me la grande impressione, che provai allora, della immensa responsabilità di cui venivo gravato. Io capo di una Società di Missionari? Io educare Apostoli alla Chiesa? Vidi l'immenso compito di promuovere la propagazione della fede in tante vastissime regioni, alle quali solo l'Istituto ha l'obbligo di provvedere e tremai, pensando quanto questo compito dell'Istituto, che si confonde coi fini della Chiesa, con gli interessi di Dio, avrebbe potuto avvantaggiarsi da una buona ed efficace direzione, o quanto fallire se questa direzione fosse stata comunque deficiente.

Queste cose io vidi e continuo a vedere ogni giorno più limpidamente e, se non fosse volontà di Dio che io ora stia a questo posto, non vi rimarrei un istante di più, tanto è grande il senso di responsabilità che mi opprime.

Ma, come è facile intendere, la più grande mia preoccupazione siete voi, miei amatissimi confratelli; non solo perché so che di ognuno di voi particolarmente dovrò rendere ragione a Dio, ma più perché sento che, se mi adopererò, come è mio dovere, perché tutti vi manteniate sempre all'altezza della vostra vocazione, l'opera di Dio da voi promossa sarà benedetta e darete tutti quei frutti che il Signore da voi si attende.

Volendo dunque anche quest'anno venire a voi con una parola di patema esortazione e di affettuoso incoraggiamento, mi sono domandato che cosa vi avrei detto, e non ho fatto fatica a scegliere il mio argomento, perché spontaneo mi si è offerto un soggetto che non cessa ogni giorno di imporsi quasi alla mia attenzione.

Regni tra noi carità e benevolenza

2. Desidero intrattenervi un po' sui nostri mutui rapporti ed appellarmi, per amore di Gesù, mite ed umile di cuore, a tutti voi, miei carissimi confratelli, perché fra noi regni sempre il più grande spirito di carità e di benevolenza come si conviene ad Apostoli di Gesù Cristo. Siamo tutti sempre un cuor solo ed un'anima sola, perché tale è il precetto del Signore, perché la carità è virtù apostolica per eccellenza, avvertendoci S. Gregorio che «Chi non ha la carità verso l'altro, non deve affatto assumersi il ministero della predicazione» ed infine perché, se non ci ameremo, se non andremo d'accordo, se non tenderemo con sforzi unanimi ai grandi fini della nostra vocazione, non concluderemo nulla, secondo il detto del Signore: «Ogni regno discorde va in rovina» (Mt 12,25).

Non intendo già farvi un discorso sulla carità fraterna: si dicono cose bellissime in tanti trattati di ascetica ed ognuno può leggerli da sé; mia intenzione è toccare alcuni punti pratici sullo spirito di dolce benevolenza e di mutua collaborazione, del quale vorrei vedere animati tutti i missionari di questo nostro caro Istituto.

La benevolenza fa bella e felice la vita, perché è l'esercizio pratico della carità fraterna tanto inculcata da N. Signore: ne è anzi la parte più delicata, ne è come l'effluvio e la sovrabbondanza, che si riversa dal nostro cuore, dal nostro tratto, dalle nostre parole sui fratelli e ci fa tutti più buoni. La vita è bella, perché è tutta una manifestazione della benevolenza di Dio. Ora, non c'è nulla che tanto ci renda simili a Dio quanto l'esercizio di questa virtù. Solo Dio è ricco e generoso, solo Dio fa grazie, solo Dio fa felici; l'uomo benevolo, che spira la carità e la bontà di Gesù, che è generoso nello stimare, nell'incoraggiare, nel dimenticare, nel perdonare, nel dare, partecipa della prodigalità divina ed ha l'arcano potere di diffondere intorno a sé la felicità e l'amore. Lo spirito di benevolenza ci fa veramente simili a Dio, perché esser benevoli è come donare quello che vi è di meglio in noi, è come concedere grazie, è la pratica del «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36). Questo dovrebbe essere lo spirito di noi missionari, fedeli imitatori di Gesù, sovranamente, divinamente buono, dolce, amabile, misericordioso, benigno.

Per noi missionari l'esser benevoli deve essere soprattutto una necessità, perché la benevolenza produce in noi e nei nostri confratelli quello stato di contentezza, che è condizione indispensabile per fare grandi cose per Dio. Chi è scontento, chi è sfiduciato, chi è sfiorato dallo spirito della malignità, non è capace di slanci e di generosità.

«Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29) questo è essere benevoli: esser dolci ed umili di cuore, perché il superbo non sa essere generoso, non sa essere condiscendente, non sa avere il controllo di sé, non sa soffrire, tutte cose necessarie per praticare la benevolenza.

Quanto, è divinamente bello essere benevoli, quanto santamente superbo il voler vincere gli altri e il saper vincere sempre, ma solo con atti di bontà; permettersi il lusso di essere prodighi in generosità, in benignità, in gentilezza! E’ cosa di molta perfezione, ma vale ben la pena studiare di raggiungerla, tanto è amabile e profittevole per noi e per gli altri.

Lo spirito di mutua benevolenza è senza alcun dubbio la più grande benedizione per una comunità e per una Missione. Dove regna questo spirito, là sta Gesù Cristo con tutte le sue grazie, là si progredisce in santità, là si progredisce nelle opere, là si persevera nella vocazione, là si fanno grandi frutti di anime, perché l'unione fraterna, la concordia, la pace, effetti dello spirito di benevolenza, sono l'atmosfera indispensabile per santificare se stessi e gli altri.

Ma permettete che venga a cose concrete e tocchi alcuni punti particolari sui quali sarà bene facciamo tutti un po' di esame pratico.

Buona opinione dei confratelli

3. In primo luogo vi dirò che non saremo mai veramente benevoli verso i nostri fratelli, se non ci sforzeremo di avere di loro una buona opinione. Dobbiamo abituarci a pensare sempre bene dei nostri confratelli: è di qui che bisogna partire. La cosa non è difficile, benché richieda molta virtù, perché chi pensa abitualmente bene del prossimo, appoggiato a motivi soprannaturali, non è lontano dalla santità. Pensiamo bene dei fratelli, perché i pensieri benevoli sono come i pensieri di Dio. A pensare sempre bene del fratello si potrà sbagliare qualche volta, ma si è subito perdonati; a pensar male di lui si sbaglia quasi sempre e si è difficilmente perdonati. «La carità quando pensa bene anche del malvagio non si duole molto se sbaglia» (S. Agostino). E’ certo che i pensieri buoni non sono mai ispirati dalla passione, troppo invece dobbiamo temere che il giudicare sfavorevolmente il fratello possa essere effetto di superbia, di gelosia, sempre di grande ignoranza, perché chi può conoscere l'interno dell'uomo? Ciò è solo, unicamente di Dio, ed è per questo che solo Dio è giusto giudice.

Solo Dio sa come siamo fatti, perché ci ha fatto Lui, e, se vede tutti i nostri sbagli, ne vede pure le attenuanti; se vede i nostri peccati, vede pure i continui sforzi che facciamo per stare in piedi e per volergli bene.

Generalmente gli uomini appaiono peggiori di quello che sono veramente. Dio vede tante attenuanti nella nostra cattiveria, che noi non possiamo vedere, e forse è anche per questo che il mondo, che appare così cattivo, sta ancora in piedi. Una persona che si arrese e tornò a Dio dopo oltre quarant'anni di lontananza e di apostasia, e verso la quale avevo speso invano più d'una conversazione, mi confessò che era stata vinta soltanto dall'averle io detto che la stimavo molto migliore di quanto le piacesse apparire.

4. Abbiamo buona opinione di tutti e specialmente dei nostri confratelli, anche se sono difettosi e lasciano qualcosa a desiderare. Se sapessimo, se potessimo vedere quanto sono infinitamente cari al Signore con tutti i loro difetti... se pensassimo quanto Gesù ha fatto per loro ed anche quanto essi hanno fatto e fanno per Lui, quante lotte hanno vinto, quanti meriti hanno già acquistato, quante anime hanno salvato e quale altissimo grado di gloria avranno per tutta l'eternità in cielo!

Gli uomini stimano assai gli amici dei re, e non sono i sacerdoti i più grandi amici del Re dei re: «Vi ho chiamati amici»?(Gv 15,15). Se io ho fede, quanta stima, quanta venerazione debbo avere per i miei confratelli, che sono tutti carissimi a Gesù! Pensate che Gesù diede il dolce nome di amico a Giuda anche nell'istante del tradimento... Ebbene, non si comprende come noi, pur avendo fede, possiamo nutrire poca stima, poca simpatia, alle volte perfino disprezzo per nostri fratelli, amici di Gesù come noi e forse più di noi, che Gesù onora di sua visita quotidiana!

Troppe volte il giudizio sfavorevole che abbiamo sul nostro confratello difettoso non mostra già la nostra superiorità, ma la nostra grande miseria, ignoranza e grettezza. Perché mai Dio è infinitamente misericordioso con gli uomini, se non perché è infinitamente sapiente? «Egli sa di che cosa siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere e perciò: buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore» (Sal 102,14.8). Ci sono quelli che hanno già un giudizio formato su ciascuno dei propri fratelli, sulla giustezza del quale non dubitano neppure; quelli che stimano anzi di avere un genio speciale per conoscere e pesare il prossimo e se ne vantano come di un dono di Dio. E guaio è che costoro hanno tendenza a rilevare quello che in ciascuno è meno apprezzabile, e ciò fa temere che il loro acume non sia veramente un dono di Dio, ma piuttosto recondita presunzione che sulle altrui rovine cerca elevare un monumento a se stessi: «Non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11). Se costoro potessero vedere e sentire in quale opinione essi a loro volta sono tenuti per questo altezzoso loro vezzo di giudicare e interpretare sfavorevole!

I risentimenti

5. Un altro grave impedimento alla benevolenza sono i risentimenti. Chi non ha sperimentato quale grande scuola di benignità sia il santo Tribunale di penitenza? Perché nel confessionale siamo sempre inclinati alla clemenza anche davanti ai più grandi peccatori? Perché sentiamo che là siamo rivestiti di Gesù Cristo e che dobbiamo fare e pensare come farebbe e penserebbe Lui, e quando qualche povera anima diffida e teme per i peccati passati, siamo solleciti a infonderle coraggio e assicurarla del perdono ottenuto, affermando che delle colpe passate e perdonate il Signore non conserva più memoria. Così facciamo con chi ha molto offeso l'infinita Maestà di Dio. Perché non avremo almeno gli stessi pensieri per chi ha offeso l'infinita miseria nostra?

Il nostro confratello non è più nella nostra stima, perché una volta ci offese, perché una volta disse male di noi; e noi quell'offesa, quella mormorazione non l'abbiamo più dimenticata. Se sentiamo che si dice bene di lui, il meno che facciamo è di ricordare e riandare, nella nostra anima piccola e gretta, quel torto, quell'offesa, quella mancanza di riguardo, e mostriamo con l'espressione del volto che non condividiamo la buona opinione che altri hanno di quel confratello. Poveri noi se, quando ci portiamo a pregare davanti ad un altare, potessimo pensare che Gesù stia lì a ricordare tutte le nostre infinite passate mancanze! Poveri noi... dovremmo fuggircene! Gesù, che tratta Pietro dopo la triplice grave negazione con tanta squisita delicatezza, e sembra non ricordare più il suo gravissimo fallo, è un grande rimprovero per noi, che talvolta per mesi e per anni non sappiamo dimenticare e perdonare del tutto un'offesa, sì da dar talvolta ragione ai mondani, che mettono i preti fra le persone che non perdonano.

Lo so, ci si forma una coscienza tranquilla e si va alla confessione e si sale ogni giorno l'altare. Ma non è un grave inganno? S. Giovanni Crisostomo ci avverte: «Questo mistero impone di essere completamente immune da ogni pur piccola inimicizia». E allora, come conciliare questo dovere di esser puri anche dalla più piccola inimicizia, con certe manifestazioni di antipatia, di disgusto, di rancore che certi ecclesiastici non cessano di manifestare, per anni talvolta, a riguardo dell'uno o dell'altro con i quali ebbero qualche dissapore? Come mai avviene che, cibandoci ogni giorno del mitissimo Agnello di Dio, mostriamo sempre un po' della nostra natura di lupi? «Quale sarà la nostra scusa quando, nutriti di cibi tanto sublimi, commettiamo peccati tanto grandi, e diventiamo lupi, mentre mangiamo l'Agnello?». Il fratello ebbe la disgrazia di cadere dal nostro libro, è possibile che non ci sia più modo di riammetterlo alla nostra grazia? E, se Dio facesse così con noi, quando avessimo la disgrazia di essere cancellati dal libro della vita? Dio dimentica: vorremmo aver noi miglior memoria di Dio?

6. Non illudiamoci, amati confratelli: non possiamo essere ignoranti su questa materia. Siamo in aperta contraddizione con il Vangelo, con la nostra professione e predicazione, quando per mesi e per anni conserviamo rancori con il nostro fratello, quando dell'uno o dell'altro dei nostri confratelli non abbiamo stima e non sappiamo parlarne senza reticenze, senza mostrare una certa avversione. Salgo l'altare tutte le mattine e parlo di perfezione e l'insegno alle anime... mentre non dovrei avere l'ardire di baciare neppure il mio Crocifisso, se ho nel cuore il più lieve senso di amarezza e di disprezzo per il mio fratello. Sono tanto luminosamente chiari gli insegnamenti di Gesù su questo punto!

È la mancanza di benevolenza che fa taluni sempre guardinghi, ombrosi, diffidenti, calcolati. Ciò procede dalla poca fiducia che abbiamo nel prossimo, che stimiamo sia lì ad insidiare alla nostra felicità, a congiurare contro i nostri progetti.

7. Alle volte ci rendiamo infelici, perché pensiamo di essere tenuti in poca considerazione da parte di Superiori e confratelli, di essere dimenticati, trascurati, e prendiamo quasi gusto a considerarci delle vittime. Mancanza di benevolenza! Se fossimo più generosi, troveremmo tanti modi di dare buona interpretazione alle parole, agli atti del prossimo e, quando tale interpretazione non potessimo dare, troveremmo sempre la maniera di scusare il prossimo. Riflettiamo come nel crederci vittime di ingiustizie, noi commettiamo un'ingiustizia maggiore facendo del fratello il nostro persecutore e carnefice.

Siate gli Angeli della Missione

8. Amatissimi confratelli, vorrei che ognuno di voi si impegnasse ad essere l'angelo della missione, della comunità in cui vive. Gli Angeli sono sempre apportatori di pace. Sapendo quanto Dio ci ami, hanno grande stima di noi e ci trattano con grande riverenza e rispetto; essi ci suggeriscono sempre pensieri e sentimenti buoni e caritatevoli. Seminate anche voi buone parole, sempre, dappertutto; le buone parole non costano niente e fanno sempre bene. Non rincarate mai la dose quando sentite parlare sfavorevolmente di alcuno; cercate di attenuare anzi i difetti dei confratelli, quando in qualunque modo venissero rilevati. Molti dissapori e contese fra confratelli sono effetto di malintesi: quale angelico impegno sarà il vostro, se con le buone parole e benigne interpretazioni cercherete sempre di chiarirli e dissiparli

Non c'è poi nulla che ferisca, che alieni tanto i cuori quanto le parole aspre, sprezzanti, offensive. A volte aprono ferite che non guariscono più e che l'amor proprio non dimentica mai. Per carità, non sia mai che tali parole escano dalla nostra bocca, e non rendiamoci mai colpevoli di riferirle, se le avessimo udite a riguardo di terze persone.

La maldicenza e la mormorazione

9. Guardiamoci poi soprattutto dal maledetto vizio della maldicenza e della mormorazione, il più grande distruttore della carità. Non imitiamo quei miseri preti che non hanno da dir niente di bene di nessuno. Parlando oggi dell'uno, domani dell'altro si trova che su ciascuno hanno da dir male: di questo, perché non ha studi e capacità per quel posto, di quello, perché non ha fatto mai niente di buono, di un terzo, perché è attaccato al denaro e andate dicendo. Dopo aver trattato un certo tempo con questi tali si trova che han detto male di tutti, di Superiori, di inferiori e di uguali, e se di presenza usano ancora cortesia ai confratelli, che essi tengono in tanto poca stima, il loro tratto è più effetto di politica che di carità. Sono poveri infelici, spesso troppo pieni di sé; diventano dei soggetti pericolosi e temuti in una Comunità e possono far grandi danni, quando specialmente vengono a contatto con giovani inesperti o di poca virtù.

Questo della maldicenza è un vizio, che ogni missionario deve aborrire: è troppo vile, deleterio, diabolico. Anime nobili quali siamo, facciamoci un punto d'onore di non dir mai male di nessuno, di tener tutti nella nostra stima, anche i difettosi, anche i peccatori, pensando che, se fossero note al sole le nostre manchevolezze, avremmo molto da arrossire anche noi.

10. Facciamoci invece una regola di mettere in onore tutti i nostri prossimi e specialmente i nostri confratelli, dicendone sempre bene, o tacendo quando ciò non si potesse fare senza offendere la verità. Ma un cuore generoso e benevolo trova sempre modo ed occasione per attenuare, scusare i difetti e mancamenti dei fratelli.

Giungono nuovi missionari in una missione? Ci sia chi si faccia premura di caritatevolmente circondarli e di far loro nei primi tempi la presentazione di tutti i confratelli, che quelli forse non hanno mai conosciuto. Quale bella occasione per promuovere, l'unione fraterna, per ispirare edificazione e santa emulazione nei nuovi venuti, presentando di tutti i vecchi membri della Missione i lati più belli e le virtù in cui maggiormente ciascuno si distingue! Quanto sarebbe invece deplorevole che qualche inconsiderato si credesse in dovere di far rilevare i difetti di questo e di quello, seminando così prevenzioni contro i confratelli e deprimendo gli spiriti con notizie che non sono di edificazione per i novelli missionari, i quali, specialmente sul principio, sono sensibilissimi ad ogni impressione!

Le spiritosità

Ci piace fare dello spirito? Ricordiamo che difficilmente chi ama fare dello spirito riesce ad essere benigno e caritatevole con i fratelli. Le spiritosità sono tali perché pungono, e le punture non piacciono a nessuno. Gli uomini spiritosi potranno farsi ammirare, potranno anche divertire, ma difficilmente si fanno amare. Guardiamoci da questo vezzo, che non serve a correggere il fratello e non ci aiuta certamente ad imitare la carità di nostro Signore, il quale non ha mai riso e non ha mai fatto ridere di nessuno. In generale teniamo a mente che un Istituto nel quale le lingue non sono ben regolate, non ha vero spirito di Dio e non s'avvia a vero progresso.

Benevolenza verso i Superiori

11. Benevoli con tutti, lo dovete essere in modo tutto particolare con i vostri Superiori, che sono veri vostri Padri in Cristo. Non contristate i vostri Superiori con la disubbidienza, con le mormorazioni, con la mancanza di riguardi. Se sapeste quanto hanno da soffrire nel posto che occupano; se sapeste quante angustie, afflizioni, preoccupazioni, timori costano il buon governo delle Case, delle Missioni! Quante volte i Superiori hanno il cuore amareggiato, e per salvare la carità non possono parlare, non possono dare spiegazioni di certi loro atti e disposizioni, che vengono ingiustamente criticati! Se i Superiori, anche quelli manchevoli, anzi specialmente quelli manchevoli, fossero sempre oggetto della benevolenza, dell'ossequio affettuoso dei confratelli, se non si vedessero invece tante volte circondati da volti sostenuti, diffidenti, ostili, se non si sapessero oggetto di lamenti e di critiche... quanto meglio terrebbero il loro posto! Oh! quanto dispiacciono al Cuore SS. di Gesù quei missionari che, pur sotto specie di bene, affliggono i loro Superiori e non lasciano passare occasione per esternare a loro riguardo critiche e disapprovazioni!

12. Se abbiamo cose da osservare o da lamentare sul conto del Superiore, prima preghiamo e invochiamo i lumi dello Spirito Santo, poi facciamo la nostra osservazione o anche la nostra ri-mostranza in modo franco e diretto, ma sempre con il dovuto rispetto e con affettuosa benevolenza. In questo modo non peccheremo, ma edificheremo. Non siamo ascoltati e ci pare che la cosa meriti proprio riparo? Volgiamoci ai Superiori maggiori dell'Istituto. Fatto questo, stiamocene tranquilli, perché noi non abbiamo altra responsabilità.

Ma guardiamoci dal disseminare e rinfocolare disistima verso i nostri Superiori e dal far partiti fra i confratelli. Questa è opera sommamente nefasta, perché quasi sempre in tali casi hanno buon giuoco e spadroneggiano le passioni; non si edifica, ma si distrugge; si distrugge con grande soddisfazione del nemico delle anime, perché in ultima analisi, dalle contese, dalle divisioni, dalle discordie, che possono turbare le nostre relazioni con i Superiori e con i confratelli, chi ci guadagna sempre è solo il diavolo. Si son viste troppe volte nella Chiesa vocazioni perdute, comunità rovinate, Missioni distrutte dal demone della insubordinazione e della discordia. Per somma ironia tutti gli attori di tali rovine si sono sempre detti animati da amore per il bene, da zelo per la gloria di Dio! Ed invece hanno fatto si che si verificasse il pericolo segnalato da S. Paolo ai Galati: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri» (Gal 5, 15) e si sono distrutti! Temiamo assai il demone della discordia e della ribellione: se non fa sempre rovine in grande, può pur recare seri turbamenti e mettere a repentaglio le vocazioni.

13. Circondate dunque i vostri Superiori con la più squisita benevolenza: li chiamiamo Superiori, ma sono di fatto nostri servi per amore di Gesù: «Essi vigilano per le vostre anime, come chi ha

da renderne conto» (Eb 13, 17); non li contristate, non li amareggiate, perché contristerete Gesù, che sicuramente essi rappresentano: «Chi disprezza voi, disprezza me» (Lc 10, 16). Non c'è assolutamente alcun dubbio che l'affettuoso, filiale rispetto, la sincera benevolenza che nutrirete verso i vostri Superiori, specialmente se non sono di vostra soddisfazione, attirano su di voi sulle vostre opere bellissime benedizioni del Signore, perché tale vostro comportamento suppone un sublime atto di fede, che Gesù ripaga generosamente.

Nei nostri reciproci rapporti bisogna poi tener calcolo della parte che ci possono giocare i nostri nervi. Troppe volte non si bada a ciò e si giudica malvolere, cattiveria quello che è una semplice esplosione di uno stato di irritabilità del sistema nervoso. Nelle missioni, specie in quelle di paesi caldi, i missionari sono troppo soggetti ad avere il sistema nervoso compromesso, e diventano molto sensibili e facilmente irritabili. Quando, per ragioni del clima o per esaurimento prodotto da troppo lavoro, i nervi sono così tesi e malati, riesce difficile essere sempre amabili e benevoli con i fratelli. Però, in tali casi, non infrequenti, bisogna fare ogni sforzo per padroneggiarsi, specialmente se si è Superiori. I Superiori sono debitori a tutti e debbono possedere una maggior forza di controllo su se stessi.

D'altra parte, se sappiamo che il nostro fratello, il nostro Superiore è nervoso, abbiamo un motivo di più per esercitare la nostra benevolenza e considerazione con il non metterli alla prova, con il compatirli e addolcirli con tratti gentili e parole benevoli. Quanta materia di virtù e di santificazione per tutti anche in questi casi!

Benevolenza verso i Missionari giovani

14. La benevolenza più delicata devono esercitare i Rettori delle Case, i Direttori di spirito e quanti hanno la responsabilità della formazione dei nostri giovani nell'accompagnare e sostenere le vocazioni, esposte, nel lungo periodo di preparazione, a tante crisi e tentazioni. Ministero veramente delicato e sublime, per il quale ci vuole cuore più che paterno, gran tatto e buon occhio. Se i ragazzi, i giovani sono guadagnati da un cuore paterno, si lasceranno leggere, guidare, formare e andranno senza ondeggiamenti verso la meta. Se invece non saranno circondati da grande benevolenza, rimarranno sempre un po' estranei ai Superiori e all'Istituto, troveranno spesso ragioni di scontento, non si lasceranno del tutto conoscere, e potranno facilmente cedere alla nostalgia ed allo scoraggiamento.

Ma è specialmente per i Missionari giovani che dobbiamo tutti avere particolari attenzioni ed un cuore ricco della più grande benevolenza e carità. I giovani difficilmente sanno essere benevoli: ricchi di entusiasmo, mancano di esperienza della vita, sono affrettati nei giudizi e facilmente si sconcertano quando non vedono nelle cose quella perfezione che hanno vagheggiato nei loro ideali di bene. D'altra parte gli anziani pure facilmente dimenticano le manchevolezza della loro gioventù, si lamentano che i giovani di oggi non sono come erano loro; li trovano deboli, mancanti di iniziative, esigenti...

È qui, amatissimi confratelli, che desidero specialmente richiamare la vostra attenzione: è su questo punto che desidero siano sempre più perfetti i nostri rapporti. Quante vocazioni fallirono, quanti missionari hanno reso molto meno per la causa di Dio e delle anime di quanto avrebbero potuto, solo perché non furono compresi, non furono aiutati, non s'incontrarono in cuori benevoli che, specialmente in certi momenti critici della vita, li comprendessero, guidassero ed incoraggiassero!

È vero; nelle missioni si deve vivere spartanamente anche per quanto riguarda lo spirito, non potendosi trovare tutta quell'abbondanza di sussidi spirituali che si ha sotto mano nei paesi cristiani. Pure è indubitato che i giovani missionari, specialmente al principio della loro vita apostolica, hanno bisogno di molta simpatia, hanno bisogno di guida e di incoraggiamento. Se i vecchi trovarono da sé la via, ai giovani bisogna mostrarla; se nei tempi eroici si faceva come si poteva e il Signore aiutava, oggi che le cose hanno un loro ordine, una loro organizzazione, bisogna procedere per le vie ordinarie e non presumere un'assistenza straordinaria di Dio dove questa non è più necessaria, e noi possiamo e dobbiamo aiutarci ed illuminarci vicendevolmente.

15. Se il confratello ha bisogno di consiglio e di conforto, non gli siamo avari di buone parole, specialmente se viene a noi nel sacro Tribunale della penitenza. Diremo cose che egli conosce e saprebbe dire meglio di noi; non importa. Nessuno ha tanto bisogno del medico quando è malato come i medici. Troppe volte invece ci lasciamo prendere da un brutto rispetto umano e lesiniamo al confratello quella buona parola, quella esortazione che abbondantemente diamo agli altri.

Questo incoraggiamento dobbiamo darcelo tutti vicendevolmente, ma quello che vien dai Superiori ha un'efficacia ed una forza tutta speciale. Nel mondo ecclesiastico si sente talvolta lamentare una cosa che io non so quanto sia vera. Si dice che se un prete sbaglia, è subito richiamato e punito; ma quando per anni ed anni questo prete si adopera faticosamente a salire i sentieri spesso aspri del dovere, raro è che i Superiori lo incoraggino, lo sostengano e lodino per i suoi sforzi. È certo che, specialmente per noi Missionari, che facciamo un lavoro nascosto e lontano dagli occhi degli uomini, un lavoro solo sostenuto dalla forza della grazia e della fede, ma pure spesso arido ed ingrato, che dobbiamo condurre una vita disagiata e spesso afflitta da infermità, per noi l'incoraggiamento dei Superiori, la loro simpatia e benevolenza sono elementi troppo necessari, specialmente nei primi anni di missione. Non si dovrebbe mai sentire dai nostri missionari il lamento che il Superiore non si cura di loro, che non li incoraggia nelle loro iniziative, che non li sostiene nelle difficoltà.

16. Il missionario, specialmente agli inizi della sua carriera, va non di rado soggetto a momenti di nostalgia, si sente solo, non vede chiaro nell'avvenire. Quasi sempre la crisi si supera, perché lo spirito di fede in lui è forte, ma in quei momenti quanto si apprezza una buona parola, uno sguardo incoraggiante!

La maggior parte dei giovani missionari, dotati di buon criterio e animati da spirito di iniziativa, vedono lavorare i più anziani, intuiscono metodi e sistemi e si sbrigano senza tanta fatica, e tanti, più che di stimolo, hanno bisogno di freno. Ma ce ne sono alcuni di carattere timido e incerto, di criterio non troppo sicuro, i quali hanno bisogno di essere indirizzati a lungo ed anche spronati. La mancanza di assistenza, di affettuoso incoraggiamento a questi missionari, che avrebbero pur potuto riuscire assai bene, ha fatto spesso degli spostati, dei pigri ed inattivi e talvolta degli originali. In principio si sarebbero potuti piegare e indirizzar bene; dopo pochi anni di una vita senza guida non si piegano più e sono irrimediabilmente compromessi.

A questo proposito giova ricordare che i missionari che l'Istituto manda alle missioni sono generalmente dei giovani appena usciti dalle mura del Seminario. hanno avuto, sì, una preparazione teorica, ma la preparazione pratica debbono averla nelle missioni, sotto la guida di buoni maestri, di missionari esemplari. Non c'è ragione di necessità che possa mai giustificare il mandare un missionario, da pochi mesi arrivato in missione, in una stazione remota, dove dovrà affrontare da solo un mondo tutto nuovo.

Aggiungo un'altra riflessione. Il lavoro del missionario è frutto di amore, di fede, di entusiasmo. Nessun Missionario lavora per uno stipendio; per quello che uno riceve, sarebbe obbligato a fare ben poco. È la carità di Cristo che lo spinge, l'amore di Dio e delle anime che lo muove a darsi, a moltiplicarsi, a sacrificarsi talvolta senza misura. Ma il missionario è pur sempre uomo, e le prove, le tentazioni non gli mancano. Lo sostengono la fede, la preghiera, la S. Messa... ma quanto gli è necessaria pure la simpatia dei confratelli e specialmente quella dei Superiori!

17. Molto di quello che fa il missionario è frutto di libera iniziativa; potrebbe incomodarsi meno... Se si sente sostenuto dall'incoraggiamento cordiale, dall'approvazione dei confratelli e del Superiore, egli si moltiplica ancora di più e il regno di Dio progredisce e le anime si salvano. Se invece egli non sente che il morso della critica, se il Superiore sembra ignorarlo, o tener in poco conto quello che fa, e all'occasione non l'aiuta neppur con una buona parola, molta energia si perde, e c'è da temere che egli si lasci vincere dallo scoraggiamento e dica: a che affaticarsi tanto?

Non voglio già insinuare che si debba lavorare per l'approvazione degli uomini, o per altra umana soddisfazione: tutto, sempre, solo per Dio deve essere la regola del vero missionario; però è anche certo che un po' di benevolenza dei Superiori per il nostro lavoro è doverosa e fa sempre bene; è quasi come la visibile compiacenza di Dio e la Sua approvazione. L'incoraggiante parola del generale stimola i soldati sino all'eroismo, mentre l'indifferenza smorza le energie; e molte opere di bene caddero per mancanza di benevola incoraggiante accoglienza.

Dovrebb'essere di grande interesse per un Superiore incoraggiare con la sua benevola e pratica simpatia il lavoro, le iniziative buone dei suoi missionari, i quali così lavoreranno di più e con maggior contentezza; si manterrà il controllo sulle opere e sarà più facile dare a queste quell'indirizzo che si crede migliore. Si accetta volentieri il consiglio ed anche la correzione da un cuore che mostra di sapere apprezzare la nostra fatica e le nostre intenzioni.

18. Siamo poi inclinati a veder sempre con grande benevolenza il lavoro e le opere del nostro confratello: non ci prenda mai il brutto vizio dell'invidia e della gelosia, e non siamo di quelli che non sanno vedere che difetti e manchevolezza. in tutto, fuorché nelle cose loro. Finché quel confratello era nostro compagno nel posto, nell’ufficio, non avevamo gran che da dire di lui, ma ora che ci avanza in qualche cosa, ora che è diventato nostro Superiore, troviamo, non si sa come, più frequenti occasioni di lamentare questo e quel difetto e, se dobbiamo sottostargli, sentiamo una certa insofferenza e troviamo da dire sui suoi progetti, su quello che fa o non fa... Che cosa è questo? Non sarebbe invidia? Non sarebbe gelosia? non sarebbe superbia? E se andassimo tanto oltre da impedire vere opere di bene, solo perché non ne viene da noi l'iniziativa? Esaminiamoci pure se il nostro criticismo, il nostro malumore non sia prodotto dal non essere noi riusciti in quell'opera, in quell'impresa come il fratello. Guardiamoci assai dall'invidia e da tutte le sue vili e subdole manifestazioni, così contrarie allo spirito largo, generoso, nobile del vero missionario.

19. I più generosi sentimenti di benevolenza nutriamo pure per l'opera di qualunque altro Istituto missionario, e non sia mai che fra noi si parli con poca stima di essi. In questa materia è tanto facile che ci faccia velo l'amor proprio. Abbiamo cuore largo e generoso sempre e con tutti.

Benevolenza verso gli ammalati

20. Se abbiamo da essere sempre buoni e caritatevoli con i nostri fratelli, lo dobbiamo in un modo tutto speciale quando qualcuno di essi è ammalato. Oh! quali occasioni per praticare la benevolenza e la carità! «Chi è debole, che anch'io non lo sia?» (2 Cor 11,29). Questa espressione di S. Paolo, così caratteristicamente cristiana, dovrebbe dirci tutto quello che dobbiamo sentire e praticare quando il nostro confratello è infermo o comunque di debole salute e bisognoso delle nostre cure, delle nostre attenzioni, del nostro compatimento. Specialmente se siamo Superiori di una comunità, di un distretto, di una Missione, quale delicatissima premura non dobbiamo avere per chi è infermo! L'alunno che ha lasciato la famiglia per seguire la voce di Gesù, deve trovare nei Superiori e confratelli cuori non meno teneri e premurosi di quelli della madre e delle sorelle. Come si ricordano volentieri le premure che un Superiore, un prefetto, i compagni ci hanno prodigato durante un periodo di malattia! Quanto queste attenzioni giovano a legare alla vocazione ed all'Istituto!

Ma è nelle missioni, dove troppo spesso si è indisposti, dove troppe volte si manca di medici e di rimedi, è nelle missioni che per i confratelli ammalati, bisognosi di cure e di riguardi, la carità deve soprattutto esercitarsi e talvolta anche in grado eroico, come quando ci fosse da sfidare pericoli e lunghi viaggi per correre al fianco di un confratello infermo. Quanto è bello l'aiuto affettuoso di un Superiore, di un confratello quando si è così ammalati, abbandonati, lontani, quando manca tutto, ma non mancano le premure di un cuore fraterno! S. Alfonso M. de' Liguori dichiarava di essere pronto a lasciare tutto per venire in aiuto dei suoi religiosi, e dice che gli importava più di aiutare questi, che di fare qualunque altro bene.

Non si senta mai fra noi il lamento che confratelli ammalati furono trascurati, che per economia di denaro furono negate cure e trattamento conveniente a chi ne aveva bisogno. Il missionario naturalmente di cuore generoso, e, come è tale con gli altri, così ama egli stesso essere trattato allo stesso modo. Ricordiamo che tutto quanto spendiamo per la salute dei confratelli, specie se si tratta di missionari che si sono logorati per la causa di Dio, ci verrà ridonato al centuplo.

E se gli infermi fossimo noi?

21. Che se gli infermi fossimo noi, quanta materia anche qui per esercitare la benevolenza e la carità! Tante volte è difficile dire se siamo più a disagio noi che siamo ammalati, o quelli che si incomodano per noi. Saper soffrire è assai difficile, i missionari però sono fra i pochi che sanno soffrire con dignità e senza rendersi gravosi più del necessario. Ma non è sempre così; ci sono pur taluni che non intendono quanto sia bello soffrire e nello stesso tempo saper usare riguardi per chi ci assiste e mostrare gratitudine per quanto si fa per noi. Missionari del Crocifisso, rendiamo amabile anche il soffrire; nascondiamo quanto è possibile le nostre pene, le nostre afflizioni, i nostri malanni, e non rendiamo infelici gli altri con i nostri lamenti, con le nostre impazienze ed esagerate pretese! Quando il nostro soffrire è tanto garbato da essere di edificazione ai confratelli, diventa per essi un privilegio il servirci, ed è un segno infallibile che abbiamo fatto qualche progresso nell'amore di Gesù Cristo.

Benevolenza verso le anime che ci sono affidate

22. Benevoli con i confratelli, lo dobbiamo essere altrettanto con le anime che ci sono affidate; con queste anche di più, perché dobbiamo guadagnarle a Dio e non c'è via migliore per attrarle che quella della benevolenza, della benignità e della carità. Non vi dico una cosa nuova se vi affermo che nelle Missioni chi apre il più delle volte la strada alla fede, non è già l'eloquenza e l'erudizione del missionario, ma la sua carità. Un missionario dotto quanto si vuole, se è burbero, freddo, asciutto e riservato, se sdegna di scendere ai piccoli, ai selvaggi, non farà gran che di bene. Il paria, il santal, il cariano, il povero cinese si attirano più con la bontà che con il prestigio dell'autorità e della predicazione. Anche quando le conversioni vengono per una di queste ragioni, è poi sempre la bontà personale del missionario che guadagna il cuore ed affeziona il convertito alla fede ed a Gesù Cristo, del Quale egli vede l'immagine sovrumana nel missionario.

Il missionario: un altro Cristo!

23. Il missionario deve essere «un altro Cristo» specialmente in questo, se vuole avvicinare le anime e conquistarle. Il missionario mite ed umile di cuore, il missionario che, dovunque passa, lascia tracce di bene, che riproduce in sé la benignità e l'umanità del Salvator nostro, avrà indubbiamente il dominio dei cuori e farà gran frutto d'anime.

La benignità, la mitezza, la pazienza del missionario sono la grande calamita che attira i cuori dei poveri infedeli, sono la caratteristica che distingue il missionario cattolico dal ministro di qualsiasi altra religione. Il missionario è rappresentante di Gesù Cristo, e non ufficiale dei re della terra. E perciò in nessun modo è da approvarsi e da tollerarsi che si maltrattino, percuotano, e multino neofiti e catecumeni.

Avrei tante altre cose da dire a questo riguardo, ma basta l'accenno che ne ho fatto. Solo ricordo che è soprattutto nel trattare con gli inferiori e con gli umili che si prova se la nostra è vera benevolenza, esuberanza cioè d'amore di Dio, profumo della carità del S. Cuore, che nel prossimo nostro ci fa vedere Dio.

È facile essere cortesi, servizievoli con i Superiori, con i ricchi, con le persone simpatiche. Ci sono dei missionari che passano per persone compite e garbate e sono sempre pronti a favorire; ma, se a costoro risultasse fastidioso trattare con i poveri, con gli ammalati, con gli ignoranti, con gli importuni, che cosa bisognerebbe dire? Che la loro non è la benevolenza e la carità dei santi, ma raffinatezza mondana, fondata su amor sensuale ed interessato.

24. Amatissimi Confratelli, teniamo sempre presente allo spirito l'avviso dell'Apostolo ai Romani, che compendia tutto quello che ho raccomandato su questo argomento della mutua benevolenza: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda; abbiate i medesimi sentimenti; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili» (Rm 12,10).

Facciamo bene, trattiamo bene, sempre bene, tutti bene, non badiamo alle offese, ai torti ricevuti, alle mancanze di riguardo; non crediamo volentieri alla cattiveria del fratello, sappiamo sempre scusare, sempre perdonare, siamo senza preferenze, permettiamoci il lusso di essere buoni con chi meno sembrerebbe meritarlo, «Vinci il male con il bene» (Rm 12,21). Tutto questo è bello, è divino, perché è fare come ha fatto Gesù, sempre instancabilmente buono con noi.

Se io son buono con il mio fratello triste, provato, difettoso, io gli addolcisco la pena, lo obbligo a correggersi. Con la generosità di tratto, con la mia ricchezza di bontà verso il confratello neghittoso, sfiduciato, io moltiplico la sua capacità di lavoro e di bene.

Ai nostri confratelli non abbiamo forse nulla da dare; ma possiamo sempre dispensare con grande abbondanza il nostro ottimismo, la nostra stima, il nostro incoraggiamento affettuoso: tutto questo è già dono assai prezioso, perché è una parte della immensa bontà del Cuore di Gesù, dal Quale dobbiamo attingere la nostra benevolenza. La maggior parte dei dispiaceri che ci rendono amara la vita è prodotta dalla imperfezione dei nostri rapporti fraterni; se invece saremo tutti animati da questo profondo spirito di mutua carità e benevolenza, sarà una beatitudine convivere assieme e lavorare concordi al raggiungimento dei santissimi scopi del nostro Istituto.

Mutua collaborazione

25. Ed ora una parola sulla necessità che i rapporti di mutua collaborazione diventino fra noi sempre più stretti, armonici e perfetti, perché possiamo procedere uniti e compatti al raggiungimento di questi nostri altissimi fini.
La nostra condizione di missionari ci ha obbligati troppo spesso e ci obbliga tuttora in molti luoghi a vivere isolati. Messi a capo di vasti distretti, di molteplici opere, fatti fondatori di nuove Chiese, abbiamo dovuto abituarci ad assumere le nostre responsabilità ' a non aver troppo bisogno di indirizzi, a seguire i nostri particolari criteri, in una parola, a far da noi. I nostri rapporti fraterni quindi risentono naturalmente di queste nostre condizioni di vita, come ne risente il senso della mutua collaborazione.
Organizzandosi ora meglio le cose, nelle missioni come in Italia, e moltiplicandosi le occasioni di vivere insieme e di dover attendere alle opere, non più da soli ma in collaborazione con altri confratelli, si avverte talvolta un certo disagio per la differenza dei temperamenti e delle vedute, e più, mi pare, per quel carattere indipendente che hanno un po' tutti i Missionari e che, come ho detto, è in parte prodotto dallo stesso genere di vita.
Comunque sia, è certamente doloroso che, qualche volta, per questa ragione vengano a soffrire e ad essere compromessi gli interessi di Dio e delle anime e la stessa vocazione, cose che, per noi missionari, dovrebbero essere sempre al di sopra di tutto e di tutti.
Che avviene talvolta? Avviene che, per incompatibilità di caratteri, come si dice, un Superiore non può disporre liberamente dei soggetti. Uno che andrebbe bene in un posto, in un ufficio, non si può adoperarlo, perché si domanda: «Come andrà d'accordo? Chi può stare con lui?».
Di quanto bene privano le anime e l'opera di Dio uomini anche di talento, che non possono essere adoperati perché di carattere rigido, intransigenti, accentratori... Se si pensasse che siamo tutti strumenti e non già artefici, che nella casa di Dio siamo servi e non padroni, questo non avverrebbe.Si professano sottomissione e obbedienza, ma non si è contenti che nel posto, nell'ufficio di proprio gusto, che non è sempre quello che maggiormente giova al bene generale delle opere. I vari pezzi di una macchina si scelgono forse da sé il proprio posto? certo che no, ma ognuno è messo là ove serve al funzionamento di tutto l'organismo: è cosa evidente, ma non la si intende sempre così quando si tratta della nostra compagine morale.

26. C'è chi si nega per qualunque ufficio: per questo non si ha attitudine, per l'altro non si ha salute, e si finisce con il vivere in uno sterile isolamento, salvo a prestarsi, quando piace, a fare per altri, fuori del proprio posto, quello che si rifiuta di fare per obbedienza a bene della Casa, della Missione e dell'Istituto.

C'è pure chi, animato da sdegnoso pessimismo, trova che tutto va male, che la Missione, l'Istituto non vanno come dovrebbero andare, che dappertutto si sono fatti errori: quest'opera non si doveva fare, il tale non era adatto per quel posto e via dicendo. Si prendono arie superiori, si fa capire che, messi al tal posto, si sarebbe fatto assai meglio... e intanto si seminano diffidenze, si demolisce, si disgrega.

27. Non sia mai che fra noi si abbiano a lamentare tali miserie, che si manchi di docilità nell'obbedienza, di umiltà di giudizio facendo poco conto della capacità e della virtù dei nostri Superiori e confratelli. Teniamo presente che la incompatibilità, l'insofferenza che rendono difficile il collaborare con il confratello non sono altro che superbia. Siamo tenuti in un posto subalterno? Siamo docili, umili, maneggevoli, affezionati, non siamo impazienti del giogo, ma stiamo dolcemente sottomessi a chi ci presiede. Siamo Superiori? Dobbiamo avere tesori di bontà e di pazienza. Ognuno che occupa un posto di direzione, sappia apprezzare i suoi coadiutori ed abbia l'arte di trattarli bene e di tenerli in tale considerazione da trame il massimo servizio per l'opera comune.

Non si sia accentratori, non si mostri di mancare di fiducia nei subalterni e negli altri cooperatori. Alcuni in pratica mostrano di avere fiducia solo in sé stessi e si sobbarcano a maggior lavoro per far la parte anche degli altri, ma le cose non camminano bene lo stesso, perché non si può bastare a tutto.
E più grande sapienza saper apprezzare e valorizzare quello che di buono ognuno può rendere, incoraggiando, lodando, avendo occhio a tutto e tirando tutti al fine che si vuole raggiungere.

Unione fraterna

28. Cerchiamo dunque di lavorare compatti ed in buon accordo nel posto che ci ha assegnato l'obbedienza. Non dimentichiamo che l'Istituto nostro rappresenta una delle più gloriose armate della Chiesa. Come soldati di questo forte esercito dobbiamo marciare uniti ed in buon ordine «come un esercito schierato in battaglia (Ct 6,4). Se non avremo spirito di corpo, se ognuno vorrà fare a suo modo, se non saremo obbedientissimi agli ordini dei nostri capitani, se ci sbanderemo, diventeremo deboli e riporteremo sconfitte invece di vittorie. Le vocazioni perdute in tutti gli Istituti per mancanza di spirito di obbedienza e di unione fraterna sono una triste dimostrazione di questo: «Il loro cuore è diviso; ora moriranno» (Os 10,2). Saremo uniti? Salveremo anime, edificheremo la Chiesa e vinceremo sempre: «Un fratello che è aiutato dal fratello è come una città fortificata» (Prov 18,19).
Questo spirito di cooperazione deve animare in modo tutto particolare i nostri cari Missionari che lavorano nelle Case d'Italia. In queste Case si prepara l'avvenire dell'Istituto e delle nostre missioni. Se qui si lavorerà tutti con zelo intelligente non solo, ma nella più santa unione fraterna, tendendo con sforzi unanimi e concordi ad un unico fine, non ci sono sviluppi ai quali l'Istituto non potrà aspirare.
A determinare i compiti di ciascuno ed i rapporti che devono intercedere fra i vari Padri aventi uffici nelle Case, verrà presto pubblicato un apposito Direttorio, e fin d'ora raccomando vivamente che tutti abbiano a conformarvisi perfettamente.

29. Infine credo bene ripetere quanto scrivevo ai confratelli residenti in Italia nella mia lettera Circolare del 1 Maggio 1925: «È comune vivissimo desiderio che tutti abbiano a nutrire un grande, pratico e fattivo interessamento per il bene dell'Istituto in generale, che tutti abbiano a sentirsi uniti da un sano spirito di corpo per favorire in ogni miglior modo, sempre che se ne offra l'occasione, le vocazioni, la diffusione della nostra stampa, la raccolta di fondi per l'Istituto, ecc.
Questo interessamento, promosso anche a costo di sacrifici personali, è desiderabile in tutti, ma non deve assolutamente mancare in quelli che hanno uffici nelle Case, o comunque sono permanentemente stabiliti in Italia. Questo spirito di comune cooperazione per il progresso dell'Istituto come tale manca alquanto fra di noi. L'aver appartenuto a tante Missioni diverse, l'aver vissuto per tanti anni divisi, intenti ciascuno al proprio lavoro, possono spiegare il fatto: è però necessario che i nostri Missionari abbiano a sentirsi tutti figli di una stessa famiglia, della quale deve stare loro a cuore l'onore e il progresso. Parecchi Istituti missionari, sorti dopo il nostro, sono giunti a grande floridezza appunto perché è stato più vivo in essi lo spirito di corpo, l'amore per la causa comune.
E pur sempre permesso che ciascuno, quando e come può, favorisca la missione alla quale è appartenuto o tuttora appartiene; ma al disopra della propria missione si metta l'Istituto e le opere che questo ha in Italia, perché, solo se queste opere saranno forti, le missioni avranno vero vantaggio. Perciò, sempre d'intesa con i Superiori, si adoperino i nostri Padri a perseguire questo scopo: si metta da parte ogni spirito d'interesse particolare e personale, si sia pronti a sostenere anche qualche sacrificio ed incomodo per il bene dell'Istituto: tutto è sempre fatto per le anime, per le quali si è pure tanto sofferto e lavorato nelle missioni. Il trovarci ora noi in patria non deve essere a scapito dello spirito della nostra vocazione, e quello che per i poveri infedeli non ci è dato fare nelle Missioni, possiamo farlo qui e forse più efficacemente, benché tante volte con minore soddisfazione».
A questo proposito ricordo come dev'essere comune interesse che ognuna delle nostre Case in Italia diventi un centro di irradiazione della nostra influenza e della nostra propaganda. Gli stessi alunni debbono essere educati a questo sano spirito di corpo e di propaganda, che possono bene esplicare nelle loro relazioni epistolari e specialmente nei giorni di vacanza che loro si concedono.

Si inculchi negli alunni l'unione fraterna e l'amore all'Istituto. Amore all'Istituto non vuol dire solamente desiderio infrenabile di andare in missione. Il desiderio vivo e sincero di andare in Missione si suppone in tutti, ed è cosa non solo lodevole, ma necessaria in quanti si arruolano nel nostro esercito; ma chi ama veramente Gesù Cristo, più che alla soddisfazione personale di andare in missione, bada alla causa di Dio che si è venuti a servire. Se a giudizio dei Superiori uno deve essere impiegato per più o meno tempo in un posto in Italia, ci si deve adattare cordialmente, sicuro che nell'Istituto serve alla propagazione della fede ed alla salute delle anime tanto chi predica ai Cinesi ed agli Indiani, come chi insegna nelle prime classi delle nostre scuole apostoliche.

necessario che i nostri giovani siano educati fin dal Seminario a questi principi di sottomissione e di dedizione pratica e disinteressata alla causa del Vangelo, alla quale tutto l'Istituto è consacrato, e per la quale unicamente da tutti si lavora. Solo così si sarà strumenti umili e docili nelle mani di Dio e si compiranno cose grandi per la Sua gloria.

Amatissimi confratelli, chiudo questa lunga lettera con la preghiera che il Cuore SS. di Gesù ci investa tutti con le fiamme della sua divina carità, di modo che nei nostri reciproci rapporti abbiamo a spirare sempre amore e benevolenza. Spirito di grande mutua carità e cordiale cooperazione negli uffici che vi sono affidati, ecco quanto io auguro e raccomando per la vostra felicità, per il bene delle anime e soprattutto per il perfetto adempimento della legge del nostro Divino Maestro Gesù: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,20).

In unione di questa divina carità vi saluto e mi raccomando alle vostre orazioni.

Aff.mo in N. Signore

P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.