VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

SENZA MISSIONARI NON CI SONO MISSIONI

«Cosa servirà ai nostri giovani conoscere quanto i teologi hanno detto di Gesù Cristo,
se poi saranno freddi e indifferenti ai suoi interessi?»

Lettera circolare n. 11

Milano, 1 Gennaio 1930

Amatissimi Confratelli,

1. Incomincio questa lettera oggi che è il primo dell'Anno, dopo aver offerto per tutti voi e per le vostre opere il Divin sacrificio. È dal S. Altare che vi ho inviato i miei migliori auguri per il nuovo anno, chiedendo al Datore di ogni bene tutte quelle grazie che voi aspettate e che il mio cuore non sa meglio augurarvi.

Il mio desiderio più ardente voi sapete qual è: che noi tutti possiamo renderci sempre più degni della divina Vocazione della quale il Signore, nella sua divina bontà, ci ha voluti onorare, vivendo da veri ministri del Vangelo, in tutto penetrati ed infiammati dello spirito e dell'amore di Nostro Signore Gesù Cristo, del Quale dobbiamo continuare l'opera, diffondere il Regno e procurare il trionfo.

E non solo dobbiamo studiarci di vivere da degni ministri del Vangelo: dobbiamo cercare di renderci anche meno impari, per quanto è possibile, all'immane compito che Nostro Signore, per mezzo della sua Chiesa, ci ha affidato.

Responsabilità apostolica

2. Dobbiamo, individualmente e collettivamente, sentire al vivo tutti la responsabilità che questo compito ci impone, poiché è da noi, dal nostro illuminato zelo che tanti milioni di anime aspettano la loro salvezza. Nei campi a noi affidati Gesù regnerà solo fin dove noi suoi missionari pianteremo la Sua Croce, estenderemo le nostre conquiste e fonderemo la Chiesa.

Questo senso di responsabilità apostolica, questa sollecitudine per le anime, questo ardore di conquista voi li possedete, miei cari confratelli; sono l'eredità preziosa dei nostri maggiori, sono il dono che ad essi ed a voi ha fatto Colui che vi ha chiamati. Ma è necessario che questo fuoco di apostolico zelo si accenda di più nei nostri cuori, perché quantunque vasti tratti di nostri territori siano stati ceduti ad altri zelanti operai, pure il campo che ancora rimane a noi da coltivare è sempre immenso, sempre innumerevoli sono le anime ancora da raggiungere.

Oggi i responsabili dell'evangelizzazione della parte di mondo che ci è assegnata siamo noi: spetta a noi preparare il migliore avvenire possibile alla Chiesa nelle nostre Missioni. Siamo noi i fondatori della Chiesa cattolica, dell'impero universale di Cristo nelle terre che evangelizziamo.

E nostro apostolato deve perciò essere un sapiente, ininterrotto, instancabile sforzo verso il raggiungimento di questo grande, nobile, glorioso fine di far regnare Dio e Gesù Cristo suo Figlio nelle nostre Missioni.

Guai se ci fermassimo nei nostri sforzi; guai se le Missioni accennassero a diventare fine a se stesse; guai ancora se non esaminassimo giorno per giorno se quello che si fa è tutto quello che si può fare, il meglio che si può fare per la causa di Dio!

Lasciando ai nostri Vescovi e Missionari che, alla luce delle direttive della S. Sede, facciano di tanto in tanto questo esame per la parte che loro riguarda, in questa lettera io mi riservo di esaminare brevemente quello che è il compito del nostro Istituto missionario qui in Italia, compito strettamente legato alla vita, al progresso, all'avvenire delle nostre Missioni.

È cosa sublime plasmare degli Apostoli

3. Dovere del nostro Istituto in Italia e dei Padri qui trattenuti è principalmente il reclutamento e la formazione di numerosi e santi operai evangelici. L questa anche la parte più nobile, più ardua, più essenziale del lavoro apostolico. Senza missionari non ci sono missioni; senza missionari santi, colti, intraprendenti, numerosi non si convertono le anime e non si fondano le Chiese. Tutto l'avvenire delle nostre Missioni sta dunque qui, nei nostri Seminari e Case apostoliche d'Italia: le missioni, le anime avranno domani quegli apostoli, quei pastori, che noi qui loro prepareremo.

Quale responsabilità e quale lavoro!

Mio sommo, vivessimo desiderio è dunque che quanti collaborano a questa grande opera sentano tutta la responsabilità della loro missione, tutta l'importanza, la delicatezza, A merito del loro lavoro. Se è grande cosa fare dei cristiani, cosa assai più sublime è plasmare degli apostoli. Questa è opera assolutamente divina: i primi apostoli furono difatti educati e formati da N. Signore in persona e perfezionati dall'azione visibile dello Spirito Santo.

Perciò esorto tutti i Rettori, Direttori di Spirito, Professori, Prefetti, e quanti in qualsiasi modo e misura hanno uffici nelle nostre Case di Formazione di tenere sempre presente l'importanza somma della loro Missione e di non risparmiare preghiere e fatiche, vigilanza e premure, buoni esempi ed esortazioni perché tutti i nostri giovani si svestano dell'uomo vecchio e si rivestano delle virtù, dello spirito di Gesù Cristo.

Gesù Cristo, ecco la realtà intorno alla quale deve formarsi, trasformarsi la vita dei nostri aspiranti missionari, ecco la luce di cui debbono illuminarsi i loro ideali, il cibo di cui debbono accendersi i loro cuori, il cibo di cui debbono fortificarsi le loro anime.

Bisogna far sentire Gesù Cristo al cuore, all'anima dei nostri aspiranti come al loro intelletto: tanta formazione spirituale quanta intellettuale e scientifica: tanta orazione quanta teologia. Su questo punto essenzialissimo si deve insistere nelle nostre scuole alte e basse, perché, amatissimi Confratelli, se non si farà così si lavorerà assolutamente in perdita. Che cosa servirà ai nostri giovani conoscere tutto quanto i teologi hanno detto di Gesù Cristo, se poi cresceranno freddi ed indifferenti ai Suoi interessi? Avremo dei dotti, ma scompariranno i missionari, quelli cioè che domani dovrebbero sapersi gioiosamente sacrificare per far conoscere, amare e servire Gesù Cristo dai popoli infedeli.

Non perdiamo dunque mai di vista questo primo punto, il più essenziale, del nostro dovere di educatori di apostoli. Quei grandi che nell'Istituto ci hanno preceduto e che hanno lasciato tante orme di bene nelle nostre missioni erano uomini ricchi di fede, potenti di grazia, generosi nei sacrifici perché intimi di Gesù crocifisso. Su queste basi furono fondate le prime Chiese e tutte quelle sorte poi nel corso dei secoli. Su questo fondamento vanno edificando i nostri cari Confratelli che sono oggi sul campo, così dovranno fare quelli che andiamo preparando e che invieremo nei prossimi anni.

Selezionare gli aspiranti alle missioni

4. Ma siccome non tutti i giovani sono idonei a comprendere queste altissime cose, ma solo quelli che il Signore si degna scegliere e chiamare, cosi grandissimo discernimento si richiede nel reclutamento e nella scelta degli aspiranti.

La questione del reclutamento delle vocazioni è oggi di assoluta attualità. Ovunque viene segnalato un accorrere giovanotti ai Seminari delle Diocesi, alle case degli Ordini religiosi e degli Istituti missionari. È un fenomeno confortante e pieno di speranza per la Chiesa e per le anime! Se i bisogni delle anime sono più urgenti che mai, se la Chiesa si slancia in tutti i paesi del mondo a nuove conquiste, ecco che il Signore moltiplica le vocazioni e prepara le milizie.

E nostro Istituto, grazie a Dio, ha compreso i tempi, ed ha cercato e cerca di approfittare della magnifica opportunità che la Provvidenza gli presenta. Non si è pregato e non si prega invano ogni giorno nei nostri Seminari il Padrone della messe, «perché mandi operai!»(Mt 9, 30).

Ma come ci vuole grandissima cura nella formazione, così, come ho detto, è necessario, grande discernimento nella scelta. Il S. Padre, impressionato da questo moltiplicarsi di domande di giovanotti che aspirano alla vita ecclesiastica, ha creduto suo dovere metterci m guardia, e, in un discorso tenuto ad un gruppo di Vescovi nella scorsa estate, ha segnalato il pericolo che tanti possano rivolgersi alla Chiesa non per motivi puri, ma attratti da ragioni e vantaggi d'ordine materiale ed interessato.

È anche su questo punto, amatissimi Confratelli, che io richiamo quindi la vostra attenzione. I Rettori delle Case apostoliche in special modo, e tutti quanti si adoperano a favorire il reclutamento, ed hanno il dovere di curare la selezione delle vere vocazioni dalle false usino della più grande prudenza ed oculatezza, non lasciandosi lusingare dal numero sempre in aumento di quelli che si presentano, ma badando unicamente alle qualità morali, intellettuali ed anche alle condizioni di salute dei postulanti.

A questo proposito desidero siano tenuti sempre ben presenti le disposizioni delle Costituzioni intorno all'accettazione degli aspiranti, e quanto in particolare ho raccomandato ed ordinato nel Direttorio per i superiori dei seminari e delle Case apostoliche dell'Istituto.

Non si accettino, o, se accettati, si rimandino alle famiglie, giovanotti di poca salute, di troppo scarsa intelligenza, gli indisciplinati e svogliati, quelli che fossero figli unici e presumibilmente dovranno essere un giorno di sostegno ai genitori poveri. Neppure si accettino quelli che, apparentemente sani e normali, avessero in famiglia malattie ereditarie, tisi, demenza, alcoolismo, ecc.

Desidero altresì che nelle accettazioni si guardi che l'età dei postulanti sia proporzionata al corso dei loro studi. Di regola generale non si accettino giovani che a 17, 18 anni abbiano solo fatto le scuole elementari. Si potrà fare qualche eccezione a favore dei postulanti che abbiano fatto altri studi, per cui si possa far loro alquanto accelerare i corsi di ginnasio. L'esperienza ha dimostrato che questi ritardatari, se sembrano riuscire in principio per lo sforzo della loro buona volontà e la facilità degli studi, si trovano poi quasi sempre impacciati nei corsi superiori.

Non si facciano scrupolo i nostri Rettori ad essere severi nell'accettazione dei postulanti e nella eliminazione di quelli che fossero già stati accettati e trovati non idonei: è meglio essere severi piuttosto che indulgenti. La selezione non fatta a tempo regala all'Istituto dei soggetti per l'una o l'altra parte manchevoli, e, come dissi nella mia circolare dell'aprile dello scorso anno, l'Istituto di uomini mediocri non ha proprio bisogno.

Compito delle Scuole apostoliche è coltivare le buone disposizioni dei giovanotti che si offrono come aspiranti alle missioni; non bisogna perciò pretendere che quelli che vengono a noi siano già in tutto esemplari e perfetti. Il farli buoni è parte del nostro lavoro; ma quando nel corso del dirozzamento e della formazione ci avvediamo che alcuni soggetti non sono stoffa da far missionari, allora senza indugi e rincrescimenti eliminiamoli, restituendoli alle loro famiglie.

Sopportando ragazzi poco soddisfacenti si danneggiano i buoni, si aggrava inutilmente il bilancio delle case, e si può anche tradire Istituto e Missioni se qualcuno non chiamato o troppo manchevole riuscisse ad andare avanti sino al sacerdozio.

Quei giovanotti che si possono facilmente restituire alle famiglie nei primi anni di Ginnasio, non si possono con uguale facilità licenziare quando sono più avanti negli studi, ed hanno già emesso il giuramento: è necessario quindi che ogni tanto quelli che sono responsabili del buon andamento dei nostri Seminari e Scuole apostoliche esaminino, come dicevo sopra, se tutto va bene con i loro alunni, se quello che per essi si fa è il meglio che si possa fare, se tutti corrispondono sufficiente-mente alla grazia di Dio e nessuno occupi un posto che sarebbe forse meglio tenuto da uno più promettente.

Non si dimentichi, e ricordiamolo sempre ai nostri alunni, che un Seminario di missioni per la sua destinazione è più e meglio che un collegio ecclesiastico, è anche più di un seminario di Diocesi. I nostri Seminari missionari debbono accogliere solo il fior fiore dei giovani, quelli che, animati da un più grande amore, da una più generosa dedizione, vogliono dare tutto se stessi alla causa di N. Signore.

«Così stando le cose, vi dirò con il Santo Pontefice Pio X, comprenderete quale e quanta cura dovete avere nel formare il clero alla santità! Di qui la necessità di trascurare qualsiasi altro impegno e dedicare la parte migliore del vostro zelo nel regolare e dirigere debitamente i seminari, perché fioriscano ugualmente per integrità di dottrina e santità di vita».

Ricordati questi brevi punti, sento anche il dovere di compiacermi con tutti gli amatissimi Confratelli d'Italia, rettori di Case e loro collaboratori, per il grande amore e spirito di sacrificio con cui attendono al loro arduo e delicato lavoro.

Questo amore e questi sacrifici sono visibilmente benedetta dal Signore, ed è tutto loro merito, se possiamo guardare all'avvenire delle nostre care Missioni con sufficiente fiducia.

Sacrifici e impegni per la formazione dei Missionari

5. Primo responsabile del buon andamento delle nostre Case di formazione, ho voluto in questi giorni passati fare un serio controllo di tutto il movimento degli alunni ed apostolini delle nostre varie case avutosi nello scorso anno 1928-29. A tal fine ho mandato ai Rev. Rettori dei quadri statistici da riempire, ed ora ne faccio qui conoscere i risultati a comune confronto ed insegnamento.

Sui risultati di questo studio richiamo particolarmente l'attenzione di tutti i nostri Vescovi e Padri delle Missioni, affinché abbiano a saper valutare lo sforzo che l'Istituto fa oggi in Italia per fornire di personale le missioni, ed i sacrifici dei Confratelli che in un modo o nell'altro prestano la loro opera alla formazione spirituale ed intellettuale dei giovani. Ciò è necessario per l'unione sempre più stretta dei nostri cuori, dei nostri propositi, delle nostre fatiche; perché si sappia che, in missione o in Italia, da tutti si lavora assiduamente per il medesimo santo scopo.

Ci fu un tempo in cui all'Istituto la formazione dei missionari costava relativamente poco tempo, fatica e spese. I giovani venivano all'Istituto già in teologia, parecchi quasi alla vigilia del Sacerdozio. Oggi le cose sono molto cambiate, e se vogliamo missionari numerosi dobbiamo formarceli noi con grandi fatiche e spese, prendendo giovanotti dal secolo ed accompagnandoli per tutto il lungo curricolo della formazione e degli studi ecclesiastici. £ chiaro che il compito dell'Istituto così esteso ci costa un cumulo non indifferente di energie e l'impiego di un numero di Padri abbastanza considerevole.

Ecco qual è all'inizio di questo nuovo anno la situazione dei nostri otto seminari quanto a numero di alunni.

Studenti di Teologia
di V corso 5 -  IV » 12  -  III » 15  -   II » 25  -  I » 20    =  Totale 77

Studenti di Filosofia
di III corso 13  -  II » 26  -   I » 31  =  Totale 70

Di questi 147 giovani, 16 hanno emesso il giuramento perpetuo, 90 il giuramento temporaneo e gli altri sono tuttora novizi.

Alunni di ginnasio
di V classe 37  -  IV » 42  -  III » 57  -  II » 63  -  I » 94  =  Totale 293

Abbiamo quindi attualmente nelle nostre otto Case 440 studenti. Intorno ad essi sono impiegati una quarantina di Padri, 21 professori esterni, 44 suore e 19 domestici. E totale di tutto il personale dell'Istituto in Italia, compreso un certo numero di Padri ammalati o 'm riposo nelle nostre Case, è di 636 persone, distribuite come si potrà vedere dal quadro che pubblico in queste pagine.

Necessità delle Scuole apostoliche

6. Uno studio sulla provenienza di questi alunni ci mostra l'assoluta necessità, se vogliamo vivere, di queste nostre Scuole apostoliche. Limito l'esame ai 147 studenti di teologia e filosofia, perché gli alunni di ginnasio provengono quasi tutti dalle famiglie.

Degli studenti di Teologia:
16 provengono dai Seminari diocesani; 28 E ha dati la nostra Casa di S. Ilario; 20 la Casa di Monza; 10 la Casa di Ducenta; 3 sono venuti dal secolo.

Degli studenti di Filosofia:
13 vengono dai Seminari diocesani; 35 dalle Case ap. di S. Bario e Treviso; 21 da quelli di Ducenta; 1 dal secolo.

Il che dimostra che senza le Scuole apostoliche i nostri alunni di filosofia e teologia si ridurrebbero in tutto a 29. Su 147 alunni ben centodiciotto sono frutto delle suddette Scuole.

Ogni Casa è irradiazione di luce missionaria

7. Da taluni si è poi domandato perché tenere tanti ginnasi. Non sarebbe più semplice averne uno solo e così ridurre l'impiego di tanto personale e le spese?

Le nostre varie case non furono aperte per nostra scelta precisa, ma dove e come ci vennero offerte o si fu condotti dalla Provvidenza. Anche se si potesse vivere di rendita, sarebbe ancora opportuno aver piede nelle varie regioni d'Italia e ciò per la semplice ragione di facilitare il reclutamento delle vocazioni. Una Casa in una regione è per se stessa un centro di propaganda e di irradiazione di luce missionaria, e l'esperienza ci mostra che, dove si apre una Casa, là convergono in maggior numero vocazioni e soccorsi.

Otto anni fa, quando s'aprì la Casa di Ducenta, l'Italia Meridionale nell'Istituto non era rappresentata che da un paio di soggetti. Oggi, senza contare il gruppo di Padri già inviato in missione, gli aspiranti dell'Italia Meridionale nei nostri Seminari sono 105, dei quali 25 siciliani.

Le Case di Carraia ed Arezzo, che sono ancora ai loro inizi, hanno servito ad accentuare il reclutamento nell'Italia Centrale, per cui dalle province di Toscana, Marche, Umbria e Lazio contiamo altri 55 alunni, compresi i due dalla Sardegna.

Dall'Italia Settentrionale abbiamo 280 aspiranti, ma di questi 100 ci sono venuti dal Veneto, dove da alcuni anni fiorisce e si consolida la nostra Scuola Apostolica di Treviso. Gli alunni di Lombardia sono 152.

In complesso nei nostri Seminari abbiamo rappresentanti di 59 province. Le province che ci hanno dato maggior numero delle attuali vocazioni sono: Milano 88, Treviso 50, Napoli 42, Corno 27, Bergamo 17, Varese, Venezia e Udine 13 ciascuna, Padova 12, Arezzo 11, ecc., ecc.

Dal magnifico Piemonte abbiamo solo sei aspiranti. È certo che se aprissimo colà una Casa, di vocazioni ce ne sarebbero anche per noi.

8. Diamo ora uno sguardo al movimento di alunni avutosi nello scorso anno, perché i nostri Confratelli, specialmente quelli lontani, si facciano una idea del lavoro di selezione che si viene facendo, e del continuo aumento delle sante vocazioni.

Un anno fa il totale degli alunni era di 396. Di questi ora non ne rimangono che 33l. Tolti quelli ordinati sacerdoti, che non sono più compresi nel numero degli alunni, i 55 che mancano rappresentano gli alunni dimessi entro l'anno.

Di questi furono dimessi: 18 per mancanza di vocazione, dei quali 15 in ginnasio; 4 per ragioni di famiglia, dei quali 3 in ginnasio; 6 per indisciplina, dei quali 5 in ginnasio; 18 per salute, dei quali 12 in ginnasio; 9 per deficienza intellettuale (tutti di ginnasio).

Può confortare il sapere che di questi dimessi circa 15 sono entrati in Seminari diocesani, tre sono passati fra i nostri fratelli. Interesserà pure sapere che 42 dei suddetti licenziati non avevano passato la terza ginnasiale, quindi il dispendio non è stato molto considerevole.

Essendo il numero degli attuali alunni di 440, le nuove accettazioni dello scorso autunno sono state 109 complessivamente per tutte le Case.

9. Poi se volgiamo indietro lo sguardo a questi ultimi cinque anni abbiamo buon motivo di conforto. Nel 1925 il numero degli alunni di tutte le nostre case era di 209, di 255 nel '26, di 336 nel '27, di 360 nel '28, di 396 nel '29 ed ora siamo a 440. In cinque anni dunque i nostri aspiranti si sono più che raddoppiati.

Questo progresso apparirà ben più consolante se avvertiamo che nei detti ultimi cinque anni da questi nostri seminari sono usciti 75 sacerdoti, a non voler contare sei giovani Padri venuti nella fusione con l'Istituto di Roma e sei altri entrati che erano già sacerdoti. Di questi 87 nuovi Sacerdoti, 72 sono andati alle Missioni, nove sono tuttora impiegati nelle Case, uno è ammalato, uno ha lasciato l'Istituto, uno è volato al premio prima della partenza e tre continuano gli studi.

Anche l'opera dei Fratelli va man mano sempre meglio consolidandosi. I Fratelli che lo scorso anno erano 35, ora sono 48, dei quali 21 con giuramento, 9 in noviziato e gli altri tuttora probandi.

Molti di voi farete la domanda: Come si fa a mantenere tanta gente? Ci pensa la S. Provvidenza. Chi dà tanta generosità ai cuori dei nostri giovani e li mantiene saldi nei santi propositi della loro vocazione ispira pure pii benefattori a venirci in aiuto.

Naturalmente il Signore vuole anche in questo la nostra cooperazione, ed io, invitando gli Ecc.mi Superiori delle Missioni a rendersi conto della nostra situazione, prego i nostri cari Rettori e Padri tutti delle Case perché non risparmino fatiche ed industrie al fine di far conoscere quanto più possono i bisogni delle loro comunità al buon popolo cristiano. Lo so: la nostra propaganda è oggi resa estremamente difficile; ma non ci perdiamo d'animo. Abbiamo fede assoluta nella santità della nostra causa, viviamo in modo da non demeritare la grazia di Dio e la stima degli uomini e non temiamo: le opere più grandi sorsero nei tempi più difficili e furono sempre ostacolate, perché nessuno se ne attribuisse la gloria. Ho piena fiducia che il Signore non ci abbandonerà perché veramente siamo suoi e lavoriamo solo per Lui.

Termino, amatissimi Confratelli, felice di essermi un poco trattenuto con voi su questi comuni interessi della nostra diletta famiglia missionaria. L'ho voluto fare anche per offrire un motivo di incoraggiamento ai cari lontani, perché vedendo come il Signore benedice i nostri Seminari, abbiano a poter lavorare con maggior confidenza. Non saranno a lungo soli; ma di anno in anno speriamo di poter inviare loro sempre più numerosi rinforzi di giovani ardenti, ben preparati al lavoro ed al sacrificio.

Rinnovando auguri ed implorando preghiere, abbiatemi

vostro aff.mo in N. Signore

P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.