VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

  IL MISSIONARIO È SACERDOTE E VITTIMA

 «Andare missionari è andare a soffrire; ma soffrire in Missione è la vera gioia»

 Lettera circolare n. 22                     

Milano, ottobre 1933

 Amatissimi Confratelli,

 1. Il presente numero del «Vincolo», ritardato a causa specialmente dei miei problemi di salute, vi porta ancora una mia parola ed un mio saluto.  Ero quasi deciso a non pubblicarlo più, ma l'importanza particolare dei pensieri che intendo esporvi, e che già in parte espressi nelle parole d'addio che rivolsi ai carissimi giovani recentemente inviati alle missioni, mi costringe quasi a rivolgervi questa ultima mia lettera, non solo per darvi ancora un segno della sollecitudine che ho sempre nutrito per le anime vostre, ma più ancora per lasciarvi un ricordo, che stimo tanto utile per l'efficacia del vostro apostolico ministero e per mantenere genuino ed intatto lo spirito del nostro Istituto, che dev'essere tutto di abnegazione e sacrificio.  L'argomento è piuttosto ingrato alla natura, com'è ingrata la Croce; ma solo nell'amore della croce, nella pratica della mortificazione, nello spirito di abnegazione e di sacrificio sta il segreto della nostra santificazione, il successo del nostro apostolato, l'utilità per la Chiesa e per le anime dell'esistenza del nostro Istituto come società di uomini apostolico: solo in questo spirito sta la vera felicità del missionario.

Anno giubilare missionario

2. Vi scrivo, amatissimi Confratelli, mentre assistiamo alle soni manifestazioni che ininterrotte si succedono qui in Italia, ed Roma principalmente, per commemorare degnamente l'Anno giubilare della Divina Redenzione.  Avrei desiderato tanto vedere e clero e popolo cristiano avessero dato maggior impronta missionaria alla grande ricorrenza, che per tanti titoli ricorda, deve ricordare l'opera della propagazione della fede nel mondo, a mezzo ella quale si estende, si propaga, si rende efficace, effettiva la Dia Redenzione a favore dei popoli, perché non solo per noi cristiani, ma «per tutti è morto Cristo» (1Ts 5,10).

Comunque, per noi questo è un Giubileo squisitamente ed essenzialmente missionario; e, nell'ultima visita che ebbi l'onore di re al S. Padre, sentii il bisogno di ringraziarlo, a nome mio e vostro, per aver indetto questa massima fra le commemorazioni, che orda avvenimenti e doni dai quali emana per noi e per tutte le ime la salute e la vita eterna, e sono nello stesso tempo il fondamento della nostra vocazione apostolica, la ragione per cui l'Istituto esiste e per cui voi siete sparsi ora per il mondo a predicare il Vangelo.  Perché, miei cari, se Gesù è l'autore della salute, noi per quanto indegnissimi - abbiamo avuto dalla divina misericordia la missione di portare questa salute alle anime: noi siamo i missionari della Redenzione, a noi è affidato il compito sublime di rendere effettivo e di completare questo ineffabile mistero di salvezza universale: a noi la missione di dare Gesù Cristo alle anime e ancora non lo posseggono, di lavarle nel Suo sangue, di arricchirle dei suoi meriti, che altrimenti rimarrebbero inutilizzati, di tendere su tutta la terra il Regno benedetto di Dio.

3. E nostro Istituto delle Missioni non ha altra ragione di esistere che questa: noi gli apparteniamo perché, per divina elezione, amo i ministri della Redenzione.  La nostra piccola vita, la nostra povera esistenza è stata legata da Gesù alla sua vita, alla sua pera divina: dalla nostra vita bene impiegata, dal nostro ministero, dal nostro zelo dipende la salute di molte anime; dipende da noi se la Redenzione operata da Gesù sarà applicata più o meno estesamente alle anime.  Quale grande pensiero, quale enorme responsabilità, quale magnifico onore, essere così associati al Figlio di Dio; poter essere nelle sue mani strumenti di salvezza per le anime!

Questi sono i pensieri che il S. Giubileo mi richiama, grandi tremendi pensieri!  Sapremo noi essere degni cooperatori di Gesù Redentore?  Sapremo essere con Gesù e come Gesù dei veri redentori di anime, dei veri missionari?  Ecco la domanda che, tremando, dobbiamo rivolgere al nostro spirito in quest'anno giubilare.  E mi pare che una risposta confortevole, rassicurante ci venga dalle labbra di Gesù Crocifisso: Sarete degni cooperatori continuatori della mia missione redentrice, se saprete essere degni soci della mia passione, se nel vostro ministero saprete portare il mio spirito di penitenza, di abnegazione, di sacrificio, di immolazione.

Sacerdozio e sacrificio - Missionario e vittima

4. Che cos'è il Missionario?  Il Missionario è l'uomo scelto da Dio per continuare sulla terra la vita, l'opera, la passione di Gesù Cristo.  Gesù è venuto nel mondo per adorare degnamente il suo .Padre celeste e per offrirsi vittima di espiazione per i peccati degli uomini.  Questa è la parte sostanziale della vita, della missione redentrice di Nostro Signore.  Non intende quindi il suo sacerdozio, il missionario che, consacrando con Gesù, non si fa anche vittima con Gesù.  Non intende la sua vocazione di missionario chi accettando la parte attiva del suo ministero di insegnare, predicare, battezzare, non accetta anche la parte passiva di vittima per Gesù, di vittima con Gesù per ottenere la conversione delle anime.  Se vogliamo quindi essere degni cooperatori della divina Redenzione, studiamoci, come S. Paolo, come tutti i grandi uomini apostolici, di vivere ed offrirci crocifissi con Nostro Signore Gesù Cristo per la salvezza delle anime.

Miei amati confratelli, voi non siete gli inviati di una ditta, di istituzioni di carità e di educazione, e fare degli adepti da mostrare nelle statistiche ... : missionari della Redenzione, siete chiamati ad essere anche voi redentori, espiatori, riparatori, essenzialmente uomini del sacrificio, perché questo è la Redenzione: è soprattutto espiazione, e riparazione per mezzo del Sacrificio di tutta la vita di N. S. Gesù Cristo, culminato poi in quello supremo della Croce.

5. Può esservi quindi un missionario non mortificato, nemico perciò della Croce di Cristo, e pretendere di essere ministro della divina Redenzione?  Siamo Missionari, la nostra arma è la Croce, quella            Croce che redense il mondo e diede valore espiatorio e potere riparatore ai patimenti, alle penitenze, alle mortificazioni di tutti i cristiani, ma specialmente di noi sacerdoti che vogliamo lavorare per la salvezza delle anime.  L'opera redentrice cominciata senza di noi, per un imperscrutabile disegno di Dio, non si compie ordinariamente senza di noi.  Pensiamolo, meditiamolo; saremo missionari, salveremo anime in proporzione della parte più o meno grande che avremo ai patimenti, alle sofferenze di Gesù Crocifisso.  Siamo molto staccati dalle creature, molto amici della mortificazione?  Indubbiamente saremo grandi salvatori di anime.  Non ve lo affermo io, S. Paolo, dicendo che compie nella sua carne le sofferenze di Cristo, ci assicura che lo fa per ottenere la salvezza di molte anime: «per il suo corpo che è la Chiesa»(Col 1,24).

Se qualcuno vuol venire dietro a me...

6. Niente di grande si compie quaggiù - anche fuori del campo religioso - senza che intervenga il sacrificio, e l'apostolo, tutto sommato, in tanto vale in quanto ha forza e grazia di sapersi sacrificare per la sua opera, per le anime che gli sono affidate.  Fu dalla Croce, assai più che con la predicazione, che Gesù conquistò i cuori degli uomini e trasse a sé le anime.

Queste verità ci furono sempre insegnate e perché le avessimo pur sempre presenti allo spirito, quando partimmo ci fu consegnato un Crocifisso.  Perché non piuttosto un esemplare della Bibbia, di quella Parola di Dio che abbiamo la missione di annunziare?  Perché ci si volle inculcare che come per la Croce di Gesù fu redento il mondo, così è ancora per la croce, e per la croce del missionario, che questa Redenzione dev'essere applicata alle anime.  Sì, il missionario di Gesù Cristo non salverà molte anime, se non sarà anche lui crocifisso, in altre parole, se non sarà uomo di mortificazione e pronto al sacrificio.  Due dei nostri vescovi mi scrivevano recentemente, quasi con le identiche parole: «Il segreto della riuscita dei missionari è tutto qui: se vengono animati da grande spirito di sacrificio; se questo manca, manca tutto».

S. Paolo, come ho già ricordato, avverte specialmente noi missionari che la Passione di Gesù Cristo non è completa: deve essere completata con la nostra passione: «Completo nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo» (Col 1,24). E perciò il P. Lacordaire definì giustamente il sacerdozio: l'immolazione dell'uomo, aggiunta a quella di Dio.  Del resto, se tutti debbono portare la croce, quanto più il missionario deve stimare come dette a sé quelle parole con cui Gesù chiama i suoi eletti a seguirlo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mí segua!»'.

I nostri principi

7. Non credete, miei cari Confratelli, che vi ricordi queste cose, così occasionalmente, perché siamo nell'Anno Santo della Redenzione.  Oh! no.  Ve ne parlo perché «è per me un dovere» (1Cor 9,16). Vedo dovunque grande progresso e belle novità anche nel mondo missionario: ma terno, fortemente temo una cosa: che il nuovo, forse più dinamico, più scientifico, più appariscente e perciò più conforme allo spirito ed ai gusti del tempo, abbia a dare meno importanza, nell'estimazione e nella vita dei missionari, a quei principi seri, solidi, fondamentali, evangelici su cui si basa il vero apostolato cristiano.  Ed uno di questi principi, il primo di tutti riguardo al missionario è proprio questo che vi ho annunziato e ricordato.

E poiché è pure il principio più duro ed ingrato per la natura nostra, che naturalmente rifugge dal sacrificio, così è anche quello che rischia, più degli altri, di essere messo da parte e tenuto in minore considerazione.  E qualora ciò disgraziatamente avvenisse, io dico che sarebbe finita per le nostre missioni e per l'Istituto.  Si potrebbe dire di noi come del fico sterile del Vangelo: «Perché deve sfruttare il terreno?» (Lc 13,7).

8. Quell'antico piccolo libro intitolato Monita ad Missionarios, così pieno di divina sapienza, e che fu da me già più volte citato nelle precedenti lettere, ha su questo punto chiarissimi insegnamenti che amo qui riportare.  Come - in esso si dice - alla propria santificazione non si giunge per altra via che per quella della mortificazione e dell'orazione, così è pure per ottenere la salute e la santificazione delle anime.  L'esperienza quotidiana c'insegna che quando su tali basi si fondano le missioni, tutto riesce bene; quando si fabbrica su altri fondamenti tutto parimenti fallisce.  E reca l'esempio di Nostro Signore. «Ciò potrà essere più evidente e più chiaro se seguiremo nel deserto della solitudine G. Cristo che si prepara alla sua missione; egli, infatti appena si sottrasse alla vista degli uomini, addestrò la sua innocentissima carne con digiuni e altre mortificazioni e con veglie e preghiere, lasciando così ai predicatori del Vangelo un esempio, affinché ponessero come fondamento della predicazione evangelica quello stesso spirito che egli aveva posto.

E aggiunge queste preziose parole: «Infatti è fuori dubbio che il ministero apostolico si sviluppa e porta frutti per la gloria di Dio soltanto con il lavoro e la mortificazione del corpo, secondo le parole dell'Apostolo: «La morte agisce in noi, in voi la vita», come se dicesse: la morte opera nel nostro corpo mortale, ma per la nostra morte quotidiana nasce in noi la vita spirituale.  E come il grano di frumento non germoglia e dà frutto, se prima non muore, ma rimane esso solo, così il missionario, se non muore a se stesso per mezzo della mortificazione, in Dio, per vivere per il prossimo, senza dubbio rimarrà esso solo e rimarrà sterile il campo della missione».

9. Queste grandi verità si tengano sempre presenti da tutti i missionari del nostro Istituto, e ad esse si formino e si ispirino i nostri alunni: l'apostolato ha bisogno di caratteri robusti, di tempre forti, di volontà risolute; lungi quindi da noi gli spiriti molli, esigenti, eccessivamente preoccupati della loro salute... Questi, quando saranno in missione, renderanno poco, avranno mille pretese, e al primo malanno chiederanno di ritornare.

Guardiamo quali tipi di missionari si scelse Nostro Signore: «Non scelse come apostoli uomini eccessivamente delicati e molli, ma uomini assuefatti ad affrontare con animo invitto ogni difficoltà, l'inclemenza del tempo, il calore del sole, il freddo dell'inverno e altri incomodi, che sopportavano con delizia innumerevoli pericoli e ancor più innumerevoli fatiche, per provvedere alla salvezza delle anime, redente dal sangue di Cristo».

I nostri buoni cristiani d'Italia pensano, e con ragione, che la vita del missionario sia seria, austera e piena di privazioni, e così, grazie a Dio, è la vita che si conduce in tutte le missioni dai nostri ammirabili confratelli: pure bisogna vigilare, che un certo spirito moderno non s'infiltri anche fra noi, dapprima insensibilmente, chiedendo piccole concessioni, per far dopo più larghi progressi.  Conserviamo su questo punto il sacro deposito di usi e tradizioni che ci hanno lasciato i nostri migliori e più santi predecessori, tenendo per fermo che il Vangelo non invecchia mai, e Gesù Cristo è sempre moderno: «Gesù Cristo ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8).

Il dono di Dio all'Istituto

10. Il dono più grande fatto da Dio all'Istituto è lo spirito del Figlio suo effuso in abbondanza nei cuori dei nostri Fondatori e dei primi nostri padri, spirito solido e veracemente apostolico, che fondava lo zelo non tanto sull'azione esteriore e sulla molteplicità delle opere, quanto soprattutto sulla personale santificazione, fatta di verace amore di Dio, e quindi di grande spirito di sacrificio e di abnegazione.

Di qui quella speciale preferenza che essi ebbero per le missioni più ardue, più povere, e meno desiderate.  Su questa sovrana idea del sacrificio, più che su una grande base organizzativa e su molti mezzi umani, si fondarono l'Istituto e le nostre missioni.  Poche teorie, poche regole, pochi superiori: ma in compenso chiaro il concetto, il principio che, per essere apostoli, bisogna amare la Croce, non solo idealmente, ma con tutte le sue sofferenze, privazioni, immolazioni, e che così e solo così si salvano le anime, come le ha salvate Gesù Cristo «per la sua santa croce».

11. E qui permettete che mi estenda un poco.  Ho detto in principio che l'utilità dell'Istituto per la Chiesa e per le anime si misurerà dal grado del nostro spirito di sacrificio, nel quale, quando è genuino, è compreso tutto, perché spirito di sacrificio è poi spirito del più puro e vero amor di Dio.  Chi non ama non si sacrifica, e «nessuno ha un amore più grande» (Gv 15,13) di coloro che sanno darsi a Nostro Signore fino ad offrirgli tutta quanta la loro vita, come professiamo di fare noi.

Naturalmente con il sacrificio deve concorrere anche l'orazione, «perché senza di me», disse Gesù, «non potete far nulla» (Gv 15,5) e molto meno sacrificarci per Lui.  Ma cli questo altro elemento indispensabile della vita spirituale ho già detto qualche cosa altra volta, e non mi ripeto.  Piuttosto dobbiamo vigilare che non ci crediamo uomini spirituali e buoni operai evangelici per il solo studio e le molte pratiche di pietà.  Sarebbe grande inganno.  Attendano a questo in modo particolare gli educatori dei nostri giovani.  Stanno bene le nostre pratiche di pietà, la frequente predicazione della parola di Dio nelle meditazioni, nelle conferenze e nei giorni di ritiro...

Ma sarebbe vano tutto questo nutrimento di vita spirituale se non mirasse e servisse a dar vigoria alle anime e renderle pronte all'abnegazione della volontà, pronte alla mortificazione dei sensi.  È sconcertante vedere talvolta giovani regolari nelle loro pratiche di pietà, che possono anche essere stati notati come fervorosi in Seminario, ma che venuti alla pratica della vita e ad una maggior libertà, mostrano poco spirito di controllo sulle loro passioni, sui loro sensi, e sperimentano tanta difficoltà nell'obbedire e nel sacrificarsi.  Questo perché agli esercizi di pietà non si accompagnò lo studio della mortificazione e l'abnegazione della propria volontà.  Ma di questo tratterò più avanti.

Spiritualizziamo sempre più il nostro apostolato

12. In qual modo il nostro Istituto si renderà utile alla Chiesa e strumento adatto nelle mani di Nostro Signore per portare alle anime i frutti della sua divina-Redenzione?  In nessun altro modo che con il tenere sempre vivo e presente il suo fine, che è la maggior gloria di Dio, ed il procurare la salute di molte anime.  Come si consegue questo fine?  Le Costituzioni dicono: con la predicazione del Vangelo, ed è vero.  Ma quando la predicazione del Vangelo sarà efficace e convertirà e santificherà le anime?  Quando sarà fatta da uomini santi; altrimenti, senza tanto incomodarci noi, basterebbe annunziare il Vangelo agli infedeli a mezzo della radio, ora che è stata inventata.  E non lo dico per scherzo: non è altro che un «un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna» (1Cor 13,1) il predicatore che è privo dello spirito di Gesù Cristo.

Il missionario efficiente è colui che ha tolto da sé ogni ostacolo che gli impedisce di essere tutto di Dio: l'amore proprio e l'amore del mondo.  Noi vediamo oggi le nostre missioni belle e fondate ed in confortante sviluppo; ma sappiamo, pensiamo su quali fondamenti poggiano?  Sui sacrifici senza numero, sulle immolazioni gloriose di uomini che tenevano come assioma, confermato con la pratica quotidiana della vita, che virtù indispensabile dell'apostolo è la prontezza al sacrificio per amore di Gesù Cristo: sacrificio del proprio giudizio nell'obbedienza, dei propri comodi nella fatica, delle proprie preferenze nella carità. t stato questo spirito che ha fondato e portato al presente sviluppo le nostre missioni.  Sono concorsi anche mezzi umani, ma chi li ha utilizzati e fatti servire all'opera di Dio è stato solo questo spirito.

13. Ecco, cari confratelli, quello che è necessario, quello che solo conserverà e darà incremento all'Istituto ed alle sue missioni.  E noi eredi non degeneri di quelli che ci hanno preceduti con animo grande e generoso, per nulla schiavi del nostro amor proprio, della carne e del mondo, seguiamo anche noi come essi Gesù Cristo da vicino, e, come la loro, anche la nostra opera sarà benedetta.

Stiamo attenti e ben difesi contro quell'onda di naturalismo che invade ogni cosa e si spinge fino alle cose più sacre, fino alle missioni.  Come quelle formiche che rodono tutto il midollo delle cose e vi lasciano solo l'apparenza esteriore, che crolla al più lieve urto, così questo naturalismo ridurrebbe le nostre missioni, se arrivasse a far presa in mezzo a noi.  Servano queste parole di avviso e, ove ve ne fosse bisogno, a stimolo perché abbiamo a spiritualizzare sempre più la nostra vita e le nostre imprese, l'Istituto e le sue missioni.

E poiché l'avvenire delle nostre missioni sta nei Seminari che l'Istituto ha in Italia, è ai Superiori di questi che rivolgo una particolare parola.

La base educativa per i nostri aspiranti

14. Sappiano i nostri carissimi giovani che lo spirito di abnegazione e di sacrificio deve formare la base della loro educazione missionaria oggi, e della loro vita apostolica domani. I nostri educatori, dai Rettori e Padri Spirituali ai prefetti, vigilino soprattutto su questo punto, lo inculchino in ogni maniera, ne esigano la pratica, mettano spesso i giovani alla prova, e dove non trovano tale spirito, o almeno una seria disposizione ad acquistarlo, tengano per certo che là non c'è stoffa da fare missionari.

Tipi di missionari pigri e amanti dei propri comodi, che in missione non han reso quello che il Signore avrebbe avuto diritto di attendersi da apostoli, li si sarebbe potuti scorgere fin dal Seminario, e se si fossero licenziati per tempo, sarebbe stato tanto di guadagnato per tutti.

In pratica lo spirito di abnegazione lo si deve vedere nella fedeltà con la quale i giovani compiono il proprio dovere.  Il dovere ben fatto importa sempre rinunce, distacchi, e ripugnanze da vincere.  Il dovere nel seminario, in missione, ovunque, esige rinunce dei comodi, vittoria sui capricci e sull'incostanza, noncuranza per i gusti, disgusti, per le preferenze o ripugnanze della natura.  Chi è rigido e puntuale nell'adempimento dei propri doveri è già a buon punto nell'acquisto di quello spirito di cui parliamo: chi invece mostra marcata trascuratezza dà poco a sperare che possa riuscire buon missionario, anche se pare devoto ed entusiasta della sua vocazione.

15. Che se un aspirante missionario mostrasse tendenze direttamente avverse allo spirito di mortificazione, di abnegazione, di umiltà, una marcata ed abituale debolezza quindi nel dominio dei

sensi, del cuore, dello spirito, non lo si mandi avanti, per carità, nella via del sacerdozio e delle missioni.  Non ci limitiamo a licenziare i giovani solo se sono bocciati agli esami, o sono molto deboli di salute o commettono qualche grave fallo.  Bisogna studiarli anche nella parte positiva, e vedere se hanno le qualità necessarie per essere buoni missionari: se li troviamo deficienti, rinviamoli alle loro case senza rincrescimento.

Per questo occorre tener molto calcolo delle tendenze che scorgiamo negli aspiranti, delle passioni che fanno capolino fin dai più giovani anni, e correggerli, istruirli, indirizzarli, educarli al dominio di sé.  E quando si è veduto che, dopo le dovute correzioni e prove, un giovane non offre garanzia di seria emendazione, lo si licenzi.  Attenti particolarmente ai caratteri alteri e vanitosi, ai mormoratori incorreggibili, a quelli inclinati alle amicizie particolari, alle sentimentalità ed alle effeminatezze, ai negligenti nello studio, ai pigri e schiva fatiche, a quelli che fossero troppo facili all'ira, ai non mortificati nel mangiare, e specialmente nel bere.  Quando si avvertono debolezze su questi punti, attenti!  Le cattive tendenze e le piccole mancanze di oggi, saranno indubbiamente i vizi di domani.  E non sperate che su certi punti nelle missioni si possa diventar migliori... S. Ignazio, che aveva molta esperienza in materia, ci avverte che «non cambia le abitudini il cambiamento d'ambiente»

16. Se si trattasse di giovani che hanno già emesso il giuramento, siamo ancora più esigenti e severi.  Il giuramento, lungi dall'essere un salvacondotto per fare il proprio comodo, deve imporre ai giovani aspiranti al divino apostolato un più stretto dovere di attendere seriamente alla loro emendazione e perfezione.  Del resto nessun giuramento può permettere l'ammissione ai sacri Ordini di un giovane che non dia garanzia di virtù soda e di seria vocazione al sacerdozio ed alle missioni.

Queste cose che ho detto ed inculcato tante volte mi potranno fare apparire troppo severo: eppure mi parrebbe di tradire il mio dovere verso la Chiesa e l'Istituto se non le ripetessi e fermassi anche per iscritto, arrivato come sono alla fine del mio ufficio di Superiore.  In questa materia di giudicare le vocazioni ci pentiremo più facilmente d'essere stati benigni che di essere stati severi.  Questa è la mia e l'esperienza di molti.  Saremo più pochi?  Saremo tanti quanti si faranno degni della chiamata di Dio, e chi praticamente è nemico della croce ed abborre dal vincersi, dal rinnegarsi, dal mortificarsi non è atto alla sequela di Cristo, «Non è adatto per il Regno di Dio» (Lc 9,62).

Che cosa cerca l'aspirante?

17. D'altronde, che cosa cerca un aspirante missionario entrando nell'Istituto?  Non certamente la soluzione del problema del pane da mangiare.

Chi viene all'Istituto vuol seguire Gesù Cristo da vicino, in una vita di più grande perfezione, perché di più grande sacrificio.

Non perdiamo mai di vista quello che è l'Istituto, quello che è la vocazione missionaria.  Non c'è nulla sulla terra più grande della vocazione missionaria: i nostri aspiranti sono giovani che Dio si sceglie per associarli all'opera della salvezza del mondo, all'opera del suo divin Figlio Gesù Cristo.  A questo sono destinati i nostri giovani: sarà troppo quindi se noi saremo esigenti con loro sul punto che andiamo considerando, e li vogliamo pronti al sacrificio ed all'abnegazione di sé?  Ed in qual altro modo potranno essere missionaria

Non siamo noi ad essere così esigenti: è N. Signore che ripudia e manda lontano da sé chi non sa rinnegarsi, chi non ama le mortificazioni e le croci. «Chi non porta la sua croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo» (Lc 14,27). «Chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).  E se non può neppur esser discepolo, come potrà essere apostolo e missionario?

18. È impossibile, amatissimi giovani, mettersi alla intima sequela di Gesù Cristo e non amarlo di amore ardentissimo: ma per amare Gesù Cristo fino a lasciare tutto per seguirlo nelle vie dell'apostolato, occorre grande spirito di abnegazione e di sacrificio, perché sulla terra è impossibile amare Gesù senza immolarsi.  Fissi quindi l'occhio ed il cuore nell'oggetto del vostro Amore, all'altissimo fine che volete raggiungere, comprendete la necessità della guerra che gioiosamente dovete ogni giorno ingaggiare contro le vostre perverse tendenze, contro il vostro amor proprio che sono i grandi ostacoli all'amore di Gesù ed insieme alla vostra divina vocazione.

E come combattere?

19. Ascoltate l'energico linguaggio di Gesù: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, strappalo e gettalo lontano da te!» (Mt 5,29). Così vuole Gesù che abbiate a risolutamente combattere contro l'avidità dei vostri sensi esteriori: siate pronti quindi a mortificare decisamente le curiosità malsane degli occhi e degli altri sensi; pronti sempre a tenere a freno la sbrigliata immaginazione; pronti e decisi soprattutto a tenere soggiogato lo spirito di indipendenza e di orgoglio.  L'orgoglio, la sensualità, l'amore smodato ai comodi, l'egoismo, ecco i nemici che abbiamo dentro di noi e che dobbiamo soggiogare con l'esercizio della quotidiana mortificazione, abbracciata per amore di Cristo che vogliamo seguire, e che per amor nostro «non piacque a se stesso» (Rm 15,3) e fece di tutta la sua vita «una croce e un martirio» e così salvò il mondo.

Ma io torno a voi, amatissimi confratelli, per trattenermi sugli altri punti annunziativi al principio di questa mia lettera, e cioè come questo Spirito di sacrificio sia necessario per assicurare la nostra santificazione personale, il successo delle nostre fatiche e la nostra felicità anche in questa terra.

Spirito di sacrificio e santificazione

20. Lo spirito di sacrificio è necessario perché assicura la santità della vita del missionario. È mai possibile che un missionario, andando in missione per salvare gli altri, possa invece andare incontro alla propria perdizione e rovina?  Miei cari, la cosa è purtroppo possibile e non ve ne meraviglierete: la temeva lo stesso S. Paolo, l'apostolo per antonomasia: «Perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27).             Ma come, santo Apostolo, come vi difenderete da tanto pericolo?  Ecco, molto semplicemente: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù» (1Cor 9,27). Controllo il mio corpo con la santa mortificazione, perché quelli che pretesero seguire Cristo da vicino, come i missionari, così e non altrimenti camminarono e si salvarono.

Dobbiamo esser santi: guardiamo al nostro divino modello Gesù.  Egli fu il più santo degli uomini perché fu il più sacrificato.  Non ci possiamo illudere: il processo della nostra santificazione è un seguito di separazioni, di distacchi dolorosi dalle creature e di violenze contro noi stessi.  Nel Vangelo leggiamo che il Signore non esige che rinunce e sempre rinunce da chi lo vuole seguire.  Non possiamo cambiare il Vangelo; per cui l'Imitazione di Cristo ha sintetizzato il processo della nostra santificazione in quella notissima e verissima formula: «Tanto progredirai quanta sarà la violenza che avrai fatto a te stesso». Non c'è altro modo di diventar santi qui, e non ce n'è altro in missione, ove i pericoli di perdersi sono forse maggiori, se non si è più che mortificati.  E permettete che scenda ad alcuni punti pratici.

Punti pratici

21. Stolto ed indegno del nome di missionario è colui che, appena uscito dal Seminario, credesse essere fuori di tutela, libero quindi di procurarsi quelle piccole soddisfazioni e libertà che il regolamento del Seminario non gli consentiva.  Costui non comincia bene, e speriamo che non finisca peggio.

Se si deve essere sempre mortificati, la necessità è maggiore nei primi anni di missione, quando l'inesperienza e le novità di un mondo nuovo, che stimolano naturalmente la curiosità, possono esporre a seri pericoli, certamente a fatale dissipazione.  Sullo stesso bastimento che ci trasporta in missione, quante occasioni pericolose, se non si sa essere dignitosi, riservati, padroni dei propri sensi, consci sempre che si è apostoli di Gesù Cristo, inviati e rappresentanti della Chiesa Cattolica.  Il nostro apostolato deve cominciare sulla nave, dove tutti ci osservano, e dove tutti possiamo edificare, specialmente con la dignità del nostro contegno di ministri di Dio, non disgiunta da grande cortesia di modi; tenendoci lontani dai luoghi di divertimento, dalle persone leggere, da tutto quello che non sa di Gesù Cristo e non conduce all'edificazione degli altri ed alla pace della propria coscienza.

22. Lo spirito di sacrificio deve contrassegnare il programma della nostra santificazione personale per tutta la vita.  Le grandi santità sono fatte di piccole fedeltà; ma per poter esser fedeli, sempre fedeli, bisogna rendersi abituale e familiare la mortificazione, perché se Gesù è generoso, è anche esigente.  C'è chi pensa che essere andati missionari è già un così grande sacrificio, che basta per tutto.  Errore fatale che ha fatto fallire tante vocazioni.  La croce si deve portare tutti i giorni, «Prenda la sua croce ogni giorno» (Lc 9,23).

Un grande ordine quindi regoli la nostra vita quotidiana.  In residenza abbiamo il nostro orario e siamogli fedeli.  Fissiamo il tempo della levata, della preghiera, dello studio, del lavoro.  Senza un ordine imposto e mantenuto dalla mortificazione, - perché costano sempre l'ordine e la disciplina, - si vive trasandati, si perde il tempo, si sciupa la vita.

Non cadete nell'errore, che ho detto fatale (e non a caso), di credervi dispensata nelle missioni da una rigida disciplina nell'ordinamento della vostra vita quotidiana, disprezzando e credendo cose da principianti e da novizi l'assiduità allo studio, le piccole mortificazioni, la custodia dei sensi, le regole del riserbo, la fedeltà alle pratiche di pietà.

23. Vivere senza un ordine, senza una regola porta fatalmente al rilassamento dello spirito ed alla irregolarità della vita; perché - tenetelo bene a mente - se mediante lo spirito di sacrificio la vita nostra non si mantiene all'altezza dell'ideale apostolico, ben presto l'ideale verrà abbassato al livello della vita.  E così potrà accadere di vedere che un uomo apostolico, un missionario sia più esigente, più amante dei propri comodi di un povero borghese; che un missionario studi meno, lavori assai meno, di tanti preti d'Italia... Perché?  Per mancanza di spirito di sacrificio si vive una vita dissipata, si è abbassato l'ideale sublime al livello di una vita vuota e non mortificata; si crede di essere ancora missionari, ma si è dei poveri missionari!

La gemma più preziosa

24. Lo spirito di sacrificio, ho detto, assicura la santità della vita del missionario.  Qual è lo splendore più fulgido, la gemma più preziosa di un sacerdote, che cos'è che eleva tanto il missionario agli occhi degli infedeli, da farlo parere più che uomo?  Lo sapete: è la purezza della sua vita.  Ma, d'altra parte, che cosa è maggiormente insidiato nel sacerdote della sua purità?

Ecco qui, ecco dove ancora è indispensabile, particolarmente indispensabile, lo spirito di mortificazione.  Senza mortificazione non c'è purità.  Si può anche pregare, ma la preghiera, senza la mortificazione dei sensi e la fuga delle occasioni non è sincera e quindi non ha diritto di essere esaudita.  Il missionario, avverte il Card.  Mercier, deve sapere immolare sull'altare del suo sacerdozio i suoi sensi, l'immaginazione, gli affetti del cuore, quando si portassero verso qualche creatura che lo può allontanare da Dio.  Avete giurato castità quando vi siete sposati a Gesù Cristo ed alla Chiesa; fate di portare sempre integro ed immacolato questo giglio della vostra purezza e sarete santi: avrete da Dio un grande ascendente morale sui popoli che siete andati a salvare, avrete la grazia di una grande fecondità spirituale e darete molte anime al Signore.  Ma, miei cari, la ricordate la nota sentenza di S. Ambrogio?  La custodia della purezza è un martirio e richiede quindi in voi in modo assoluto quello spirito di sacrificio che ha fatto i martiri: «La verginità non è tanto lodevole perché si trova nei martiri, ma perché genera i martiri».

Siate severissimi con voi stessi con lo star lontani dalle occasioni.  Non venite mai a compromessi, a piccole concessioni su questo punto. «Chi ama il pericolo in esso si perderà» (Sir 3,25): ce lo dice lo Spirito santo.  Se ci si mette nell'occasione si cade, perché quando si sta dove la volontà di Dio non ci vuole, Dio non è con noi: nell'occasione volontaria e deliberata siamo noi soli; soli con il tentatore, soli con le nostre passioni, soli con la nostra infinita debolezza, e perciò si deve cadere.

25. Non è mai esagerato, non è mai troppo il riserbo che deve avere il missionario con le persone dell'altro sesso.  La miseria nostra è infinita, e non lo è meno quella delle donne, anche se pie e consacrate a Dio.  Nelle missioni poi, più che altrove, la gente è facilmente inclinata ad osservare ed a giudicare male ogni relazione che il missionario può o deve avere con le donne; è perciò necessario imporsi il più grande riserbo e sottostare anche ad incomodi pur di non dare scandalo e non esporsi a pericoli per la propria virtù.  Non dobbiamo evitare solamente il male, ma anche quello che non ne avesse che l'apparenza. «Astenetevi da ogni specie di male» (1Ts 5,22), ci ammonisce l'apostolo.  E missionario è oggetto di grande interesse, specie in mezzo ai pagani e protestanti, presso i quali la castità che egli professa ha del misterioso, dell'incredibile.  Il mondo poi, basso e cattivo per sé, è esigente e severo con noi; ed è un bene. «Vigilate attentamente, dunque, sulla vostra condotta... perché i giorni sono cattivi» (Ef 5,15-16).

Quando penso ai pericoli che circondano la vostra virtù in mezzo ad un mondo così corrotto, quando penso al pericolo che voi possiate trascurare la vostra vita interiore, tremo, tremo per voi; tremo per le anime che possono essere scandalizzate, per le opere che possono essere distrutte dal cattivo esempio di un missionario debole su questo punto, tremo per il danno che la miseria di uno può procurare al lavoro, alle fatiche degli altri.

Siate dunque sempre uniti a Dio mediante la fedeltà ai vostri doveri di pietà, siate soprattutto mortificati e state lontani dalle occasioni.

Spirito di sacrificio e successo

26. Ma bastano questi accenni e veniamo all'altro punto non meno importante, la necessità cioè dello spirito di sacrificio per assicurare grandi frutti alle vostre apostoliche fatiche, per fare un successo della vostra vocazione, della vostra vita.

Oggi la vita del missionario tende ad essere più scientifica, ed è bella cosa.  Però lo spirito dell'Istituto sa adattarsi male a certe modernità; e, come nella formazione dei nostri missionari dà il primo posto all'acquisto delle virtù apostoliche, così nelle missioni affida il successo delle sue imprese, la salvezza delle anime, a queste stesse virtù più che agli altri mezzi e congegni umani.  Se oggi si può già andare in missione in aeroplano, non si possono ancora mandare le anime in cielo con lo stesso mezzo.  Voi mi intendete.

L'uomo apostolico che non è amante di G. Cristo e non è crocifisso con Gesù Cristo mediante la pratica della santa mortificazione, anche se modernissimo in tutto il resto, manca di forza comunicativa, non risponde al bisogno delle anime, non ne tocca i cuori, non ne muove le volontà.  Perché?

Perché il ministero apostolico è cosa tutta divina, è opera dello Spirito Santo, il quale non si comunica alle anime non mortificate e praticamente nemiche della croce.  Il missionario che vuol fare frutto grande di anime deve essere, come S. Paolo, grande amatore della Croce, deve essere come S. Paolo, che non si gloriava di sapere altro, di possedere altro, fuori della scienza della croce. «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi stessi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2).

27. Prima di andare a Gesù Cristo bisogna che le nazioni infedeli si raccolgano attorno al missionario, come intorno ad un nuovo Giovanni Battista, l'uomo della penitenza e del completo distacco dal mondo.  Certamente l'apostolato missionario ha a sua disposizione altri mezzi efficaci e potenti: vi sono le scuole, le opere di carità, la preghiera e la predicazione; ma, credetelo, se la conversione dei popoli infedeli deve verificarsi sarà soprattutto effettuata dagli uomini amanti della penitenza, che si presentano alle anime con le insegne del Crocifisso.  I grandi salvatori di anime sono stati tutti uomini amanti del sacrificio.  Con le scuole si illuminano le menti, con l'esempio di una vita mortificata e penitente si convertono i cuori. Il p. Faber " disse che se un giorno l'Inghilterra sarà convertita, la sua conversione sarà il trionfo, non delle dispute teologiche, ma della mortificazione e della povertà evangelica dei suoi sacerdoti.

Il patimento, la mortificazione sono una potenza davanti a cui né Dio, né gli uomini sanno resistere; perciò noi vediamo che i santi missionari avevano spesso il dono dei miracoli e conquistavano molte anime.  Il mondo fu ricomprato dalla croce, i martiri debbono ai patimenti le loro palme, i confessori e le vergini debbono le loro corone alle loro mortificazioni, ed il trionfo del cristianesimo sul paganesimo fu pagato anche con il sangue di trenta Papi e di innumerevoli martiri.  Così e non altrimenti si avrà il trionfo della fede nelle nostre missioni.  Abbiamo l'esempio mirabile di Nostro Signore, il quale cominciò a regnare dopo che fu in Croce, «Dio regnerà dal legno!» - «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutto a me»

Vigoria ed agilità

28. Ma scendendo a considerazioni più modeste, vi esorto a riflettere sulla nostra condizione di uomini apostolici.  Tutto quello che siamo, tutto quello che è in noi, facoltà dello spirito, forze del corpo, tutto è posto a servizio di Dio per l'apostolato, per la salvezza delle anime.  Per servire Dio in questo sublime ministero noi abbiamo bisogno di molta vigoria interiore, di molta agilità e prontezza di movimento.  Senza questa vigoria e prontezza di spirito e di corpo, - e ne saremo privi se non saremo mortificati - non si può fare il missionario, perché chi è dominato dai comodi, diventa schiavo di mille esigenze e non gode di quella santa libertà dell'uomo che è veramente distaccato da tutte le creature.

Può essere che siamo ancora uomini di orazione e di una certa regolarità di vita; ma se non siamo seriamente mortificati, manchiamo di quelle doti indispensabili per il disimpegno del sacro nostro ministero.  Ci sono dei missionari naturalmente disposti all'ordine e alla ricercatezza che si circondano di mille inezie, si creano bisogni e comodità, per cui diventano difficili e lenti a muoversi quando il dovere li chiama, quando è necessario lasciare la vita agiata della residenza ed i comodi della propria camera per i disagi di un giro di missione, fra le intemperie delle stagioni e con tutto quanto c'è di penoso alla natura nel ministero delle anime in paesi infedeli.

Oh! le belle lezioni che ci danno i veri missionari, sempre pronti a tutte le fatiche, sempre fieri e sorridenti in mezzo ad ogni disagio e privazione del ministero, perché familiari con la mortificazione e contenti come l'apostolo di quei poveri abiti che li ricoprono e di quel qualsiasi vitto che loro appronta la Provvidenza!

29. Permettete che rievochi il ricordo lontano di una di quelle impressioni fuggevoli, che restano però impresse vividamente nella mente dei giovani.  Ero a Leikthò nella stagione delle piogge del 1896.  Acqua, umidità, odore di muffa dappertutto: nella residenza, vecchia baracca di legno, la vita è disagiata, si è però al coperto; ma fuori, nel folto di quelle foreste... la va assai peggio.  Piove da oltre un mese quasi ininterrottamente e si vive come nelle nuvole, che delle volte, spinte dal vento, invadono la casa, e tolgono la vista del misero villaggio.  Pochi viaggiano in quella stagione.  Acqua grondano gli alberi, acqua vi spruzzano addosso le alte erbacce fra cui il più delle volte dovete aprirvi il varco, acqua nelle pozzanghere insidiose, fiumi da passare a guado, senza dire dei sentieri ripidi e sdrucciolevoli, delle sanguisughe e degli altri pericoli che nascondono quei monti.  Ma ecco un uomo venire ad invitare il missionario per un ammalato.  Viene da un villaggio lontano quattro o cinque ore strada.  In residenza c'è Mons.  Tornatore, intento a rammendare un vecchio ombrello.  Ascolta benevolmente l'ambascia si volge al fratello Genovesi perché gli appronti le ostie e vino per la S. Messa, mette pochi suoi effetti personali in u gerla, che ricopre con una tela cerata, e s'avvia preceduto d l'uomo che gli fa da portatore e da guida.

Io, missionario novello, guardo ammirato dalla veranda il vecchio vescovo che scende ilare per il pendio del monte, reggendo con una mano l'ombrello e con l'altra tirandosi dietro la cavalcatura, che pare si muova così malvolentieri... guardo e rifletto e tengo a mente - ancor oggi come se fosse allora - l'esempio quell'uomo, per il quale il sacrificio era diventato un'abitudine pareva che neppur più l'avvertisse.

Or bene, la vita dei veri missionari è fatta tutta così.  Grazi Dio, questo spirito è sempre vivo nell'Istituto: dobbiamo solo gelosamente conservarlo e tramandarlo, come la più preziosa eredità, ai nostri diletti giovani, qui e nelle missioni: a questo intento debbono essere rivolte le nostre più calde esortazioni e specialmente i nostri esempi: «Per condurre i cuori dei padri verso i figlii» (Lc 1,17), perché si abbia a seguire nella teoria e nella pratica il sistema di vita apostolica che hanno inaugurato i nostri predecessori

L'esempio della vita

30. E parlando di esempi, permettete che spenda ancora u parola per inculcarvi il dovere che abbiamo di risplendere sempre quali luminosissimi candelabri nella Chiesa di Dio, nella quale siamo chiamati ad essere pastori e maestri.  Ho detto che lo spirito sacrificio è quello che garantirà il successo delle nostre fatiche apostoliche: ebbene questo successo vien proprio tante volte diminuito dagli esempi di una vita poco mortificata.

Ricordiamo che il missionario dev'essere la virtù che predica la verità, come Gesù benedetto che «Cominciò a fare e a insegnare» (At 1,1). «Se compio le opere del Padre mio, non credetemi» (Gv 10,37), così dobbiamo sfidare anche noi i popoli che vogliamo attirare alla verità.  A questi argomenti le anime rette non sanno resistere.

Noi siamo il sale della terra e può accadere che la nostra condotta renda insipido questo sale, ed allora «a null'altro serve che essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5,13). E vediamo come talvolta proprio così accade, quando gli ascoltatori della predicazione di un sacerdote possono dirgli: «Medico, cura te stesso!» (Lc 4,23). La luce della verità, miei cari confratelli, è soprattutto l'esempio della vita del missionario.  Lo ha detto N. Signore: «Così risplenda vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere one e rendano gloria al vostro padre che è nei cieli» (Mt 5,16). Ritenete di come dette a voi le parole di S. Paolo: «Da parte nostra non mo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio» (2Cor 6,3-4).

31. Questa che raccomando è cosa di grande importanza dappertutto, ma particolarmente in Oriente, ove abbiamo tutte nostre missioni ed ove non si concepisce il ministro di Dio e non cammini e tratti con serietà, gravità e modestia.  Anche per questo dovremo imporci delle mortificazioni, ma ricordiamo il nostro modello S. Paolo, il quale per non scandalizzare il fratello era pronto a rinunciare per sempre a mangiar carne: «Non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1Cor 8,13) .

Ma questo freno che imponiamo ai nostri spiriti smodati, questa edificazione che diamo al prossimo ridondano tutti a lode ed incremento della religione e della S. Chiesa che andiamo a rappresentare ed a propagare.  Ricordo quali lusinghieri giudizi esprimevano dei signori protestanti nel notare l'amabile gravità e riserbo dei missionari cattolici, che viaggiando con essi sulla stessa nave, li osservavano sempre lontani dai luoghi ove la gente usa trattenersi per giocare e divertirsi.  E le anime buone, sensibili a questa serietà di comportamento, vedono naturalmente nel missionario qualche cosa di più che umano, vi si sentono attratte e l'accostano con rispetto e riverenza.

Amati confratelli, siamo m missione per predicare Gesù Cristo: predichiamolo anzitutto con l'esempio: questa è una predica che deve durare quanto durerà la vita.  La nostra esemplarità di comportamento, che il Concilio di Trento dice essere «come una specie di predicazione perpetua», valorizzerà potentemente la predicazione della parola, perché allora, realmente «facendoci modelli del gregge» (1Pt 5,3)  potremo dire con S. Paolo ai nostri neofiti: «Comportatevi secondo l'esempio che avete in noi» (Fil 3,17) .

Anche in Italia

32. E, non meno che in missione, questo dovere del buon esempio s'impone qui in Italia ove ci trovassimo di passaggio, o anche permanentemente.  Tanto dentro le nostre Case, come fuori, noi abbiamo il dovere gravissimo di essere a tutti di grande esempio, e non smentire quella altissima opinione che tutti giustamente hanno del missionario.  E perciò io esorto tutti i nostri carissimi Padri che si trovano in Italia con le parole dell'Apostolo al suo diletto Tito: «Offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro» (Tt 2,8-9), perché da tutti si guarda al missionario con particolare interesse, oggi più che in passato.

Oh Dio! che sarà di noi al vostro giudizio, se non vivremo in conformità con la nostra vocazione, all'altezza della nostra sublime missione, per cui siamo tenuti in tanta venerazione presso le nostre cristiane popolazioni, le quali si impongono tanti sacrifici e privazioni per provvedere ai bisogni nostri e delle nostre opere?  Ci stimano gli uomini più sacrificati di tutti; e che sarebbe se, pur essendo meglio ' vestiti, meglio alloggiati, meglio serviti a mensa di tanti nostri benefattori, ci mostrassimo ancora esigenti e preoccupati del nostro benessere fino a destare la meraviglia dei buoni fedeli?

33. Miei amati confratelli, come la nostra santità personale è fondata sullo spirito di sacrificio, così su questo stesso spirito è fondata la missione e la virtù santificatrice del missionario.  Chi non sa sacrificarsi, non sa salvare.  S. Paolo fu destinato ad essere l'apostolo delle Genti, ebbe la missione di portare il Nome di Gesù «dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d'Israele», perciò il Signore disse: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15-16).  S. Paolo comprese il disegno di Gesù su di lui, quindi amava vivere crocifisso con il suo Maestro, amava essere ammesso alla comunione delle sofferenze di Lui per divenirgli simile fino alla morte: « ... perché possa conoscere lui, e partecipare alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte» (Fil 3, 10).

Egli sapeva che solo così, con questo spirito, con questa disposizione avrebbe potuto guadagnargli molte anime.  E vero discepolo di un Dio crocifisso per la salute degli uomini non può non studiarsi di camminare sulle tracce del Maestro, specialmente se ha avuto l'onore di esser stato associato alla sua opera redentrice.  Ecco, amati confratelli, l'esempio in cui dobbiamo specchiarci se vogliamo vivere all'altezza della nostra vocazione.

Mortificazione del giudizio e della volontà

34. Ma lo spirito di sacrificio del missionario deve mostrarsi particolarmente nel saper mortificare, quando è necessario, il proprio giudizio e la propria volontà.  Quando la volontà è ben regolata, è regolato tutto l'uomo e quando il giudizio è ben sottomesso a quello dei superiori, si ha l'ordine, la pace, la riuscita nelle nostre imprese.  Ecco in che modo specialmente lo spirito di abnegazione può assicurare il frutto delle nostre apostoliche fatiche, mentre la sua mancanza può condurre ai più dolorosi fallimenti.  Non saprei mai abbastanza raccomandare agli educatori dei nostri giovani questo punto particolare.  S. Ignazio diceva: «È da stimarsi di più il rinnegare la propria volontà che la risurrezione da morte».  E noi lo vediamo nella pratica che cosa valgono un giovane, un missionario, siano pure dotati d'ogni altra buona qualità, ma che non abbiano imparato a piegare il giudizio e la volontà agli ordini, alle vedute dei propri superiori.

È necessario quindi educarci ad essere fonti per saper comandare a noi stessi quando da Dio è voluto il sacrificio della nostra volontà, e docili per piegare sempre il nostro giudizio davanti a quello dei superiori.  Questa è la parte più ardua del nostro lavoro spirituale in fatto di spirito di sacrificio; ma se non c'è questa mortificazione dello spirito, a nulla valgono le più grandi macerazioni e lo stesso martirio.

Guerra quindi alla superbia ed all'amor proprio: quando è il nostro io e non Dio che ci sta dinnanzi, allora entra il disordine e si verificano le gravi difficoltà nella vita, e si può arrivare sino a delle vere disobbedienze e ribellioni.  Per sloggiare questo nostro io ci vuole molto spirito e pratica di abnegazione, perché è dall'abnegazione che sono temprate le anime generose e capaci dei grandi sacrifici: quando si è così disposti, la vita scorre lieta e ricca di grandi frutti di bene.  E cuore del missionario preparato e temprato dall'abnegazione è un grande strumento nelle mani di Dio per la salvezza delle anime.

35. La virtù che qui vi raccomando rivela la bontà, la santità del vero missionario.  E vero missionario vuole solo la volontà e la gloria di Dio: al missionario che non sa rinnegare giudizio e piegare volontà premono più le sue vedute, il suo puntiglio, la sua vittoria.  E missionario umile ed obbediente lavora in pace, felice del suo posto, del suo nascondimento, non ambisce lodi e distinzioni.  Chi invece è inclinato a sottrarsi alle direttive di chi, - sia pure più o meno degnamente - ci rappresenta Dio, è facile a mettersi in mostra per far ammirare il proprio maggior senno, le proprie ragioni.  E se lavora, con quale arte sa mettere in mostra le iniziative, le abilità, il proprio valore!  Se invece si fosse convinti che Dio solo è l'anima del vero apostolato, solo Lui la fonte di quel bene che noi possiamo fare, che Dio non può benedire quello di cui non è Egli l'autore, oh, allora si vedrebbe quanta stoltezza c'è nella nostra vana presunzione, nel nostro agire indipendente.

Maledetto naturalismo che talvolta s'infiltra anche nel cuore di coloro che pur professano di voler esser tutti di Dio, e spoglia le opere apostoliche e le più belle fatiche del loro carattere divino!  Il missionario umile, che ha educato il suo spirito all'obbedienza ed al rinnegamento delle sue proprie vedute quando non sono conformi a quelle dei superiori, naviga in mare sicuro, è bramoso di essere diretto, e di tutto quello che opera dà naturalmente gloria al Signore, certo che la soggezione piena ai superiori che gli rappresentano la volontà di Dio, è la garanzia più sicura della bontà e della fecondità del proprio lavoro. «L'uomo obbediente canterà vittoria»!(Prov 21,28).

Una grande domanda

36. Infine non posso non invitarvi a farci assieme seriamente una grande domanda: perché nella via della santità non facciamo quei progressi quali si dovrebbero attendere in sacerdoti che celebrano ogni mattina il S. Sacrificio della messa, in anime che si uniscono ogni giorno a G. Cristo nella S. Comunione?  Questa è davvero una domanda grave ed interessante, alla quale dobbiamo cercare di dare una risposta.  È principalmente perché rifuggiamo dalla mortificazione, perché non vogliamo rinnegare noi stessi, perché all'amore di Cristo preferiamo i piccoli attacchi alle creature: è soprattutto perché forse non sappiamo vincere, superare quelle segrete antipatie, quei risentimenti contro il prossimo, antipatie e risentimenti che siamo capaci di conservare talvolta per anni e non ci fanno più impressione, senza pensare che sono antipatie e risentimenti che nutriamo contro Gesù stesso, del Quale il nostro prossimo è porzione e fratello.

37. Tremiamo, amati confratelli, per le messe che celebriamo, per le SS. Comunioni che quotidianamente riceviamo!  Quale conto ne dovremo dare!  La S. Messa è Sacrificio, la S. Comunione è Gesù che si è offerto Vittima al Padre per noi suoi fratelli.  Celebriamo e ci comunichiamo e rifuggiamo dallo spirito di sacrificio e di vittima ed è per questo che poco progrediamo.  Siamo dunque generosi nel sacrificare, mortificare, combattere le nostre suscettibilità, le nostre sensualità e vanità, il nostro amor proprio e Gesù regnerà, trionferà nei nostri cuori.  Egli attende solo che rimuoviamo gli ostacoli, ma noi stentiamo tanto a rimuoverli per la nostra poca mortificazione.  Ah! forse troppe cose in noi non sono ancora completamente soggette a Cristo, la nostra volontà, il nostro giudizio, i nostri sensi, la nostra attività, ed è perché Gesù non regna sovrano sui nostri cuori che noi stentiamo tanto a farci santi.  Mettiamo tutto ai piedi di Gesù ed allora Egli regnerà con il suo amore in noi e noi vivremo in Lui come si conviene ad apostoli.

La morte per la vita

38. Voi dovete averlo bene inteso: tanto insistere sulla mortificazione, sull'abnegazione, sullo spirito di sacrificio, vuol solo dire guerra al peccato, guerra a quello che c'è in noi di disordinato, capace di far morire o rendere sterile la nostra vita spirituale, il nostro sacerdozio, la nostra missione.  I nostri sensi ribelli, la nostra libertà insofferente di freni, il nostro giudizio naturalmente superbo ed altero sono i grandi ostacoli che si oppongono alla nostra santificazione.  Non già dunque la mortificazione per se stessa, ma per la nostra santificazione e per la vita nostra spirituale e delle nostre opere.  Morire al peccato e ai suoi germogli, come vuole l'Apostolo, ma per vivere per Dio in Cristo Gesù. «Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor4,10).  Se siamo apostoli, la vita di Cristo deve necessariamente rivelarsi in noi, per cui chi vede noi veda l'immagine di Cristo.  Vedranno i popoli Gesù Cristo in noi se saremo, come lo stesso Apostolo, confitti con Cristo in croce. «Sono stato crocifisso con Cristo» (Gal 2,19) mediante una vita mortificata: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,24).  Così vivremo, così opereremo prodigi di conversioni, così arriveremo ad un alto grado di santità.

Sacrificio e felicità

39. Ma è tempo che mi affretti a dirvi l'ultima parola, la più confortante e consolatrice, la parola della speranza, dell'amore e della gioia.

È stato il sacrificio della Croce che ha innalzato Gesù Cristo in terra ed in cielo, ed è parimenti il sacrificio che nobilita, divinizza il missionario e lo fa ammirato dagli angeli e dagli uomini.  Il missionario è grande perché è la più bella imitazione di Gesù Crocifisso.

Ma c'è di più: niente ha tanto glorificato Dio quanto la Croce di Gesù, e parimente niente glorifica maggiormente Dio quanto la vita sacrificata dei missionari, tutta unicamente spesa perché Dio sia santificato, perché il suo Regno sia esteso in tutte le anime e la sua volontà sia fatta in terra come si fa in cielo.  Dopo di questo vi è il premio, la glorificazione, l'eterna beatitudine.

Vi è però una grande beatitudine anche sulla terra per il missionario mortificato ed amante dei sacrifici che impone la sua vocazione.  Come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così per opera di Cristo, abbonda la nostra consolazione; sono parole del più grande dei missionari, il quale in altro luogo della stessa sua lettera ai Corinzi dice che anzi sovrabbonda di gaudio nelle sue sofferenze: «Sono pieno di consolazione in ogni nostra tribolazione»(2Cor 7,4)  '1

40. Quale è la chiave di questo mistero?  È l'amore grande, sconfinato di Gesù per i suoi missionari fedeli: Gesù non può aspettare a premiarci nell'eternità, ma consapevole della nostra debolezza e fragilità, ci fa sentire fin d'ora un po' di quella inenarrabile felicità che ci riserba nel suo Paradiso. 

È cosa incomprensibile al mondo, come si possa provare godimento fra le sofferenze. Croce, sacrificio, mortificazioni e simili sono parole acerbe per chi non ha fede ed ha chiuso il cuore alle effusioni dell'amore divino.  Ma non è così per voi, amati confratelli, e perciò, di tutti i ricordi che a voce o per iscritto vi ho dati, questo mi pare il più prezioso e confortevole.  Sì, anche il più confortevole ed incoraggiante, perché come ci attesta limitazione di Cristo: «Nella croce la salvezza, nella croce la vita, nella croce la protezione contro i nemici; nella croce l'infusione delle celesti dolcezze, nella croce la forza della mente, nella croce il gaudio dello spirito, nella croce la somma delle virtù, nella croce la perfezione della santità».

Lo spirito di sacrificio non è altro che l'amore di Gesù Cristo, il quale sente il bisogno di prendere questa forma per imitare il Divin Maestro, per esprimergli il suo ardore e per assicurare la sua perseveranza, perché, come dicono i santi, è con il legno della croce che si tien acceso l'amore di Dio.  Perciò in tutti i Santi l'amore di G. Cristo fu sempre indivisibile dall'amore alla croce ed alla mortificazione.  Quando si cessa di mortificarsi, si cessa di amare.

41. Voi non siete affatto principianti nelle cose di Dio e sapete che il segreto, per passare nella più pura gioia tutti i giorni della vita, per incominciare a godere il paradiso in terra, sta appunto nell'amare la croce, nell'abbracciare volentieri il sacrificio per amore di Gesù Cristo.

Voi conoscete le divine contraddizioni o piuttosto i mirabili compensi del Vangelo: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà » (Mt 16,25).  È nel portare volentieri la croce, nel perdersi per Gesù Cristo e per il suo amore, che si trova la vera pace e la felicità nostra. «Prendete il mio giogo sopra di voi...», caricatevi di questo peso della Croce; è un peso dolce e leggero: «Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero», e così, solo così sarete felici, «Troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29-30).

Andare missionari è andare a soffrire; ma andare a soffrire in missione è andare alla vera gioia.  Come si spiega questo?  La spiegazione - ve lo ripeto - ricercatela nell'infinita bontà e generosità del Cuore SS. di Gesù.  Tutti i santi, e gli uomini apostolici in particolare, l'hanno sperimentato e lo sperimentano tutti i giorni.  Non c'è classe di persone più veramente lieta dei missionari, e lieta pure nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle malattie. «Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,4).

 42. Di S. Francesco Saverio si legge che prima che partisse per le Indie il Signore si compiacque rivelargli quante croci e quanti travagli lo attendevano.  Il Saverio a quella vista, non che

intimorirsi, «più ancora, esclamava, più ancora, perché questo non basta».  Ecco la generosità dell'Apostolo!  Ed in compenso?  In compenso, quando egli fu in missione, tale era la piena delle celesti consolazioni di cui il Signore talvolta riempiva il cuore del Santo, che egli doveva dire: «-Basta, o Signore, basta, che di più non posso portare».  Ecco la generosità di Dio!

Oh! miei cari, il Signore non si lascia vincere in generosità!  E pagherà abbondantemente anche i vostri sacrifici, i vostri atti di mortificazione ed abnegazione, quegli atti che vi rendono poi allenati e preparati alle prove più gravi del ministero e della vita.  È la Verità eterna che dice beati quelli che sanno mortificarsi, che sanno soffrire per la giustizia, per la causa di Dio. «,Beati voi.. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli» (Lc 6,22).

E con questa divina assicurazione di felicità, di beatitudine vi lascio e vi dico addio; a Dio, al Quale nessuna via meglio conduce che quella regia che vi ho indicata, per la quale ha camminato per

primo il nostro Divin Condottiero Gesù Cristo, per arrivare alla sua gloria: «Era opportuno che Cristo morisse» (At 17,3), «per entrare nella sua gloria»(Lc 24,26).

Vostro aff mo

P. PAOLO MANNA, Sup.  Gen.