VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

LA PERFEZIONE RICHIESTA A TUTTI I MISSIONARI

 «I nostri seminari debbono essere vere scuole di santità»

 Lettera circolare n. 19                   

Milano, 15 Dicembre 1932

Amatissimi confratelli, 

1. Conservare il nostro spirito fu il tema che toccai nell'ultima Lettera che ebbi il bene di indirizzarvi lo scorso aprile.  Con la presente intendo continuare l'interessante argomento, e sviluppare pensieri già altre volte espressi per iscritto e più spesso a voce parlando ai nostri cari giovani, sul grado di perfezione al quale debbono aspirare í membri del nostro Istituto.

L'essere il nostro un Istituto di ecclesiastici non stretti da voti, potrebbe indurre taluno a credere che in fatto di perfezione e santità nell'Istituto ci si possa contentare di una certa mediocrità.  Sarebbe questo un errore deplorevole, dannoso, nonché disonorevole per noi e per la causa che abbiamo la grazia di servire.  Non fu certamente tale il pensiero dei nostri Fondatori e degli eroici missionari che in ogni tempo, dal principio della nostra fondazione ad oggi, hanno onorato l'Istituto e la Chiesa con le loro virtù, non meno che con le loro fatiche e con i loro sacrifici.

In un Istituto di Missioni non si può parlare di mediocrità in fatto di virtù e di santità: basta pensare a quello che un tale istituto vuole e deve essere nella S. Chiesa di Dio.  Perciò fin dalla mia prima lettera, con la quale vi partecipavo la mia elezione, vi dicevo: «Non siamo Religiosi nel comune senso del termine, ma non possiamo dispensarci dall'osservanza di nessun consiglio di evangelica perfezione, anche la più sublime, se vogliamo essere quello che dobbiamo essere, veri Apostoli di Cristo (Lettera 14 Sett. 1924) I. E nel settembre dello scorso anno, promettendovi che sarei tornato sull'argomento, vi affermavo che, "essere missionario del nostro Istituto richiede una perfezione di virtù di cui non c'è maggiore, per cui il nostro Istituto è di per sé tale da poter offrire alla Chiesa ed al Signore - come ne ha offerti e ne offre esemplari evangelicamente perfetti di veri e santi Operai".  Nell'ultima poi dell'aprile specificavo che, se la nostra vocazione significa qualche cosa, "essa è l'impegno solenne e reale che ognuno di noi prende di darsi tutto senza riserve al Signore, sino al sacrificio della vita per la salvezza delle anime... Per tale motivo noi missionari dobbiamo necessariamente aspirare al più alto grado della perfezione, appunto perché ci impegniamo a spendere e, quando fosse necessario, anche a dare la vita per le anime.  Nulla quindi abbiamo da invidiare ai Religiosi, anche perché per noi l'impegno a questo alto grado di perfezione è seguito sempre dalla realtà di una esistenza, che non si può condurre con frutto, se non si è animati da un grande amore per il Signore, da un pratico amore per il sacrificio".

Ecco, amati confratelli, l'alto argomento che mi propongo di illustrare alquanto a mia e vostra edificazione, per segnare davanti agli occhi di tutti, ma specialmente dei giovani, la meta sublime a cui dobbiamo mirare se vogliamo non aver ricevuto invano il dono divino della santa Vocazione, e per innamorarci di questa nostra vita missionaria e dell'Istituto nel quale abbiamo avuto il privilegio di essere accolti.

 Verità evidentissima

 2. Non occorre dimostrare una verità per noi tutti evidentissima, che cioè fra i ministeri della Chiesa il più santo, il più arduo, il più necessario è quello della propagazione della fede al quale noi, per divina degnazione, siamo stati chiamati a partecipare e cooperare. È quindi di altrettanta evidenza che per tale motivo noi dobbiamo condurre una vita più esemplare e perfetta di quanti nella Chiesa fanno professione di santità.

Sacerdoti, siamo come l'estensione di Gesù Cristo Sacerdote; Missionari, continuiamo nel mondo la sua divina missione di universale salvezza: dobbiamo quindi, per non essere indegni di tanto onore e missione, riconoscere la nostra sublime dignità e vivere conformemente ad essa.  Il nostro missionario, dunque, deve essere un uomo ripieno dello spirito di Gesù Cristo, rivestito delle sue virtù, penetrato dei suoi sentimenti, animato dal suo zelo, acceso dal suo amore, un uomo di una elevatissima evangelica perfezione, non inferiore a quella che ci si attende dal più rigido claustrale.

È vero, mi dirà forse qualcuno, è vero che il missionario nostro deve cercare d'essere uomo di una certa perfezione; ma non bisogna esagerare.  Sta di fatto che, facendo noi parte di una società di sacerdoti non legati da voti, non abbiamo la perfezione dello stato religioso.  Quindi questo attendersi da noi tanta altezza di virtù e di perfezione, è un richiedere troppo: allora tanto vale che ci facessimo frati!

Se ci fosse tra noi chi così la pensa, io gli direi: voi siete in grandissimo errore.  Non solo da noi missionari, ma dagli stessi sacerdoti che vivono nel secolo la Chiesa esige la più elevata perfezione e santità.  E non è il Sacerdote di Gesù Cristo il Religioso per eccellenza?  E chi potrà affermare (se noi semplici Sacerdoti fossimo tenuti a minor perfezione), che i Fondatori di Ordini religiosi abbiano potuto richiedere dai loro Sacerdoti maggior santità, di quanta ne esige lo stesso Divin Autore del Sacerdozio da chiunque ha la grazia di salire un altare?  Chi può sostenere che noi missionari, apostoli del Vangelo, in fatto di santità possiamo stare al disotto di chi vive nei chiostri?

Mio caro confratello, il fatto che noi, per sapientissimi motivi, come dirò in seguito, apparteniamo ad una società di Sacerdoti e Fratelli non legati da voti, non ci deve illudere sul grado di santità a cui dobbiamo aspirare.  Non confondete perfezione evangelica con stato religioso.  Non la condizione di religiosi, non i voti, ma qualche cosa di ben più elevato ed essenziale ci costringe ad essere perfettissimi imitatori delle virtù e delle perfezioni di N. Signore Gesù Cristo, e questo è il nostro Sacerdozio e la chiamata al divino Apostolato.

E ringrazio Dio che questo mio sentimento è condiviso dai nostri cari Missionari.  Uno di essi a proposito di quanto io dicevo nella citata Lettera del Settembre dello scorso 193 1, mi scriveva: "La ringrazio tanto per la sua promessa di voler tornare su questo argomento: sì, abbiamo proprio bisogno di essere santi, e l'attendere a questo non è già privativa dei religiosi.  Se non fossi convinto come lei del contrario, non esiterei un istante a farmi religioso

Il pensiero di P. Olier

3. Ma bisogna pur confessare che c'è nel mondo, e non da oggi, questo pregiudizio, che il sacerdote cosi detto «secolare» non sia tenuto all'alta perfezione del religioso.  Leggendo la storia della fondazione della Compagnia dei Preti di S. Sulpizio, trovo citata una lettera del Tronson (1 Giugno 1677) che ci dice quale idea avesse il p. Olier sulla perfezione alla quale ogni ecclesiastico deve aspirare.  La lettera dice tutto il mio pensiero riguardo a questo soggetto e ne cito un lungo brano.

«Quando si dice ad un ecclesiastico che egli deve essere per lo meno tanto mortificato, tanto umile, tanto modesto, tanto fervente quanto i Religiosi, non è già perché se ne voglia fare un Religioso; si pretende semplicemente fame un ecclesiastico come quelli che S. Agostino desiderava avere nel suo clero, come quelli che la S. Chiesa in tutti i secoli ha desiderato avere.  Potete vedere nel libro del P. Olier, Des saints Ordres, quali sono stati i sentimenti suoi su questo soggetto.  Per me, ne ho sentito parlare cento volte durante la sua vita.

«Egli ci diceva che gli ecclesiastici sono stati messi nella Chiesa per servire di modello di santità ad ogni ceto di persone; che debbono quindi possedere le grazie e le virtù di tutti gli stati, in grado sì compiuto e perfetto, che tanto i religiosi quanto la gente che vive nel mondo vi possano vedere quello che è necessario alla propria perfezione.

«Che se nel mondo, dei sacerdoti più ritirati e ferventi, si usa dire che vivono come i claustrali, ciò accade per effetto della corruzione del secolo, la quale proviene da quella del clero; poiché bisognerebbe piuttosto dire, per parlare il linguaggio dei santi, che sono i monaci che vivono come i Preti, giacché è obbligazione essenziale e primitiva dei preti vivere santamente, ed è obbligazione indispensabile dei claustrali imitare i santi preti, seguire i loro esempi e santificarsi praticando quelle regole di perfezione che furono primieramente date per il Clero».

Quanta luce di verità in queste parole, tutte conformi al vero spirito della Chiesa ed  ll'insegnamento dell'Angelico, il quale dice: "Secondo il pensiero di Dionisio, l'Ordine monastico deve seguire            gli Ordini Sacerdotali, e a loro imitazione salire alla perfezione divina.  Di conseguenza, a pari condizioni, il chierico elevato agli Ordini sacri, se fa qualcosa contrario alla santità, pecca più gravemente di un religioso che non ha ricevuto gli Ordini sacri".

L'argomento che più ci interessa, deve essere alquanto approfondito, specialmente dai nostri giovani, e prego i miei confratelli di seguirmi.  Più che con le mie parole, parlerò con quelle dei santi e dei dottori della Chiesa.

Perfezione e stato di perfezione

4. Il Card.  Mercier, in una sua conferenza: Siamo o non siamo religiosi? (La vita interiore, invito alle anime sacerdotali), tratta con alta competenza questo soggetto, ed io non credo poter far di meglio che riassumere alcuni suoi pensieri.

La perfezione consiste nell'unione dell'anima con Dio, mediante il vincolo della carità; ora, la carità è una disposizione abituale di unione con Dio.  Essa si manifesta quaggiù in vari gradi, il più sublime dei quali effettua l'adesione dell'anima a Dio per Dio stesso.  Questa unione con Dio forma uno stato, lo stato perfetto nell'anima cristiana.  Nello stesso senso soggettivo si parla dello stato di grazia, dello stato del peccato mortale, ecc.

Ma nell'espressione stato di perfezione la parola stato ha un altro significato, indicando cioè una situazione sociale «esterna al soggetto».  Ed è in questo senso che si dice pure stato di schiavitù, stato coniugale, stato militare e simili.  Lo stato di perfezione indica dunque un insieme di condizioni sociali permanenti in rapporto con la perfezione.

Ora la teologia e la tradizione canonica riconoscono due stati di perfezione: lo stato di perfezione religiosa, "stato di perfezione da acquistarsi"5  è la condizione sociale permanente di quelle anime che fanno professione di tendere alla perfezione; l'altro, che è lo stato episcopale, "Stato di perfezione acquisita, da esercitare e da comunicare" ", è la condizione sociale del vescovo, indissolubilmente legato alla direzione pastorale di una chiesa.

Dicendo stato perfetto si considera lo stato dinanzi a Dio nel foro interno, e, dicendo invece stato di perfezione, si considera lo stato dinanzi alla Chiesa, nel foro esterno, dal punto di vista del concorso che esso può portare allo splendore visibile della Chiesa, ed è per questo che allo stato di perfezione monastica è essenziale una tal quale pubblicità che ne autentichi l'esistenza.  Le due espressioni stato perfetto e stato di perfezione non vanno dunque scambiate tra loro.  Si può difatti benissimo essere perfetti; senza essere in uno stato di perfezione, e degli sposi, delle vedove, dei soldati, degli artigiani, dei servi giunsero alla più alta perfezione senza passare da uno stato di perfezione.  E viceversa, né tutti i religiosi professi, né tutti i Vescovi sono perfetti.  La dottrina è di S. Tommaso. «Niente impedisce che alcuni siano perfetti, pur non essendo nello stato di perfezione e che altri siano nello stato di perfezione, pur non essendo perfetti» I.

C'è però una differenza essenziale fra lo stato di perfezione del religioso e quello del Vescovo: il primo suppone infatti che colui che vi si consacra aspiri alla perfezione e si sforzi di raggiungerla; mentre il secondo suppone che abbia già acquistata la perfezione e si trovi in grado di comunicarla ad altri.

Ecco quindi stabilite nettamente due distinzioni.  Prima distinzione: altro è perfezione soggettiva interiore, altro uno stato esterno di perfezione, e A fatto di non appartenere a questo non ci dispensa dall'obbligo di possedere quella. - Seconda distinzione: lo stato esterno di perfezione del religioso e quello del Vescovo differiscono fra loro essenzialmente, perché infatti questo presuppone la perfezione interiore del soggetto, mentre quello non esige che la volontà di acquistarla.

Qual è la nostra condizione

5. Dopo questi dati, quale dunque sarà la condizione nostra, amati confratelli, dal momento che non apparteniamo né allo stato religioso né a quello episcopale?  Il dotto Cardinale Mercier, appoggiato a S. Tommaso, risponde che anche come semplici Sacerdoti senza cura d'anime, siamo obbligati ad un'alta santità interna, e ciò in forza della nostra vocazione ufficiale all'esercizio del culto nella Chiesa e per la sublimità delle funzioni che compiamo all'altare in servizio di Cristo: vi siamo anzi più strettamente obbligati di quello che non lo sia il religioso per la sua professione: "In forza del sacro Ordine il chierico è designato all'esercizio di degnissimi ministeri con i quali si serve allo stesso Cristo nel Sacramento dell'altare, per il quale si richiede maggiore santità inferiore di quanta ne richieda lo stato religioso".

E che dire della santità richiesta in un missionario che è anche pastore di anime?  La nostra collaborazione all'ufficio pastorale dei nostri Vescovi non ci pone canonicamente in uno stato di perfezione, perché l'ordinazione sacerdotale non ci obbliga, per se stessa, al Sacro Ministero ed il nostro impegno di servire le anime non è di natura sua perpetuo come quello del Vescovo, esso è limitato e revocabile; ma nel foro interno e dinanzi a Dio che cosa ci manca per essere obbligati - non dico solo alla perfezione della religione ed alla santità del religioso - ma anche alla perfezione della carità pastorale del Vescovo?  Niente!

Quando ci siamo dedicati al sacerdozio ed al ministero delle Missioni, unica nostra intenzione fu di consacrarci agli interessi della gloria di Dio ed al servizio delle anime: quando nell'Ordinazione promettemmo rispetto ed obbedienza al Vescovo, intendemmo porci a disposizione del nostro superiore ecclesiastico senza limiti e senza riserve.  Dunque nel nostro cuore sacerdotale e missionario regnava tutta la generosità dell'Amore del prossimo, la cui solenne professione è la caratteristica della perfezione episcopale.

Ricordiamo il nostro giuramento: "Prometto e giuro di consacrare tutta la mia vita al servizio delle Missioni affidate a questo Istituto........ Questo impegno giurato, di consacrare tutta la vita nel ministero delle anime nelle lontane Missioni, non ci permette di stabilire che la santità a cui deve aspirare il Missionario è molto vicina a quella che la Chiesa presuppone e si attende dai Vescovi?

E non è questo il pensiero della Chiesa che anche dai semplici Sacerdoti chiede un altissimo grado di perfezione?  Il Pontificale nell'ordinazione dei preti ci dice chiaramente che N. Signore volle che i ministri suoi fossero perfetti: "con le parole e con i fatti volle che i ministri della sua Chiesa fossero perfetti  nella fede e nelle opere, cioè solidamente fondati nella carità di Dio e del prossimo" .

L'Imitazione di Cristo che, dopo la S. Scrittura, rispecchia tanto bene il pensiero di Dio per quanto riguarda la nostra santificazione, è esplicita su questo punto: "Sei stato ordinato Sacerdote e consacrato per celebrare; ... Non hai alleggerito il tuo peso, ma ti sei vincolato d'ora innanzi ad una più stretta disciplina e sei tenuto ad una maggiore perfezione di santità.  Il sacerdote dev'essere adorno di tutte le virtù, dare agli altri l'esempio di una buona vita"

Il pensiero di S. G. Crisostomo

6. E questa è la dottrina che fu sempre insegnata nella Chiesa.  Potrei indugiarmi in molte citazioni di Padri, di Concili, di Sommi Pontefici, di sacri Autori, ma mi limito a riportare unicamente alcuni pensieri di S. Giovanni Crisostomo, come quelli che fanno più direttamente al mio caso, e che ho desunti dall'aurea sua operetta De Sacerdotio, scritta intorno al 375 per difendere la sua fuga, quando lo si voleva promuovere al sacerdozio ed all'episcopato.  Vediamo cosa egli pensa del sacerdozio e della virtù che esso presuppone.

"Non mi spingere, egli implora da Basilio, non mi spingere a questo passo: perché non si tratta del comando d'un esercito, né di un trono, ma d'un affare che, per andar bene, ha bisogno d'una virtù angelica.  Infatti l'anima del Sacerdote dev'essere più pura dei raggi del sole, affinché lo Spirito Santo non lo abbandoni mai: di modo che possa dire: io vivo, ma non sono io che vivo, è G. Cristo, che vive in me (Gal.  2, 20).  Se infatti coloro che vivono in un eremo, lungi dalla città, dal foro e dal chiasso come in un porto,... debbono fortificarsi da ogni lato, affinché con fede e sincera purezza riescano ad avvicinarsi a Dio, dimmi tu quanta forza e violenza deve usare il Sacerdote, per tener lontana l'anima da ogni bruttura e conservarne intatta la spirituale bellezza?

"Perché anzi egli ha bisogno di maggior purità che non i monaci; e chi ha bisogno maggiore, ha pur maggiori occasioni che lo possono inquinare, se, facendo uso di un'assidua vigilanza, di un'immensa attenzione, non tiene lontani i nemici dall'ingresso dell'anima sua... Ed il monaco non ha da pensare che a sé; e se alle volte deve pensare agli altri, questi sono sempre pochi, e se anche fossero molti, sono certo sempre in numero inferiore di coloro che fanno parte delle Chiese, e procurano sempre a colui che governa molto minore preoccupazione... Coloro poi che sono affidati al Sacerdote, per la maggior parte, vivono m mezzo alle cure del secolo; il che li rende più fiacchi nelle cose spirituali...

"il Sacerdote che ha l'ufficio di pregare per tutte le città, per tutto il mondo, supplicando Dio di essere propizio per i peccati di tutti, non solo per i vivi, ma anche per i morti, quale credi tu che debba essere?  Io credo che non gli potrebbe bastare, per l'efficacia di questa supplica, la fede di Mosè e di Elia... Egli dunque deve essere superiore a ciascuno di coloro per i quali prega, quanto un protettore deve essere superiore ai suoi protetti.

"E in qual ordine, dimmelo per favore, lo porremo quando egli invoca lo Spirito Santo, quando offre quel tremendo sacrificio, e tiene fra le mani il Signore di tutti gli uomini?  Quale purezza, quale pietà esigeremo da lui?  Pensa quanto pure devono essere quelle mani, quanto pura quella lingua, che deve pronunciare quelle parole; pensa quanto più pura e più santa ancora dev’essere quell'anima, che riceve in sé lo Spirito Santo!  In quel momento gli Angeli stanno intorno al Sacerdote... e ciò noi crediamo a causa dei grandi misteri che allora si compiono...

"E tu non inorridisci ancora per aver voluto introdurre quest'anima mia in un ministero così sacro... Perché l'anima del Sacerdote deve risplendere come una luce che illumina tutto il mondo... I Sacerdoti devono essere il sale del mondo...

"Sono pur grandi le lotte dei monaci e grave fi loro lavoro, ma se qualcuno confronta il ministero sacerdotale coscienziosamente esercitato, con le fatiche dei monaci, vi troverà tanta distanza quanta ve n'è fra un re ed un suddito".

E continua il santo dottore nel confronto, per concludere sempre che al sacerdote occorre maggior virtù, perfezione, santità che non al monaco, e dice: "Se v'è qualcuno che riesca, pur in mezzo alla società degli uomini, a conservare intatte e ben ferme più che gli stessi monaci la tranquillità, la santità, la pazienza, la sobrietà e tutte le altre virtù della vita monastica, costui è degno di esser scelto (al Sacerdozio)" (De Sacerdotio, Libro 6).

Il primo Ordine religioso

7. Bene quindi a ragione il citato Card.  Mercier, rivolto ai suoi Sacerdoti, esclama: «Quelli che si difendono con il dire che non sono religiosi, s'appoggiano su questa considerazione che non sono cioè in uno stato religioso, ed hanno ragione, perché non sono di fatto religiosi professi appartenenti ad uno stato canonico di perfezione religiosa; ma da ciò non segue che non siano tenuti a quella perfezione di vita a cui sono tenuti i religiosi.  No, mille volte no.

«E prima di tutto non solo essi sono religiosi, ma lo sono nel senso più alto dell'espressione... Voi miei cari confratelli, appartenete al primo Ordine Religioso stabilito nella Chiesa; il vostro fondatore è Gesù Cristo stesso, i primi religiosi del suo Ordine furono gli Apostoli, i loro successori sono i Vescovi, in unione con essi sono tutti i Sacerdoti, i ministri degli Ordini Sacri, e perfino gli stessi chierici che fanno pubblica professione di non volere altro che Dio per loro eredità, e, per occupazione nella vita, il servizio di Dio...

"Voi siete dunque religiosi e in primo grado.  Ma allora sarebbe cosa inaudita che qualcuno di voi pretendesse di non essere tenuto ad una perfezione pari almeno a quella dei religiosi dei chiostri.  La verità è, al contrario, che siete tenuti per la vostra tonsura, e a più forte ragione, per A vostro Sacerdozio, ad una perfezione più elevata della loro...

"Il Sacerdote religioso - come per esempio i numerosi figli di S. Benedetto, di S. Agostino, di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Ignazio, di S. Teresa, di S. Alfonso e di altre congregazioni - è tenuto forse ad una perfezione più alta della nostra?

«No, la vocazione clericale è superiore alla vocazione religiosa; il ministro dell'altare, il Sacerdote, per questi due titoli di ministro dell'altare e di Sacerdote, è tenuto a maggior perfezione del religioso in ragione della sua professione monastica: per conseguenza il religioso, divenendo Sacerdote, ascende in dignità e assume l'obbligo di innalzare la sua anima al livello di santità reclamata dalla sua vocazione superiore; mentre il prete che si fa religioso non sale neppure di un gradino la scala degli obblighi morali e religiosi».

Le chiare parole del dotto e grande Cardinale, che ho voluto di proposito largamente riferire, potranno destare qualche meraviglia solo in chi è abituato a considerare la perfezione e la santità una privativa dei chiostri; esse però, mentre non rispecchiano che la semplice verità, rischiarano pure di viva luce l'altezza di pensiero dei nostri Fondatori, i quali, avendo del Sacerdozio e della santità che esso richiede il giusto concetto, credettero non fosse richiesto imporre a quelli che si sarebbero dati all'Istituto delle Missioni altri vincoli di perfezione, che quelli con i quali N. Signore ha legato i suoi Sacerdoti.

I grandi riformatori del Clero non ebbero che da ricordare i principi che ho riferito per richiamare e ricondurre i Sacerdoti alla santità della loro vocazione.  Il Card. di Brulle, il quale nel secolo XVII tanto lavorò per la riforma del clero di Francia, fu uno di questi.

«Il Sacerdozio, egli diceva, è l'Ordine fondato da N. Signore Gesù Cristo in persona: è il primo, il più essenziale, il più necessario alla Chiesa, perché lo stato sacerdotale è, non solamente uno stato santo e sacro nella sua istituzione, un ufficio divino nella sua pratica e ministero, ma di più è l'origine di ogni santità che vi deve essere nella Chiesa di Dio.

«Perciò tutte le virtù e perfezioni evangeliche debbono trovarsi in quest'Ordine in forza della sua unione a Cristo...

«Fin da principio, e molto prima della fondazione degli Ordini religiosi, l'Ordine sacerdotale, di cui N. S. è l'Istitutore, ha avuto nella sua pienezza lo spirito della sua sublime vocazione, e con tutta la perfezione di cui gli uomini possono essere capaci ha riprodotto in se stesso le virtù del Figlio di Dio».

Ispirato a questi principi nel 161 1, egli fondò l'oratorio di Parigi, di cui Bossuet " riassumeva così lo spirito in una celebre frase della sua Orazione funebre del P. Bourgoing: «L'amore immenso di Pietro di Bérulle per la Chiesa gli ispirò il disegno di formare una compagnia di Sacerdoti alla quale egli non ha voluto dare altro spirito che lo spirito della Chiesa, non altre Regole che i suoi canoni, né altri Superiori che i suoi Vescovi, né altri legami che la sua carità, né altri voti solenni fuori di quelli del Battesimo e del Sacerdozio».

Ragioni più intime

8. Ma voglio lasciare da parte i motivi generali, e scendere un po' a fondo nelle nostre anime missionarie, e studiare un tantino le supreme esigenze del nostro divino ministero, per trovarvi ragioni, se è possibile, ancora più intime e stringenti dell'alto grado di carità a cui dobbiamo aspirare.

Che cos'è la vocazione missionaria da parte nostra? È l'amore nostro per Dio, portato sino al completo sacrificio di noi stessi.  Se la nostra vocazione non è questo, essa non è nulla.

Analizziamo.  Come nacque, come si determinò questa vocazione?  Dobbiamo andare indietro nel tempo, e ricordare quello che passò un giorno fra Dio e noi, il combattimento dolce e doloroso insieme che dovemmo sostenere: bisogna ricordare gli inviti caldi e pressanti di Gesù e le nostre titubanze, l'amore che ci spingeva a darci a lui e lo spavento della sua croce, le attrattive della sua grazia e quelle del mondo... Alla fine, fortificati dal consiglio, sostenuti dalla grazia, ci demmo vinti al Signore.

Allora, quando dicemmo di si, non facemmo riserve: Gesù non le avrebbe tollerate, noi neppur le pensammo.  Gesù si dava tutto a patto che anche noi avessimo a darci e a dargli tutto: alla fine lo scambio era tutto a nostro immenso vantaggio.  E non ci furono tenuti nascosti né i sacrifici che ci si chiedevano, né i premi che ci si promettevano.

Gesù ci disse: Esci dalla tua famiglia, esci da te stesso, liberati dalla carne, liberati dall'orgoglio, prendi la mia croce... ti darò per patria il mondo, ti darò figli senza numero, ti accompagnerò sempre con la mia grazia, ti darò me stesso, ti darò un posto distinto nel mio paradiso... Accettammo e ci mettemmo a seguirlo con trasporto.  Allora eravamo disposti a tutto.

Gesù è stato fedele.  Lo fummo poi noi sempre altrettanto?  Se ora io vi dico che dobbiamo aspirare ad un alto grado di santità, non faccio altro che ricordarvi il nostro dovere di fedeltà. santità, perfezione non sono altro che carità ed amore, carità che giurammo e promettemmo tante volte...

Ah! lo so; i primi passi furono facili.  Eravamo piccoli allora ed eravamo il più spesso portati in braccio: «Cavalca bene colui che è sostenuto dalla grazia di Dio» (Imit.); ma dopo... quando passarono i primi fervori... quando si giunse in missione faccia a faccia con la realtà... quando Dio lasciò a noi l'onore del combattimento?  Come ci comportammo, come ci portiamo?

Amati confratelli, per essere santi dobbiamo solo ricordare quello che abbiamo promesso, quello che abbiamo dato.  Noi più non ci apparteniamo: San Paolo ce lo dice: "Non appartenete a voi stessi..... siamo di G. Cristo, da Lui comprati "a prezzo di sangue" (1Cor 6,19), a Lui venduti volontariamente tante volte quante volte ci donammo.  A quale grado di intimità è giunta la nostra unione di carità con Gesù Cristo?  Essa si misura dal grado della nostra perfezione nell'esercizio delle virtù evangeliche e del nostro spirito di sacrificio.  Quanto segna il nostro termometro?

Quello che siamo

9. Per essere santi e grandi santi dobbiamo ricordare quello che siamo.  Siamo Missionari, esecutori dei disegni della misericordia di Dio in questo misero mondo, realizzatori della sua gloria.  E missionario perciò è un uomo che non può conoscere mediocrità e mezze misure.  Ha creduto, crede nella carità di Dio per le anime, carità incommensurabile, infinita, ed anch'egli, pur nella sua piccolezza, non misura.  Se uno di noi dicesse di non essere, di non sentirsi obbligato ad un alto grado di perfezione e di carità, costui non darebbe e non si darebbe tutto e per ciò stesso non sarebbe missionario.

Il missionario degno di questo nome crede nella carità di Dio per sé e per le anime, donde il suo zelo perché il nome di Dio sia santificato, perché venga il suo regno e la divina volontà sia fatta su tutta la terra: egli sa che è per la realizzazione di questo piano che le anime sono salve.  Come ci può essere posto nell'anima di questo missionario per la tiepidezza, per la grettezza, per la riserva, per le mezze-misure?

Al contrario il missionario che sente la sua vocazione vive sempre una vita di accesa carità di Dio e quindi di alta perfezione.  Dio si è dato a lui ed egli ogni istante rinnova il dono di sé a Dio; Dio è sceso, si è umiliato, si è esaurito, si è sacrificato per le anime: ed egli, per rispondere a questa carità, per imitarla, si dà ogni giorno, ogni giorno fatica, si umilia e soffre per procurare la salvezza di queste anime.

E in grazia di questa unione di carità e di sofferenza del missionario con Gesù che le anime si convertono e si salvano: poiché, voi lo sapete - e non dovrebbe essere un mistero per nessuno di noi - se manca qualche cosa all'opera della salvezza delle anime, per cui tante volte questa non si verifica, non è e non può essere dalla parte di Dio.  Molte volte manca la corrispondenza da parte delle anime, ma tante volte manca la santità del ministro.

Di questo noi dobbiamo occuparci e preoccuparci.  La passione di Gesù Cristo ha un valore sovrabbondante, infinito; ma si applica alle anime per mezzo della preghiera, dell'immolazione personale e della predicazione del missionario, il quale solo per tal modo si rende strumento degno di servire al mistero della divina redenzione del mondo.  Gesù fu prete e vittima; noi, eredi del suo Sacerdozio, dobbiamo, se vogliamo fare frutto di anime, partecipare al suo stato di Sacerdote e di vittima.  S. Paolo lo sapeva e non hanno altro significato quelle sue misteriose parole ai Colossesi ove dice: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi, e perché? perché completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa, di cui sono diventato ministro" (Col 1,24-25).

Dunque, se non raggiungiamo l'alta perfezione del nostro stato, rimaniamo al di sotto della nostra missione provvidenziale: fallisce lo scopo per cui Dio ci ha chiamati e noi ci siamo offerti.

E consideriamo ancora: quando Gesù ci ha detto che siamo la luce del mondo ed il sale della terra non ci ha dato dei titoli vani, ma ci ha assegnato degli uffici, degli obblighi.

Quale luce spanderemo, quale sale spargeremo se la nostra vita non splenderà essa stessa innanzi ai popoli per santità e perfezione?  Ma, mi direte, splenderemo con la scienza, condiremo con la predicazione.  Miei cari, se questo, senza la santità dei sacerdoti, potesse bastare, il mondo al giorno d'oggi dovrebbe essere tutto cristiano.

Quando le prediche del missionario non sono sostenute, illustrate, fatte tangibili dagli esempi di una vita santa; quando le fatiche del Missionario non sono fecondate dalla grazia di Dio, che non è efficace se non per chi si sforza di meritarla, allora le opere più belle, le fatiche più ardue e la stessa divina predicazione approdano a poco o nulla.

Tenete a mente, specialmente voi, o giovani, questa lezione di fondamentale missionologia! ...

... Ne cum aliis praedicaverim...

10. Ma c'è un'altra gravissima ragione che deve stimolarci, obbligarci ad essere seriamente studiosi della nostra santificazione.

Poveri Missionari!  Mandati « ... in mezzo a una generazione perversa e degenere» dove debbono risplendere come soli di virtù e di santità, «come astri nel mondo» (Fil 2,15), vi possono trovare invece occasioni di perdersi... Lo sapeva S. Paolo, e perciò, alle tante fatiche del suo apostolato, univa pure l'aspra penitenza con cui affliggeva il suo corpo, come ci fa sapere egli stesso scrivendo ai Corinti: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri venga io stesso squalificato»  (1Cor 9,27).

Il missionario ha innanzi a sé aperto tutto il mondo, ma bisogna che non dimentichi che anche per lui, come per tutti i cristiani, non c'è che una sola via per salvarsi e questa è la via stretta, di cui ci ha parlato il Maestro divino.  Oh! si, anche il missionario si può perdere e dannare!  E se fra noi ci fosse chi dice che possiamo essere soddisfatto di una mediocre virtù, perché non siamo religiosi, questi verserebbe in maggior pericolo...

Missionari, sì vocazione santissima, dignità altissima; ma anche per il missionario è vero che «non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole» (2Tim 2,5). E non cammina per la via angusta, non combatte onorevolmente da apostolo di G. Cristo il missionario abitualmente altero, ambizioso, vanitoso, disobbediente; il missionario «amante del turpe lucro» (Tt 1,7), che invece di attendere ai veri ministeri delle anime, si immerge immoderatamente «negli affari mondani» (2Tim 2,4), nelle liti dei cristiani, trascurando così in vane cure e preoccupazioni la preghiera e lo studio.  Non cammina sicuro ed è in pericolo di perdizione il missionario che ha votato la castità ma non teme di esporsi temerariamente alle cattive occasioni, che non mancano in nessun luogo, e molto meno in missione; il missionario che è troppo amante dei suoi comodi, che passa il tempo in oziosità, visite e letture frivole, che non custodisce il cuore da affetti sensibili, che non è mortificato nel vitto e nelle bevande.  E non cammina sicuro il missionario che ha ricevuto invano il dono della santa vocazione, perché è di cattivo esempio a confratelli e neofiti, non si impegna, non sa sacrificarsi per le anime per istruirle, visitarle, correggerle... trascura i doveri di pietà, strapazza messa ed ufficio, e non ama la preghiera.  Egli non è missionario che di nome!

Anche dunque per queste ragioni abbiamo un obbligo strettissimo, e più dei fedeli, e più dei sacerdoti in patria, e più dei religiosi dei chiostri di attendere seriamente all'opera della nostra santificazione, perché non si dica pure di noi: «Quanti Sacerdoti di nome e quanto pochi nei fatti.  Quanti sacerdoti per la veste talare, e tanto poche le lucerne ardenti e splendenti!  Temi che se sono pochi quelli che si salvano tra le pecore, meno ancora siano quelli che si salvano tra i sacerdoti» (Arvisenet)

Danno di anime

11.       Miei amati confratelli, perdonate se insisto, se mi ripeto, se moltiplico le testimonianze per inculcare la necessità che abbiamo di essere santi, dacché siamo stati da Dio innalzati al divino sacerdozio e destinati e chiamati al ministero delle anime nelle missioni.  Il motivo è che la nostra santità è condizione indispensabile per il felice successo della nostra missione, e, fallendo noi, non è solo nostro danno, ma è danno di anime.  Permettete dunque che mi avanzi ancora un poco in questo tema e vi dica un altro mio pensiero.

Io non esito ad affermare che ben diversa dell'attuale sarebbe la faccia del mondo e delle missioni in modo particolare, se quelli ai quali il Signore ha affidato in ogni tempo la salute dei popoli, fossero sempre stati all'altezza della loro missione per la santità della loro vita e per l'ardore del loro zelo.  Per quello che riguarda le missioni in modo particolare leggete le seguenti gravi parole che i Vescovi Vicari Apostolici autori dei «Monita ad missionarios» scrivevano nel 1669 al Sommo Pontefice Clemente IX: «Abbiamo constatato che la virtù dei predicatori del Vangelo e gli esempi della loro vita santa hanno contribuito enormemente alla conversione degli infedeli; così pure abbiamo sperimentato che essa è stata ritardata e anche impedita, quando i piedi dei messaggeri di pace non sono stati belli, ma macchiati dal fango del mondo.  Autori molti seri fanno capire chiaramente che la rovina e la perdita di Missioni fiorentissime o certamente molto promettenti deriva sia dalla condotta non del tutto lodevole di alcuni operai evangelici, sia dal contrasto esistente tra il loro modo di propagare il Vangelo e il Vangelo stesso, sia dalla loro indolenza e ignoranza».

I missionari, dunque, inviati a promuovere la conversione delle anime e l'estensione del Regno di Dio, possono anche, se non sono santi, riuscire di ostacolo, di danno, di rovina!  Quanta materia di meditazione!

Predicazione e santità

12. Ma fate attenzione a quanto ho ancora da dire.

Fermo per un poco la vostra attenzione a riflettere sull'efficacia divina che dovrebbe avere sulle anime il mezzo principale del nostro apostolato, che è la predicazione della parola di Dio.  Che cosa ha creato il missionario, se non quel divino comando: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15)? 12.  E ben sappiamo che «è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1Cor 1,2), per cui gli Apostoli non attesero che a questo: «Noi invece ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola» (At 6,4).

Prima orationi, e perché?  Perché il frutto, l'effetto della predicazione è in rapporto alla santità del predicatore.  I Santi predicavano e convertivano, perché erano uomini di orazione.  I predicatori, che non sono santi, che non pregano o pregano poco, possono anche piacere e riscuotere ammirazione, ma lasciano negli ascoltatori il vuoto del proprio spirito.  Così è qui fra noi, e così è specialmente nelle missioni, dove la parola non può neppure ammantarsi di quei fronzoli, di quell'erudizione con cui può qui essere presentata.

Le predicazioni dei veri uomini apostolici non erano sforzi di memoria, ma frutto di fervide meditazioni: le parole che uscivano dalle loro labbra erano fiamme che illuminavano le menti ed accendevano i cuori, muovendoli a convertirsi e a darsi al Signore.  Quei predicatori erano uomini di santissima vita, i quali, memori dell'avviso dell'Apostolo a Tito: «Offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta» (Tt 2,7), confermavano con l'esempio quello che inculcavano con la predicazione.

Il Crisostomo si domanda donde gli SS.  Apostoli ebbero tanto successo con la loro predicazione: "Che cosa li fece apparire grandi?  Il disprezzo del denaro e della gloria, il distacco da ogni affare terreno; se non avessero avuto tali virtù, anche se avessero risuscitato i morti, non solo non avrebbero giovato ad alcuno, ma essi stessi sarebbero stati considerati seduttori".

Abbiamo inteso?  "Disprezzo del denaro, disprezzo della gloria, distacco da ogni affare terreno!" ". Gli Orientali hanno precisamente questo concetto di quello che debba essere, e del come debba presentarsi, l'uomo di Dio.  La nostra mentalità occidentale tanto portata all'azione esteriore, che dà tanta importanza al denaro non li impressiona favorevolmente agli effetti di una vera loro conversione al cristianesimo: è anche per questo che tanti non prestano attenzione al nostro divino messaggio di salute.

Buona e necessaria cosa nelle Missioni aprire scuole, dispensari, ospedali, fabbricare chiese e residenze, specialmente se tutte queste opere sono espressione della fede e della generosità dei convertiti; ma non possono essere un sostituto della predicazione e della santità del missionario, pena la sterilità ed il trovare un giorno di aver fabbricato sull'arena.

Ma permettete che torni al soggetto della predicazione.

L'attacco diretto al paganesimo

Non è vero che quando non si è santi, si ha paura di parlare di Gesù Cristo alle genti con la franchezza, con la libertà, e soprattutto con la fede con cui ne parlavano gli Apostoli e tutti i santi missionari dopo di loro?

Miei amati confratelli, noi siamo apostoli di Gesù Cristo e, come S. Paolo, abbiamo ricevuto l'ordine di annunziarne il Nome alle genti: abbiamo la missione di convertire il mondo e di riformare la società pagana con la predicazione di Gesù Crocifisso.  Ancor oggi è vero che solo in Gesù è la salute delle anime e del mondo: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,2).

Ora, non avverrebbe per caso che, con il pretesto che i pagani subito non capirebbero fi grande mistero di Cristo ... ; che bisogna entrare indirettamente ... ; che bisogna, con l'istruzione e le opere di carità, crearsi l’atmosfera favorevole... non avverrebbe, dico, che taluni missionari di oggi, con questi inconsistenti pretesti, avessero a rimandare la predicazione diretta di Gesù Cristo e del suo Vangelo ad un.... secondo tempo?

Non vi sembri fuori di luogo la domanda.  P- tanto facile, quando si è poveri di divino, attaccarsi all'umano.  Abbiamo l'esempio dei protestanti, che hanno sopraffatto e soffocato la predicazione di Gesù Cristo con la preponderanza della loro attività umanitaria e culturale.  Si aspetta che con le scuole e con le altre opere si crei l'atmosfera favorevole, e che venga per tal modo la cosiddetta Ora di Dio; ma se così si creasse invece un'atmosfera, che fa, sì, benevoli ed obbligati a noi i popoli pagani, ma li rende sempre più indifferenti a Dio ed alla nostra santa missione?

Preghiamo Dio che ci dia la santità ed il coraggio degli Apostoli, perché possiamo muovere all'attacco diretto del paganesimo ed aprirci qualche breccia nelle grandi religioni organizzate esistenti nelle missioni.  Non c'è da temere insuccesso, se si è santi e si ha fede nella virtù della parola di Gesù Cristo.

I poveri, gli umili, i diseredati vengono oggi a noi in numero considerevole: sono conquiste relativamente facili... E gli altri, quelli che non hanno bisogno di noi, ma hanno pure tanto bisogno di Dio?  Quanti delle classi colte, dirigenti vengono alla fede?  Che si fa per i buddisti, per i maomettani?

Sono popoli corrotti, superbi, di dura cervice, sono quello che si vuole; ma il Vangelo non è fatto proprio per essi?  Il Signore non è venuto precisamente anche per la loro salvezza? 0 si teme che la parola e la grazia di Dio non siano abbastanza potenti per conquistare anche quei cuori?

14. Gli Apostoli dovettero affrontare un mondo pagano come quello che dobbiamo evangelizzare noi.  Gesù Crocifisso era anche allora uno scandalo per i giudei ed una follia per i sapienti pagani; pure gli Apostoli non ebbero paura o tergiversarono, non ricorsero per farsi strada alle opere di carità, di beneficenza e di istruzione.  La carità e la beneficenza c'entrarono anche loro, ma furono frutto naturale della fede predicata e praticata, non mezzo di penetrazione.

Gli Apostoli e tutti i santi missionari predicarono e presentarono direttamente Gesù Crocifisso agli infedeli, perché sapevano che solo Gesù Crocifisso possiede la virtù di Dio che può convertire le anime e cambiare la faccia della terra.  A tal proposito gli Autori dei "Monita ad Missionarios" ci dicono che un missionario tradirebbe il suo ministero se "mettendosi al servizio della carne", chiudesse la bocca sulla povertà, sulle sofferenze, sulla croce di N. Signore, poiché, come insegna S. Tommaso, "nella dottrina della fede cristiana è una verità fondamentale che la salvezza si ottiene mediante la croce di Cristo".

Oh! come desidero che ciascuno dei nostri missionari possa dire con S. Paolo: «I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza»... le genti vogliono da noi opere di aiuto e sollievo materiale, i governi si aspettano opere di istruzione e di civiltà, «noi prediciamo Cristo crocifisso... potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,22-24).

lo amo e prediligo questo nostro Istituto per la sua particolare caratteristica di essere genuinamente apostolico, tutto dato all'apostolato diretto degli infedeli.  Manchiamo forse di molte cose, siamo poveri di grandi mezzi e di grandi opere nelle missioni, ma siamo tutti delle anime e questo non è piccolo pregio.  Ed io vorrei che fossimo ancora più poveri, ma molto più santi; ci guadagneremmo assai, noi e le missioni.  Come sarebbe bello allora poter dire alle nostre popolazioni come S. Paolo ai Corinti: siamo ricchi solo di Gesù Crocifisso!  Il nostro apostolato è tutto opera di fede purissima... «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso.  E la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,2-5).

Ma se S. Paolo piantò la fede non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio fu perché era pieno egli stesso di questa virtù di Dio, che è Gesù Cristo; pregando senza intermissione, castigando il suo corpo con la penitenza, appariva davanti ai popoli veramente quale «un altro Cristo», poiché per lui vivere era Cristo: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). E difatti i popoli possono ammirare il missionario dotto, possono benedire il missionario benefico, possono sfruttare il missionario ricco, possono temere il missionario potente, ma non s'inchineranno, non si arrenderanno -che al missionario santo.

S. Giovanni Battista non fece nessun miracolo, tutta la sua autorità davanti al popolo gli veniva dalla sua vita penitente e santa, e così induceva le anime a penitenza, ed affrontava scribi e sacerdoti e regnanti, e tutti gli si inchinavano, e lo stesso tiranno lo temeva, «sapendolo giusto e santo, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6,20).

Ecco, amati confratelli, un'altra profonda ragione che ci obbliga ad essere grandemente santi: affinché possiamo essere veramente potenti, «in opere e in parole» (Lc 24,19) nel nostro apostolato, e conseguire l'effetto della nostra vocazione, che è la gloria di Dio per la salute delle anime.

L'Istituto nei suoi uomini

15. Miei amati confratelli, dopo quanto siamo venuti discorrendo, credo che nessuno potrà più dubitare che, se vogliamo essere veri missionari, dobbiamo vivere da santi, indipendentemente dall'essere si o no religiosi, dall'avere sì o no i voti.  Tuttavia taluno potrebbe ancora dire: se le cose stanno così, perché allora non entrare in qualche Ordine religioso e godere degli aiuti che indubbiamente offre per meglio raggiungere questa Santità di cui ben vediamo la necessità?

Ora questa, io vi dico, è una conseguenza che non viene necessariamente da quanto è stato esposto.  Come il sacerdote nel secolo ha tutto quanto gli occorre per essere perfetto come lo vuole Gesù Cristo, così tutto quanto e più abbiamo noi nell'Istituto per essere santi e perfetti missionari.  Dobbiamo tutti essere santi nella Chiesa; ma non tutti con gli stessi mezzi, perché non ci troviamo tutti nelle stesse condizioni.

Ma che cosa è questo nostro Istituto di Missioni?  Vi possiamo proprio appartenere, sicuri di poter nelle sue file trovare i mezzi per santificarci e così rispondere pienamente alla grazia della nostra vocazione?  Permettetemi che lo descriva e ritragga alcuni tratti della sua particolare fisionomia.

Salvo le debolezze inerenti ad ogni anche più santa e divina istituzione che deve svolgere la sua azione su questa misera terra, il nostro Istituto è una società di uomini animati dal più puro spirito apostolico, che hanno generosamente ed effettivamente rinunciato ai legami della carne e del sangue, a tutti i conforti e comodi della vita, a tutte le speranze di umani vantaggi ed avanzamenti, che abbandonano per sempre la loro patria, i loro cari, i loro amici per seguire la loro divina vocazione di Apostoli di Gesù Cristo.  Il nostro Istituto è fatto di uomini votati così a Dio ed agli interessi della Religione, che ad un cenno dei superiori tutti indistintamente, sono pronti ad andare e vanno in qualsiasi regione, anche la più remota, inospitale e sconosciuta del mondo, e là, senza nulla chiedere o sperare, tutta la loro esistenza consumano a procurare la salvezza delle anime, che arricchiscono di tutti i tesori di cui N. S. Gesù Cristo li ha fatti depositari.  L'Istituto infine è una compagnia di uomini che con la loro viva fede, con il loro invitto coraggio, con l'ardentissimo zelo, con l'infiammata loro carità perpetuano nella Chiesa e nel mondo la generazione degli Apostoli e dei Martiri, e sono una perenne, viva testimonianza della divinità della nostra S. Religione.

L'Istituto nella Chiesa

16. Questo è l'Istituto nei suoi uomini: qual è ora la sua particolare posizione nella Chiesa come Società Missionaria; in cosa più particolarmente si distingue dagli Istituti religiosi?  Il nostro Istituto, a differenza degli altri, che esisterebbero anche senza avere missioni, non esiste per sé; esiste solo perché esistono le missioni: i suoi interessi non sono altri da quelli delle Missioni affidategli dalla Chiesa.

I nostri missionari devono obbedire al Superiore generale dell'Istituto ed a chi lo rappresenta nelle Missioni, ma questa obbedienza è ordinata tutta ed unicamente ai fini dell'apostolato, e nessuno ha privilegi da far valere contro la giurisdizione dei vescovi e vicari apostolici delle Missioni.  Si parte con la pagella di Missionari apostolico, rilasciata dalla S. Congregazione di Propaganda, e non si torna senza il permesso della stessa S. Congregazione.  Si parte non per andare a fondare all'estero Case dell'istituto ma la Chiesa di Dio; si parte per servire i Superiori ecclesiastici messi dal Successore di S. Pietro a capo delle Missioni ed evangelizzare sotto la loro guida ed indirizzo i popoli, gettare le basi di Chiese indigene, e così contribuire efficacemente ad estendere il Regno di Dio sulla terra.

Le stesse Case che l'Istituto ha in Italia non sono che case delle missioni: Seminari, cioè, per il reclutamento e la formazione degli Operai evangelici, da spedire sul campo appena sono preparati.  Queste Case non esisterebbero se non dovessero rispondere a questo scopo.  Perciò l'Istituto, considerato nella sua esistenza in Italia, viene anche chiamato Seminario delle Missioni Estere, come si chiama spesso anche la grande Società delle M. E. di Parigi.

Nell'Istituto dunque si vive di un solo pensiero, si brucia butti di un'unica fiamma: la gloria di Dio, l'estensione del suo Regno mediante l'apostolato delle anime.  Per questo lavora chi sta sul campo, per questo chi prepara gli operai in patria, per questo offrono le loro preghiere e sofferenze quelli che le malattie costringono a forzato riposo.

Grande onore poi per l'Istituto è il suo titolo di Pontificio.  Questa nobile qualità mette l'Istituto ed i suoi membri come in una più diretta ed intima unione con la S. Chiesa, di cui dobbiamo propagare fi messaggio ed estendere le conquiste; ci pone nella più immediata dipendenza dalla Gerarchia, dalla quale riceviamo le direttive ed eseguiamo gli ordini, quando, giunti in missione, lavoriamo sul campo che ci viene affidato.  Le direttive infatti del loro lavoro apostolico, i missionari dell'Istituto le ricevono immediatamente dai Vescovi, e noi sappiamo come i Superiori regionali non possono occuparsi delle cose che riguardano direttamente il governo e l'amministrazione delle Diocesi, dei Vicariati o Prefetture apostoliche, che sono retti per tutto dai Superiori ecclesiastici.

17. Missionari nel senso più puro della parola, araldi e propagatori della religione di Gesù Cristo, respiriamo il suo spirito universale, e mai sacrifichiamo agli interessi della nostra congregazione quelli generali della Chiesa e delle anime.  Come S. Paolo «mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22) ci gloriamo e siamo gelosi nel conservare questo spirito di veri servi di Gesù Cristo, della S. Chiesa e delle anime, sì da poter dire sempre anche noi con lo stesso Apostolo: «Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero»(1Cor 9,19).

L'Istituto non vive dunque in margine alla Chiesa, ma si fonde e si perde in Essa per servirne la causa, per consumarsi senza alcuna terrena ricompensa per la gloria di Dio.

Questo è e si sforza di essere il nostro Istituto. t superfluo dimostrare come, vivendo fedelmente in esso, possiamo giungere alla più alta perfezione e santità.  La santità è nient'altro che la fedele sequela di Gesù Cristo. «Vieni e seguimi.  Questo è il fine della perfezione, perciò sono perfetti quelli che seguono con tutto il cuore il Signore».  Ora come seguire più totalmente, più disinteressatamente, più perdutamente Gesù Cristo di quello che insegna e pratica il nostro Istituto?

All'Istituto dunque, considerato come perfetta società di uomini apostolici, non manca nulla: quello che può ancora mancargli (quello che può mancare del resto anche al più venerando Ordine religioso) è quel tanto che forse manca a ciascuno di noi suoi membri in perfezione e santità per vivere degnamente in esso.

Perché senza voti

18. E adesso dirò anche perché i nostri missionari non sono legati dai voti propri dello stato religioso.

Dobbiamo anzitutto tener presente un punto da cui si illumina tutta questa questione: dobbiamo tener presente cioè quello che noi vogliamo essere quando abbracciamo questo Istituto.  La nostra aspirazione prima e diretta è l'apostolato degli infedeli, non quella di entrare nello stato religioso.  Inoltre l'Istituto, che non può non avere come suo primo fine la santificazione dei suoi membri, non è però sorto per fare dei religiosi, ma per mettersi a servizio della Chiesa per cooperare direttamente alla propagazione della fede, alla fondazione del cristianesimo nelle terre infedeli.  L'Istituto quindi mira a fare degli Apostoli, e quando si dice Apostoli non si può dire e volere di Più.

Bisogna inoltre considerare come noi siamo nelle missioni nelle identiche condizioni in cui si trovavano gli Apostoli e gli altri uomini apostolici nei primi secoli del cristianesimo.  Dobbiamo essere quindi animati dallo stesso spirito degli Apostoli, avere lo stesso amore di Dio e zelo delle anime, e ciò è ritenuto più che sufficiente per il raggiungimento della nostra santificazione.

Ciò premesso eccoci al fatto.  Si sa che il nostro Istituto fu ideato e fondato sul tipo di quello tanto venerando ed illustre delle Missioni Estere di Parigi.  Ora è bene conoscere come nei primordi della fondazione di tale società molto si pensò e si discusse questa questione dei voti: alcuni anzi ne proposero dei più rigorosi e perfetti di quelli che fanno ordinariamente i religiosi.  I pareri erano discordi, ma la S. C. di Propaganda decise la questione e non volle che si parlasse di questi voti.

Quelli che furono contrari ai voti pensavano giustamente che, dato lo scopo specifico della Società che si voleva fondare ed il genere di vita a cui erano destinati quei missionari, il vincolo dei voti non avrebbe rappresentato un aiuto.  Quei missionari volevano essere come gli Apostoli fondatori di nuove Chiese, padri di cristianità, educatori di numeroso Clero indigeno: dovevano creare opere, provvedere ai bisogni dei poveri, dovevano avere, come tutti quelli destinati a creare e dirigere grandi attività, una ragionevole libertà di movimento.

Né, pensarono, i voti avrebbero per sé rimediato agli abusi che si sarebbero potuti eventualmente verificare.  Un missionari solidamente virtuoso non ha bisogno di altri legami, oltre quelli che gli vengono dal suo sacerdozio, per mantenersi fedele ai su doveri, ed uno fiacco, anche con i voti, trova sempre come batter la via larga.

19. «Una Società, osserva il P. A. Launey nella sua Storia dell'Istituto delle M. E. di Parigi, che aveva per fine la fondazione l'organizzazione di Chiese sul modello di quelle dei paesi cristiani, non doveva per quanto è possibile avvicinarsi e rassomigliare alla costituzione del Clero che governa e dirige queste Chiese?».  È in queste parole una ragione molto profonda, che fa pensare alla divina sapienza della S. Chiesa nel non aver voluto che i missionari di quella Società si legassero da voti.

Dato quindi lo scopo dell'Istituto nostro che, come quello Parigi, è puramente ed esclusivamente consacrato all'Apostolato degli infedeli, la forma di Società senza voti, rettamente intesa seriamente attuata, è parsa anche ai nostri fondatori più utile conseguimento del fine, e quindi anche più utile alla S. Chiesa.

Difatti, il non essere i nostri missionari legati dai vincoli della vita religiosa li rende indubbiamente più agili e maneggevoli nelle mani dei loro Superiori ecclesiastici a tutto vantaggio della propagazione della Fede.  È bene che, come il prete dei paesi cristiani così il missionario veramente votato al divino Apostolato riceva ogni indirizzo e guida dal Vescovo a cui serve nel sacro ministero.

In questo modo, scomparendo per così dire l'Istituto per la vita ed il progresso dell'Apostolato, i missionari vivono nella più perfetta dipendenza dai loro Vescovi come soldati dai loro comandanti; sono meno soggetti a stimare propri feudi le terre loro affidate da evangelizzare; non avendo istituzioni o proprietà della Congregazione da curare o da difendere, sono più liberi e si trovano per tutto meglio disposti ad uniformarsi a quelle disposizioni che le supreme Autorità impartiscono per il miglior andamento e sviluppo della propagazione della fede.

Non dunque malinteso amore di libertà e ritrosia per i vincoli dello stato religioso hanno ispirato i Ven.  Fondatori a fare dell'Istituto una società senza voti: dobbiamo invece fermamente ritenere che, se il vincolarsi con i voti fosse stato ritenuto necessario o anche solo utile al migliore raggiungimento dello scopo che l'Istituto si proponeva, essi li avrebbero adottati e la Chiesa che doveva prenderci al suo servizio, li avrebbe imposti.

I nostri Padri infatti che, dandosi alla vita missionaria, tanto generosamente andarono incontro ad ogni genere di fatiche, privazioni e martiri per predicare la fede e salvare le anime, non avrebbero certamente temuto di stringersi con i sacri voti, se li avessero stimati mezzo di maggiore efficienza nei riguardi del loro apostolato.

E che essi, obbligati a vivere spesso isolati, sempre faccia a faccia con il sacrificio, si trovavano già di per sé nella necessità di praticare quotidianamente ogni virtù apostolica e consiglio di evangelica perfezione.  Noi dunque i voti non li facciamo, ma ne dobbiamo avere tutto lo spirito; non li facciamo, ma li dobbiamo praticare, esercitandoci in quelle virtù che ne sono l'oggetto.

La pratica dei voti

20. Ora, si praticano davvero i consigli evangelici dai missionari del nostro Istituto?  Questo è importante da vedere.

Non parliamo dei voti di Obbedienza e di Castità, perché all'obbedienza, ed alla più eroica obbedienza, ci obbliga il solenne giuramento che emettiamo, il quale non può essere sciolto che dalla S. Sede; ed alla castità ci lega, se sacerdoti, la solenne obbligazione che si contrae con l'Ordine del suddiaconato, mentre i fratelli vi sono obbligati per voto particolare, come suggeriscono le Costituzioni dell'Istituto.

La questione si può fare riguardo alla povertà.  Ora è qui che lo stato missionario ci mette in una condizione quasi di privilegio di fronte ai semplici religiosi che vivono nei loro con venti, in quanto che e per le Costituzioni e per la stessa natura della vita che dobbiamo trascorrere nelle missioni, noi siam messi nella felice necessità di praticare la più perfetta e stretta povertà evangelica.

Si videro mai molte missioni e molti missionari più poveri de nostri?  Il voto di povertà potrebbe talvolta rappresentare un specie di assicurazione sulla vita: i nostri missionari invece, pur andando in missione senza voti, praticamente si spogliano del l'uso e del godimento di beni e di comodi che potrebbero avere patria; per Costituzione non possono acquistare beni immobili nelle missioni né possono accumulare da quanto viene loro dato per i santi ministeri; e pur ritenendo il diritto di possedere quello che fosse loro patrimonio di famiglia, vivono tutti ugualmente da poveri e niente di terreno loro impedisce di attendere alle opere del sacro Ministero, felici se in esse possono erogare anche quello di cui il Signore li avesse provveduti.  E non fu di questa povertà che fu detto: Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno de Cieli?  Che se taluno dei nostri, provveduto di beni di fortuna, per seguire alla lettera il S. Vangelo, amasse disfarsene, chi gli impedisce di distribuirli ai poveri, od erogarli in altre opere di religione di carità?  Diremmo con lo Spirito Santo: «Chi è costui e lo proclameremo beato?» (Sir 31,9).

Ma noi abbiamo ben altro da ammirare e lodare.  Se seguiamo i nostri missionari nei loro continui viaggi apostolici, se li visitiamo nelle loro povere residenze dei distretti, se vediamo coni tanti vanno vestiti, noi troviamo tante volte, troppe volte non la decente povertà dei religiosi, ma la vera povertà dei poveri Quanti dei nostri cari confratelli non cambierebbero le loro misere case e cappelle di fango o di canne, il loro povero pasto, per la cella e l'oratorio ed il pasto pur di stretto magro di un camaldolese?!

21. Oh! chi aspira ad una vita veramente povera, di quella povertà che è pure penitenza, non ha che da farsi nostro Missionario.  Quanti dei nostri padri, specialmente delle missioni dell'India, non hanno mai veduto in tutta la loro vita apostolica un materasso o delle lenzuola!

Ecco quanto mi scriveva un nostro padre che aveva assistito alla morte del P. Fontana lo: «Sono appena tornato da Avanigadda dove ho visto morire P. Fontana nella più estrema povertà, su di un misero lettuccio da campo, senza lenzuola, né guanciali, privo delle cose più comuni e necessarie.  A fatica si poté trovare fra la sua roba una camicia o una veste decente di cui vestirlo dopo morte: parte delle vesti in cui fu sepolto erano di altri missionari».

Oh! la povertà dei nostri cari missionari Essi anche per questa parte sono perfetti imitatore di N. Signore, che a chi voleva seguirlo disse un giorno: Vuoi seguirmi? bada però che «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20).  Quante volte ho io stesso testimoniato la letterale attuazione di questo passo nella vita dei nostri, quando nei frequenti viaggi apostolica, nella visita ai villaggi, ogni angolo di capanna, ogni radura di foresta, ogni riva di ruscello è abitazione, è letto, è tutto.  E con quanta semplicità, con quanta letizia ci si adatta... e non si trova che si stia male o che manchi qualche cosa!

Ma non posso più oltre dilungarmi su questo particolare: troppo belle ed edificanti cose ci sarebbero da dire!

Perfezioniamoci e non cambiamo

22. In conclusione, come S. Filippo che sommamente venerò i Religiosi e fu di essi amicissimo, ma non volle i voti per i suoi Oratoriani, perché potessero così essere esempio vivo al clero secolare del come dovesse santamente vivere; per la stessa ragione

S. Felice da Cantalice cancellò il voto di povertà dalle Regole che S. Carlo aveva scritto per i suoi Oblati; così i nostri Fondatori, per le ragioni sopra accennate, vollero che i nostri missionari, senza voti, emulassero le virtù ed il distacco dei più santi e perfetti religiosi, ed essere così veraci missionari.

Lo stato religioso, in quello che ha di essenziale, è il Cristianesimo vissuto nella sua pienezza alla pura luce del Vangelo: la perfezione religiosa è l'intera presa di possesso che l'anima fa della dottrina e degli esempi del Verbo Incarnato.  Ora chi meglio dei veri missionari nostri può dire: «Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo Seguito»? (Mt 19,27). Ed allora siamo contenti e gelosi del nostro stato, poiché «Ogni discepolo sarà ben preparato se sarà come il suo Maestro» (Lc 6,40).

Il citato P. Launey, narrando in qual modo fu decisa la questione dei voti a cui ho fatto cenno, dice: «È a questa disposizione del Papa e della Propaganda, la quale una volta ancora affermava la sua autorità sulle «Missioni Estere», che la Società deve se è rimasta quello che essa fu alla sua origine: un'associazione di preti secolari consacrati alle missioni per l'atto unico e continuo di un volontà libera.  La sua Costituzione, per quanto differisca d quella delle altre società religiose o ecclesiastiche, ha subito, senza indebolirsi, la prova del tempo, ed ha fatto dire ad uno dei grandi Vescovi dell'India: «Più viaggio, più rifletto e più stimo la nostra società nella su forma presente, nonostante i suoi difetti.  Mi convinco ogni giorno più che la nostra Istituzione è la migliore, la più atta a fare il ben nelle missioni, è quella che presenta meno inconvenienti essenziali... Perfezioniamoci dunque e non cambiamo» (Mgr.  Laou nan) ". E questo giudizio lo si può fare con altrettanta verità de nostro Istituto e delle nostre Missioni.

Perfezioniamoci e non cambiamo: tale deve essere il nostro proposito, il nostro programma.  Perfezioniamoci: non abbiamo voti, ma la nostra vita di missionari sia la realizzazione più completa e continua della evangelica perfezione, sicché nulla abbiamo da invidiare ai più perfetti religiosi.  E godo nel pensare e nell'affermare che così si sforzarono e si sforzano di fare i nostri cari confratelli che vissero e vivono la loro vocazione.  Ne sia lode al Signore!

Formare dei santi

23. Queste povere esortazioni sono particolarmente dirette ai miei cari confratelli lontani, che io ogni giorno più sento di venerare e di amare.  Se ardisco rivolgere loro la mia parola è perché penso sia buona carità, nella solitudine spirituale nella quale tanti di essi, per amore del Vangelo, sono obbligati a vivere, far loro giungere ogni tanto una parola confortatrice, incitatrice ed amica di un cuore che pensa a loro, batte all'unisono con i loro cuori e vuole loro bene.

Ma il mio pensiero, tutte le volte che tratto argomenti di vita missionaria, non può non ricorrere naturalmente anche ai nostri diletti giovani, speranze delle nostre missioni, ed a quei carissimi confratelli che con me dividono la responsabilità della loro formazione intellettuale e spirituale.  A questi particolarmente io rinnovo le esortazioni che ho loro tante volte fatte, di attendere con ogni impegno e con la più assidua vigilanza al sublime compito che la Provvidenza ha loro affidato di formare dei missionari.

L'abbiamo visto: non siamo religiosi; però guai a noi se il non essere noi religiosi fosse per quelli che vengono all'Istituto un pretesto per non prepararsi con il massimo impegno e fervore alla loro divina missione sacerdotale e missionaria!

Nel 1854 il P. Taglioretti, venerando missionario di Rho, scriveva a Mons.  Marinoni di santa memoria queste memorande parole:  «Se formerai dei Santi, farai degli Apostoli».  Formare dei Santi, ecco il vostro altissimo compito, amati confratelli delle nostre Case di formazione.  E allora le nostre Scuole Apostoliche, i nostri Seminari debbono essere vere scuole di santità, dove gli aspiranti debbono assiduamente lavorare, sotto la vostra zelante, patema, illuminata direzione, alla propria santificazione, a rivestirsi di quelle virtù apostoliche di cui, partendo, dovranno esser ricchi e di cui dovranno vivere e dare fulgido esempio nelle missioni.

Perciò - dobbiamo ritenerlo fermamente - non vi debbono essere nella Chiesa noviziati più ferventi delle nostre Case, nelle quali si vanno formando le schiere più elette dei soldati di Gesù Cristo.  Benché all'anno di più assidua preparazione che precede il giuramento si dia il nome di Noviziato, bisogna però ritenere come effettivo e vero noviziato l'intero periodo di formazione che i giovani trascorrono nelle Case dell'Istituto, fino alla loro partenza per le missioni, fino alla loro entrata nel Ministero.

24. Morire a se stessi, spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi di Gesù Cristo: ecco il programma della santificazione di un aspirante missionario, lo stesso che S. Paolo proponeva ai primi fedeli: «Mortificate le vostre membra... spogliandovi dell'uomo vecchio con le sue azioni e rivestendovi del nuovo» (Col 3,5.9). «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo» (Rm 13,14).  Quando degli aspiranti non comprendono questo linguaggio, allora bisogna loro dire: «Voi non ascoltate perché non siete da Dio» (Gv 7,47). Non avete vocazione; le missioni non hanno bisogno di voi.

Se dunque, amati confratelli, formerete dei Santi, i popoli avranno degli Apostoli, le anime i salvatori che attendono.

Perciò permettetemi un altro accenno che non è fuori di -luogo.

Un venerando Vescovo, buon amico dell'Istituto, ha finalmente osservato che oggi, quando si discorre e ci si agita tanto per le missioni, si fanno tante prediche e conferenze e congressi, non si sente più quel linguaggio di accesa fede con cui delle missioni e dei missionari si parlava una volta.  In passato non si poteva sentir parlare di missioni senza sentirsi ricordare l'amore di Dio per le anime, quello che Gesù ha sofferto per esse, la triste sorte degli infedeli in tanto pericolo di perdersi eternamente, e simili altri motivi.  L'osservazione è giusta: una volta le missioni erano soprattutto una fede, oggi vanno diventando piuttosto una... scienza, donde anche la sterilità di tante prediche e conferenze in rapporto alle vocazioni.

A che proposito dico questo?  Per scongiurarvi a non far entrare questo materialismo nelle nostre Case di formazione: sarebbe farvi penetrare un sottile veleno che inaridirebbe alla radice ogni nostro fervore apostolico. £ però necessario che i motivi soprannaturali su cui si basa la nostra vocazione siano sempre tenuti presenti davanti ai giovani, di modo che abbiano a sapere il perché della loro chiamata, il perché dei sacrifici che da essi si chiedono, oggi per crescere santi, domani per portare molte anime a Dio. t necessario che i nostri giovani studino la loro vocazione e la scienza delle missioni ai piedi di Gesù Crocifisso e sull'orlo dell'inferno ove cadono le anime di tanti poveri infedeli per mancanza di salvatori: allora, per questa vocazione, per queste anime, per Gesù morto per esse, sapranno sacrificarsi, ed occorrendo, anche morire.

Guardiamo a noi

25. Che vi dirò ora, amati confratelli, per concludere questa già troppo lunga mia lettera?  Vi invito a benedire con me il Signore   ed a ringraziarlo per averci donato la divina vocazione delle missioni, e per averci guidati ad attuarla nelle file di questo nostro santo Istituto, che merita tutta la nostra stima, tutto il nostro amore.

Spesso io medito su quello che è stato ed è l'Istituto nella Chiesa, e mi sento preso da un vivo senso di venerazione per esso, perché vedo tutta quella eletta schiera di uomini generosi e santi, grandemente benemeriti della fede, per la quale, in tempi più difficili dei presenti, tutto prodigarono, persino la vita.  Se due furono i martiri di sangue, quanti lo furono di fatiche e di stenti!  Caro Istituto, quale somma di virtù, di sacrifici, di immolazioni, di eroismi per le anime; quale incendio di amore di Dio tu mi riveli negli spiriti generosi di tanti confratelli, che ora sono in Cielo, a godere il premio delle loro virtù e fatiche, assisi tra i cori degli Apostoli!  Vogliano essi pregare per noi, ed ottenerci l'abbondanza del loro spirito!

Amati confratelli, guardiamo ora a noi, a noi su cui pesa il compito che abbiamo ereditato da quelli che il Signore ha già chiamato al premio.  Noi uomini di oggi non dobbiamo essere da meno dei migliori di ieri.

Avete inteso, specialmente voi giovani, quale deve essere il nostro spirito.  Se non religiosi, tutti però santi: perché tanto sarete missionari, quanto sarete santi.  Non mi stanco di ripeterlo, perché deve essere assioma nella vita nostra di missionari.  Se noi dobbiamo svolgere, fra i tanti milioni d'anime che ci sono affidate, una missione redentrice, la nostra virtù dev'essere proporzionata.

Ho accennato ai tanti milioni di anime la cui salute è in gran parte nelle nostre mani, affidata al nostro zelo. t questa veramente una tremenda responsabilità!

Nei vostri giorni di Ritiro fatela la meditazione su questo grande soggetto: passate in rivista le nostre nove missioni... fatevi passare davanti tutti quei milioni di anime... o anche solo quelle dei Distretti a voi affidati ... ; e poi misuratevi con tanto immenso compito, misurate la vostra virtù, vedete quello che manca al vostro spirito di fede, di orazione, di carità, di zelo, di sacrificio... Date a Dio quello che Egli si riprometteva da voi quando vi chiamava all'apostolato?

Vi assicuro che una tale meditazione, fatta davanti al vostro Crocifisso di missionario, vi farà del bene, perché, miei cari, è facile, troppo facile, nelle distrazioni e divagazioni della vita quotidiana, perdere alquanto di vista le responsabilità personali e collettive della vocazione che abbiamo avuta in dono, quelle responsabilità che facevano tremare gli stessi SS.  Apostoli e facevano dire ad un San Paolo: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1Cor 9,16).

Vivere di carità

26. Miei amati confratelli, «Vi esorto... a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuta» (Ef 4,1). Non siano in voi discordanze fra vocazione e vita.  Nessuno per la propria rilassatezza e imprudenza dia occasione di scandalo, né in missione né in Italia, per cui l'Istituto non sia tenuto nella stima e nella venerazione che merita.  Questa stima degli uomini, dopo la grazia e la compiacenza di Dio, è un bene necessario all'Istituto per l'opera che deve svolgere, e si deve gelosamente conservare e difendere. «Non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio» (2Cor 6, 3-4).

Il fatto di non essere noi una Congregazione con voti ha già talvolta servito di pretesto per tener lontane da noi delle vocazioni, ma non abbiamo ragione di temere se la nostra vita e fi nostro lavoro risponderanno per noi.  Bisogna che tutti vedano che noi viviamo la nostra vocazione e le nostre missioni, e così impareranno a conoscere ed a venerare il nostro Istituto.

Dobbiamo avere somma ammirazione e venerazione per lo stato religioso, ma non è in esso che fi Signore ci vuole.  Noi dobbiamo essere soddisfatti dello stato di missionari, come si vive nell'Istituto in cui la Provvidenza ci ha voluti; sappiamo infatti che nessun programma di vita apostolica si avvicina di più al divino esemplare, di quello che viene proposto al nostro missionario.  Siamo soddisfatti di sapere che, chi dà prova di maggior carità, questi ha più perfezione, perché ogni consiglio di perfezione è compreso ed assorbito dalla Carità.

27. Noi siamo Apostoli e come tali dobbiamo vivere di carità, perché l'apostolo è il risultato di un più grande amore di Dio e delle anime.  Sia dunque l'amore di Gesù Cristo la nostra perfezione e la nostra professione: alle fiamme che si sprigionano dal divin petto di Gesù accendiamo le anime nostre di santo amore.  Nutriamo questo amore con l'orazione e con la mortificazione e diamogli sfogo lanciandoci alla ricerca delle anime abbandonate dei poveri infedeli.  E se nella laboriosa ricerca di queste anime l'umana fragilità non sarà sempre all'altezza dei propositi, anche allora speriamo nella carità, «perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).

Che se talvolta il nostro cuore anelasse alla quiete, alla pace della vita claustrale, ritiriamoci nella solitudine spirituale del Cuore di Gesù, che a nostro esempio visse la sua missione fra gli uomini, ma non fu mai per un istante distratto dalla sua intima unione con il Padre.  Rinfrancati in quella divina solitudine per mezzo dell'orazione, e accesi di nuova carità diciamo: mi piacerebbe il silenzio di un chiostro per vivervi raccolto, lontano da tanti pericoli, noie e distrazioni; ma per amore di Gesù rimango fedele al mio posto di combattimento, perché so di dargli così maggior prova di amore.  Tale era il sentimento di S. Paolo, che deve essere per tutto nostro modello.

Anelava l'apostolo di «essere sciolto dal corpo per essere con Cristo», perché diceva che ciò era per lui «assai meglio», ma per amore delle anime dei suoi diletti Filippesi si rassegnava a vivere in questo esilio «e a rimanere nella carne, ritenendolo necessario per voi... per il progresso e la gioia della vostra fede» (Fil 1, 23-25).  Questa è vera carità apostolica: ad essa ispiriamo la nostra vita e siamo contenti, perché più alto di così non si sale.

Con questi voti e raccomandazioni cordialmente vi saluto.

 

vostro aff.mo

P. PAOLO MANNA, Sup.  Gen.