VIRTÙ APOSTOLICHE  
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna

DISTACCO DAI BENI DI QUESTO MONDO

Non diamo troppo valore al denaro»

Lettera circolare n. 10

Milano, 8 Settembre 1929

Amatissimi Confratelli,

1. Eccomi ancora a voi.

Come era da aspettarsi, la comparsa de «Il Vincolo» è stata accolta da molti con grande piacere, da alcuni perfino con entusiasmo e tutti ne sperano, se ne ripromettono bene per la sempre più stretta nostra unione e per mutuo spirituale nostro vantaggio.

A me «Il Vincolo» porgerà l'occasione per indirizzarvi ogni tanto una buona parola, quella buona parola di cui il missionario sente spesso tanto bisogno e che gli potrà riuscire sempre utile, se non altro perché vede che c'è qualcuno che, anche lontano, lo ricorda e s'interessa del suo bene.

Tra le privazioni cui il missionario nella sua vita apostolica va incontro, le più gravi e pericolose non sono quelle di ordine materiale. Troppo spesso, specialmente nei primi anni del suo lavoro, il missionario sente il bisogno di una voce amica che lo indirizzi, lo incoraggi ed all'occasione lo richiami anche e lo corregga, e talvolta questa voce non c'è: il Vescovo è lontano, il confratello vicino è preso da rispetto e non parla, lo stesso confessore è laconico e arido, senza dire che da tanti si ha la falsa persuasione che il missionario, essendo sacerdote, deve ben sapere il suo dovere. Che bella cosa davvero se il sacerdote, dopo la sua consacrazione, cessasse di sentire le fiacchezza dell'umanità; oh! allora, certamente, non gli accorrerebbero consigli e conforti! Sì, le più grandi privazioni del missionario non sono quelle materiali; tante volte egli sente la scarsezza dei sussidi spirituali, e ciò, mentre è assai più doloroso, spesso riesce di danno anche all'anima ed alle stesse opere del santo ministero.

L vero che il Signore, dove è scarso l'aiuto degli uomini, a chi fa il proprio dovere in spirito di fede e con rettitudine d'intenzione, non solo non lascia mancare le grazie, ma spesso le largisce con più ricca profusione, perché Egli sa che è per Suo amore che si è andati in missione, ove necessariamente c'è penuria di esterni spirituali aiuti; però, per quanto è possibile e sta a noi, dobbiamo, superiori e confratelli, aiutarci, confortarci, edificarci, sostenerci, correggerci a vicenda con grande carità e santa libertà, perché così richiede il nostro bene e tale è la volontà ed il piacere del nostro Divin Maestro.

Ebbene, amatissimi confratelli, usiamoci più largamente dato che è possibile questa carità della vicendevole esortazione e correzione, e, se siamo comunque superiori, se siamo confessori, facciamolo anche per sacro dovere del nostro ufficio, dato che dobbiamo rendere conto a Dio delle anime che ci sono affidate. È questo il modo più bello e santo di manifestare il nostro amore per i fratelli, conforme a quanto dice lo Spirito Santo: «È meglio un rimprovero aperto che un amore celato» (Prov 27,5).

Come Superiore dell'Istituto, lo so, debbo precedere tutti nel buon esempio anche in questo, perciò benedetto sia questo Foglio se, come ho detto, mi porgerà occasione e quasi mi obbligherà ad intrattenermi, almeno una o due volte all'anno, in spirituale, santa conversazione con tutti voi.

E su che cosa vi intratterrò questa volta? Voglio toccare un argomento assai importante per la nostra vocazione di apostoli del Vangelo; voglio parlarvi del distacco che l'uomo apostolico deve avere dai beni di questo mondo ed in modo speciale dal danaro per venire poi al chiarimento di varie norme che debbono regolare la nostra vita pratica in questa materia.

L'esempio e l'insegnamento di Gesù

2. Certissimamente quanti siete, miei amatissimi confratelli, tutti desiderate ed ambite essere veri missionari, genuini discepoli di Nostro Signore, uomini a Lui dedicati, consacrati, venduti per la vita, per la morte, senza alcuna restrizione e riserva. Per intendere quello che sto per dire e non trovarlo eccessivo, bisogna non mettere in discussione questo principio, perché un missionario che fa delle riserve e non si è dato, non si vuol dare tutto e solo a Gesù, è un missionario solo di nome e la Chiesa, l'Istituto di un tale missionario non sanno che farsene.

Il vero Missionario deve vivere lo spirito di Gesù Cristo, e tutto lo spirito di Gesù Cristo, e come S. Paolo deve poter dire: «Per me vivere è Cristo... veramente Cristo vive in me» (Fil 1,21); e chi questo non può dire, non solo non è un Missionario, ma neppure appartiene a N. Signore: «Se qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8,9).

Ora, quello che più ci colpisce in Gesù Cristo è il suo spirito di distacco assoluto, totale da tutte quante le cose della terra. Sappiamo come poveramente abbia voluto nascere, sappiamo come più poveramente sia vissuto, e come poverissimo sia morto. Tutta la vita di Gesù è stata una continua lezione di povertà, di distacco, di disprezzo di tutte le cose di quaggiù; questo ha insegnato dalla cattedra della Culla, da quella di Nazaret, da quella più alta della Croce.

Questo ha inculcato anche con la Sua dottrina, ed incominciando dalle prime parole di quel mirabile Discorso della montagna: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)» ', il Vangelo è, si può dire, il libro del disprezzo dei beni terreni e della valutazione delle cose del cielo.

E da quelli che, come noi, Gesù ha chiamato a seguirlo da vicino, che cosa Egli ha richiesto? Questo ci importa particolarmente studiare, perché è cosa che ci riguarda personalmente. A chi vuol seguirlo dappresso il Divin Maestro ingiunge: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi» (Mt 19,21); ed altrove: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33). E quando mandò la prima volta i Dodici a predicare, quali insegnamenti diede su questo punto? «Questi dodici Gesù li inviò dopo averli istruiti: Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture» (Mt 10,5.9).

Gli Apostoli bene intesero e fedelmente seguirono questi insegnamenti, tanto che S. Pietro, a nome di tutti gli altri, poté affermare: «Ecco noi abbiamo Lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27), e ne ebbe quella grande promessa del centuplo e della vita eterna.

Questo è il Vangelo, e benché oggi sia invalso l'uso di applicare questi insegnamenti ai religiosi, che fanno il cosiddetto voto di povertà, è da ritenersi per certo che «all'inizio non fu così» (Mt 19,8) e che un vero e reale distacco, almeno di spirito e di affetto, da tutti i beni di questa terra fu richiesto ed è richiesto anche oggi a tutti i sacerdoti, e particolarmente a quelli che, come noi, vogliono seguire N. Signore da vicino, per essere in tutto simili a Lui onde rendersi degni di diffonderne il Regno benedetto in tutte le anime. Quindi chiunque volendo essere Missionario (religioso o prete secolare, non fa differenza) non ha lo spirito di povertà praticato e richiesto da Gesù Cristo, «questi non gli appartiene» (Rm 8,9).

Nessuno di noi quindi si illuda, pensando di poter conciliare la professione di Sacerdote, la vocazione di missionario con l'affezione alle cose di quaggiù e lo spirito di Gesù Cristo con lo spirito di interesse.

Il denaro radice di tutti i mali

3. L'Apostolo S. Paolo, scrivendo al suo Timoteo, dice chiaramente quale debba essere la mente e la pratica di un missionario su questo punto. Vi erano fin da quel tempo taluni i quali stimavano che la pietà fosse un buon mezzo per guadagnare, «considerano la pietà come fonte di guadagno» (1Tim 6,5). L'Apostolo invece ammonisce Timoteo dicendogli che un ministro del Vangelo ha un capitale inesauribile di ricchezza nel servir Dio e nella pietà, alla quale, secondo la promessa di Cristo, non mancherà giammai quella modesta sufficienza di beni temporali che sono necessari alla vita, per cui, dice: «Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo» (1Tim 6,8).

E continua l'Apostolo con queste parole, che vanno ben meditate: «Al contrario, coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione e nel lascio del diavolo... L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede... Tu, uomo di Dio, fuggi queste cose!» (1Tim 6,9-11).

Il missionario, vero uomo di Dio, rappresentante di quel Gesù Cristo che ha maledetto i ricchi, che non ha dove riposare il capo, che ha fondato la santità sul distacco dai beni di quaggiù, vorrà rendere sterile il suo ministero, vorrà esporsi a perdere la vocazione per uno smodato attacco al danaro? «Tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità... Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato» (1Tim 6,11). Riteniamo, amatissimi confratelli, come indirizzate a noi queste premurose esortazioni del grande Apostolo al suo discepolo e teniamoci assolutamente lontani da ogni attacco smodato ai beni di questo mondo, avendo per certo che quei missionari i quali cercano, in qualunque modo, le proprie cose, a poco a poco non curano più gli interessi di Dio; non sono più pastori, diventano mercenari, ai quali «non importa nulla delle pecore» (Gv 10,13).

L'abnegazione dell'apostolo

4. Premurosissima è sempre stata pure la S. Chiesa nell'inculcare nei missionari questo spirito di distacco dalle cose terrene e sono da tener specialmente presenti gli avvisi che nella celebre Enciclica «Maximum illud» dava l'immortale Benedetto XV. «Un grave inconveniente, dice quel santo Pontefice, da cui deve con ogni cura guardarsi il missionario, è il cercare altri guadagni che non siano quelli delle anime. Non occorre a questo riguardo che spendiamo troppe parole. Come potrebbe infatti colui che fosse avido del denaro amare unicamente e convenientemente la gloria di Dio, e per promuoverla, salvando il suo prossimo, esser pronto a rinunziare ad ogni suo avere e alla stessa sua vita? Si aggiunga ch'egli in tal modo verrebbe a perdere molto della sua autorità e del suo prestigio presso gli infedeli, specialmente se questa smania di lucro, come facilmente accade, fosse in lui già diventata avarizia: perché nessuna cosa più di questo sordido vizio è spregevole al cospetto degli uomini e più sconveniente al regno di Dio. E buon missionario, invece, imiti anche in ciò studiosamente l'apostolo delle genti, il quale non solo poté dire di sé nella celebre esortazione a Timoteo: avendo gli alimenti e di che coprirci, contentiamoci di questo, ma ebbe in tanto pregio la fama di disinteressato, che pure in mezzo all'attività meravigliosa del suo ministero si procurava il vitto con il lavoro delle sue mani.

La perfezione non è legata al voto di povertà

5. Nessuno, ripeto, vorrà dire: tutto questo sta bene per quei missionari che hanno il voto di povertà. Cari confratelli, chi così pensasse sarebbe fuori del vero. Siete missionari? Allora dovete avere questo spirito di distacco da tutte le cose terrene e secondo questo spirito dovete regolare la vostra vita.

Aveste pure il voto di povertà, esso, senza tale spirito, non vi farebbe migliori. Troppo spesso vediamo che non è proprio il voto che fa. Basta guardarsi attorno e osservare.

È forse la perfezione, cui siamo tenuti in forza del nostro sacerdozio, legata a qualche voto? Perché dovrebbe esserlo la perfezione della nostra qualità di apostoli del Vangelo? Prima di essere la regola di qualsiasi Ordine religioso, fatto dagli uomini, il Vangelo è stato e sarà sempre la regola dell'ordine degli Apostoli fatto da Cristo. Religiosi non siamo, ma apostoli, ma missionari secondo il Cuore, secondo tutto il Cuore di Gesù vogliamo esserlo, e questo è quello che importa; ma allora non c'è altezza di perfezione evangelica che non sia per noi; allora lo spirito di povertà, di disinteresse, di disprezzo per tutto quello che sa di terra deve informare la nostra vita, come ha informato la vita del nostro adorabile Maestro e di tutti i santi Sacerdoti.

A taluno poi potrà anche sembrare fuori di proposito e quasi un'ironia inculcare nei nostri missionari questo spirito di povertà e di disinteresse, quando essi sono già tanto poveri... E difatti debbo proprio confessare che una delle impressioni più belle che ho riportato dal mio viaggio di visita alle missioni è stata proprio questa, della povertà in cui vivono i nostri cari Padri, povertà che spesso lo zelo spinge a troppo estremi limiti, cosa che non ho potuto sempre approvare per il danno che ne viene alla salute, già in tante altre maniere insidiata. Del vostro disinteresse poi, amati confratelli debbo dire che è stato sempre grande; ed una prova luminosa e recente l'ho avuta nel generoso concorso con cui, alcuni che avevano qualche somma di privato patrimonio, l'hanno liberamente messa a disposizione per la fabbrica del seminario teologico che abbiamo eretto poco fa a Milano. Colgo questa occasione per segnalare l'esempio e per esprimere a tutti e singoli i generosi offerenti il mio riconoscentissimo ringraziamento e quello di tutto l'Istituto.

Non ostante questo però, ho creduto ancora opportuno tocccare l'argomento, perché m'è sembrato necessario chiarire alcuni punti che in pratica sembra lascino ancora qualche dubbio, quali ad esempio i seguenti:

1) può un membro dell'Istituto accumulare alcuna somma dagli assegni che gli vengono come missionario, e ritenerla come bene personale?

2) come devono considerarsi le elemosine delle Messe?

3) come le offerte che uno sollecitasse o che comunque gli venissero assegnate?

4) vi sono per un missionario restrizioni nell'amministrazione dei propri beni?

E opportuno, come vedete, chiarire alquanto questi punti perché in tutte le Missioni si abbiano, in materia tanto importante, norme uguali e sicure e nessun abuso s'introduca nelle nostre file.

Ogni servizio è gratuito

6. La risposta alla prima questione è chiarissima. Tutti i membri dell'Istituto, Sacerdoti o Fratelli, s'impegnano a prestare opera assolutamente gratuita, come è detto nell'art. 1 delle Costituzioni. Essi rinunziano, come debbono rinunziare, a qualsiasi stipendio per i servizi che, nella loro qualità di sacerdoti o Fratelli missionari, rendono alla Chiesa in Italia nelle missioni. Per i Fratelli l'art. 168 delle Cost. richiede addirittura una dichiarazione su documento legale di non aver e diritto ad alcuna retribuzione per servizi prestati o da presta nell'Istituto.

E si può anche ricordare quanto si legge sulla Collectanea (pag. 97 n. 269) dove la S. Congr. di Propaganda ha dichiarato: «I sussidi erogati ai Missionari non sono stipendi ma elemosine».

D'altra parte il missionario che milita nelle file dell'Istituto e che, come ho detto dinanzi, si dà tutto senza riserva all'opera di Dio, non ha in nessun modo a preoccuparsi dei suoi bisogni temporali, né per il presente né per l'avvenire. Per tutto provvedono l'Istituto e le Missioni. Le Costituzioni sono anche troppo dettagliate e diffuse su questo punto. L'art. 7 dice che i membri dell'Istituto hanno diritto ad un equo sostentamento, e quindi all'alloggio, vestito, vitto, all'assistenza in caso di malattia e vecchiaia, alla cura in tutti i bisogni in missione e fuori di essa. Lo stesso afferma l'art. 2. L'art. 11 provvede in particolare ai Missionari investiti di qualche ufficio in Italia. Leggete poi gli articoli 217, 225, 232, 235, 237, 239 e 274; tutti precisano e determinano i vari obblighi dell'Istituto verso i suoi membri, affinché questi siano sempre ed in tutto provveduti, e, non avendo preoccupazioni di ordine materiale, si diano senza riserva e con il massimo disinteresse al lavoro delle anime, come inculcano le stesse Costituzioni al n. 216.

Questa larghezza di disposizioni che precisano gli obblighi dell'Istituto verso il missionario quanto al suo temporale mantenimento in tutti i tempi e casi della vita, e l'obbligarsi del missionario a prestar l'opera sua in tutto gratuitamente, rappresentano come un contratto e creano tanto per l'Istituto come per il missionario dei veri obblighi di giustizia. L'Istituto è obbligato a provvedere ai bisogni del missionario e il missionario da parte sua deve servire all'opera di Dio in tutto gratuitamente.

L'art. 218 delle Costituzioni aiuta a chiarire bene questo punto, dove specifica che i proventi delle cappellanie e di altri posti e funzioni retribuite ed i doni fatti ad un missionario come tale, appartengono alla missione, e i missionari non potranno vantare alcun diritto sopra di essi.

Se è cosi, è facile intendere che il missionario nostro non ha nulla per poter accumulare per sé da entrate che gli vengono per ragioni del suo ministero o del suo lavoro: perciò non so come un missionario potrebbe in coscienza giustificare somme di denaro raggranellate in missione, se tale denaro non è patrimonio di famiglia o frutto di doni assolutamente personali. E missionario che, andato povero in missione, cercasse di accumulare gli assegni del Vescovo e altre entrate del ministero, con l'idea forse di poter un giorno uscire dall'Istituto ed avere così come mettersi a posto in diocesi, mostrerebbe di non aver vocazione, si disonorerebbe e non potrebbe stare bene in coscienza, poiché egli, entrando nell'Istituto ed accettandone le Costituzioni, ha rinunziato a qualsiasi rimunerazione temporale per i suoi servizi. A costui indirizzerei il monito di S. Agostino: Vedi, Fratello mio, «sta attento che forse mentre conservi per vivere, metti insieme quello che ti porterà alla morte».

Nelle Parvae Regulae del Vicariato di Weihweifu trovo questo punto molto ben chiarito e mi piace a conclusione di quanto ho detto riportare il passo relativo: «I missionari considerino attentamente ciò che fu prescritto dai Decreti della S. Congregazione: qualsiasi emolumento ricevuto dall'esercizio degli Ordini va ceduto per il bene della Missione... se qualcosa avanza del denaro ad essi spettante, lo spendano o in elemosine o per ornare le cappelle, o per acquistarsi dei libri, senza preoccupazioni per il futuro, essendo evidente a tutti che la Missione è tenuta a provvedere per giustizia ai Sacerdoti che per il bene della missione consumano forze e vita».

Le offerte delle Messe sono delle Missioni

7. Le elemosine delle Messe sono pure esse bene dell'Istituto o delle Missioni, e quando in tutto o in parte sono lasciate al missionario, è sempre inteso che servano a provvedere al suo mantenimento o per le altre opere che gli sono affidate. Su questo punto non si segue in tutte le Missioni un'identica condotta; in alcune tutte le Messe sono dette secondo l'intenzione dell'Ordinario, in altre sono in tutto o in parte lasciate libere al missionario, ma dove ciò non avviene è sempre a titolo di assegno, e il missionario non può in coscienza ritenerne le elemosine come bene proprio. Fisso il principio che le elemosine delle Messe non sono bene privato del missionario, le Costituzioni al n. 219 stabiliscono che i missionari dovranno stare per esse alle norme prescritte dal regolamento della missione alla quale appartengono.

8. Circa le offerte. Diventando uno membro dell'Istituto, l'abito, il titolo di Missionario apostolico possono attirargli dei doni. Può anche essere, come spesso avviene, che è il missionario stesso che tali doni sollecita, per iscritto o a voce, facendo conoscere ai fedeli i bisogni del suo distretto. P- chiaro però che il fedele, il quale si commuove ai bisogni di un missionario, e mette mano alla borsa, non intende già regalare alla persona che si appella alla sua carità, ma cooperare in una o altra forma, come viene indicato, al progresso delle Missioni ed alla propagazione della fede. Il fedele offre perché ha la tacita garanzia dell'Istituto e dei Superiori delle missioni che ciò che offre sarà speso saviamente per lo scopo indicato. Nessun missionario quindi può appropriarsi delle offerte che riceve, ed i superiori hanno tutto intero il diritto e il dovere di intervenire in questa materia e vedere come tali doni vengono sollecitati e come vengono impiegati. Leggete il citato articolo 218 delle Costituzioni.

Le istruzioni poi di Propaganda a questo riguardo sono chiarissime. Basta leggere le seguenti: «I vescovi hanno il diritto di esigere, sia dai missionari religiosi sia dai parroci del clero secolare, il resoconto di quei beni che furono elargiti alla missione oppure ai religiosi per il bene della missione».

«I beni che si acquistano con le elemosine raccolte per le missioni sono veri beni ecclesiastici.. quindi 1) Un missionario non può di sua privata autorità acquistarli in nome proprio per poterne poi liberamente disporre... 2) Né può, neanche in vantaggio della Missione, alienare o ipotecare senza precedente autorizzazione i beni che avesse in tal modo acquistati» 21.

Le offerte quindi ed i doni sollecitati o pervenuti comunque ad un missionario hanno il carattere di beni ecclesiastici, se ne deve disporre secondo le intenzioni dei benefattori e sotto il controllo dei Superiori. La cosa è evidente, e nessuno, perché le offerte vengono al proprio nome, se ne deve credere proprietario, spendendole a proprio arbitrio o capitalizzandole senza il permesso dell'Ordinario, anche se ciò si facesse a beneficio della missione.

Non diamo al denaro troppo valore

9. proposito poi di queste offerte che si sollecitano per le missioni - talvolta con ansia eccessiva - vorrei fare altre raccomandazioni, ma andrei per le lunghe. Una sola parola dico: non diamo al denaro troppo valore come mezzo di apostolato. Vorrei s'intendesse bene la giusta forza di questa parola troppo. Il Vangelo non farà molta strada appoggiato alle grucce del danaro, e se pure sembrerà progredire, non sarà progresso duraturo e verace. Le anime, anche oggi, le converte lo Spirito Santo con le preghiere, con la vita penitente e santa, con lo zelo dei missionari e il Vangelo si espande meglio per la virtù e lo zelo dei neofiti che per opera di gente stipendiata. La propaganda a base di denaro tarpa le ali allo Spirito Santo èd arriva dove arrivano tutti i mezzi umani, cioè non molto lontano.

Arricchiamoci e facciamo provvista di molta santità se vogliamo essere grandi salvatori di anime e teniamo per certo che il vero apostolato sta «nella manifestazione dello spirito e della virtù» (1Cor 2,1). Se i missionari che dal principio sono usciti nel mondo, fossero usciti come indicò il Maestro, non vi sarebbero oggi ancora tanti infedeli sulla terra. Il naturale non sostituisce il soprannaturale e nessuna somma di denaro o industria umana supplisce alla mancanza di santità dell'apostolo.

Se quello che occorreva per ottenere la conversione del mondo fosse stato il danaro, il Vangelo ce lo avrebbe fatto sapere. Oggi invece vi sono quelli che sembrano pensare che se vi fosse danaro, oh! se ci fosse molto danaro, si farebbe tutto. E quando si ha molto denaro e poco del resto, oh! quanti demoni vengono con esso! Quante volte nella storia delle Missioni s'è visto che, dove per disgrazia c'è stato denaro e potenza con poca santità, non solo non s'è convertito gran che di gente, ma hanno perduto la fede, almeno praticamente, anche i missionari.

Avrei tante altre riflessioni da fare su questo soggetto; mi limito solo ad osservare che se è edificante vedere un missionario, di ritorno per breve tempo dalle missioni, stendere, come S. Paolo, dignitosamente la mano per sollecitare dai fedeli qualche carità per i suoi poveri, per i suoi orfani, per le opere che ha lasciato indietro, non fan bel vedere giovani missionari i quali, già prima di partire, si danno attorno per cercare danaro, sollecitare doni ed accaparrarsi indirizzi di persone facoltose... Tutto questo affannarsi potrà anche parere zelo, ma è zelo di cattiva lega. I novelli Missionari non si preoccupino eccessivamente del materiale: come gli apostoli dicano: «Noi invece, ci dedicheremo alle preghiere e al ministero della parola» (At 6, 14) e lascino che a provvedere il materiale ci pensi chi ne ha il dovere.

Restrizioni nell'amministrazione dei beni patrimoniali

10. Due altre parole all'ultimo quesito. Non facendo il voto di povertà, il nostro missionario ritiene il diritto di possedere, amministrare e disporre liberamente dei suoi beni personali. Però per il fatto della sua appartenenza ad una missione questo diritto è soggetto a delle limitazioni imposte dalle esigenze della vita comune, dal buon ordine della missione e da altri gravi motivi.

I superiori quindi hanno diritto di intervenire nel caso di un missionario che, pur spendendo del proprio, conducesse vita non conforme allo spirito apostolico, con stupore del popolo e cattivo esempio dei confratelli.

Allo stesso modo è proibito dall'art. 221 delle Costituzioni, basato su disposizioni di Propaganda, acquistare e possedere in proprio beni stabili in luogo di missione. E recentissimo Concilio Cinese, edito quest'anno, all'art. 159 ha tassativamente disposto: «Sebbene i Missionari e i Sacerdoti indigeni possano liberamente disporre dei beni patrimoniali, a nessuno di essi però è lecito comprare Terreni, case e altri immobili, sia pure con denaro proprio, senza il consenso dell'Ordinario».

Il superiore ha pure il diritto di intervenire quando un missionario, sia pure erogando del proprio, fosse largo in doni con i nativi, così da creare difficoltà ai superiori ed ai confratelli, e quando si intraprendessero opere, costruzioni importanti, ecc. senza la debita autorizzazione.

L'art. 222 delle Costituzioni dice: «I missionari si guarderanno bene dal fare prestiti, sia pure con denaro patrimoniale, massime ai cristiani», ecc. Qui la preoccupazione principale del legislatore è il pericolo purtroppo frequente che, facendo prestiti, si finisca con l'allontanare da sé i debitori, specie i cristiani.

Ma a questo proposito io vedo un altro pericolo, non meno grande, anzi maggiore; il pericolo che il missionario, dando denaro proprio in prestito, e, naturalmente ad interesse, venga a mettersi in pericolo di fomentare in sé il pessimo vizio dell'avarizia, senza dire di altri gravi danni che derivano dal cattivo esempio, ecc. Richiamo su questo punto l'attenzione particolare dei superiori delle missioni. Nessun missionario in terra di missione può trafficare danaro, proprio o non proprio, senza il permesso degli Ordinari, i quali lo concederanno solo quando vedranno assolutamente escluso ogni pericolo di avarizia, di scandalo, di perdita di vocazione. In Missione non si va per trafficare capitali, ma per estendere il Regno di Dio e poter salvare le anime. Dell'impiego del denaro si occupano i procuratori e non i singoli missionari, salvo casi particolari ben controllati e sempre coll'autorizzazione dell'Ordinario.

Questa disposizione potrà sembrare severa, ma io insisto con tutta l'autorità che mi dà la mia carica, perché mi preme che nessun pericolo insidi la vocazione dei nostri cari missionari. Ho presente la fine miserabile di uno dei Dodici, che, per lo spirito d'interesse, ha commesso il più nero delitto di cui si sia mai macchiata l'umanità; ho presenti le altre parole così forti dell'Apostolo al suo Timoteo: «Coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione e nel laccio del Diavolo, e in molte bramosie insensate e funeste, che mandano gli uomini in rovina e perdizione»(1Tim 6,9), e tremo per me, tremo per voi; perdonerete perciò la mia insistenza.

Infine c'è pur da tener presente l'art. 199 delle Costituzioni che proibisce ai Missionari qualsiasi traffico lucroso, conformemente al Can. 142, «È proibito ai chierici esercitare il commercio personalmente o tramite altri, sia per utilità propria che di altri» . E su questo punto insiste pure il su citato Concilio Cinese al n. 157.

Nel Direttorio della Missione di Seul ho trovato una bella pagina e la riporto a conclusione di quanto ho detto. «È proibito ai missionari accumulare denaro, in qualsiasi modo, sia per commercio, sia per mutuo, sia per altre vie. Il sacerdote deve desiderare di acquistarsi tesori per il Cielo, abbondanza di opere buone, di aumentare il granaio celeste, guadagnando anime a Dio; non correre dietro al denaro e ai comodi temporali. Non gli è lecito neanche con il pretesto aiutare i parenti».

11. Miei amatissimi Confratelli, più che tutte le mie esortazioni, valgono ad innamorarvi dello spirito di povertà le parole di Gesù benedetto: «Non accumulatevi tesori sulla terra... perché purtroppo là dove è il vostro tesoro, sarà anche il vostro cuore» (Mt 6,19). Il nostro tesoro vogliamo sia solo Gesù ed in Lui solo vogliamo aderisca il nostro cuore. Abbiamo fede, fede viva nella divinità della nostra missione e nelle mirabili promesse che Gesù ha fatto ai suoi apostoli che avrebbero confidato nella sua Divina provvidenza: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa? Risposero: Nulla!» (Lc 22,354). Oh! Gesù è fedele, e non abbandona chi cerca «prima il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,36). E termino con l'esortazione dell'Apostolo: «La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò!» (Eb 13,5).

Pregate per me.

Vostro affmo

P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.