VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

TUTTI E SOLO MISSIONARI

«I giovani vanno addestrati al nostro spirito apostolico»

Lettera circolare n. 18

Milano, 15 Aprile 1932

Amatissimi Confratelli,

1. Suprema, gelosa cura di un Superiore è mantenere il buono spirito e conservare intatto l'ideale, il tipo di perfezione proprio dei membri dell'Istituto che presiede. E nostro Istituto, nei suoi ottanta e più anni di vita, si è anch'esso formato le sue tradizioni di spirito apostolico, secondo le quali si è venuto delineando il tipo di perfezione che si riscontra nei nostri zelanti missionari, al quale debbono ispirarsi quanti bramano di entrare a far parte della nostra apostolica famiglia, tutta dedicata a promuovere l'edificazione del Regno di Dio nelle terre infedeli.

Conservare il nostro spirito è dunque il tema che sfioro in questa lettera, che indirizzo a tutti i miei amati confratelli ed in particolar modo ai nostri rettori ed educatori, e per essi ai carissimi giovani che nelle nostre case di formazione si preparano all'arduo e sublime ministero delle missioni.

Quello che deve essere il missionario nostro

2. Qual è la nostra tradizione di spirito apostolico? È quella di essere noi essenzialmente, esclusivamente missionari: missionari nel senso più vero, più alto, più completo della parola. Chi entra fra noi deve sapere che l'Istituto non ha altro fine che le Missioni fra gli infedeli e che noi siamo tutti e solo missionari.

Non andiamo in missioni di nostro gusto e scelta, ma dove ci mandano i superiori; non andiamo alcuni si ed altri no, ma dobbiamo essere disposti ad andare tutti; non andiamo per un certo numero di anni, ma per tutta la vita; non andiamo con la mira di avanzamenti e retribuzioni, ma solo per sacrificarci, lavorare e morire per amore di Gesù e delle anime; non andiamo neppure con lo spirito di affermarci e di impiantarci come istituto, ma solo con il desiderio di servire Dio e la Chiesa con il più assoluto disinteresse, felici se un giorno sulle nostre tombe potranno sorgere ferventi Chiese indigene, così che l'opera dei nostri lontani successori possa essere ritenuta meno indispensabile di quello che è oggi la nostra; non andiamo infine a sventolare bandiere di civiltà e di patriottismo, ma solo l'umile Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, non avendo noi che un'unica, grande ambizione, che Essa sola salvi le anime e regni sul mondo, anche se a costo della nostra immolazione.

Questo è il nostro spirito; così nell'Istituto dobbiamo imparare la vita missionaria, come l'hanno vissuta e la vivono ogni giorno i nostri carissimi Padri e Fratelli sparsi nelle terre infedeli.

Questa applicazione esclusiva al nostro unico grande fine mentre forma la nostra caratteristica, fa anche la nostra forza ed il nostro pregio.

3. Legati, come gli Apostoli, da nessun voto, a nessun luogo e da nessun umano interesse, non ci denominiamo che dal nostro fine: Missioni Estere. Come gli Apostoli ci impegniamo ad informare tutto il nostro spirito a quello del Divin Maestro ed a seguire fedelmente gli insegnamenti e gli esempi della sua vita apostolica; per tale grande ragione non possiamo mettere gradi e limitazioni nella pratica delle virtù evangeliche, perché come non dobbiamo conoscere mezze misure nella dedizione e nel sacrificio di noi stessi, così non possiamo mettere limiti alla nostra perfezione nell'imitazione e nell'amore di Nostro Signore, che tutto si è dato per le anime.

Così è che solo spiriti grandi e magnanimi, desiderosi amare molto il Signore, possono far parte del nostro Istituto dove generosità, dedizione, rinunzie, sacrifici sono presupposto essenziale di ogni attività e non si fa un passo senza di essi. Chi è dotato di questo spirito, chi è infiammato di questa carità, riesce; chi ne è sprovvisto si trova fuori di posto, è d'ingombro e fallisce.

Anime fiacche, quindi, indifferenti, indecifrabili, giovani negligenti, interessati, troppo attaccati alle famiglie, anche senza sere affatto cattivi, non fanno per noi, che dobbiamo essere l'armata eletta del Signore, destinati all'avanguardia, dove sono p grandi i rischi e le responsabilità. È necessario perciò che i superiori delle nostre Case di formazione abbiano sempre alto e presente nei loro pensieri quello che deve essere un missionario nostro, e saper così per tempo discernere quelli che sono i veri eletti fra i tanti che aspirano ad aggregarsi all'Istituto. Al nostro ministero il numero solo non giova, è anzi di grande danno, se no accompagnato dalla qualità.

4. Ma perché tratto questa materia e faccio queste raccomandazioni? Perché data l'aria che spira e l'attuale maniera reclutamento delle vocazioni, intravedo un pericolo: che, seri avvedercene, si abbia man mano a scendere dalle altezze cui accennato, per adattarci ad una comoda mediocrità, a cui però seguirebbero miserie senza numero e la rovina dell'Istituto perché, come ho altre volte ricordato, il nostro fine è troppo grande, la vita delle Missioni è troppo ardua per cui possa bastare virtù mediocri di spiriti ordinari e poco generosi. era vero ieri, ed è più vero oggi, date le attuali condizioni cui si svolge l'apostolato.

Ho detto che un pericolo lo intravedo nell'aria che spira, nell'atmosfera in cui viviamo. Chi non vede infatti il sopravvento in tanti campi l'umano tenta di prendere sul divino, e come la tendenza moderna di organizzazione minacci talvolta di uccidere spirito, ed il meccanismo diventare spesso fine a se stesso? Oggi tutti si contano, tutto si numera e si stima maggiormente chi accumula e possiede denaro. Siamo nel secolo della pubblicità, delle esagerazioni, del rumore, perché si ha bisogno di impressionare, di esibirsi magnificando e magnificandosi anche a scapito della verità.

Io non so se questo spirito, che tutto invade e materializza, tenti di penetrare anche nel campo missionario: però non cesso di pregare il Signore perché ce ne scampi e liberi, ed esorto tutti voi, amati confratelli, a vigilare per tenerlo lontano da ogni nostra manifestazione, se vogliamo ancora rappresentare una forza nelle mani di Dio sul campo delle Missioni. Non importa che così facendo potremo essere poco considerati o parere antiquati, od andar privi di certi materiali vantaggi, perché alla fine «Perirà tutto ciò che non viene da Dio» (L'Imitazione di Cristo, L. III, c. 32,1), ma «La verità del Signore rimane in eterno» (Sal 116,2).

5. L'opera missionaria protestante è tutta infetta di questo americanismo. A vederla con occhio umano ci fa trasecolare ed un po' umilia il nostro amor proprio. Non si accenna all'attività missionaria protestante senza parlare di miliardi, di grandiosità di istituzioni, di potenza di penetrazione, di veri eserciti di personale che scendono in campo tecnicamente preparati e formidabilmente equipaggiati. Messo a confronto con il nostro movimento missionario, quello protestante fa la figura del gigante Golia. Ebbene, sono bastati questi pochi anni di bufera rivoluzionaria in Cina per mostrare un pochino la fatuità di certe grandezze e la solidità e la imperterrita fermezza dell'apostolato cattolico.

Si è forse abusato troppo nel compiacersi - sia pure per lodevoli fini di propaganda - di mettere a confronto la nostra modesta attività con quella appariscente e grandiosa dei protestanti, non mettendo in sufficiente rilievo e non tenendo nel dovuto conto l'elemento spirituale, che nell'apostolato cattolico è poco meno che tutto, mentre in quello delle sètte protestanti è poco più che niente.

Il nostro spirito nella propaganda

6. Teniamo immune da questo modernismo ogni nostra manifestazione di propaganda in Italia. Propaganda bisogna farne, ma sia seria, decorosa, veritiera, in perfetto stile con la vita dei nostri missionari.
Come deve essere la nostra stampa?
Una volta si leggevano gli umili e tradizionali fascicoli della Propagazione della Fede, scritti spesso con il sangue e le lacrime dei Missionari: oggi la gente ama di più vedere le belle vignette e le fantastiche copertine, e leggere i racconti più o meno immaginari, quasi che il Crocifisso non abbia più niente da dire e l'immenso dramma dell'apostolato, che si svolge su tanta parte della terra, la sorte perigliosa di tanti milioni di anime da guadagnare a Gesù Cristo e che reclamano la nostra più urgente cooperazione non abbiano già di per sé di che interessare i fedeli! I vecchi bollettini missionari, pur nella loro veste umile e modesta, edificavano sempre, facevano spesso piangere e pensare e generavano eroismi. Sia sempre altrettanto efficiente la stampa nostra, vera eco del Cuore SS. di Gesù, anelante alla salvezza delle anime dei miseri infedeli. I buoni cristiani, le anime che hanno il senso di Cristo non leggono i nostri bollettini per soddisfare a loro vana curiosità, ma per vivere la vita dell'apostolato e prendervi parte nel modo che è loro meglio consentito.

7. Il fine principale della nostra propaganda tanto scritta che orale deve essere quello di suscitare vocazioni. Le vocazioni missionarie sono il più prezioso dono che Dio può fare alle anime di sua predilezione, e per esse ai poveri infedeli, all'Istituto che le accoglie, alla Chiesa della quale andranno un giorno ad allargare i confini.

Sono gli apostoli e solo gli apostoli l'elemento veramente indispensabile per la salvezza degli infedeli: «La fede dipende dalla predicatone e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo... ma come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunceranno senza essere prima inviati?» (1Cor 12). Ogni nostra manifestazione di propaganda deve quindi tendere a suscitare nelle anime della gioventù un più grande incendio di fervore apostolico, per cui in ultima analisi si abbiano a moltiplicare le buone vocazioni ed i popoli infedeli abbiano ad avere un maggior numero di missionari. Non fanno difetto oggi conferenze, corsi di missionologia nei Seminari, feste missionarie: si fanno pure teatri e cinematografi a soggetto missionario; ma quanti in seguito a queste manifestazioni si sentono spinti e si decidono ad offrire se stessi? Che cosa manca?

Voi lo sapete, amati confratelli, le vere vocazioni vengono da Dio, e da Dio bisogna impetrarle: «Pregate il padrone della messe..» (Mt 9,38). A questo fine siano dirette le Comunioni ed i Rosari del giovedì di ogni settimana e la recita quotidiana del «Vieni Spirito creatore» come è prescritto in tutte le nostre case. Alle preghiere aggiungiamo, come ci è consentita, l'opera della stampa e della parola viva: questa e quella sempre umile, disinteressata ed ispirata a grandi motivi di fede.

8. Il giovane non si decide a darsi senza grandi stimoli di fede che debbono agire nel più profondo del suo spirito: non si muove se non davanti all'esempio di altri come lui che l'hanno un giorno preceduto nel sacrificio. Nessuno si decide al gran passo assistendo a drammi missionari, o leggendo fantasiose narrazioni, o vedendo i pupazzetti dei periodici. Un vecchio missionario invece che, logoro dalle fatiche, si presenta in un Seminario e parla dei bisogni delle anime ha la virtù di seminare vocazioni. Parole semplici, ma ispirate, confortate dalla prova del proprio sacrificio, hanno la virtù della Parola di Dio e generano altri missionari. Così è delle narrazioni che vengono dalle missioni, scritte come quelle degli Apostoli, per far conoscere i progressi della fede, le difficoltà dell'apostolato, i bisogni delle anime, più che non quelli materiali dei corpi e delle opere.

Tale sia la nostra propaganda, seria, santa come è serio e santo l'apostolato delle anime. Fare altrimenti è screditare la santità della causa, le missioni e l'Istituto. C'è pericolo poi, e tutt'altro che immaginario, che l'argomento, non seriamente e santamente trattato, finisca con il non fare più impressione, con A non penetrare più nei cuori, ed apparire una speculazione come un'altra.

Il nostro spirito nel reclutamento dei giovani

9. Conserviamo il nostro spirito nel reclutamento e nella formazione dei giovani aspiranti.
Una volta l'Istituto reclutava solo vocazioni pensate e maturate: oggi nelle Scuole Apostoliche entrano giovanotti che non offrono se non speranze di vocazione. Una volta il Signore ci mandava frutti già prossimi alla maturazione: oggi sono per lo più semplici fiori, che debbono svilupparsi e divenir frutti con la grazia di Dio, e dopo lunghi anni di cure assidue e solerti dei nostri superiori. Una volta chi entrava, essendo in teologia o già sacerdote, sapeva bene quello che faceva; che cosa lasciava, ed a quale vita di sacrifici andava incontro: le vocazioni erano già studiate e provate dai direttori spirituali dei Seminari delle Diocesi. Gli impreparati, i deboli generalmente non si facevano avanti, o non erano raccomandati. Attualmente sono poche le vocazioni che si determinano durante i corsi teologici e filosofici dei seminari; e tutto il lavoro di prova, di preparazione e selezione dei piccoli aspiranti odierni deve essere fatto all'ombra delle nostre case di formazione.

Tutti vedono quale grave compito è quello che viene così addossato ai nostri superiori, e quale e quanta sia la loro responsabilità verso l'istituto e la Chiesa, verso Dio e le anime, perché non si introduca nel Santuario chi non è chiamato. E ciò tanto più che chi entra fra noi non è per essere un giorno il pacifico abitatore di un chiostro, dove bastano ordinarie disposizioni di virtù e si deve vivere solo per sé e in ogni caso sempre difesi dalla disciplina della comunità e sotto gli occhi vigilanti dei Superiori.

I nostri uomini, che saranno necessariamente mandati in mezzo al mondo pagano, debbono avere ricchezze di virtù sode, se debbono rappresentare bene la Chiesa e farne avanzare le conquiste. Non basta dunque che nei nostri aspiranti non si riscontra nulla di negativo: non basta che siano sufficientemente diligenti nello studio e nella disciplina esteriore. Bisogna esplorare il carattere, misurarne l'ardore dello spirito, la sottomissione assoluta della volontà, la generosità nel sacrificio, lo spirito di iniziativa, la fedeltà al dovere.

10. Bisogna tener presente insomma che un Seminario di missioni è più di un seminario diocesano, ed una Scuola Apostolica è assai più di un semplice collegio. Se l'attuale metodo di reclutamento non verrà effettuato con criteri severi a - cominciare specialmente dalle prime classi del ginnasio -; se si mandasse avanti una schiera di giovani solo discreti, ma non veramente scelti, come debbono essere quelli che aspirano alla vita apostolica fra gli infedeli, a poco a poco noi sviseremo lo spirito ed il tipo del Missionario del Pontificio nostro Istituto.

Bisogna perciò che non perdiamo mai di vista dove i nostri giovani debbono arrivare, a quale compito dovranno essere destinati quando saranno Sacerdoti e Fratelli pronti per essere mandati in missione e sottoporli spesso ad esame per eliminare quanti non offrono sufficienti garanzie di buona riuscita. E nel fare questo esame ricordiamo che di essere stati severi non ci pentiremo mai, ma potremo piangere per essere stati indulgenti.

Questa serietà di metodo nel reclutamento, educazione e selezione dei giovani aspiranti, s'impone oggi anche per un altro grave motivo. I nostri alunni una volta che hanno emesso il giuramento e ricevuto gli Ordini, restano incardinati nell'Istituto. L'Istituto, come tutti sappiamo, non ha altro fine fuori delle missioni all'estero. Che cosa ne faremo di giovani preti e fratelli che per deficiente salute, o per mancanza di vera vocazione, in missione non potessero resistere, o non vi potessero essere con sicurezza inviati? Dipende molto dall'oculatezza, dal senso di responsabilità dei superiori non mettere l'Istituto in questa grave difficoltà, e non mandare in missione soggetti, i quali, anziché rappresentare aiuto ed incremento, riescono di peso e di danno.

Il nostro spirito nella formazione degli aspiranti

11. Volendoci addentrare un pochino in questa materia vediamo a quali principi si deve ispirare principalmente la formazione spirituale dei nostri giovani, perché abbiano a riuscire missionari secondo la migliore tradizione e lo spirito dell'Istituto. Ho detto più sopra che generosità, dedizione, rinunzie, sacrifici sono alla base di ogni attività della nostra vita missionaria, e che non si fa un passo avanti senza di essi. È necessario aver ben presente questo principio, ed essere ben convinti che, se la nostra vocazione significa qualche cosa, essa è l'impegno solenne e reale, che ognuno di noi prende, di darci tutti senza riserve al Signore, sino al sacrificio della vita. per la salvezza delle anime. E che cosa è il missionario se non è questo? Che giovani manderemo per il mondo se non sanno questo?

Per tale motivo noi missionari dobbiamo aspirare al più alto grado della perfezione, appunto perché ci impegniamo a spendere e, quando fosse necessario, anche a dare la vita per le anime. Nulla quindi abbiamo da invidiare ai religiosi, anche perché per noi l'impegno a questo alto grado di perfezione è seguito sempre dalla realtà di una esistenza che non si può condurre con frutto, se non si è animati da un grande amore per il Signore, da un pratico amore per il sacrificio.

E per inculcarci questo spirito che ci è stato insegnato a pregare ogni giorno così: «O Signore, io vi consacro i pensieri della mia mente, gli affetti del mio cuore, le forze del mio corpo, i miei comodi, i miei beni, la mia sanità, il mio onore, la mia vita. Per voi solo voglio vivere, per voi morire. Ecco la vostra vittima: fatela pura, fatela santa, onde sia degna di essere sacrificata per Voi»'. E quante volte l'offerta di questa nostra vita per Dio e per le anime è seguita ben presto dall'immolazione!

12. Ma eroismo di vocazione, eroismo di sacrificio, vogliono e suppongono eroismo di virtù, di perfezione, di santità, di amore. Qual è, o almeno quale dev'essere la santità del nostro missionario? Io l'ho studiata nei nostri migliori uomini ed ho detto che essa è perfezione di carità nella perfezione del sacrificio, secondo quelle parole di N. Signore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amico» (Gv 15,13).

Io ho visto questi uomini abbandonare con strazio del cuore la loro diletta famiglia, andar lontani dal loro paese, rinunciare a posti lucrosi, ad una vita di comodi, ad una esistenza indipendente, consci che andavano ad esporre la loro florida giovinezza a insidiose malattie, molto probabilmente ad una morte prematura. Ma questi sacrifici, questi distacchi non si fanno una volta sola: io ho visto i sacrifici, le rinunce di tutti i giorni, e questi suppongono una virtù ancora più grande.

Le circostanze fra cui si svolge la vita di questi nostri missionari richiedono una forza spirituale, una virtù, un amore della croce affatto straordinari. Senza esitazione, spesso con gioia, con entusiasmo, sempre tranquillamente, non una volta sola come i soldati in guerra, ma quanto dura la loro vita, essi vanno incontro a tutti i doveri della loro vita apostolica, nulla stimando le fatiche, i pericoli, le privazioni, le ripugnanze della natura, le malattie, le ingratitudini, gli insuccessi apparenti e le persecuzioni. Tutto questo i nostri missionari lo fanno semplicemente, naturalmente, senza speranza di ricompensa terrena, lontani dall'occhio dei superiori e spesso perseguitati e non compresi dagli stessi beneficati.

Perché fanno tutto questo? Non c'è che una sola risposta: per amore di Gesù, per diffonderne il Nome ed il Regno, per salvargli le anime che gli sono costate tutto il suo Sangue. Questa è la santità dei nostri missionari, non scritta nei libri, ma vissuta nella loro carne: perfezione di carità nella perfezione del sacrificio.

Ed è questo ideale di vera santità che dobbiamo tener presente e far sempre presente ai nostri cari giovani che vogliono abbracciare la vita apostolica secondo lo spirito del nostro istituto.

Spirito dell'Istituto e spirito del Vangelo

13. E non chiediamo troppo, poiché lo spirito dell'Istituto è lo spirito del Vangelo. Sfogliamo le pagine del Vangelo, che è alla base della nostra Regola. È da esse che apprendiamo come, a chi vuole seguire Gesù nella via dell'apostolato, Egli impone rinunzie e abnegazione e sacrifici. Chi ama ne capisce il perché. Gesù è l'Amore: seguirlo da vicino è un grande privilegio e l'unica vera felicità: privilegio e felicità di cui la creatura deve mostrarsi degna nel modo di colui che per acquistare la perla preziosa vendette ogni suo bene.

Leggiamo il Vangelo. Prima rinuncia che Gesù vuole da un missionario: i parenti. «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle... non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Seconda rinuncia: i beni di questa terra: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33). Terza e più importante rinuncia: il proprio corpo, il proprio spirito, la propria volontà, il proprio cuore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» (Lc 9,29). Ho chiamato rinunzie queste che il Signore vuole da noi missionari: le avrei dette meglio prove d'amore, perché, a chi sa darsi, Egli dà Se stesso.

Ma ci sono altre ragioni che richiedono nel missionario questo spirito di distacco e di sacrificio.

Ci si fa missionari per operare grandi frutti di bene per le anime; ma per questo è necessario essere distaccati completamente dalle creature; è necessario essere veramente liberi.

14. Il missionario attaccato alla famiglia, preoccupato della sua salute, amante dei propri comodi, sollecito del suo avvenire, fisso nel suo modo di vedere, come potrà essere adoperato da Dio per la salvezza delle anime? Che cosa si può fare con uno strumento che non s'abbandona come cosa morta nelle mani dell'artefice? 1 santi furono grandi, operarono grandi cose perché erano distaccati da tutte le creature, erano liberi della vera libertà di Cristo, e non avevano attaccamenti, impacci che ostacolassero i loro movimenti nelle grandi imprese a cui mettevano mano per la gloria di Dio ed il bene delle anime.

Questa libertà di cuore e di movimenti è essenzialmente necessaria al missionario per poter essere sempre a disposizione di Dio e dei Superiori per tutte le esigenze del lavoro apostolico. Per essere liberi bisogna essere distaccati: chi non ha rinunciato al proprio giudizio, alla propria volontà, ai propri comodi ed interessi, costui non è libero, ma schiavo e non serve per le opere di Dio. Non serve, impedisce l'avanzata, si può anche perdere. Giuda si perdette perché non era libero, aveva un legame, il legame dell'interesse. Tremenda lezione!

Si è detto tante volte che i missionari sono le armate di avanguardia della Chiesa, sono i suoi reparti d'assalto, ed è detto bene; ma per meritare tal nome debbono essere necessariamente liberi da impacci che ne ritardino i movimenti, debbono essere molto leggermente equipaggiati per poter facilmente avanzare, debbono quindi saper fare a meno di molte cose che al resto degli uomini possono parere necessarie, ed essere assolutamente nemici di ogni mollezza.

A questi principi dunque di rinunzie e di distacchi deve essere intonata l'educazione che dobbiamo impartire nelle nostre case apostoliche e nei nostri seminari; e dove non vediamo corrispondenza facciamo come Giuda Maccabeo: «Disse a coloro che costruivano case o che stavano per prendere moglie, a quelli che piantavano la vigna o che erano paurosi, di tornare a casa loro» (1Mac 3,56).

Il nostro spirito di distacco dai parenti

15. E qui amo toccare un punto solo di quelli sopra citati, e dire una parola di più sul distacco che l'istituto vuole che si abbia dai parenti.

Non è necessario farsi missionari; ma se c'è la vocazione, si ha il dovere di esserlo secondo i chiari, espliciti precetti di N. Signore, il quale in nessun comando dato ai suoi è stato così categorico e perfin severo, quanto in questo dell'assoluto distacco che debbono avere dalle loro famiglie quelli che vogliono seguirlo per le vie dell'apostolato. E l'istituto questo distacco esige nei suoi alunni.

Aprano di nuovo il Vangelo i nostri giovani e meditino queste parole di Gesù dette proprio per loro: «Sono venuto a separare il figlio dal padre e la figlia dalla madre... - Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,35). - «Lascia che i morti seppelliscano i morti; tu va e annunzia il regno di Dio» (Lc 9,60).

Quando si è certi che Dio chiama, bisogna rispondere con assoluta generosità e prontezza, e a chi volesse trattenerci si deve rispondere: «.Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29), e mai prendere consiglio dalla carne e dal sangue, al pari di S. Paolo, il quale ci dice di sé: «Quando mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo» (Gal 1,15-16).

Spieghino i nostri superiori ai giovani questi insegnamenti: mettano sotto i loro occhi gli esempi che Gesù stesso ha dato e di cui il Vangelo ci dà ampi quanto preziosi particolari. Non mi indugio a segnalarli, non volendo né potendo dilungarmi: dico soltanto che Gesù è geloso di quelli che Egli vuole per sé, e così è l'Istituto. Su un giovane che non è deciso nel suo distacco dai parenti, l'Istituto non può contare. Non è oggi, sarà domani, ma egli tornerà a casa sua.

Le parole del Signore: «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,24) si applicano qui rigidamente. Non chiesero molto quei due aspiranti missionari del Vangelo: sembrerebbe anzi che le loro domande fossero ragionevoli. Uno chiese il tempo di andare a seppellire il padre: «permettetemí prima di andare a seppellire mio padre»; l'altro d'andare a sistemare prima i suoi interessi: «prima lascia che io mi congedi da quelli di casa» (Lc 9,59,61); ma Gesù non tenne per buone queste ragioni. Egli è il Padrone: se ci chiama, vuol essere obbedito come si deve obbedire a Dio. Se abbiamo fede, saprà ben Egli, e assai meglio di noi, prendessi cura di quelli che lasciamo.

16. Carissimi confratelli, amati giovani, è doloroso questo distacco dai nostri ---ari, questo sacrificio degli affetti più legittimi e santi. Ma in qual modo vogliamo noi aver parte al divino apostolato delle anime se, a somiglianza di Gesù, non sentiamo la bellezza. la necessità di questa immolazione? Mai un figlio amò tanto sua madre quanto Gesù la sua divina Genitrice, ma allorché la incontrò desolatissima sulla via del Calvario, Egli procedè oltre... continuò la strada verso il luogo del suo martirio, perché tale era la volontà del Padre, perché tanto era richiesto dalla nostra salvezza. Non rimase indifferente Gesù al vedere lo strazio e le lacrime della Madre, ma al di là di quello strazio e di quelle lacrime che dovevano esser presto consolate, Egli vide la gloria di Dio, la felicità di milioni e milioni di anime che la sua immolazione avrebbe procurato.

Se Dio chiama, nulla di umano ci deve trattenere dal seguire il suo invito: se Gesù ci vuole per sé, nessun amore di creature deve attraversare il suo amore. Prima di giovare agli infedeli il nostro sacrificio gioverà ai cari nostri: sacrificare la nostra vocazione per amore dei parenti è un tradire noi e loro. E poi non ci illudiamo sull'amore che ci portano i parenti. «I nemici dell'uomo sono quelli della sua casa» (Mt 10,36): nemici della nostra anima e delle anime che dobbiamo salvare, se ci ostacolano nella vocazione. Ci accarezzano oggi, per sfruttarci e dimenticarci domani. P- doloroso, ma è una storia che si rinnova tutti i giorni: è la vendetta del Cielo anche quaggiù contro coloro che, chiamati dal Signore al suo divino servizio, gli preferirono i parenti e sacrificarono, asservirono a questi gli interessi delle anime.

Questo spirito di distacco dalle famiglie l'Istituto deve rigidamente esigere dai suoi alunni. Chi non l'intende, chi crede di avere dei doveri verso i parenti perché sono poveri, perché bisognosi di assistenza, costui tomi a casa, perché la sua non è vera vocazione.

Il pericolo delle vacanze

Un grande pericolo per le vocazioni possono essere le vacanze passate in famiglia, tanto più oggi che i giovani, entrando nell'Istituto nelle prime classi ginnasiali, sono esposti per troppo tempo agli assalti ed alle lusinghe di parenti interessati che ostacolano la loro vocazione. Fate poi che un giovanotto una volta vada in vacanza un po' intiepidito nel fervore, ed egli vi troverà facilmente la tomba della sua vocazione.

Quando l'Istituto non accoglieva che aspiranti teologi, non si conoscevano vacanze in famiglia. I nostri antichi Superiori erano molto rigidi su questo punto, benché allora i giovani fossero di provata vocazione e generalmente provenissero da ottimi paesi della Lombardia, dove i seminaristi in vacanza sono assai vigilati dai loro parroci. Non erano concesse che due sole ferie all'anno, nelle feste di Natale e Pasqua, e ne approfittavano solo quelli che, partendo la mattina, potevano rientrare in seminario la sera.

In tempi più recenti, moltiplicandosi il numero degli aspiranti e mancando l'Istituto di luoghi di villeggiatura per tutti, si è alquanto largheggiato permettendo ai giovani di passare qualche mese di vacanza in famiglia.

Ma se ora, per necessità di cose, la disciplina su questo punto è più indulgente, intatto deve rimanere lo spirito dell'Istituto, che esige abbiamo tutti ad essere grandemente distaccati dai nostri parenti, condizione questa indispensabile, se vogliamo essere missionari. E richiamo su questa materia l'attenzione dei nostri Rettori e superiori, perché si faccia sentire ai nostri aspiranti ed alunni la necessità e la pratica di questo distacco, esigendo con rigore la puntuale osservanza di quanto è prescritto per le vacanze, per le visite, per la corrispondenza.

I nostri giovani e le loro famiglie debbono pure sentire, e fin da principio, questa stretta esigenza della vocazione missionaria, che impone tale separazione, alla quale è bene che si abituino anche mentre i giovani sono ancora in Italia.

Non si deve quindi tollerare il prolungamento delle vacanze per ragioni che, generalmente, sorgono sempre quando il giovane è a casa. Bisogna che i nostri alunni sentano la disciplina dell'Istituto e mostrino, con la più rigida, militare puntualità su questo punto, che amano i sacrifici della loro vocazione, e non vogliono esporla a troppi pericoli.

Quante volte i giovanotti, tornando in Seminario, dopo un periodo di vacanze in famiglia, possono ripetere quelle parole «Tutte le volte che sono andato fra gli uomini ne tornai meno uomo». E difatti si deve confessare troppo spesso che la vita famiglia infiacchisce lo spirito ed i propositi, smorza il fervore, carica di pensieri ed ansietà per gli interessi dei parenti, espone tentazioni e risveglia la memoria della vita passata.

19. Preghiamo il Signore che, ci dia i mezzi affinché le nostre case che ne sono sprovviste abbiano il loro luogo di villeggiatura frattanto vigiliamo perché quello che si concede per sollievo e rinvigorimento del corpo, non abbia a tornare a detrimento dello spirito e delle sante vocazioni.

Sia perciò cura dei Rettori prendere discrete informazioni sul l'ambiente familiare degli alunni e trattenere quelli che a casa si trovassero comunque a disagio o tornassero di aggravio alle famiglie. Non si trascuri il lodevole costume, quando gli alunni vanno in famiglia per le vacanze, di raccomandarli ai propri parroci perché siano santamente vigilati. Parimenti, prima che i giovani lascino il Seminario per le loro case, in apposita conferenza, i Rettori diano ad essi gli opportuni consigli e spieghino quanto è detto su questo punto nel Regolamento degli alunni (N. 97-106).

Le forze dell'Istituto

20. Amatissimi confratelli, come la forza odierna dell'istituto e delle sue missioni è costituita dai missionari che lavorano con tanto zelo ed abnegazione sul Campo, così l'avvenire di queste missioni e della nostra società sta tutto nei nostri Seminari e Scuole apostoliche: «La speranza della messe è riposta nel seme».

Oh! come vorrei fosse ben inteso che quello che c'è veramente di solido nelle missioni non sono le belle cattedrale e le grandi istituzioni, mantenute tante volte con denaro estero, ma gli uomini, se ripieni dello spirito di Gesù Cristo. Lo spirito di Gesù Cristo, trasfuso e vissuto nell'Istituto, ecco quello che deve essere il nostro grande tesoro, ecco quello che ci farà accetti a Dio, utili alle anime, apprezzati nella S. Chiesa.

Ho qui due belle attestazioni sul buono spirito dei nostri missionari, e mi induco a pubblicarle solo perché servano di stimolo ed esempio ai nostri giovani. S. E. Mons. E. Mooney, ultimo Delegato ap. dell'India, così mi scriveva dal Giappone: «Sono felice di poterle dare la consolazione di una parola sincera di elogio per i suoi missionari in India. In tutte e quattro le missioni stanno lavorando con dedizione, disinteresse, allegri, e, grazie a Dio, con successo. Mi dispiace solo di non trovarne alcuni qui in Giappone» ". Ed un'altra distinta persona, visitando una nostra missione della Cina, mi scrive queste belle parole: «I miei sentimenti ed i miei saluti vogliono parteciparle quell'affezione filiale che hanno i Suoi Missionari per lei. E mi interessa e mi piace tanto constatare la bella vita missionaria che c'è qui: un'attività svariatissima, un bello spirito aperto a tutte le iniziative; un bell'affiatamento tra i Missionari ed il Vescovo: un senso generoso del lavoro apostolico; sempre vivo l'amore per i cinesi; sempre ardente il desiderio della loro conversione. Lei mi perdoni queste constatazioni che non vogliono essere vani complimenti: ho avuto ed ho una magnifica impressione del lavoro dei suoi missionari e mi pare naturale dirglielo con tutta confidenza».

21. Questo spirito, che viene constatato ed apprezzato anche da persone estranee all'Istituto, e che noi abbiamo ereditato dai nostri maggiori, dobbiamo religiosamente conservarlo e tramandarlo ai nostri successori, che sono oggi i nostri giovani alunni ed aspiranti. I quali debbono mostrarsi consapevoli e dell'onore che fi Signore loro fa con l'averli chiamati all'apostolato e della conseguente responsabilità, preparandosi con sommo impegno ad entrare nella grande eredità delle anime da salvare, per le quali lavorano e si logorano oggi i loro fratelli maggiori.

Queste raccomandazioni che io faccio e che mi escono dall'intimo del cuore, non sono ispirate per nulla dal naturale affetto che nutro verso la nostra Società, ma solo dall'intrinseco merito della causa missionaria in se stessa, che è causa di Dio e delle sue anime.

È un mistero che Gesù benedetto abbia voluto aver bisogno dei missionari per convertire le anime: il fatto è che gli sono necessari, e se ci ha chiamati, gli siamo necessari anche noi. Per questa grande ragione, perché «il Signore ne ha bisogno» (Mt 21,3), che, per quanto poveri e miseri, dobbiamo però cercare di essere efficienti e portare bene Nostro Signore nel suo trionfo in mezzo alle anime che l'attendono.

22. Da qualche dilettante di cose missionarie, si è sentito dire che oggi, con il fiorire del movimento a favore del clero indigeno, non ci sia poi più bisogno come una volta di tanti Missionari esteri; e né manca chi crede di prevedere che oramai le vecchie nazioni cattoliche sono così esauste, che difficilmente potranno dare più molti missionari.

Ora noi riteniamo invece che le nazioni cattoliche non hanno per nulla assolto ancora la missione loro assegnata dalla Provvidenza di dare alla Chiesa uomini per la diffusione e l'organizzazione del Cristianesimo nei paesi infedeli. E stimiamo che, ancor oggi e per molto tempo ancora, il reclutamento del personale estero per le missioni dovrà essere il primo compito ed il più doveroso di ogni assennata propaganda. Le vocazioni poi ci sono; ce ne sono tante quante sono necessarie: occorre solo suscitarle, pregando molto e lavorando con grande spirito di fede.

Quanto al clero indigeno, oh! quanto vorremmo che esso fosse davvero già oggi in grado di sostituire i missionari esteri! Ma noi, che le missioni le conosciamo, perché le viviamo, stimeremmo di tradire la Chiesa e le anime se, anche un pochino, rallentassimo di zelo nel reclutamento e nella formazione di nuovo nostro personale, perché sappiamo che le missioni ne hanno e ne avranno bisogno ancora per un pezzo.

23. I missionari sono necessari alla Chiesa oggi, quanto lo erano un secolo fa; anzi ora più che mai, perché mai come ora il mondo è stato tanto aperto alla predicazione del Vangelo.

Per quello poi che ci riguarda, il nostro Istituto ha più ragione di esistere, ha più bisogno di essere forte ed efficiente oggi, che quando fu fondato; se non altro per le innumerevoli anime delle quali ci è affidata la cura, per le grandi opportunità di conversioni che sui nostri campi di lavoro ci offre la Provvidenza, per le importanti opere che i nostri hanno dovunque avviate, fra le quali le più delicate, le più bisognose di cure sono precisamente i seminari per la formazione del clero indigeno, necessario a preparare quell'avvenire che i voti nostri possono desiderare prossimo, ma che, specialmente in certi campi, lo si deve riconoscere ancora assai remoto.

Queste constatazioni le ho volute fare perché nessuno di noi, sia che lavori nelle missioni, sia che abbia il più delicato compito di preparare il nuovo personale, rallenti di zelo e di fervore, di diligenza e di pazienza. Andiamo avanti, conservando il nostro buon spirito antico ed il perenne entusiasmo missionario dei nostri vecchi.

Nulla ci svii, nulla ci distragga. Fisso lo sguardo ed il cuore in Gesù Cristo, stiamo immobili come Lui, come il suo Vangelo: diffidiamo di ogni modernità che può affievolire in noi il vero spirito dell'Istituto, tutto genuinamente apostolico, e procediamo, anche se lentamente e penosamente, verso la nostra grande mèta: la salvezza di molte anime, la organizzazione della Chiesa nelle terre che ci sono affidate da evangelizzare, il trionfo di N. S. Gesù Cristo. Con questi voti tutti carissimamente vi saluto.

Aff.mo in N. Signore

P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.