VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

L'OBBEDIENZA MADRE E CUSTODE DI TUTTE LE VIRTÙ

«Coraggio, abnegazione, eroismo,
senza obbedienza possono essere spreco di energia e perfino pazzia»

Lettera circolare n. 16

Milano, Settembre 1931

Amatissimi Confratelli,

1. L'argomento sul quale amo questa volta intrattenervi è di grande interesse per ogni Istituto; ma per il nostro che è un Istituto di Missionari, lo stimo di una importanza assolutamente capitale. Voglio parlarvi dell'obbedienza che deve fiorire ed osservarsi fra noi, soldati per le grandi conquiste di Cristo; voglio dirvi della necessità, dello spirito e della pratica di questa virtù, che a buon diritto fu detta da S. Agostino massima fra le virtù, la madre e la custode di tutte: «L'obbedienza è l'origine, la madre e custode delle virtù».
L'argomento è stato da me lungamente meditato: lo stesso governo dell'Istituto mi offre quotidiane occasioni di meditarlo e non so dirvi con quanto trasporto, con quanto desiderio di bene ora ve ne parli, perché mi pare che, se questo argomento è sempre meglio compreso, ne debba derivare un grande incremento per l'opera nostra.
So bene che non c'è trattato di cristiana perfezione che non tocchi questa materia dell'obbedienza, e che io non avrò nulla di nuovo da dire. Tuttavia ho alcune mie ragioni particolari per farne soggetto di una speciale, per quanto breve esortazione.
Ne voglio parlare perché senza un grande, convinto spirito di obbedienza non è possibile che il nostro Istituto possa esistere, che possano prosperare le missioni, che si possa fare opera comune. Questa virtù è il grande legame di disciplina che tutti ci deve stringere: il cardine sul quale si deve muovere la nostra opera. Desidero quindi parlare di questa virtù per avere occasione di toccare alcuni punti pratici sui rapporti che i missionari, qui e nelle missioni, debbono avere con i loro Superiori.
Desidero inoltre parlarne perché, in quest'epoca specialmente, l'idea di missionario è più facilmente associata a quella di uomo zelante e coraggioso, eroico, che a quella più vera di uomo obbediente. Il missionario deve, si, avere zelo, animo coraggioso ed invitto; come il soldato deve essere uomo di valore: spesso deve saper spingere la sua bravura, la sua tolleranza del sacrificio sino all'eroismo; pure, la sua virtù regina non è lo zelo, né il coraggio, né l'eroismo. Egli sarà buon missionario, invincibile soldato di Cristo solo se sarà obbediente. Coraggio, abnegazione, eroismo, non guidati dall'obbedienza, sono spesso spreco di energie, talvolta delle vere pazzie.
Voglio infine trattare dell'obbedienza perché è fermo mio proposito che allo spirito di questa grande virtù siano sempre più seriamente educati e formati i nostri giovani. Questa lettera quindi vuole anche essere un programma per i superiori ed educatori del nostro Istituto, e per i giovani un richiamo fortissimo a coltivare ed a rendersi perfetti nell'esercizio di una virtù che, ben compresa e posseduta, assicurerà essa sola la loro felice riuscita.
Prego i miei cari confratelli di leggere questa lettera con lo stesso desiderio di bene con cui io l'ho scritta, tutti ben persuasi che l'Istituto sarà oggi e domani quello che sarà l'obbedienza dei suoi membri.

Necessità dell'obbedienza

2. La virtù per la quale noi missionari dobbiamo avere un vero culto, nella quale dobbiamo particolarmente distinguerci è la virtù dell'obbedienza. Perché, che cosa siamo noi se non possediamo perfettamente questa virtù? La disobbedienza è l'assoluta negazione del missionario, come l'obbedienza è la sua principale caratteristica, il suo programma, A suo vessillo.
Siamo missionari per ristabilire sulla terra l'ordine rotto dalla prima ribellione: siamo missionari per ricondurre gli uomini all'obbedienza di Dio e sottometterli alla sua Legge. Il nostro programma è segnato nella prima parte dell'orazione domenicale: nostro alto dovere è far regnare Iddio sui cuori, sulle volontà degli uomini come Egli regna in Cielo. Il sospiro di ogni cuore apostolico è tutto qui: «Sía santificato (il tuo nome), venga (il tuo regno), sia fatta (la tua volontà)» (Mt 6,9)... Annunziare, propagare, realizzare, difendere i Santi Voleri di Dio, perché così Egli sia glorificato e le anime salvate, questo è tutto il missionario. Restauratore e predicatore dell'obbedienza, può egli non essere gelosamente amante di questa virtù, può egli non possederla in un grado eminente?
Bisogna essere ben convinti della necessità per un missionario di distinguersi in questa virtù, veramente indispensabile, poiché nient'altro ne può tenere il luogo, neanche i più alti carismi, quali il dono delle lingue e quello di risuscitare i morti. Il missionario che disobbedisce, che critica gli ordini dei superiori, anche se non se ne avvede, anche se non vi pensa, con la sua disobbedienza, con la sua critica cessa di essere missionario di Gesù e si mette di fatto nella schiera di quelli che gli resistono. Perciò S. Ignazio, che con la sua Compagnia voleva dare alla Chiesa un'armata bene agguerrita di apostoli, null'altro più raccomandava ed esigeva dai suoi che una perfetta obbedienza: «Lasciamo, ed io vi acconsento - scriveva egli - che altri Ordini religiosi ci sorpassino in digiuni, in veglie ed in altre austerità, ... ma per quello che riguarda la perfezione dell'obbedienza, io desidero ardentemente che tutti quelli che servono il Signore in questa Compagnia non la cedano a chicchessia, e che questa virtù diventi come il segno che distingua i veri e legittimi figli della Compagnia da quelli che non lo sono».
E S. Ignazio vide giusto. Se la Compagnia di Gesù ha fatto tanto bene alla Chiesa, se non ha mai avuto bisogno di riforme, se oggi è più forte che mai, se è così perseguitata perché così temuta dai nemici, il segreto è tutto nella stretta obbedienza, nella rigida disciplina che regola i suoi membri.

3. Noi non siamo Religiosi, ma per quello che riguarda l'obbedienza nessuno è più Religioso di noi. Noi siamo una compagnia di Apostoli; il nostro fine, dopo la propria santificazione, è procurare la salvezza delle anime in quelle parti del mondo dove siamo mandati. Per questo dobbiamo essere disposti e preparati ad ogni cenno dell'obbedienza e sempre agli ordini dei superiori ovunque ci mandino e ad esercitare il S. Ministero dove e come ci viene ordinato. Per questo ci obblighiamo con un giuramento, nel quale non facciamo menzione che dell'apostolato e dell'obbedienza, tanto le due cose sono intimamente connesse. «Prometto e giuro di dedicarmi alle missioni per tutta la vita e di osservare l'obbedienza» 4. Per questa parte nessuno di noi può dire di avere un'obbligazione 'inferiore a quella che hanno i più rigidi religiosi.
E questa obbligazione non è meno stretta per i Padri che non emisero l'odierno giuramento. Essa è intrinseca alla stessa professione di Missionari, consegue dal semplice fatto della nostra appartenenza all'Istituto, del quale abbiamo accettato le Costituzioni. Chi non ha fatto il giuramento, ha nondimeno pure promesso, con i termini più solenni ed affermato davanti a Dio: «Propongo fermissimamente e decido di dedicarmi e di spendermi fino all'estremo respiro della vita per la conversione degli infedeli nelle missioni affidate all'Istituto, sotto la totale dipendenza dei miei superiori». Anche questa antica formula, alla consacrazione all'apostolato, fa subito seguire la professione di obbedienza.

4. Tutti e specialmente i nostri cari giovani bisogna che intendano bene la stretta relazione che passa fra la nostra vocazione di Apostoli e la virtù dell'obbedienza. Iddio vuole l'obbedienza come caratteristica essenziale di tutti i suoi eletti. Solo gli obbedienti si salvano. Se vogliamo conoscere anticipatamente quali saranno i predestinati al cielo, basta cercarli fra quelli che obbediscono. Dovunque invece, sotto qualunque forma, si sente il «non servirò» (Ger 2,20), là siamo sulla via della perdizione e dell'inferno. Ora se siamo chiamati ad essere i ministri dell'umana salvezza; se, come ho detto dinanzi, siamo noi che dobbiamo ricondurre gli uomini all'obbedienza dei Voleri di Dio, dobbiamo necessariamente essere gli uomini, i missionari dell'obbedienza, cercando di avere in tutte le cose la nostra volontà nel modo più perfetto conforme alla Volontà santa di Dio, Volontà che noi conosceremo e vedremo praticamente negli ordini, nelle disposizioni, nei desideri dei nostri Superiori.
Se vogliamo essere buoni missionari dobbiamo abituarci con assiduo studio di obbedienza a fare della Volontà di Dio la regola ed il modello della nostra. La Volontà di Dio è il principio e la ragione di ogni bene: fuori della Volontà di Dio c'è il male, il peccato e la perdizione. L'anima che vuole dedicarsi all'apostolato e salvare le anime dal peccato e dalla perdizione deve, mediante uno spirito di grande obbedienza, aver come fusa la propria volontà in quella di Dio ed essere con Lui uno stesso volere.
Appena, mediante la disobbedienza, l'anima si trova fuori e contro la S. Volontà di Dio, cessa di fare il bene, cessa di essere strumento adatto a procurare la salvezza delle anime, perché Dio non può benedire quelle cose che sono contro o anche solo non del tutto conformi al suo piacere. Dunque, tanto migliori missionari saremo quanto più ci sforzeremo di essere accetti a Dio per una perfetta conformità della nostra con la Sua S. Volontà; tanto meglio meriteremo fi nome di apostoli, quanto più saremo amanti dell'obbedienza: S. Girolamo ci dice: «Spogliarsi dell'oro è proprio dei principianti, non dei perfetti, lo fece il Tebano, lo fece Antistene (discepolo di Socrate); offrire se stesso a Dio è proprio dei cristiani e degli apostoli».
Ma volgiamo per poco gli sguardi al nostro Divin Maestro e vediamo quali furono i suoi sentimenti, quale fu la sua pratica di questa virtù.
Non dimentichiamo, specialmente noi missionari, che Gesù Cristo è il Figlio di Dio incarnatosi per mostrarci con la sua vita umana come un Dio viva tra gli uomini, affinché gli uomini sappiano in qual modo essi debbono vivere per essere accetti al Signore. Gesù non ci inganna, e, davanti al suo esempio, specialmente noi che vogliamo essere Suoi apostoli dobbiamo piegarci, adorare e fedelmente imitare.

Il modello dell'obbedienza

5. Miei amati confratelli, facciamoci una domanda: Perché ci siamo fatti o vogliamo farci missionari? Per seguire Gesù proprio da vicino e vivere a Lui uniti in un grande amore. Per darg]i la massima prova di questo nostro amore vogliamo seguirlo per le vie dell'Apostolato, dedicando e sacrificando tutta la nostra vita a promuovere gli interessi del Suo Divin Padre, lavorando come lavorò Lui per la salvezza delle anime.
Domandiamoci ancora: se vogliamo essere missionari proprio come Gesù, e lavorare proprio come lavorò Lui, come ha fatto Gesù a compiere la grande opera della salvezza del mondo? Gesù ha potuto salvare il mondo solamente mediante la sua obbedienza. La disobbedienza ci perdette, l'obbedienza ci doveva salvare. «Come per l'obbedienza di uno solo butti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19).
L'obbedienza fu il mezzo preordinato da Dio ed accettato da Gesù per salvare le anime. L'obbedienza di Gesù fu l'espiazione dovuta per la universale disobbedienza degli uomini. L'opera della umana salvezza tutta si compendia dunque nella grande obbedienza di Gesù. «Pur essendo figlio di Dio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).

6. Gesù, Figlio di Dio dall'eternità, volontariamente assunse le nostre infermità, sperimentò nei patimenti della sua vita e morte tutte le penose conseguenze del grande sacrificio della sua obbedienza. Consumato per l'obbedienza e pervenuto alla gloria, è diventato causa e principio di salute per tutti quelli che a Lui obbediscono. Profondo pensiero di S. Paolo, che rischiara tutta la nostra vita!
È lo stesso grande Apostolo che ci rivela come la disposizione primordiale del Verbo incarnato fu una disposizione di amorosa obbedienza verso l'eterno suo Padre. «Entrando nel mondo (Cristo) dice: ecco io vengo poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà» e continua: «è per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo (Eb 10,5-7,10).
Se discende dal cielo non è di proprio movimento, ma per obbedienza: «Non sono venuto da me stesso, ma egli mi ha mandato» (Gv 8,42): e con quale slancio egli ci venne! «Esultò come prode che percorre la via» (Sal 18,6) e con quale ardore va alla morte: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui!» (Gv 14,31).
Venuto al mondo dichiara che la sua missione è di fare non la sua, ma la volontà del Padre: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 6,38). Non un atto, non un passo, non una parola in tutta la sua vita che non siano ordinati e diretti dall'obbedienza: «Non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo»... per cui può solennemente affermare: «Io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8,28-29).

7. L'obbedienza è talmente la vita della sua vita che la dice suo nutrimento: «Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Benché quale legislatore supremo non fosse obbligato all'osservanza delle leggi, pure rigidamente afferma: «Non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia Compiuto» (Mt 5,18). Chi meriterà di essere da Lui amato? «Sarete miei amici se farete quello che vi comando» (Gv 15,14). Egli chiama l'obbediente con i dolci nomi di fratello, di sorella, di madre: «Chiunque fa la volontà del Padre che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). La morte stessa la subisce per obbedienza agli ordini del Padre: «Offro la vita da me stesso», dice egli parlando della sua vita, «questo comando ho ricevuto dal padre Mio» (Gv 10, 18).
E dopo queste testimonianze che Gesù dà della sua obbedienza, consideriamone qualche esempio. Come ci viene descritta dall'Evangelista tutta la vita nascosta di Gesù? Con queste semplici parole: «Stava ad essi sottomesso» (Lc 2,51). Trent'anni di vita, un continuo esercizio di obbedienza! Quale beata sorte sarebbe la nostra se alla fine della nostra vita potessimo meritare anche noi un simile elogio: fu un missionario obbediente!
Trent'anni di vita nascosta di Gesù, quando il mondo aveva tanto bisogno di Lui... trent'anni, diremmo noi, trascorsi in occupazioni assolutamente insignificanti, quando c'era tutto un mondo da salvare... Ebbene, il mondo per esser salvato aveva precisamente bisogno di questo nascondimento, di questa obbedienza, e l'ebbe e fu salvo. Oh! quanto il nostro misero amor proprio stenta a piegarsi davanti a questo grande esempio! Eppure esso solo dovrebbe bastare a persuaderci che, se bramiamo portare anche noi il nostro contributo alla salvezza delle anime, non c'è che da imitare l'obbedienza di Gesù.

8. E Gesù non cessa di obbedire nella sua vita pubblica, e non obbedisce solo al suo Divin Padre. In obbedienza alla sua Madre Santissima opera il suo primo miracolo, benché non fosse venuta per ciò la sua ora; obbedisce ad ogni anche più piccola legge giudaica e, mentre preparava all'apostolato i suoi primi discepoli, operò un miracolo per insegnar loro con quanto studio dovessero evitare ogni malesempio in materia di obbedienza. Dopo aver dimostrato che non poteva esservi obbligo per Lui di pagare il tributo, disse a Pietro: «Perché non si scandalizzino, va' al mare, getta l'amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te» (Mt 17,26).
Ma dove l'obbedienza di Gesù risplende di fulgidissima luce è nella sua passione e morte. Alla sua entrata nel mondo Egli si è offerto come vittima al Suo Padre. La legge che presiederà al sacrificio di questa vittima, sarà l'obbedienza, la sottomissione più assoluta ai voleri del Padre: Gesù si dà e si sacrifica, ma si dà e si sacrifica come piacerà disporre al Padre suo. Tutti i particolari del suo sacrificio furono predetti dai Profeti, interpreti ufficiali della volontà di Dio, e Gesù nella sua passione si applica con estremo rigore a compiere tutti questi particolari ordinati dal Padre.
Durante la sua penosissima agonia, la sua parte sensibile si spaventa davanti all'amarissimo calice... «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!» (Lc 22,42). Ma la sua volontà, tutta sottomessa agli ordini divini, gli fa tosto soggiungere: «Tuttavia non sia fatta la mia volontà, ma la tua!» (Mc 14,49). I suoi nemici vengono per catturarlo; dimostra come potrebbe liberarsi dalle loro mani; potrebbe, se volesse, pregare il Padre di inviargli legioni di Angeli; ma, no, egli vuole che la volontà del Padre, manifestata nelle Scritture, si adempia: «Si adempiano dunque le Scritture» e si fa arrestare.

9. Da questo momento è tutto in balìa dei suoi nemici, ai quali obbedisce come agnello mansueto; finché, pendente dalla Croce, al punto di spirare, getta uno sguardo su tutta la sua vita come per fare un esame di coscienza, ed esclama «Tutto è compiuto!» (Gv 19,30). Tutto è stato adempiuto con la più perfetta obbedienza!
Ecco amatissimi Confratelli l'esemplare, il modello che dobbiamo imitare se vogliamo aver parte al divino apostolato. Avrei ben potuto dispensarmi dal fare questo breve ritratto dell'obbedienza del nostro Divin Maestro... sono considerazioni che si trovano in ogni libro di meditazioni: ma per dare efficacia a quanto mi propongo di dire, ho stimato necessario richiamare dapprima l'esempio di Nostro Signore e metterlo dinanzi al vostro spirito. L'esempio di Gesù deve avere una forza di persuasione irresistibile su ogni anima che vuole amarlo e seguirlo. Abbiamo detto più sopra che vogliamo essere missionari come Gesù e salvare le anime come ha fatto Lui,- ebbene, «Guarda ed esegui secondo il modello che ti è mostrato» (Es 25,40). L'Esemplare è Gesù Cristo: Egli stesso ci dice: «Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). Se volete essere veri missionari, siate obbedienti ed obbedienti come sono stato lo. «Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6).

Natura e fondamento dell'obbedienza

10. Ma entriamo alquanto addentro in questo argomento e cerchiamo di vedere dapprima qualche cosa della natura e del fondamento di questa virtù. L'obbedienza è definita una virtù morale e soprannaturale che ci inclina a sottomettere la nostra volontà a quella dei Superiori in quanto sono i rappresentanti di Dio. Sono queste ultime parole che conviene illustrare perché sono A fondamento, la base dell'obbedienza cristiana.
L'obbedienza è fondata sul sovrano dominio di Dio e sulla sottomissione assoluta che Gli deve la creatura. Non occorre qui dimostrare perché dobbiamo obbedire a Dio, nostro Creatore, nostro Padre e Redentore. Sarà invece utile vedere perché, in conseguenza di questi diritti di Dio su di noi, dobbiamo obbedire ai suoi legittimi rappresentanti. Il Tanquerey così spiega questo punto nel suo trattato di ascetica: «Poiché l'uomo non può bastare a se stesso, per la sua cultura fisica, intellettuale e morale, Dio ha voluto che egli vivesse in società. Ora la società non può sussistere senza un'Autorità che coordini gli sforzi dei suoi membri verso il bene comune; Dio vuole dunque che vi sia una Società gerarchica, con dei superiori incaricati di comandare e degli inferiori che debbano obbedire. Per rendere questa obbedienza più facile, egli delega la sua autorità ai superiori legittimi: «Non c'è autorità se non da Dio» (Rm 13,1), così che obbedire a questi è obbedire a Dio, e loro disobbedire è andare incontro alla propria condanna: «Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm 13,2). E dovere dei Superiori è di non esercitare la loro autorità che come Delegati di Dio, per procurare la sua gloria, e promuovere il bene generale della comunità; se mancano, sono responsabili di questo abuso davanti a Dio ed ai suoi rappresentanti. Ma il dovere degli inferiori è di obbedire ai rappresentanti di Dio come a Dio stesso: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me» (Lc 10,16). E se ne vede la ragione: senza questa soggezione, non vi sarebbe nelle diverse comunità che disordine ed anarchia».
La citazione è lunga, ma trattandosi del fondamento su cui posa tutta la dottrina cristiana dell'obbedienza, ho stimato bene servirmi delle parole tanto precise del dotto autore.
E grande principio dunque è questo: dobbiamo obbedire ai superiori legittimi come a Dio stesso. Dobbiamo vedere nei superiori niente altro che t'autorità di Dio, per cui disobbedire ai superiori è come disobbedire a Dio in persona. Questo è la grande verità, l'articolo di fede che si deve inculcare a chiunque vuole militare nelle file degli Apostoli del Vangelo.
E non sarà inculcato mai abbastanza questa verità di vedere Dio nella persona dei nostri Superiori. È solo l'ignoranza o la dimenticanza di essa che spiega le nostre disobbedienze; perciò stimo opportuno dilucidarla ancora con qualche altro argomento.

11. Lo stesso Apostolo Paolo, il quale ha enunciato la grande verità che non c'è autorità che non venga da Dio, scrivendo a quelli di Efeso, raccomanda loro di obbedire agli uomini come a Cristo: «con semplicità di spirito, come a Cristo..., e seguita a spiegare molto chiaramente il suo pensiero: - non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6,5-6,7). Non dobbiamo dunque vedere l'uomo nei nostri superiori, né le loro doti, virtù o difetti; non dobbiamo obbedire perché il superiore è buono, ragionevole e garbato: ma solo perché tiene il posto e l'autorità di Dio, il Quale, come vuole essere aiutato sotto le spoglie del povero ed amato nella persona del prossimo, cosi vuole essere obbedito nella persona del superiore.
Ai Colossesi lo stesso Apostolo ricorda che, come il premio della nostra obbedienza dobbiamo attendercelo dal Signore, così è a Lui e per Lui solo che dobbiamo obbedire: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che quale ricompensa riceverete dal Signore l'eredità» (Col 3,23-24). E l'Apostolo Pietro inculca lo stesso principio: «Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore» (1Pt 2,13).

12. Dobbiamo, amatissimi Confratelli, confermarci bene in questa divina,verità, e ringraziare Iddio di averci così facilitato l'obbligo della soggezione della nostra volontà a quella dei Superiori, garantendoci che riterrà come fatto a Sé ogni nostro atto di obbedienza e sottomissione. Ma nello stesso tempo teniamo per fermo che nulla potrà mai scusare le nostre disobbedienze, né l'ignoranza, né la poca virtù dei nostri superiori. E merito dell'obbedienza sta tutto qui. Chi non obbedirebbe se N. Signore venisse in persona a darci i suoi comandi? Il merito sta nell'obbedire all'uomo, perché Dio così vuole essere obbedito. Egli ha voluto questi intermediari fra Lui e noi, Egli vuol servirsi di questi interpreti benché li sappia miseri e difettosi.
Dirò di più: i difetti, l'ignoranza, i mancamenti dei superiori entrano anch'essi nei disegni di Dio per riguardo a quello che Dio vuol fare di noi. Cesare Augusto comandò il censo per ambizione, Erode ordinò l'eccidio dei bambini per gelosia e determinò la fuga della S. Famiglia in Egitto, giudici iniqui misero a morte il nostro Redentore. Gesù obbedì sempre: venne a nascere a Betlem, andò bambino in esilio, subì la morte di croce, riconobbe nei governatori e negli stessi suoi giudici ingiusti l'autorità di Dio: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto» (Gv 19,11), obbedì anche agli iniqui, e quali disegni si compirono? Solo gli adorabili eterni disegni di Dio!
Quand'anche i nostri superiori fossero cattivi come gli Scribi ed i Farisei, anche allora dovremmo obbedire: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono fatelo e osservatelo - il resto non vi riguarda: ma non fate secondo le loro opere» (Mt 23,2-3). Quando nei nostri superiori vedessimo difetti ed imperfezioni, obbediamo con perfezione ancor più grande e ne avremo maggior merito. S. Giovanni Climaco interrogato come potesse obbedire ad un suo superiore difettoso, diceva: «Ho sovrapposto l'immagine di Cristo al mio superiore»

Mistero di fede

13. Ho detto più sopra che questa dottrina di vedere l'autorità di Dio nella persona dei nostri superiori è vera come un articolo di fede e l'ho dimostrato sufficientemente. Noi ci troviamo di fatto dinanzi ad un mistero di fede. 19 fatto è che Dio, richiedendoci la nostra obbedienza ed imponendoci un continuo atto di fede, domanda l'unico sacrificio degno di Lui che la creatura ragionevole può offrirgli, il sacrificio della propria volontà. Colui che sacrifica ed immola la propria volontà, il proprio giudizio sull'altare dell'obbedienza si dà tutt'intero a Dio; Gli dà quello che, solo, Dio veramente apprezza, quello che è la migliore parte dell'uomo, quello che è tutto l'uomo. Chi al contrario è restio all'obbedienza e rifiuta a Dio la propria volontà Gli rifiuta se stesso, ed allora che cosa importa a Dio tutto il resto? Questo è il mistero dell'obbedienza.
I santi hanno veduto nell'obbedienza una specie di mistero eucaristico. Nel momento in cui un Vescovo, un Superiore qualunque è regolarmente nominato ed investito della sua giurisdizione, Dio lo fa immediatamente partecipe della propria Autorità e con l'autorità gli comunica il suo potere, la sua sollecitudine per le anime, il suo cuore. Le apparenze di un Superiore così investito dell'autorità di Dio, come quelle dell'Eucaristia, rimangono misere ed umili; nondimeno è questo superiore che per noi rappresenta Dio e deve comunicarcene i sovrani voleri. L'Eucaristia ci è data per nutrimento delle anime nostre, per darci la vita di Dio: per mostrarci la via del dovere, per farci conoscere la volontà Dio su di noi, per rischiarare i nostri dubbi ci sono dati i Superiori.
Ricordate la scena della conversione di S. Paolo? Abbattuto sulla via di Damasco e convertito, egli fa a Gesù quella domanda, la grande domanda di tutta la vita di ogni cristiano, d'ogni missionario: «Signore, che vuoi che io faccia?» e Gesù: - «Alzati ed entra nella città e ti sarà detto che devi fare» (At 9,6). E grande convertito avrebbe potuto indugiarsi a domandare: Perché andare in città? Perché non mi dite voi, o Signore, quello che volete da me? Non sarebbe molto più semplice? Sarebbe forse più semplice, ma non conforme alla divina economia che vuol parlarci per mezzo dei superiori. È così che il Signore suole agire nella sua ordinaria Provvidenza, per nostro maggior merito, ma altresì per nostra assoluta sicurezza.
Un'ispirazione nella preghiera, una voce interiore, una rivelazione diretta del Signore non hanno valore assoluto di certezza, potendo essere giochi di fantasia, illusioni diaboliche. Solo l'obbedienza ai nostri Superiori dà assicurazione assoluta per tutte le situazioni, per tutti i casi nei quali l'anima può trovarsi. Quanto dobbiamo essere grati al Signore per aver così disposto!

14. S. Teresa Il ebbe una visione e le parve che Nostro Signore le ordinasse qualche cosa che non era del tutto conforme a quello che le aveva ordinato il suo confessore. Ella però decise di obbedire al confessore, dicendo al Signore: «Benché io sappia, mio Dio, che siete Voi che mi parlate, e io abbia la migliore disposizione di obbedirvi, pure non è di fede che siete proprio voi che mi parlate, ma è di fede che è il mio Dio che mi parla per la bocca del mio confessare».
E S. Margherita Alacoque: «Gesù è il mio maestro e direttore: però Egli non vuole che io faccia cosa alcuna senza il consenso della mia superiora. Vuole quasi che obbedisco più a questa che a Lui».
Abbiamo dunque la fede dei santi, e vediamo nei superiori solo la persona di Gesù. «Mi avete accolto come un angelo di Dio, diceva S. Paolo ai Galati, come Cristo Gesù» (Gal 4,14). Abbiamo questa fede e saremo benedetti.

A chi obbedire

15. Il Papa. - Permettete ora Che, venendo alla pratica, tocchi alcuni punti delle Costituzioni che riguardano questa materia e che offriranno occasione ad opportuni chiarimenti.
Voi, amati confratelli, conoscete assai bene in teoria la dottrina della nostra fede intorno alla divina istituzione della S. Chiesa, ed alla gerarchia con cui essa si governa. La nostra più piena, assoluta, incondizionata obbedienza, la nostra più umile ed affettuosa sottomissione la dobbiamo quindi anzitutto al Vicario di Gesù Cristo in terra, il Romano Pontefice. Le Costituzioni all'art. 20 hanno al proposito queste belle parole: «L'Istituto si gloria di professare illimitata devozione, profondo attaccamento, amore e venerazione verso il Sommo Pontefice. Quindi i membri tutti si distingueranno per una sottomissione assoluta ed un'obbedienza filiale a tutte le disposizioni della S. Sede».
Non occorre che mi fermi ad illustrare parole già si chiare, che rispecchiano i sentimenti di tutti i venerati Superiori e Padri che ci hanno preceduti, e ci ricordano tutta una cara tradizione di assoluta e pura romanità in cui i nostri Istituti riuniti si sono sempre distinti. Dico solo che la qualifica di Pontificio di cui si onora l'Istituto non vuole tanto essere un semplice titolo nobiliare, quanto l'espressione del nostro particolarissimo e pratico attaccamento alla Santa Sede, per cui in ogni tempo e circostanza dobbiamo essere un sol cuore ed un solo pensiero, sicuri così di essere una sola cosa con Nostro Signore. E questo attaccamento e sottomissione l'estenderemo naturalmente ed in particolar modo alla S. Congregazione di Propaganda Fide dalla quale l'Istituto in tutto dipende, come ci è detto dall'art. 21 delle Costituzioni.

16. I Superiori dell'Istituto. - Mi dispenso dal commentare gli art. 22 e 45 che parlano dell'autorità del Superiore Generale su tutto l'Istituto e dell'obbedienza che si deve a lui, ai Superiori regionali, suoi delegati, ed ai Superiori delle singole case. Basti ricordare quanto a questo proposito S. Paolo ci raccomanda: «Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano per le vostre anime come chi ha da renderne conto» (Eb 13,18).
Solo vorrei che i miei confratelli riflettessero e si facesse riflettere ai giovani tutto quello che vogliono significare quelle parole: essi infatti vegliano... come chi ha da rendere conto delle anime vostre. I Superiori - dice S. Paolo - vegliano di continuo come incaricati da Dio del bene delle anime vostre, onde se voi, per negligenza dei superiori, aveste ad incorrere in qualche fallo, ne sarà fatto debito ad essi davanti a Dio. I superiori quindi hanno da sopportare e la fatica e la responsabilità del loro posto. E quale responsabilità? La massima di tutte, dice S. Tommaso, quale è quella che delle azioni e della vita altrui debba rendere ragione un uomo, che non è sufficiente a renderla di se stesso.
Rimarchevolissime sono poi le parole che seguono nel testo succitato dell'Apostolo «perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per Voi» (Eb 13,17). S. Paolo qui prega che, consci come siamo del peso che grava sui Superiori, noi abbiamo ad obbedire di buon grado, onde essi abbiano a compiere il loro ufficio con gaudio e consolazione e non gemendo e non con tristezza e lagrime. Ciò infatti, dice l'Apostolo, non sarebbe vantaggioso per voi, sia perché le disobbedienze intralciano l'opera dei superiori, impediscono il bene, e ricadono a danno della comunità, sia perché di esse farà vendetta il Signore.
Amati confratelli, meditate spesso su queste parole di S. Paolo! E lo dico a tutti, ai vicini ed ai lontani: qui in patria nei Vescovi, nei Prelati e Superiori in generale si suole vedere l'altezza del grado,,gli onori di cui sono circondati ed i vantaggi del loro posto. Generalmente chi è posto in alto è creduto felice, è privilegiato: idea superficiale ed errata, perché vedono l'unzione ma non la croce: pochi considerano le pene ed i travagli, i dolori e le lacrime che costano certe cariche. Tuttavia in patria, non c'è dubbio, l'autorità generalmente è circondata da un certo lustro ed offre certi vantaggi.
Ma io parlo a voi, cari confratelli, a voi che sapete come vino i nostri superiori in missione ed in patria: per essi la croce è tutta croce; lustro non ne hanno, e vantaggi tanto meno: quanto più siamo per questo obbligati ad esser con essi prudenti, compiacenti ed amorosamente sottomessi.
Se in una comunità non si è così disposti come vuole l'Apostolo Pietro ... «con l'obbedienza alla verità, con amore fraterno» (1Pt 1,22), la posizione dei Superiori è insostenibile, è un martirio. Quale sarebbe difatti la posizione di un superiore che dovesse governare una missione o una comunità di sudditi poco benevoli, insofferenti di osservazioni, curanti solo del proprio comodo, facili alla critica, esigenti con gli altri, indulgenti con se stessi? Non sarebbe la posizione di tale superiore veramente da compiangere? Potrebbe tale missione, tale comunità meritare le divine benedizioni?
Non sia mai così di noi: vediamo nei superiori i nostri Padri, quelli che Dio, per nostro amore e servizio, ha gravati di una più grande croce. Sia dunque nostro grande impegno di essere con essi, come dicevo, prudenti, compiacenti e amorosamente sottomessi, perché portino la loro croce con gioia e non gemendo.

I Superiori ecclesiastici

17. Dove amo fermarmi alquanto più a lungo è nel chiarire gli articoli 204 e 210 delle Costituzioni che riguardano l'obbedienza che come Missionari dobbiamo ai nostri venerati Vescovi, Vicari e Prefetti Apostolici.
L'art. 204 dice: «Entrando in Missione i nuovi Missionari si metteranno interamente nelle mani del Vescovo, del Vicario o Prefetto Apostolico, professandogli perfetta obbedienza e sottomissione». E l'art. 2 1 0 incalza: «11 missionario si guarderà dall'opporsi con pertinacia alle vedute del Vescovo... dal criticare l'operato dei Confratelli, dal biasimare gli usi approvati della Missione. Scriverà spesso al Vescovo... per esporgli i suoi dubbi e timori le sue difficoltà e necessità, rimettendosi sempre alla sua decisione ed ai suoi consigli».
Non perdiamo mai di mira la natura del nostro Istituto: noi siamo puramente e semplicemente una Società di Missionari. Si entra nel nostro Istituto con il fine esclusivo e specifico di dedicarci alla conversione degli infedeli nelle Missioni. Se taluno è fermato per qualche tempo in Italia, ciò è solo ed unicamente per cooperare alle opere comuni di questo apostolato che si svolgono in patria.
Così considerati, quali realmente siamo, e cioè come missionari apostolici, i nostri Superiori naturali sono i Vescovi, i Vicari e Prefetti Apostolici delle Missioni: sono essi i nostri Ordinari. (Can. 198).
I Superiori ecclesiastici delle Missioni hanno la responsabilità dell'evangelizzazione del loro territorio e tutta l'autorità per dirigere le opere di apostolato delle Missioni (Can. 335). t altresì chiaro che questa autorità non viene loro dal Superiore dell'Istituto, anche se è lui che li propone, ma direttamente ed esclusivamente dalla S. Sede. Anzi essi, in quanto Ordinari, sono sottratti alla potestà dei Superiori dell'Istituto e dipendono solo dalla stessa S. Sede. (Can. 627, 2).
Richiamo pure il Can. 329 dove è detto che «I Vescovi sono successori degli Apostoli e per istituzione divina presiedono alle Chiese particolari, che essi reggono con potestà ordinaria, sotto l'autorità del Sommo Pontefice».
Ricordati questi principi, non ho che da far mio il voto del Santo Pontefice Pio X, che fra i nostri Missionari fiorisca e sempre più si accresca la riverenza e l'obbedienza solennemente promesse a quelli che lo Spirito. Santo ha posto a governare la Chiesa.
Senza obbedienza ai nostri Superiori ecclesiastici lo zelo del missionario non può essere perfetto né fruttuoso, perché mancante della benedizione del Signore. Questa benedizione sarà tanto più abbondante quanto più il missionario saprà obbedire, spogliandosi del proprio modo di vedere ed abbandonandosi e conformandosi alle direzioni e disposizioni di chi, solo, come ho detto sopra, ha nella Missione la responsabilità dell'evangelizzazione e delle opere a questa dirette. Se nelle nostre Missioni vi sarà obbedienza tutto procederà in pace e nella pace si avranno i più consolanti progressi.
Ho detto sopra che i Vescovi, i Vicari e Prefetti Apostolici delle nostre Missioni sono i nostri Ordinari. Giova quindi qui ricordare che è ad essi che i missionari hanno promesso solenne obbedienza nel giorno della loro ordinazione sacerdotale. In quel giorno memorando, il vescovo, dopo averli consacrati preti, prese nelle sue le loro due mani, fece loro questa domanda: Prometti al tuo Ordinario in carica riverenza e obbedienza? ed essi risposero: Prometto.
Qui dobbiamo vedere assai più che una semplice cerimonia, fu una promessa formale che si fece, un impegno solenne che si prese davanti a Dio ed alla S. Chiesa. Da quel Prometto scaturisce un obbligo tutto speciale di obbedienza verso chi ci governa nelle missioni.
È anche per questo che Mons. Marinoni, raccomandava tanto ai missionari l'obbedienza più illimitata ai nostri Vescovi. Nelle antiche Regole, egli prescriveva: «I missionari accetteranno come proveniente da Dio quel posto o quell'ufficio che il Superiore giudicherà opportuno di affidar loro. Non avanzeranno diritti di anzianità, o altri titoli, per pretendere di essere anteposti ai confratelli, memori di ciò che inculca l'apostolo: «Ognuno di voi, con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). Quanta saggezza in questi paterni consigli ed avvisi, che i nostri cari missionari non dovrebbero mai dimenticare.
Per quello che riguarda particolarmente le destinazioni che ci possono essere date, cerchiamo di ricevere come dalle mani stesse di Gesù quell'ufficio, quel posto che ci viene affidato dall'Autorità, sia che riguardi immediatamente l'evangelizzazione degli infedeli, o che a ciò concorra solo indirettamente. Il Superiore ecclesiastico può affidare ai suoi missionari qualunque opera, ufficio o posto che sia utile al buon andamento della missione: tanto quindi in città come in distretto, in seminario come in Procura.
Avuto un posto, non cerchiamo di cambiarlo. S. Francesco Saverio così ammonisce in una delle sue lettere: «Non c'è posto che un momento o l'altro non produca noia o stanchezza, e, fuori di quelli molto obbedienti e rassegnati alla Volontà di Dio, tutti amano cambiare il loro posto per quello degli altri. Questa irrequietezza proviene spesso dal nostro spirito di indipendenza e dal pensare di essere trattati peggio degli altri. Credetemi: chi manca di spirito di obbedienza, si muova come vuole, non troverà mai riposo. Chi ha la febbre non trova mai posizione comoda».
Una delle ragioni di malcontento per i missionari è questa, di non essere talvolta soddisfatti del proprio posto: ebbene, ricordiamo allora queste parole del grande patrono delle Missioni.
È ammirabile - è di fatto una delle caratteristiche più belle del nostro Istituto - l'obbedienza con la quale tutti e sempre i nostri novelli Missionari ricevono la loro destinazione ad una data missione. Questa generosa, grande e bella disposizione li accompagni sempre nella vita. Possono essi, certamente, esporre desideri e difficoltà quanto a posti, trasferimenti, ecc.; ma, fatto questo, lascino la decisione alla saggezza ed alla volontà dei Superiori. Nessuno meriti a questo riguardo il rimprovero di S. Bernardo ad un certo Ogerio che ottenne dopo molte insistenza di essere esonerato da un ufficio: «Una volta accettato un ufficio non era lecito .lasciarlo... La licenza estorta, poi, non è licenza ma violenza... Mi congratulo con te che sei stato esonerato, ma temo che da te sia stato disonorato Dio. Dì la verità: ti è piaciuta di più la tua quiete che l'utilità altrui».
Quando non esponendo che in parte una situazione o un affare, o usando indebite pressioni, o mostrando irrequietezza e malcontento riusciamo ad ottenere dal Superiore un cambiamento di posto o un permesso, non illudiamoci di obbedire; chi così fa, dice lo stesso S. Bernardo, «Seduce se stesso; in tal caso egli non obbedisce al prelato, ma è il prelato che obbedisce a lui».
E a questo proposito ci siano pure presenti le auree parole dell'Imitazione: «Corri pure di qua e di là, la quiete non la troverai se non nell'umile soggezione al governo di un Superiore. Molti ha ingannato l'illusione di star meglio in altri luoghi e il piacere della novità». Infine il missionario che vuole essere perfetto nell'obbedienza, non deve distinguere fra regole obbligatorie o semplicemente direttiva, fra ordini dei Superiori e loro consigli. Egli, si sottomette a tutto di gran cuore, perché in tutte le manifestazioni della volontà dei Superiori non vede altro che l'espressione della Volontà di Dio. Tale deve essere l'unica regola della vita di un uomo tutto consacrato a Dio ed alle anime.
Dobbiamo confessarlo: molti guai verrebbero risparmiati alle Missioni, molte vocazioni salvate - e non parlo solo di casa nostra - se spogliandoci di quel certo materialismo che talvolta nei superiori fa vedere solo e troppo l'uomo, si seguissero i saggi avvisi del già citato Mons. Marinoni, il quale ci esortava di non dimenticare mai che gli Ordinari delle missioni governano in nome del Vicario di Cristo, e che l'indole propria dei figli della Sapienza è l'obbedienza e la carità, e perciò voleva che i suoi Missionari avessero a distinguersi assai in queste grandi virtù.

Ai Superiori dell'Istituto

18. Questa lettera scritta per tutti, è in particolarissimo modo indirizzata ai Superiori e Padri delle nostre Case di formazione, dalle più piccole alle maggiori. Sono essi, rettori, padri spirituali, maestri, giù giù fino ai semplici prefetti, quelli che debbono educare i giovani alla pratica religiosa ed amabile di questa virtù.
E dapprima essi debbono precedere con l'esempio, conformandosi in tutto alle disposizioni dei superiori maggiori. Quale disordine quando, ad es., un vicerettore non si conformasse in tutto alle disposizioni del suo Superiore immediato, ma volesse fare da sé, seguendo proprie vedute; quale confusione quando un rettore ignorasse o facesse ignorare le disposizioni date dalla Direzione Generale nei vari Direttori, appunto per ottenere ordine ed uniformità nel sistema educativo e disciplinare delle nostre Case!
Questa raccomandazione ai Superiori è opportunissima, perché in un Istituto come il nostro può facilmente avvenire che uffici di direzione siano affidati a Padri venuti di fresco dalle Missioni, ignari dei metodi e delle consuetudini in vigore. Se, ignorando i Regolamenti e le disposizioni dei Superiori maggiori, ognuno volesse dare un'impronta troppo personale alle opere che gli sono affidate, è facile vedere a quali inconvenienti e disordini si andrebbe incontro.
A questo proposito raccomando che una volta all'anno da tutti gli addetti alle varie Case si abbia a leggere in comune il Direttorio dei Superiori e Padri; che i Rettori spieghino e commentino ai Prefetti le Norme che li ríguardano56; e che gli stessi Rettori, o i Vicerettori abbiano a leggere e spiegare ogni anno il Regolamento interno degli alunni.
E parlando dei Superiori mi piace riportare qui l'esortazione che fa ad essi il Ven. P. Chevríer: «Bisogna, egli dice, che un Superiore sia riempito dello spirito di Dio: bisogna che un Superiore conosca ad ogni istante la volontà di Dio- e la faccia eseguire dai suoi inferiori. Quale compito! Quale responsabilità! Quale unione intima con Gesù Cristo deve avere quest'uomo, per non dire e non fare se non quello che Gesù Cristo vuole e desidera veder fatto dai suoi membri. Con quale cura bisogna che un superiore studi Gesù Cristo, la sua divina parola, la sua dottrina, il suo spirito per comandare secondo Gesù Cristo, per dirigere secondo Gesù Cristo, per condurre secondo Gesù Cristo ciascuna casa, ciascuna persona, ciascuna anima in particolare! Diffidenza di se stesso, preghiera, studio, consiglio».
Ed ancora ai Superiori raccomando di aver cuore di padri se vogliono ubbidienza di figli: «Esorto gli anziani che sono tra voi.. pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio... non spadroneggiando sulle persone» (1Pt 5,1-2).
Alla paternità e dolcezza uniamo l'umiltà. Ci vuole molta umiltà per obbedire bene, ma non ce ne vuole di meno per ben comandare: «Ti hanno fatto capotavola, non esaltarti, comportati come gli altri, come uno di loro» (Siracide 32,1).
Evitare le maniere dure, imperiose non vuol dire che perciò si debba essere deboli nell'esigere l'esecuzione degli ordini che si debbono dare. La saggezza di un Superiore sta appunto qui, nel saper ben dosare, nell'esercizio del suo ufficio, la dolcezza con la fermezza, per ottenere la facile condiscendenza dai sudditi e nello stesso tempo mantenere integro il rispetto dell'autorítà e la fedele esecuzione dell'obbedienza.

19. Costituzioni.
- A questo punto non mi sembra fuor di luogo raccomandare caldamente a tutti di fare gran conto dell'osservanza delle nostre Costituzioni che, come lo dice il nome, sono le regole costitutive dell'Istituto e gli danno A suo carattere proprio e distintivo. Esse determinano il suo modo di governo, le condizioni di reclutamento e formazione dei suoi membri, la natura del legame che h unisce, i loro doveri e diritti; esse fissano in modo preciso il fine dell'Istituto ed il modo di conseguirlo nelle Missioni. Esse - in breve - sono le leggi fondamentali della nostra Società.
Ora io esorto caldamente tutti a tenere in gran conto queste nostre Regole e ad osservarle fedelmente. Se ci furono periodi di incertezze e di decadimento negli Istituti religiosi fu quando si tenne poco conto dell'osservanza delle Regole. È noto il detto di Pio IX 10 che si impegnava a canonizzare senza alcuna altra formalità il religioso che avesse sempre osservato fedelmente le sue Regole. E difatti, se la santità consiste nel corrispondere alla propria vocazione, poiché è in essa che Dio ci ha preparate le grazie necessarie alla nostra santificazione, questa corrispondenza alla vocazione si riassume tutta nella fedele osservanza delle Regole.
Non siamo religiosi, ma abbiamo tanto obbligo di osservare le nostre Costituzioni quanto ne hanno i religiosi di osservare le loro. Le nostre Costituzioni seguono il Missionario e lo guidano, oltre che nel lavoro della propria santificazione, anche nella pratica dello zelo e del ministero apostolico. Lo stesso ministero delle Missioni resta subordinato a questo dovere primordiale dell'osservanza fedele delle Costituzioni.
Da ciò risulta che gli Ordinari delle Missioni, nell'esercizio della loro autorità sui missionari debbono rispettare le prescrizioni delle Costituzioni e far concordare con esse i loro regolamenti particolari. Con ciò l'autorità dei Superiori ecclesiastici non resta per nulla diminuita, poiché le Costituzioni dell'Istituto sono state studiate ed approvate dalla S. Sede in vista del maggior bene delle Missioni.
Ma per bene osservare le Costituzioni bisogna conoscerle e studiarle. Perciò l'art. 276 ordina che ogni missionario abbia una copia delle regole che dovrà leggere almeno una volta all'anno, nel tempo degli SS. Esercizi; e l'art. 277, riassumendo quanto ho detto, raccomanda che, per quanto non obblighino sotto peccato, ogni membro dell'Istituto deve considerare le Costituzioni come espressione del divino volere a suo riguardo, il mezzo particolare della sua santificazione e dei prossimi alle sue cure affidati.
In fine raccomando che nel Noviziato, e poi sempre negli anni successivi di preparazione alle missioni, non si trascurino dai Superiori regolari corsi di spiegazione delle Costituzioni e dei Direttori dell'Istituto.

Per i nostri giovani

20. Ma è negli aspiranti, in tutti quelli che, nelle nostre Case, si preparano alle Missioni, che si devono assiduamente e con ogni diligenza e premura inculcare lo spirito e la pratica dell'obbedienza.
Si dà grande importanza, e molto giustamente, alla virtù della purezza, e chi lascia anche solo sospettare fiacchezza in materia viene dichiarato inadatto alla vita ecclesiastica e missionaria: or bene, la stessa importanza, se non maggiore, si deve dare all'obbedienza. Spiriti superbi, ribelli alla sotto-missione, difficili a piegarsi, facili alla critica dei Superiori, anche avessero altre buone doti, non sono adatti alla vita delle missioni.
Invito dunque e prego tutti i nostri superiori ad essere esigentissimi in materia di obbedienza e di sottomissione. I disubbidienti sono superbi, e dei superbi il Signore non sa che farsene. Mai opera di prete orgoglioso e superbo fu benedetta da Dio.
La prima delle cause, forse l'unica vera causa, perché nelle Missioni le vocazioni possono fallire è la superbia, che generalmente si manifesta nella poca sottomissione.
L'obbedienza è il segno più certo e sicuro del buono spirito di una comunità. Insegniamo ai nostri giovani questa grande verità, che solo quando un'anima è docile ai superiori è certa della propria vocazione ed è sicura di essere condotta dallo spirito di Dio. Uscire dal binario della più stretta obbedienza è andare fuori di strada, è andare alla rovina. E perché? Perché chi si sottrae all'obbedienza si sottrae alla grazia. Vi può essere sventura più grave? Che cosa siamo senza la grazia? E questa dottrina non è mia: è sentenza assai profonda dell'Imitazione di Cristo: «Figliolo, chi cerca di sottrarsi all’obbedienza, si sottrae anche alla grazia».
Ripeto, siamo esigentissimi in materia di obbedienza. E giovane che oggi non obbedisce nelle cose piccole, domani sarà ribelle nelle grandi. Dobbiamo educare le volontà dei nostri giovani e ciò si ottiene con la disciplina dell'obbedienza. Si disciplinano le acque e si ha l'irrigazione, si ha l'elettricità: si disciplina il fuoco e si ha il vapore. Disciplinando le volontà dei santi, la Chiesa ha avuto le grandi forze illuminatrici ed incendiarie dell'apostolato.

21. Il nostro Istituto, «come schiere a vessilli spiegati» (Cant. 6,4), vuole offrire alla Chiesa un ordinatissimo esercito di Sacerdoti e di Fratelli per le sacre conquiste della Croce. Mandare anime superbe e disobbedienti nelle nostre Missioni è preparare chi domani sconcerterà le nostre file e romperà la nostra compagine. E che cosa sarebbe più il nostro Istituto, se non potessimo contare sull'assoluta obbedienza dei nostri giovani; se un superiore, un Vescovo non potesse trovare nei suoi missionari quell'obbedienza, quell'abnegazione che i comandanti di eserciti terreni trovano nei loro soldati?
E non vi nascondo perciò che rimango profondamente addolorato quando vedo farsi poco conto di certi ordini, quando scorgo alcuni trovare tanta difficoltà nelle piccole obbedienze, quando sento con quale spirito si ricevono talvolta le disposizioni poco gradite dei superiori... Buoni superiori non debbono chiudere gli occhi quando avvertono simili mancanze: essi hanno il dovere di richiamare sempre i trasgressori e metterli faccia a faccia con il loro fallo. Con i disobbedienti, con i mormoratori, con i superbi non si deve transigere mai, ma con caritatevole fermezza bisogna persuadere, inculcare in essi lo spirito di obbedienza e di sottomissione. Bisogna insegnar loro che solo se si sforzeranno di essere obbedienti, potranno sperare di compiere veramente bene la loro preparazione all'apostolato, riportando le più belle vittorie sulle loro passioni: l'uomo obbediente canterà vittorie (Prv 21,28.. Altra preparazione non accompagnata dall'obbedienza non serve, perché la stessa pietà senza lo spirito di umile sottomissione può essere un inganno.

22. Ascoltino e meditino su queste parole della divina Scrittura: «.L'obbedienza vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono di fare il male» (Siracide 4,17) e queste altre sulla stessa linea: «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, l'obbedire è meglio del sacrificio, l'essere docili è più del grasso degli arieti». L'obbedienza per prima, allora anche la pietà sarà sincera. Il sacro testo continua: «Poiché peccato di divinazione è la ribellione, ed iniquità e delitto di idolatria l'insubordinazione» (1Sam 15,22-23). Il Profeta Samuele molto sapientemente ci avverte che il resistere agli ordini di Dio, che ci vengono per mezzo dell'obbedienza, è come il peccato della divinazione e dell'idolatria, in quanto il disobbediente pretende in certo modo di indovinare e decidere quello che sia meglio fare, o il volere di Dio o il proprio, cadendo così in una specie di idolatria adorando e facendo il proprio volere.
È ad essi, ai nostri alunni, discepoli prediletti di N. Signore, che sono indirizzate particolarmente quelle divine parole, che sono tutto un programma di vita religiosa: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli» (Mt 7,21). E disubbidiente può soggiungere: Signore, è vero, non mi piace tanto obbedire, però voglio essere missionario lo stesso e voglio andare a convertire tante anime... No, dice il Signore, la tua vocazione, se non sei obbediente, è tutta poggiata sull'arena. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato... e compiuti molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito sopra la Roccia»(Mt 7,22-24).

23. Sia dunque la vocazione dei nostri missionari ben fondata sulla pietra della santa obbedienza ed allora Gesù benedetto ci riconoscerà per suoi.
Nessuna illusione su questo punto: chiunque vuol essere missionario dev'essere umile ed obbediente. Chi nella pratica ciò non vuole intendere, si rimandi da dove è venuto: le Missioni non fanno per lui.
Ho detto più sopra che tanto esigenti si deve essere per la virtù dell'obbedienza, quanto lo si è per quella della purezza. Ora a questo proposito faccio un'altra riflessione, che è anche insegnamento. Vogliamo stare tranquilli sulla virtù di un giovane? Osserviamo la sua ubbidienza. Chi è obbediente è umile, e chi è veramente umile è certamente puro. Bisogna meditare queste gravi parole dell'Imitazione: «Chiunque non si sottomette volentieri e spontaneamente al suo superiore dimostra che la sua carne non gli è ancora completamente soggetta, ma che spesso ricalcitrante si ribella. Impara dunque a sottometterti al tuo superiore con prontezza se vuoi soggiogare la tua carne... È perché ancora troppo disordinatamente ti ami che non sai sottometterti completamente all'altrui volontà».
Questo insegnamento, che l'Autore dell'Imitazione mette in bocca al Signore, è molto prezioso: c'insegna la via per soggiogare più perfettamente i nostri sensi, e nello stesso tempo ci avverte che difficilmente uno spirito ribelle potrà conservarsi puro. Questo debbono tener ben presente in special modo gli educatore dei nostri missionari, perché non si abbiano a mandare avanti e inviare alle missioni uomini che domani potranno far piangere la S. Chiesa.

24. I nostri superiori vigilino affinché i giovani si educhino ad obbedire non solo per motivi di fede, della qual cosa ho già detto più sopra, ma che la loro obbedienza sia altresì sempre pronta, completa ed affettuosa.
Non mi dilungo a spiegare. Dico solo che si deve esigere che i giovani si abituino ad obbedire con alacrità e prontezza: niente esitazioni, discussioni, osservazioni per non sottomettersi: «Non piace a Dio l'obbedienza che frappone indugi e discussioni, quell'obbedienza che quando si comanda chiede perché, per qual ragione, per quale cosa si sia comandato», dice S. Agostino.
Osserviamo stupiti con i Santi Apostoli con quale alacrità si porta Gesù a Gerusalemme, dove sapeva di dover trovare la sua passione e morte: «Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti, e coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32).
La SS. Vergine, udita la volontà di Dio che la destinava madre del Salvatore, risponde subito: «Ecco l'ancella del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). S. Bernardo, descrivendo l'obbedienza della Madonna, dice che obbediva «con cuore volenteroso, con volto lieto, con azione veloce». S. Giuseppe, ricevuto l'ordine di partire nella notte, senza né scuse, né lamenti obbedisce: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore»(Mt 1,24).

25. Si obbedisco in tutto, non già solo nelle cose che ci garbano; si obbedisco bene, in ogni particolarità. Alle volte si riceve volentieri un ufficio, ma non si tollerano osservazioni e correzioni sul modo di compierlo: tale non è esercizio di virtù, ma di amor proprio.
Si obbedisco a tutti, e non solo a quei superiori che ci vanno a genio. Chi ha di queste preferenze, obbedisce non a Dio, ma alla creatura. E p. L.da Ponte dice a questo proposito: «È, sospetta l'obbedienza di colui che ad un superiore si sottomette, e ad un altro, che è inferiore o meno perfetto, non vuole obbedire: allo stesso modo come è sospetta la fede di colui che si inginocchia davanti ad una croce d'oro e disdegna di inginocchiarsi davanti ad una di legno».
Osservino i nostri giovani come si obbediva a Nazaret: Gesù infinitamente più santo e perfetto obbediva alla Madonna ed a S. Giuseppe e non comandava a nessuno: la Vergine comandava al più perfetto dei tre ed obbediva al meno perfetto: chi comandava su Gesù e su Maria era S. Giuseppe, l'ultimo della S. Famiglia per perfezione di santità.
Infine si obbedisco con tanta gioia, affettuosamente: «Dio ama chi dà con gioia» (2Cor 9,7). L'obbedienza nelle cose difficili e penose non può essere allegra se non è ispirata a fede e ad amore. È l'amore che rende leggeri e perfino desiderabili i sacrifici della nostra vocazione. Così sia della nostra obbedienza. Se io vedo Gesù nei miei superiori, volentieri obbedirò per amore di Lui, che per amore di me ha obbedito sino a morire su una croce. «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

26. Nelle Costituzioni dei Padri Bianchi, che sono una Congregazione simile alla nostra, ed i cui membri sono legati dal semplice giuramento, trovo che si dà grandissima importanza a questa virtù. Là dove si parla della formazione dei Novizi c'è un articolo (168) che dice: «L'obbedienza è la virtù capitale d'una compagnia di apostoli, i novizi si eserciteranno a praticarla con una docilità perfetta ai loro superiori e con l'esatta osservanza di tutte le regole del Noviziato. Ne studieranno la teoria nella Lettera di S. Ignazio sulla virtù dell'obbedienza che sarà messa nelle loro mani e spiegata nelle conferenze». Questa Lettera, che i Padri Bianchi hanno in appendice delle loro Costituzioni, è un documento di grande importanza anche per noi. Io ne farò la pubblicazione in un prossimo numero del «Vincolo» perché i nostri Novizi in special modo e tutti i membri dell'Istituto, qui e nelle Missioni, abbiano a meditarlo ed a leggerlo anch'essi una volta all'anno, specialmente nei Ritiri mensili.
E termino questo punto con l'esortare vivamente i Rettori e Superiori delle case a non perdere mai di vista quella missione altissima a cui sono destinati i nostri giovani. Con l'apertura delle Scuole Apostoliche la preparazione degli aspiranti alla vita delle missioni è diventato un affare molto difficile e lungo, e le cose lunghe stancano, le mète troppo lontane si perdono facilmente di vista.
I lunghi anni di preparazione che occorrono per formare un missionario possono far sperare futuri problematici miglioramenti in giovani oggi poco promettenti, miglioramenti che poi non si verificano. Così Seminari di missioni, che dovrebbero accogliere solo soggetti sceltissimi, giovani validi di spirito e di corpo, possono diventare convitti di giovani d'una virtù molto comune, e le Scuole Apostoliche dei veri orfanotrofi.
Noi non siamo su questa via, ma il pericolo c'è di mandare avanti soggetti non desiderabili. Allora ecco la necessità, se non si vuol far danno all'Istituto ed alle Missioni, di tenere sempre in vista l'altissimo fine al quale sono diretti tanti nostri sforzi e far comprendere ai giovani che per la vita apostolica non basta affatto una mediocre virtù. Perciò quando dico che nella disciplina dell'obbedienza si deve essere molto esigenti e severi, non mi pare di chieder troppo; è in gran parte nell'esercizio di questa virtù che si perfezionano le anime e si discernono le elette da quelle che non sono chiamate.
Mentre scrivo questa Circolare ricevo una lettera da un nostro venerando Missionario di cui mi piace riportare qui un brano, perché educatori ed alunni lo leggano e lo meditino. Non si riferisce particolarmente all'obbedienza, ma non le è estraneo. «Mi perdoni se mi permetto di esporre un mio pensiero, che sento molto fortemente e che ripetono anche i migliori Missionari. Con i giovani bisogna insistere che non basta essere entrati nell'Istituto e nemmeno partire per le Missioni... ma bisogna provare le proprie forze, le proprie virtù, e vedere se si sarà poi capaci di adempiere i compiti di questa grande vocazione. Si può essere dei buoni giovani e non essere preparati per un lavoro alle volte così duro, noioso e apparentemente sterile. E quando queste genti vengono ad uggia ad un Missionario di scarso spirito apostolico, questi non ha per esse che parole aspre, se la sbriga al più presto nelle visite che deve loro fare, per godersi la tranquillità ed i pochi comodi della sua residenza.
Giovani mal preparati finiscono poi col pentirsi di essere andati in Missione, perché non la trovano come se l'erano immaginata. Per carità non si abbia paura di annoiarli i nostri giovani, ripetendo loro che non si tratta di fare dello sport e neanche di poter pretendere in Missione quei comodi e svaghi pure innocenti che possono avere i preti in patria.
Così la pretesa di essere organizzatore, meccanico, artista, etc. non basta; si deve avere la sete delle anime, si deve sentire il bisogno di conquistare anche ad una ad una le anime, e trovare in questo lavoro il proprio gusto, la piena soddisfazione. Che studino dunque i giovani le loro inclinazioni, misurino le loro forze e che non possano mai dire che queste cose non furono loro ripetute a iosa».
Parole d'oro, che io sottoscrivo a due mani, e passo a quanti, con me, hanno a responsabilità dell'educazione dei nostri giovani. [Nota di p. Manna].

27. Vi pensino seriamente tutti quanti sono incaricati della formazione dei giovani: chiudere gli occhi su questa materia può gravare seriamente la coscienza. Quante volte, parlando di taluno che in missione è resero all'obbedienza, o di qualche vocazione fallita, si sente dire: - Si poteva prevedere: anche in seminario il tale dava segni di animo altero... prendeva male le osservazioni... era refrattario all'osservanza delle piccole regole... era incline alle mormorazioni... Ebbene, quando di qualche aspirante si possono fare tali previsioni e, corretto, non si scorge emendazione, ed è di scandalo e turbamento alla comunità, non si indugi a dimetterlo. Vi sono delle perdite che sono veri guadagni.
Per chi avesse fatto il giuramento temporaneo la cosa non cambia: «La mancanza di spirito religioso che sia di scandalo agli altri, è ragione sufficiente di Emissione se è andata a vuoto una rinnovata ammonizione con una salutare penitenza».

Deviazioni

28. E qui, miei amatissimi confratelli, vorrei avere la penna di un santo per esortarvi con opportune parole ad odiare e tenervi lontani da ogni manifestazione di disobbedienza e dallo spirito di mormorazione e di critica ai nostri Superiori ed ai loro ordini. E parlo non ai soli Missionari che sono sul campo, ma a tutti i membri dell'Istituto, grandi e piccoli.
Non c'è niente che può maggiormente danneggiare le Missioni e l'Istituto quanto la resistenza ai voleri dei Superiori, e specialmente lo spirito di critica e di mormorazione. Soldati di Dio di prima linea, dobbiamo sentire vivamente questo grave dovere dell'obbedienza incondizionata ai nostri comandanti. Ogni critica, ogni resistenza all'autorità è opera di disgregazione e di indebolimento della nostra compagine; è un tradimento della nostra causa alla quale abbiamo donato la vita. Non sembri forte la frase. Non altrimenti verrebbe giudicata nel mondo militare ogni azione tendente ad indebolire la disciplina dell'obbedienza in un esercito che sta o deve andare incontro al nemico.
E questo un punto molto importante. Fanno cattiva azione coloro che in una missione, in una comunità, conosciuto un ordine, una disposizione o anche una semplice intenzione dei Superiori eccitano gli animi mostrandone le difficoltà, l'inopportunità, ecc. Chi così opera si sostituisce indebitamente ai superiori dei quali non conosce le ragioni, semina spirito di ribellione e fa un cattivo servizio ai confratelli, ai quali rende più difficile l'obbedienza e ne fa perdere il merito. Che dire poi di chi facesse ciò per abitudine? Non una volta interi Istituti e Missioni furono gettati nelle più gravi convulsioni da queste cattive lingue con danno immenso delle anime. Opera diabolica, che richiama il primo sobillatore della disobbedienza dei nostri progenitori: «Perché Dio vi ha comandato di non mangiare di nessun albero del giardino?» (Gen 3, 1).
Guardiamoci anzitutto dal criticare gli atti e le disposizioni dei nostri Superiori ecclesiastici. Leone XIII così ammonisce su questo punto: «In nessun modo spetta ai privati fare inchieste sull'operato dei Vescovi e recriminarli.. Al massimo, in materia di grave contesa, è concesso deferire ogni cosa al Romano Pontefice, ma con cautela e moderazione». (Ad Archiep. Turon, 1888)

29. Vediamo sempre, come ho già sopra tanto raccomandato, vediamo Dio nella persona dei nostri superiori e riteniamo altresì che ogni mancanza di obbedienza, ogni disprezzo dell'autorità, ogni mormorazione contro i superiori ed i loro ordini non sono fatti all'uomo, ma a Dio, nel cui nome essi ci governano. «Chi disprezza voi disprezza me» (Lc 10,16). Mormorarono gli Ebrei nel deserto contro Mosé ed Aronne, ma questi risposero: Le vostre querele sono dirette contro il Signore, non contro di noi, che nulla siamo: «Noi infatti che cosa siamo? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni ma contro il Signore» (Es 16,8).
Nessuno qui dica: Belle cose... ma bisogna anche essere ragionevoli... sono forse infallibili i nostri Superiori? non si possono anch'essi sbagliare?
Mio caro, dirò a costui, ti concedo tutto: sì i Superiori possono sbagliare: pure, salvo i casi che il Superiore ordini quello che fosse manifestamente impossibile, o contrario alle leggi di Dio e della S. Chiesa, o oltrepassasse i limiti d'autorità fissatigli dalle Costituzioni dell'Istituto, salvo questi casi, tu farai sempre male a disobbedire.
I Superiori non sono infallibili, si possono sbagliare e si sbaglieranno anche qualche volta; tu però sarai sempre infallibile se obbedirai, e sbaglierai sempre quando non obbedirai. Degli errori dei Superiori tu non hai da rispondere, ma solo della tua obbedienza.
Ripeto: vediamo Dio nei nostri Superiori e non discutiamo sulla ragionevolezza o meno dei loro ordini. La fede ci ricordi che le persone aventi autorità nell'Istituto e nelle Missioni hanno, con la carica, la grazia dello stato; un po' di umiltà ci convinca che i lumi che hanno i Superiori sorpassano i nostri; la carità ci faccia pensare che i Superiori sono animati dalle migliori intenzioni per fi bene nostro e per il progresso dell'Istituto e delle opere; la prudenza ci faccia riflettere che i superiori hanno, per così operare e ordinare, delle ragioni che tante volte non possono e non debbono dire: vedono pur essi quello che sarebbe meglio fare ed ordinare, ma non sempre il meglio è loro possibile.

30. Talvolta ho inteso dire, non so se sul serio o per scherzo, che si voglia farci frati. Frati nessuno ci vuol fare: il nostro Istituto è per sé tale da poter offrire alla Chiesa - come ne ha offerti e ne offre - esemplari evangelicamente perfetti di veri e santi missionari. Avrò forse in seguito occasione di chiarire questo concetto. Qui, al termine di questa lettera, mi preme dire che non temo già che ci si voglia fare religiosi; temo piuttosto che qualche mente leggera e sconsigliata, con la ragione che non si è religiosi, non abbia a prendere la vita missionaria con quella serietà che si deve. E allora chi vanamente teme di poter diventare religioso, pietosamente s'illude di essere missionario. Essere missionario, e missionario del nostro Istituto, richiede una perfezione di virtù di cui non c'è maggiore. E questo dico particolarmente rispetto alla virtù di cui ho trattato, virtù caratteristicamente apostolica. Tanto veri missionari quindi, tanto quanto, come Gesù Cristo, veramente obbedienti.

Conclusione

31. Amatissimi confratelli, siamo apostoli di Gesù Cristo ed abbiamo affidato alle nostre cure, al nostro zelo un compito assolutamente formidabile... Milioni e milioni di anime guardano a noi; guarda a noi la Chiesa, che ci ha confidate le Missioni; guarda a noi Gesù, che ci ha onorati del dono della santa vocazione e tanto spera e s'attende dal nostro amore generoso, dal nostro infaticabile zelo. Se saremo obbedienti non deluderemo tutte queste aspettative perché saremo capaci di grandi cose. Se saremo obbedienti potremo contare su Dio, e Dio potrà contare su di noi. Riflettete su queste parole.
Ricordiamo l'insegnamento dei santi. S. Teresa diceva che uno dei più grandi favori, di cui doveva rendere grazie al Signore, era il desiderio grande che sentiva di obbedire. S. Vincenzo de' Paoli diceva che tutto il bene delle creature consiste nel fare la volontà di Dio, e che questa non si esegue mai meglio che praticando l'obbedienza, e S. Filippo soleva dire che nessun obbediente si è mai dannato. S. Bernardo dice: «Scompaia la propria volontà e non ci sarà d'inferno».
Orbene non solo non vogliamo dannarci noi, ma vogliamo salvare dalla dannazione molte anime, per questo vogliamo essere molto obbedienti!
E Signore ci ha chiamati per farci pescatori di uomini: ne pescheremo tanti se obbediremo. Ricordate le due pesche miracolose del Vangelo? Nella prima S. Pietro dice a Gesù: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla». Dell'altra pure, avvenuta dopo la risurrezione del Signore, S. Giovanni ci dice che «Durante quella notte non presero nulla» (Gv 21,3). A che dovettero la prodigiosa pesca che tanto poi li meravigliò? A nient'altro che all'obbedienza: «ma sulla tua parola getterò le reti» , ed all'obbedienza cieca, come quando la seconda volta fu loro comandato di gettar le reti dalla parte destra della barca: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (Gv 21,6). In questi miracoli, in questi particolari descrittici dagli Evangelisti si adombra un mistero che noi dobbiamo bene approfondire, il mistero della fecondità del nostro apostolico ministero, quando sarà guidato dalla virtù dell'obbedienza. Beato mistero dell'obbedienza che ci assicura il successo della nostra vita missionaria «E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano» (Lc 5,6). «Gettarono la rete e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci» (Gv 21,6).

Amati confratelli, termino con l'augurio che questi evangelici ricordi mi suggeriscono: siate missionari obbedienti, come Gesù, «fatto obbediente fino alla morte» (Fil 2,8) e allora salverete molte anime, vi santificherete ed A Signore vi premierà e glorificherà con Gesù obbediente: «Perciò Dio lo esaltò» (Fil 8,9).

Con questo augurio, raccomandandomi alle vostre buone preghiere, abbiatemi

aff.mo

P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.