PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE  

III 
 SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”
 “Non voglio andare da solo sul Calvario”
 Due interventi al Capitolo del 1965
 “Gli Istituti missionari in una situazione difficile”
Sua massima cura: le vocazioni missionarie a vita
“Restare affezionati al Papa e alla Chiesa”
Lo sviluppo delle missioni del Pime
Come cambia la presenza del Pime nelle missioni
Come riportare il Pime alle radici del 1850?
Dom Aristide sistema le finanze dell'Istituto
I tempi tumultuosi e sconvolgenti del “Sessantotto”
Mani Tese nata dai missionari e poi andata per altre strade
Le precise parole di Paolo VI sul “socialismo”
Il carisma di Ernesto Olivero e di Giorgio La Pira

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO III
SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

    Dopo il periodo di fondazione della Prelazia di Macapá, mons. Pirovano venne eletto Superiore generale del Pime nel marzo 1965 e poi rieletto nel 1971: rimase a quel posto 12 anni, dal 1965 al 1977. Ho avuto la ventura di partecipare alle due assemblee generali dell'Istituto a Roma che lo elessero e rielessero Superiore e ringrazio ancor oggi il Signore per aver contribuito a mettere un uomo così valido alla guida dall'Istituto, particolarmente adatto ai tempi tumultuosi del post-Concilio, della "contestazione sessantottina" e della crisi di fede nella Chiesa che faceva soffrire Paolo VI. Già nel 1965 Pirovano appariva a noi giovani come un buon Superiore generale, un amico sincero e alla mano con tutti, sensibile alle novità del Concilio al quale aveva partecipato, ma anche di grande esperienza missionaria sul campo e con grandi visioni che piacciono ai giovani ( [1] ).

     “Non voglio andare da solo sul Calvario”

    La sua elezione a superiore non fu però immediata e nemmeno facile. Com’era allora e spesso succede anche oggi, in una assemblea composta in maggioranza da superiori e delegati (34 i membri del Capitolo) di età media sui sessant’anni, è naturale che un superiore di cinquant’anni non suscitasse facile consenso; non solo, ma tutti i capitolari sapevano che mons. Pirovano, avendo fondato una missione in Amazzonia partendo quasi da zero ed era spesso in polemica con l’Istituto perché non lo aiutava economicamente e gli mandava poco personale: pur ammirando quel che aveva realizzato in pochi anni, non pareva adatto a dirigere l’Istituto che contestava. Inoltre, all’inizio del Capitolo pochi avevano pensato a lui per quella carica anche perchè si conoscevano le grandi difficoltà dell’Amazzonia e come il giovane vescovo fosse il pilastro portante della sua missione: la Santa Sede , si diceva, non permetterà mai di togliere il vescovo e fondatore da una diocesi appena nata.

    Infatti nella prima elezione del superiore generale (15 marzo 1965) il nome di Pirovano fra gli eletti non compare nemmeno ( [2] ). Risulta eletto padre Lido Mencarini, al quale si manda un telegramma ad Hong Kong per comunicargli l’avvenuta elezione, ma egli risponde con un altro telegramma: “In coscienza non  posso accettare” ( [3] ): venendo dal seminario di Lucca, era vissuto quasi sempre ad Hong Kong, del Pime sapeva poco o nulla.

     Il Capitolo si trova spiazzato. Si fanno consultazioni e, dato che la maggioranza dei capitolari indicavano mons. Gaetano Pollio come loro preferito, il Capitolo  manda padre Angelo Lazzarotto a Otranto (Lecce) a consultare il vescovo, nel 1951 espulso dalla Cina (dov’era arcivescovo di Kaifeng), per sondare se avrebbe accettato l’elezione. Ma anche Pollio risponde di no ( [4] ). Così, nella elezione del 17 marzo 1965, nessun candidato raggiunge la maggioranza dei voti ( [5] ).

    Al mattino del giorno seguente, 18 marzo 1965, la votazione dà ancora un risultato negativo ( [6] ), ma l’elezione del pomeriggio del 18 marzo ( la IV ) dà finalmente un risultato positivo: Pirovano 26 voti, Artico 6, Martino 2. Il Presidente del Capitolo, padre Alberto Morelli, chiede a mons. Pirovano se accetta l’elezione dell’assemblea ( [7] ).

    Nel silenzio raccolto e trepidante, mons. Pirovano si alzava a parlare ringraziando i capitolari della fiducia concordatagli ed affermando di accettare il mandato come indicazione della volontà di Dio, assumendolo come un periodo di servizio alla Chiesa e all’Istituto, sebbene non nascondesse il dispiacere di non potere più tornare nell’amata missione dell’Amapà. “Cercherò di fare come il Signore – ha detto il vescovo dell’Amazzonia – cioè di svegliare gli Apostoli dormienti. Non intendo però andare sul Calvario da solo: voi tutti dovrete venire con me”. E continuava spiegando “di non voler governare da solo, ma anzi di richiedere e gradire la collaborazione di tutti i membri dell’Istituto, nell’obbedienza però alle decisioni finali del Superiore”.

     Il grande e felice evento non ha potuto essere reso subito noto a tutto l’Istituto e alla stampa, poiché la postulazione alla Santa Sede di approvare l’elezione di Pirovano ha richiesto più tempo della sua elezione a Superiore! Della cosa si sono interessati il card. Confalonieri della congregazione Concistoriale, il card. Agagianian prefetto e il segretario di Propaganda Fide, mons. Pietro Sigismondi, il  nunzio apostolico in Brasile mons. Baggio e lo stesso Santo Padre! Che l’Episcopato sia importante nella Chiesa nessuno lo poteva dubitare, ma che lo spostamento di un solo vescovo richiedesse tutti quegli interventi e scomodasse perfino il Papa, nessuno era in grado di immaginarlo…    

    Dopo la conferma a voce della Santa Sede, il sabato 27 marzo il Capitolo s’è concesso finalmente un giorno di riposo compiendo un devoto pellegrinaggio. Mons. Pirovano aveva espresso il desiderio di recarsi a celebrare la S. Messa sulla tomba di padre Paolo Manna (beato dal 4 novembre 2001) e così, il lunedì 29 marzo 1965, un pullman parte di buon mattino da via S. Teresa a Roma e tre ore dopo i capitolari sono nella casa di Ducenta (Caserta) in festa. Durante la S. Messa da lui celebrata, mons. Pirovano tratteggia la figura di questo gigante dell’apostolato missionario, invitando tutti a imitarne gli esempi, specie la dedizione incondizionata alla causa missionaria e all’Istituto.

      Però mons. Pirovano diventa effettivamente superiore generale del Pime l’11 aprile 1965, quando giunge dalla Santa Sede il documento con l’approvazione del Papa alla sua elezione, ed egli fa la solenne professione di fede e pronunzia il giuramento anti-modernistico con i suoi quattro consiglieri, i padri Carlo Colombo, vicario generale, Raffaele Trotta, Angelo Lazzarotto e Edoardo Tagliabue.

     Il fatto che la Santa Sede aveva approvato la nomina di Pirovano a Superiore generale, il Pime l’ha saputo in modo informale il 27 marzo 1965, ma poi il documento arriva solo l’11 aprile, quindici giorni dopo. E’ un chiaro segno che qualcosa aveva bloccato i meccanismi burocratici: con ogni probabilità, la forte resistenza dei vescovi amazzonici e dei missionari stessi di Macapà al suo abbandono della missione amazzonica, aveva costretto la nunziatura del Brasile a revocare un primo parere favorevole. Infatti Paolo VI, ricevendo pochi giorni dopo i capitolari del Pime, dice loro: “L’abbiamo lasciato venire via dalla sua diocesi con molto dolore… Voi ce l’avete portato via, ma ne avevate il diritto…” (vedi qui sotto). Un grande segno di come Pirovano era ben conosciuto e stimato in Brasile e in Amazzonia.

     L’udienza concessa da Paolo VI ai capitolari del Pime, il 13 aprile 1965, confermava l’amicizia tra il Papa e dom Aristide, da lui stesso consacrato vescovo, che definiva: “La vittima del Capitolo”. Poi dice a noi capitolari: “L’abbiamo lasciato venire via dalla sua diocesi con molto dolore… Voi ce l’avete portato via, ma ne avevate il diritto… mons. Pirovano è molto attivo e porterà dinamismo nell’Istituto”; e poi, parlando familiarmente con i presenti del dinamismo di Pirovano ha aggiunto: “Bisognerà mettergli lo sfioratore”, cioè il canale di scarico delle dighe, affinchè l‘acqua non eserciti una pressione superiore al dovuto. Poi, rivolto a tutti noi: “Ma anche voi siete attivi, dato che siete milanesi, figli del tuono”. 

    Due interventi al Capitolo del 1965

     Prima di diventare Superiore generale, quali erano stati gli interventi significativi di Pirovano nell’assemblea capitolare? Dai verbali molto stringati ( [8] ), risulta che interveniva poco anche perché spesso assente per i frequenti appuntamenti con la Santa Sede per Macapà e per l’Istituto e per i contatti con i vescovi e i superiori degli altri Istituti missionari. Ecco due problemi importanti e dibattuti in Capitolo, sui quali Pirovano aveva espresso il suo parere di capitolare.

      1) Il Pime internazionale. L’ultimo Superiore generale, padre Augusto Lombardi che veniva dall’India, aveva già dato inizio al Pime internazionale ( [9] accettando nel 1960 seminaristi di teologia indiani che chiedevano di entrare nell’Istituto, mentre l’idea maggioritaria al Capitolo del 1965 (e poi ancora nei seguenti fino al 1989), era che dopo la fondazione di un seminario del Pime negli StatiUniti (1952) e poi nel sud Brasile (1958), non si poteva decidere di ricevere vocazioni dai “paesi di missione”, per non privare delle migliori vocazioni le diocesi; piuttosto, si diceva, aiutiamo la Chiesa locale a fondare il proprio istituto missionario, così com’è nato il Pime in Italia nel 1850. Nel verbale della XVII sessione del Capitolo (26 marzo 1965 pomeriggio), si legge che, alla questione:

     Nelle Chiese nascenti, andiamo a fondare un istituto missionario locale (cioè da affidare alla locale Conferenza episcopale, n.d.r) o il Pime? Mons. Pirovano risponde: “Fondando il Pime nelle Chiese nascenti non si rubano, ma si suscitano vocazioni missionarie che altrimenti non ci sarebbero”; e nel verbale della sessione del 30 marzo (pomeriggio), dopo varie proposte e ipotesi che non ammettevano l‘internazionalità del Pime, mons. Pirovano interviene di nuovo: “Richiama l’attenzione alla dura realtà senza troppi sogni e prevede che con l’andar del tempo anche il seminario di Verona (per la preparazione dei Fidei Donum italiani, n.d.r.), come pure GS (Gioventù studentesca di don Giussani che mandava giovani laici in missione e a Macapà, n.d.r.), dovranno evolversi verso una società missionaria, se vogliono durare e dare assistenza ai loro missionari”.

    In altre parole, com’era abbastanza naturale in un missionario che veniva dal Brasile, mons. Pirovano era favorevole alla piena internazionalizzazione dell’Istituto.    A quel tempo le diocesi del Sud Brasile si interrogavano su come potevano essere missionarie e ai membri dell’Istituto (che nel Sud avevano fondato cinque o sei diocesi) pareva logico iniziare un seminario del Pime per formare, inviare e assistere le nascenti vocazioni missionarie, così come nel 1850 era nato il Pime per inviare sacerdoti e laici diocesani in missione; quindi non capivano perché i confratelli dell’Asia fossero contrari all’idea. Un secondo motivo molto pratico convinceva Pirovano: dato che il Pime mandava dall’Italia sempre meno missionari, mentre a Macapà, Parintins e Manaus aumentavano gli abitanti e i problemi pastorali, e dato che il clero locale ancora non decollava, il vescovo di Macapà sperava che i missionari brasiliani dell’Istituto, nati e formati nel Sud Brasile, sarebbero venuti a dare una mano in Amazzonia, dove il clero del sud (molto più numeroso che al nord) non andava.

     2) Un secondo intervento significativo (per capire l’uomo Pirovano e il Superiore generale), registrato nei verbali del Capitolo 1965, riguarda il problema molto dibattuto della possibile unificazione dei due seminari teologici in Italia, che aveva diviso i membri dell’Istituto, fra quelli che volevano tenere i due seminari, uno al sud (a Gaeta) e l’altro al nord (a Milano), per il valore di presenza dell’Istituto e di animazione vocazionale che aveva ciascun seminario; e quelli che volevano unificare tutto a Milano, per risparmiare personale e dare consistenza alla “scuola interna di teologia  missionaria” creata dal Pime fra molte difficoltà. Pirovano, non prende posizione durante il Capitolo, anche perché ignorava i termini reali del problema. Ma poi l’assemblea giunge una decisione precisa: unificare i due seminari teologici a Milano, assegnando alla regione del Pime nel Sud Italia “un’opera a carattere nazionale”, ad esempio un altro seminario nazionale (liceo o anno di formazione) ( [10] ).

     Dopo l’approvazione, padre Edoardo Tagliabue, assistente di Pirovano nella Direzione generale e membro della Commissione che aveva deciso la soluzione di compromesso poi approvata, richiama l’Assemblea sul fatto che “il maggior artefice della mozione concordata è stato padre Salvatore Martino, portatore del pensiero unanime dei padri della provincia meridionale, col suo lavoro tenace e costruttivo durante la seduta notturna della Commissione ad hoc”. E mons. Pirovano, già eletto superiore generale, come registra il verbale, “esprime la sua soddifazione” per la soluzione raggiunta; e aggiunge: “Ho superato una forte crisi. Pensavo perfino a un reggitore, perchè non mi sentivo di governare una casa divisa” ( [11] ).

    Questo intervento rivela il profondo sentire di Pirovano, che si propone di ripetere come superiore l’esperienza di vescovo a Macapà  in Amazzonia, dove era riuscito, con i suoi confratelli, a creare una comunità del Pime nella quale i membri dell’Istituto erano molto uniti, si volevano bene, lavoravano assieme con sincerità e spirito di sacrificio ( [12] ). “Non mi sarei sentito di governare una casa divisa”, dice all’inizio dei suoi dodici anni di superiorato. Eppure gli capiterà proprio questo per motivi diversi che allora non immaginava nemmeno (in quel tempo di entusiasmi suscitati dal Concilio e condivisi da tutti) e sarà la sua maggior sofferenza!

     “Gli Istituti missionari in una situazione difficile”

         Vanno ricordati due interventi importanti di mons. Pirovano al Concilio Vaticano II, al quale aveva partecipato con il confratello mons. Arcangelo Cerqua, vescovo di Parintins in Amazzonia.

       1) Proprio Cerqua è il protagonista del primo: il riconoscimento che il Concilio diede alla missionarietà delle Prelazie dell’Amazzonia. Occorre spiegare che il Brasile, come conseguenza lontana del “Padroado” portoghese nell’epoca della prima scoperta e colonizzazione dell’America Latina, non ha mai avuto territori ecclesiastici dipendenti dalla Congregazione di Propaganda Fide, nemmeno quelli amazzonici dove la Chiesa ha affrontato per secoli una vera “missione alle genti”. Nel resto del continente latino-americano, questi territori dipendono dalla congregazione delle missioni, mentre in Brasile dipendevano dalla Segreteria di Stato. La conseguenza più grave (ce n’erano anche altre di ordine giuridico) è facile da immaginare: non ricevevano gli aiuti economici dalle Pontificie opere missionarie dati attraverso Propaganda Fide!

     In preparazione al Concilio Vaticano II, i vescovi dell’Amazzonia brasiliana (a quel tempo una trentina) avevano fatto alcuni incontri trovandosi d’accordo nel chiedere una parità di trattamento con tutti i territori missionari di prima evangelizzazione. Però, giunti al Vaticano II, non riuscivano a far sentire la loro voce: la Commissione per il decreto conciliare “Ad gentes” (di cui facevo parte come “perito”, fra i nove nominati da Giovanni XXIII nel 1962) si trovava sommersa da decine e decine di proposte, proteste, ipotesi, bocciature, approvazioni “iuxta modum”, cioè a certe condizioni, ecc.

    Il decreto missionario ha avuto una storia quanto mai difficile e contrastata: parecchi vescovi, pensando che non sarebbe stato approvato come tale per le difficoltà incontrate, avevano proposto di ridurlo ad un capitolo della Costituzione sulla Chiesa (“Lumen Gentium”). Più passava il tempo, più diminuivano le possibilità che la proposta dei vescovi amazzonici venisse discussa e approvata. Fu allora che mons. Cerqua, con l’aiuto di Pirovano e di altri dell’Amazzonia, si impegnarono a fondo a prendere contatto con gruppi e singoli vescovi, per convincerli della necessità di far inserire questa nota che poi fu recepita all’ultimo momento nel Decreto. E’ la famosa nota 37 dell’Ad Gentes ( [13] ) che dice:

     E’ evidente che in questa nozione di attività missionaria sono incluse obiettivamente quelle parti dell’America Latina in cui non c’è gerarchia propria, né maturità di vita cristiana, né sufficiente predicazione evangelica. Che questi territori, poi, di fatto siano o non siano riconosciuti come missionari dalla Santa Sede non dipende dal Concilio. Pertanto, per ribadire il nesso tra la nozione di attività missionaria e determinati territori si dice di proposito che questa attività “per lo più”  viene svolta i determinati territori riconosciuti dalla Santa Sede. 

     Insomma, dicevano i vescovi amazzonici, riconoscete o non riconoscete le nostre Prelazie come “territori missionari”, basta che ci date i quattrini di cui abbiamo bisogno! Cerqua e Pirovano, che avevano conosciuto l’autentica miseria e fame (anche dei missionari che erano sempre denutriti) a Parintins ed a Macapà, si erano  impegnati con contatti personali e di gruppi a creare una “lobby” di vescovi che poi hanno votato compatti per quella “nota”, che è entrata nell’Ad Gentes.

     2) Il secondo segno della presenza di Pirovano al Concilio è nell’intervento che ha fatto nell’aula conciliare a nome di settantasette vescovi (14 italiani del Pime), rappresentanti di Istituti missionari di clero secolare come il Pime, senza voti, nell’ultimo periodo del Concilio nell’autunno 1965 ( [14] ):

    Gli Istituti missionari si trovano oggi in una situazione difficile…. Fino a sei mesi fa ero ‘prelato nullius’ in una delle zone più vaste dell’Amazzonia brasiliana e pensavo di essere in uno dei posti più difficili della Chiesa; ora invece ho constatato che essere Superiore di un Istituto missionario è anche più difficile….Oggi si fondano altri organismi, anche nelle nazioni e regioni dove già esistono questi istituti, organismi quasi simili agli istituti stessi, con la sola differenza che essi dipendono ancora dai vescovi fondatori, mentre gli Istituti ne sono ormai, loro malgrado, staccati. E allora capita che gli Istituti missionari si vedano mancare quelle numerose vocazioni di sacerdoti e chierici diocesani che fino a qualche anno fa erano la principale, se non l’unica, fonte di vocazioni… In passato gli Istituti missionari erano considerati  un po’ l’emanazione delle diocesi e quindi venivano aiutati spontaneamente nelle loro necessità. Oggi invece le diocesi tendono ad assumere propri impegni missionari e gli istituti di clero secolare attraversano momenti assai difficili. La loro miseria è spesso maggiore di quella delle missioni loro affidate….

    In seguito, come Superiore generale del Pime, mons. Pirovano si è impegnato nel tentativo di far riconoscere ai vescovi e alla Chiesa italiana gli istituti missionari nati in Italia come propri strumenti per esprimere la missionarietà delle diocesi: in particolare per il Pime, come vedremo più avanti. Ad esempio, nel Congresso nazionale della Pontificia unione missionaria per il clero (fondata da padre Paolo Manna nel 1917), svoltosi a Roma dal 22 al 26 settembre 1966, mons. Pirovano ha tenuto a nome degli Istituti missionari di fondazione italiana una lunga relazione a loro nome su questo tema. Nella quale ( [15] ) riprende il decreto “Ad gentes” dov’è riconosciuto che “questi Istituti restano assolutamente necessari” (art. 27). E Paolo VI, nel “motu Proprio” “Ecclesiae Sanctae” sulle norme per l’applicazione del Vaticano II (1966), scrive:

     Essendo gli Istituti missionari assolutamente necessari, tutti devono riconoscere che ad essi è stato affidato dall’autorità ecclesiastica il compito dell’evangelizzazione, per compiere il dovere missionario di tutto il popolo di Dio (n. 10).

      Pirovano ragiona su questi testi autorevoli e pone due domande:

     Fino a che punto gli Istituti missionari italiani si sono messi a disposizione dell’Episcopato italiano, come strumento per esprimere l’impegno missionario delle diocesi? E ancora: fino a che punto l’Episcopato italiano ha usato degli Istituti come mezzo per esprimere il suo dovere missionario?

     E aggiunge: “Non è qui possibile approfondire questo esame di coscienza”. Ma vedremo che non molto tempo dopo fa dei passi concreti perché questa meta si realizzi almeno per il Pime, che è nato proprio dalle diocesi italiane e per formare, assistere e mandare in missione i sacerdoti e i laici diocesani, senza che fossero obbligati a diventare religiosi.

    Sua massima cura: le vocazioni missionarie a vita

   Quando Paolo VI definì Pirovano “molto attivo” e prevedeva che “porterà dinamismo nell’Istituto”, bisogna dire che fu buon profeta. Avendo partecipato ai dibattiti del Capitolo e poichè veniva in Italia tre mesi all’anno per partecipare al Concilio Vaticano II, Dom Aristide aveva già maturato idee precise su quel che doveva e poteva fare come Superiore del Pime. "Il Vincolo" del settembre 1965 pubblica la prima lettera del nuovo superiore che traccia il suo programma. Il primo punto è:

    "Adesso lavoriamo!", ricordando una sua battuta al Capitolo:  "Sveglierò i dormienti… Volevo significare questo: mi piange il cuore quando vedo energie, buone volontà e capacità inutilizzate. Non ne devono restare nell'Istituto. Ognuno deve avere la soddisfazione di sentirsi utile e apprezzato come tale. Bisogna che troviamo modo di far fruttare i talenti...". Segue il secondo imperativo: "Lavoriamo insieme"; e il terzo: "Lavoriamo per le missioni".

    Un programma semplice e chiaro che Pirovano porta avanti con grande energia, superando di slancio, quasi lasciando da parte (affrontando invece i problemi sul piano pratico, uno per uno) tutte le discussioni che si facevano allora e dividevano l’Istituto: Pime internazionale o no? Riportare il Pime alla fondazione del 1850, come strumento delle diocesi italiane per esprimere la loro missionarietà? Come applicare il Concilio alla vita dell'Istituto? Seminario teologico unico o no? Esiste una spiritualità del Pime? Quale tipo di missione sceglie il Pime? Pirovano aveva idee chiare e diventa Superiore per applicare i “mandati” e possibilmente anche i “voti” del Capitolo 1965 ( [16] ). Fin dall’inizio orienta l'Istituto al lavoro, all'impegno, alla realizzazione del programma concordato nel Capitolo, realizzando subito grandi novità, da uomo pratico e deciso qual’era.

     Interessante scorrere i Verbali della Direzione generale di mons. Pirovano, specialmente nei primi tempi. Dall’aprile 1965 in avanti i consigli generali si susseguono in media due-tre volte la settimana, per poter esaurire i temi in agenda, che in più d’un anno di assenza del Superiore generale (febbraio 1994 – aprile 1995) si erano accumulati  in attesa di una decisione. L’ultimo superiore, padre Augusto Lombardi (eletto nel 1957), era morto improvvisamente il 30 gennaio 1964, sostituito dal suo vicario generale padre Alberto Morelli, per la gestione ordinaria dell’Istituto e la preparazione del Capitolo elettivo del nuovo Superiore.

    Dom Aristide, in pochi mesi fino alla partenza per gli Stati Uniti il giugno 1965 ( [17] ) per una visita di due settimane e poi per il viaggio in Guinea Bissau e Brasile di tre mesi e mezzo (21 dicembre 1965, inizio aprile 1966), deve affrontare e decidere su una quantità tale di problemi, che il solo elenco quasi spaventa: destinazione dei nuovi membri dell’Istituto alle missioni, ammissione dei candidati al sacerdozio, diaconato, suddiaconato e giuramento perpetuo, nomina di superiori delle varie regioni dell’Istituto e delle missioni, unificazione dei due seminari teologici del Pime in Italia, terreno per la nuova casa generalizia dell’Istituto (data l’assoluta insufficienza della precedente), accettazione o rifiuto delle proposte di nuove missioni, povertà della direzione generale a cui porre rimedio, casi personali riguardanti i singoli padri o fratelli, costruzione dei nuovi seminari di Firenze e Treviso e di altri negli Stati Uniti e in Brasile….

    Il primo problema a cui Pirovano dà una soluzione è l’unione dei due seminari teologici del Pime a Milano. Si trattava del seminario teologico accanto alla casa madre di Milano (dal 1929) e dell’altro che la Regione meridionale aveva a Gaeta (allora con una ventina di studenti teologi) dal  tempo della sua costituzione nell’agosto 1943, quando l’Italia era divisa in due dalla guerra. Pirovano, con decreto del 23 luglio 1965 ( [18] ), unisce i due seminari teologici a Milano e manda l’anno di formazione a Gaeta. In settembre comunica ai membri dell’Istituto che la Direzione della Regione meridionale italiana del Pime, in accordo col Superiore generale, ha presentato a Propaganda Fide un esposto in cui si chiede “in base a documenti preesistenti, una certa autonomia per la Regione stessa, vista la sua origine storica e le finalità particolari previste e sognate al tempo della sua fondazione”.

    La Regione meridionale, in accordo col Superiore generale, aveva fatto ricorso a Propaganda Fide, ma aveva poi accettato il suo responso favorevole alla decisione del Superiore. Nella sua lettera, Pirovano scrive:

    Siamo grati al rev. Padre Salvatore Martino (il superiore del Sud, n.d.r.) per l’esempio che dà a tutti noi di come devono essere accolte le risoluzioni della Sacra Congregazione. La Direzione generale farà tutto il possibile per lo sviluppo dell’Istituto e di ogni Regione del Pime, così come sollecita cordialmente e si attende da tutti i membri  dell’Istituto e da ogni Regione ogni possibile collaborazione, sia individuale che comunitaria. Si parla tanto oggi di unità e di azione comunitaria, di superamento di tutto ciò che può dividere e di ricerca di tutto ciò che può unire. Noi missionari dobbiamo essere i portatori “specializzati” nel mondo di questa unità e unione fra tutti i fratelli.

     Ma soprattutto, la sua sofferenza maggiore erano i casi di singoli membri dell’Istituto che andavano fuori strada o non obbedivano in qualcosa di importante (per esempio, anche tornare in Italia per un servizio all’Istituto o cambiare posto in missione). Spesso avvisa i suoi consiglieri di stare attenti ai singoli alunni che si ammettono al giuramento perpetuo o in teologia o al sacerdozio. In una lettera del 1966 dal Brasile scrive ( [19] ):

    Vi raccomando le visite canoniche e specialmente considero di grande importanza che tutti voi conosciate personalmente i formandi e gli ordinandi dei vari gradi. E’ troppa la responsabilità di mandare avanti questi giovanotti ed è di somma importanza che si sia in parecchi a conoscerli per cercare di fare meno sbagli possibili in futuro. Mia mamma mi ha insegnato che quattro occhi vedono meglio di due e otto meglio ancora. Quindi si faccia sapere chiaramente ai rettori e direttori che io desidero e voglio che i miei consiglieri siano a conoscenza di ogni cosa, ma specialmente della condotta e dei caratteri dei formandi e ordinandi. Chiaro?

    “Restare affezionati al Papa e alla Chiesa”

    Le numerose lettere ai suoi consiglieri, durante le visite alle missioni, sono dedicate in buona parte ai casi di singoli confratelli, per i quali chiede preghiera e consiglio per una soluzione. Il superiore era molto preoccupato per le "vocazioni missionarie ad gentes": da un lato le "emorragie" di membri del Pime che lasciavano il sacerdozio o la consacrazione di "fratelli missionari"; dall'altro il diminuire di giovani desiderosi di consacrare tutta la loro vita alle missioni, entrando a far parte del Pime. In una Lettera del 1970 ( [20] ), Dom Aristide lamenta che

    dal 1965 ad oggi 15 dei nostri hanno chiesto la riduzione allo stato laicale. Non giudichiamo le persone. Ci siamo sentiti in dovere di usare verso questi confratelli, nel tempo in cui stavano maturando la loro decisione e dopo, tutta la comprensione. In parecchi di questi casi però, quando noi veniamo a conoscenza della crisi, non è subito chiaro se il nostro dovere è quello di indurre il soggetto a rimandare la decisione per meglio ponderarla, oppure di aiutarlo a condurla ad effetto. Così possiamo aver dato a qualcuno l'impressione di ostacolarlo solo per partito preso. Dio vede il nostro animo. Più volte abbiamo anche dato aiuti finanziari a confratelli, che stavano cercandosi una sistemazione come laici. Ma credo non sarebbe cristiano né onesto dissimulare il profondo dispiacere che a noi rimane perchè queste cose sono successe.

   Voglio inoltre far sapere a tutti voi, nella mia qualità di Superiore generale: non sono d'accordo con coloro i quali vorrebbero attribuire alle insufficienze delle strutture e delle leggi ecclesiastiche, agli atteggiamenti della Gerarchia, alla impostazione tradizionale della vita sacerdotale o ad altre situazioni oggettive, la responsabilità principale dell'esodo che la Chiesa oggi lamenta. Due moniti leggo in questi avvenimenti. Il primo riguarda ciascuno di noi. Osserviamo bene dove conduce la via per la quale stiamo camminando. C’è una segnaletica che ogni buon cristiano sa leggere: il progressivo abbandono della preghiera, nel suo duplice aspetto di esercizio di pietà e di vita di unione con Dio; il culto sbagliato della propria personalità e libertà; la contestazione per la contestazione; l'insofferenza per la pietà e per l'obbedienza; la sfiducia verso i superiori, verso la Gerarchia e verso il Papa; la noncuranza per le regole di prudenza e di riservatezza... Queste cose possiamo prevedere dove rischiano di condurci.

    Poi Pirovano esorta tutti a creare nel Pime delle comunità “che ci aiutino davvero a vivere insieme, di fede, di amore e di timore di Dio… a restare affezionati al Papa e alla Chiesa, quella di oggi, non quella che esiste solo nella fantasia di alcuni”. Per suscitare vocazioni missionarie, diceva spesso mons. Pirovano ( [21] ), persino ai missionari che lavorano sul campo,

    ciascuno di noi deve sentirsi responsabile 'in solido' del loro aumento. Ogni missionario che si rispetti deve essere una 'fiaccola' che accende altre fiaccole; un pescatore di anime disposte a seguire il Signore; un seminatore che si preoccupa, sopra ogni cosa, di avviare operai nella vigna del Signore; un padre che vuol lasciare dietro di sè figli spirituali che prendano il suo posto... Nessuno è dispensato dall'interessarsi a trovare e suscitare vocazioni missionarie.

     Il Superiore Pirovano scende poi al pratico e striglia i missionari che lavorano in Italia:

    Ho potuto constatare che nelle nostre case ci sono padri, il cui apostolato è quasi esclusivamente ridotto a curare qualche piccola comunità di suore o di ragazze, e tutto finisce lì; insomma, ci sono padri che hanno fatto il... loro nido, si sono formati una loro chiesuola e non sono disponibili a nulla, all'infuori di quel lavoruccio. Non pretendo in questo momento di ergermi a giudice del lavoro e degli impegni delle nostre case. Però mi permetto di richiamare l'attenzione dei rettori delle singole comunità, perchè abbiano a vagliare le situazioni locali, le possibilità e la salute dei membri e abbiano ad assegnare a ciascuno un lavoro che sia il più possibile nella linea sopra indicata, cioè quella delle vocazioni. Aggiungo che, come principio generale, tutti i membri di una casa devono essere come dei 'coadiutori' del reclutatore di vocazioni, pronti ad affiancarsi a lui, a supplirlo dove fosse necessario, ad assumersi quegli impegni di ministero che i parroci mettono come condizione per permettere al reclutatore di parlare nelle loro sedi parrocchiali.

     Per quanto riguarda la stampa missionaria, posso testimoniare che molte volte Dom Aristide ricordava a noi delle riviste il dovere primario di orientare tutto il nostro lavoro allo scopo di suscitare vocazioni. Aveva l'impressione che la stampa missionaria fosse diventata troppo prudente nel proporre ai giovani, alle ragazze e alle famiglie, il "progetto di vita" della consacrazione totale a Dio e alla missione. Si parlava di tanti “problemi” delle missioni e dei “paesi di missione”, dimenticando che “la missione si fa con i missionari e le missionarie” e quindi occorre spesso lanciare appelli  e proposte per le vocazioni, presentando i testimoni della missione, più che i problemi. Il che, purtroppo, è più vero oggi di quarant’anni fa.

     Lo sviluppo delle missioni del Pime

     Quando mons. Pirovano diventa Superiore generale si sta affermando una nuova concezione dell'impegno missionario da parte di Istituti come il Pime: non più concentrazione di molti missionari in alcune missioni affidate all'Istituto, ma piccoli gruppi a servizio di varie Chiese locali, già costituite con proprio vescovo.  

     Lo schema del passato era quello della "commissione": la Santa Sede affidava ad un ordine religioso o ad un Istituto missionario un determinato territorio fra i non cristiani, per annunziarvi Cristo e fondarvi la Chiesa locale, con proprie comunità cristiane, proprio vescovo, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e strutture portanti (seminario, chiese, cappelle, scuole, opere di carità, ecc.). Dal 1850, il Pime aveva sempre operato secondo questo schema, fondando, fino ai tempi di mons. Pirovano, poco meno di trenta diocesi in India, Bengala, Cina, Birmania e Hong Kong. Nel 1965 l 'Istituto era impegnato in tre diocesi con vescovo italiano in India (Jalpaigury, Vijayawada e Warangal), una in Bangladesh (Dinajpur), due in Birmania (Taunggyi e Kengtung) e una ad Hong Kong; inoltre aveva fondato due Prelazie in Amazzonia (Macapá e Parintins) e lavorava in varie parti del Brasile, in Guinea-Bissau e in Giappone sotto vescovi locali. Una decina di anni prima, circa 160 missionari del Pime erano stati espulsi da quattro diocesi nell'interno della Cina e dai territori della diocesi di Hong Kong sottomessi al governo di Pechino.

     Dopo il Concilio Vaticano II (cioè dopo il 1965), agli Istituti missionari non viene più affidato un territorio determinato per fondarvi la Chiesa , ma i missionari si mettono a servizio delle Chiese locali già fondate. Mons. Pirovano manda i missionari del Pime a lavorare in paesi nuovi dell'Africa: in tre diocesi del Camerun (1968) e una della Costa d'Avorio (1972); in Asia: in due diocesi della Thailandia (1972) e tre delle Filippine (1967); nello stato di Santa Catarina (1965) e in Mato Grosso (1976) in Brasile.

    Inoltre, le richieste di vescovi, di nunzi, dello stesso Papa per avere missionari in nuovi territori, sono sempre più pressanti. In una lettera ai missionari del Pime ( [22] ), mons. Pirovano racconta che negli ultimi tempi gli hanno scritto per avere missionari del Pime i vescovi di Ouagadougou e di Kaya (Alto Volta, oggi Burkina Faso), Fort-Rousset (Congo Brazzaville), Dumaguete (Filippine), Kaoshiung (Taiwan), dal Madagascar, dal Kenya, oltre che da vari paesi dell'America Latina.

   Una volta il Santo Padre - scrive ancora il Superiore generale ( [23] ) - personalmente mi chiese sacerdoti per la Corea , dove sembra che lo Spirito Santo stia operando meraviglie. Aggiungerò che non mi faccio più vedere dal Papa per non essere 'incastrato' con richieste e suppliche alle quali non posso rispondere.

    Nel tempo di mons. Pirovano si precisa e si codifica la "scelta asiatica" del Pime, frutto della nostra tradizione, sanzionata dal Capitolo d'aggiornamento post-conciliare (1971-1972) e confermata nei Capitoli (o Assemblee generali) seguenti: scelta non esclusiva ma preferenziale, dato che in Asia la presenza cristiana è spesso irrilevante (l'85% di tutti i non cristiani del mondo sono asiatici!). Se la "missione ad gentes" in senso stretto ha un futuro, questo è certamente in Asia dove le giovani Chiese sono sì formalmente fondate, ma non in tutti i paesi e nemmeno in tutte le aree linguistiche e culturali. I primi due viaggi di Pirovano sono negli Stati Uniti (15 giorni nel giugno 1965) e nell’immenso Brasile (gennaio-aprile 1966), ma dal 1967 è in Asia.

    Nella visita di tre mesi in Brasile prende contatto con la vita e le situazioni in cui vivono i missionari. In precedenza conosceva quasi solo i suoi 25 confratelli di Macapà, una missione molto unita anche per le tremende difficolta della sopravvivenza ( [24] ); ma quando visita il Sud Brasile, con 70-75 missionari sparsi in tre stati e in una ventina di parrocchie e missioni distanti l’una dall’altra, si rende conto di come molti pionieri, fondatori di parrocchie in Paranà e nell’interno dello stato di San Paolo, erano praticamente irremovibili, quasi isolati dal resto dell’Istituto. Scrive parecchie lettere enumerando i problemi affrontati e le decisioni che lui avrebbe preso, ma non ancora comunicate agli interessati. Chiede il parere dei consiglieri ma a volte decide: in una lettera da Assis del 15 gennaio 1966 ai suoi assistenti a Roma, per un caso urgente decide subito e scrive:

     Se non siete d’accordo mandate un telegramma urgente al Pime a San Paolo così concepito. ‘Non concordiamo’. La posta va troppo lenta e bisogna decidere” ( [25] ).

     Il viaggio in Brasile è stato per Pirovano la prova del fuoco come superiore generale e gli ha dimostrato ancora una volta (ma non ne aveva bisogno) l’importanza dell’Istituto nella vita dei missionari. Il 19 gennaio 1966 scrive:

      La visita minaccia di diventare più lunga di quanto avessi pensato. Ma che fare? Gruppi, individualismo, iniziative contrastanti, dispersione di membri e di campi di lavoro troppo vasti, roccheforti strenuamente difese, ecc. mi obbligano a un lavoro lento, minuzioso, pedante e pesante: sono occupato giorno e notte, a volte … senza concludere nulla! Meno male che fischio più di prima! ( [26] ).

    Mons. Pirovano compie numerosi viaggi in Asia, manda il Pime nelle Filippine (1967) e in Thailandia (1972). In Asia passa cinque diocesi fondate e affidate al Pime (a vescovi italiani dell’Istituto) a vescovi locali: Jalpailgury (India, 1967), Dinajpur (Bangladesh, 1968), Hong Kong (1969), Kengtung (Birmania, 1972) e Vijayawada (India, 1972). Quando il Pime passa la diocesi ad un vescovo locale, dice in una conferenza ( [27] ),

    anche se tutto era stato edificato dal Pime e dai suoi missionari, tutto diventa proprietà della diocesi e del vescovo locale, indiano, birmano o cinese, che prende il nostro posto. I nostri padri rimangono per aiutare a far crescere la diocesi. Meraviglioso! Io vedevo, girando il mondo, che questo non succedeva quando la missione era fondata o affidata ad un vescovo religioso: in generale passavano la diocesi ad un religioso del loro ordine e tutto rimaneva nelle loro mani. Il Pime invece si mette a disposizione e cede tutto quello che ha costruito: scuole, ospedali, laboratori, chiese, ecc.

    Come cambia la presenza del Pime nelle missioni

     Consegnando diverse diocesi ai vescovi locali (vedi sopra) e con la prospettiva che sempre più in futuro il Pime si sarebbe messo al servizio di diocesi locali già costituite (per specifici compiti missionari richiesti o concordati col vescovo), i missionari sul campo avvertono l’esigenza di una “casa regionale” propria dove potersi incontrare e recarsi per riposo, studi, cure o altro. In passato, con un vescovo del Pime, la casa episcopale era casa loro come lo era per il clero locale; in futuro sarà difficile o non più possibile. Anche questo è un cambiamento importante nella tradizione dell’Istituto.

     Già qualcosa si era mosso con padre Augusto Lombardi, ma Pirovano deve affrontare di petto il problema perché i tempi sono stretti. Nelle sue visite alle missioni insiste per costruire una “casa regionale”, scontrandosi a volte con i missionari dell’Istituto che non ne capivano la necessità (ad Hong Kong ad esempio, che aveva ancora il vescovo italiano mons. Lorenzo Bianchi). Nei suoi 12 anni di superiorato costruisce le case regionali di Hong Kong, Bombay ed Eluru (India), Manila (Filippine), Dinajpur (Bangladesh), San Paolo del Brasile, Belem, Macapá e Parintins (in Amazzonia), Bissau (Guinea-Bissau), Yaoundé (Camerun) e Bouaké (Costa d'Avorio); e di Tokyo, anche se la residenza con chiesa pubblica sarà inaugurata dal suo successore padre Fedele Giannini, che veniva proprio dal Giappone.

     Questo è un forte segno di come cambia la presenza del Pime nelle missioni: prima nulla era del Pime e il Pime era totalmente a servizio della diocesi, i suoi preti erano e si sentivano preti diocesani. Dopo il Concilio Vaticano II, la presenza di un Istituto missionario di clero secolare come il Pime cambia forma: tende a radicarsi nelle diocesi fondate con proprie strutture, per poter continuare il lavoro iniziato. A Dinajpur, in Bangladesh (allora Pakistan orientale) forse c’è il primo (o uno dei primi) “contratti privati” fra il Pime e il vescovo. Passando la diocesi ad un vescovo locale (mons. Giuseppe Obert del Pime aveva già dato le dimissioni da vescovo di Dinajpur) e, avendo Pirovano l‘idea che l’Istituto sarebbe diventato presto internazionale, pensava a sue presenze stabili per dare continuità al nostro lavoro in diversi paesi. Si può anche notare che il Pime ha dato alla diocesi di Dinajpur, senza esigere nessun compenso, il grande e centrale terreno del centro diocesano, con residenza episcopale  curia, chiesa cattedrale, seminario, ospedale cattolico, Caritas, sedi e noviziati di ordini femminili, le molte parrocchie e altre opere costruite in diocesi.

    L’“accordo privato” ( [28] ) è firmato il 19 marzo 1967 a Dinajpur fra Pirovano e Obert. La diocesi passa al Pime la proprietà del terreno di Suihari e delle costruzioni già fatte dal Pime per la diocesi; il quale si impegna a potenziare la “Novara Technical School” ( [29] ) e la parrocchia situata in quel terreno. Nel caso in cui l’Istituto abbandoni il Bangladesh., tra vescovo e Pime si metteranno d’accordo per “una conveniente ricompensa per il lavoro realizzato dall’Istituto al Novara Centre e alla parrocchia”; nel caso di controversie, unico tribunale competente sarà la Sacra Congregazione di Propaganda Fide.

    Nel suo viaggio in India (marzo - aprile 1967) Pirovano lavora per presenze stabili del  Pime a Bombay e nel sud India ( [30] ) e il 26 aprile 1967 firma un contratto privato fra Pime e diocesi di Warangal (stato indiano di Andhra Pradesh), dove si legge ( [31] ):

    - Considerando che il PIME di Milano lavora da oltre cent’anni  con i suoi missionari nell’antico Stato del Nizam (oggi Andhra Pradesh);

    - considerando che il PIME, attraverso i sacrifici ed il lavoro dei suoi bravi missionari, le loro rinunzie e le loro capacità personali, ha saputo creare una Archidiocesi e due Diocesi con chiese, cappelle, residenze, scuole, collegi, ospedali e dispensari;

    - considerando che il PIME, spinto dal suo zelo apostolico, non si è mai riservata nessuna proprietà nelle missioni e, per il maggior sviluppo delle stesse, ha lasciato libero ai missionari gli stipendi delle SS. Messe ed i frutti della loro industria privata, in contrasto persino con l’Art. 299, c.3 e c. 4 delle sue Costituzioni;

    - considerando le economie che Padri e Fratelli del PIME hanno recato alla Missione con la loro perizia e capacità tecnico-amministrative e la giustezza della richiesta che per i detti Padri e Fratelli si costituisca un Fondo sociale per invalidità, vecchiaia e assistenza, di modo che, quando disabili, non pesino sulle magre risorse dell’Istituto;

     La Diocesi di Warangal ed il Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano concordano quanto segue:

     Segue l’elenco delle concessioni che la diocesi di Warangal fa al Pime: un terreno di due acri (poco più di un ettaro) nella città di Khammameth perché l’Istituto costruisca una sua casa privata in vista del passaggio della diocesi ad un vescovo locale; la diocesi concorda che “il PIME trattenga il 10% delle offerte che vengono alla missione frutto della speciale propaganda che lo stesso Pime svolge in Italia e negli Stati Uniti d’America”; la diocesi si impegna a sostenere le spese dei viaggi di andata e ritorno di Padri e Fratelli destinati alla missione o che hanno maturato il loro tempo di vacanza; a sostenere le spese per malattie e medicine durante la permanenza degli stessi in missione; le spese per le vacanze annuali a chi ne avesse bisogno; il Pime si impegna, qualora dovesse chiudere definitivamente la sua attività apostolica e ritirarsi dalla diocesi di Warangal, a cedere la proprietà sul terreno di Khammameth alla diocesi, che rifonderà all’Istituto il valore dell’immobile; l’Istituto cede all’Ordinario della Diocesi le intenzioni di SS. Messe fino a che venga stipulata una nuova Convenzione.

    Nel Bengala indiano (a nord del Bangladesh) dove il Pime aveva fondato la diocesi di Jalpaigury, mons. Pirovano insiste con il vescovo mons. Ambrogio Galbiati perché lasci al Pime la scuola costruita e gestita dai padri Edoardo Tagliabue e Luigi Acerbi ad Alipur Duar Junction, ma mons. Galbiati aveva già dato le dimissioni da vescovo e non voleva avere altri problemi ( [32] ).

    In un’altra diocesi fondata dal Pime nello stato indiano di Andhra Pradesh, Vijayawada (anch’essa fondata dall’Istituto), Pirovano voleva costruire una residenza del Pime a Gunadala, presso il centro diocesano di Vijayawada e aveva firmato un accordo con il vescovo mons. Ambrogio De Battista nel dicembre 1965 (incontra il vescovo a Roma per il Concilio), nel quale la diocesi dona al Pime le due scuole industriali di Gunadala e di Eluru, create e gestite dai fratelli dell’Istituto, che si impegna a portare avanti e potenziare le due opere. Anche i missionari di Vijayawada ed Eluru sono d’accordo perché capiscono che, passando la diocesi a un vescovo locale (Eluru diocesi dal 1976), il Pime non avrebbe più avuto una casa propria in cui trovarsi.

    Il 3 maggio 1967, mons Pirovano scrive al vescovo De Battista comunicandogli che Propaganda Fide ha ricevuto lettere di preti diocesani che si lamentano del “contratto fra Diocesi e Pime, perchè danneggia la diocesi”. Pirovano, “profondamente amareggiato”, comunica al vescovo che “il Pime ritiene nulla la convenzione firmata e si ritiene sciolto e libero dagli impegni assunti” ( [33] ), ma chiede al vescovo di proporre un altro contratto con il Pime; e ricorda che, superato il sistema della “commissione” quando una missione o diocesi era interamente affidata ad un istituto,

     tali convenzioni sono previste e volute dal Concilio Vaticano II (Ad Gentes, 27, 32, 33); da Sua Santità (“Ecclesiae Sanctae”, cap. III, 17); dalle direttive orali e scritte di Propaganda Fide e dalle nostre stesse Costituzioni approvate dalla Santa Sede (art. 273, 274, 300, ecc.). Nonostante quanto accaduto di poco consolante in questi ultimi tempi, è con sincerità che ripeto a Vostra Eccellenza che l’Istituto, pur nel rispetto dei suoi diritti, non si scorderà della generosità con cui ha sempre lavorato per il bene della diocesi e terrà presenti questi sentimenti nella compilazione della Convezione, che spero sarà firmata nel più breve tempo possibile.

      Come riportare il Pime alle radici del 1850?

    Durante la Direzione di mons. Pirovano, gli impegni dell'Istituto si dilatano geograficamente, con piccole comunità di missionari richieste da vescovi non più del Pime come in passato. L'importanza dell'Istituto diventa evidente nella vita dei missionari e delle missioni. Fin dalla prima Lettera ai confratelli dopo essere stato eletto Superiore ( [34] ), Dom Aristide afferma con chiarezza che "responsabile dell'opera missionaria ad esso affidata dalla Chiesa è l'Istituto, non i singoli membri" (affermazione importante nel Pime); ed aggiunge: "il Capitolo riconosce che è lavoro di non minore sacrificio nè meno proficuo alla causa missionaria di quello svolto sul campo, anche quello imposto dall'obbedienza nelle Provincie dell'istituto; ed auspica che dalla mente di ognuno scompaia l'ingiusta distinzione tra membri che sono stati o non sono stati sul campo delle missioni".

      Era un principio già affermato in precedenza da altri Superiori, ma Pirovano lo riafferma e lo applica con convinzione. Avverte subito che, mentre in passato l'Istituto aveva avuto poca importanza nel lavoro missionario sul campo, sempre più in futuro il suo ruolo sarà determinante, per tanti motivi che è facile intuire: missionari dispersi in vari paesi e diocesi e non più uniti in poche missioni affidate all’Istituto; le Chiese locali richiedono collaborazione specialmente per compiti specializzati; la "formazione permanente" dei missionari (corsi di aggiornamento) diventa indispensabile; gli anziani e i disabili di ogni missione ritornano in patria, ecc. Va aggiunto che, mentre in passato si partiva per le missioni per non tornare più, nel dopoguerra si è permesso il ritorno ogni dieci anni, poi ridotti a sei, poi a quattro: attualmente i missionari hanno diritto ad una vacanza in patria dopo tre anni di lavoro in missione. Non tutti ne approfittano, ma l'andirivieni dei missionari in Italia è continuo e questo richiede strutture di accoglienza, di assistenza sanitaria e culturale e di “procura delle missioni” e di spedizione alle missioni del materiale raccolto o acquistato dai singoli missionari.

     Programmando il lavoro missionario, Dom Aristide si propone, secondo le indicazioni dei due Capitoli in cui è eletto e rieletto Superiore generale (1965 e 1971), di rinverdire il carisma iniziale del Pime, nato nel 1850 come "Istituto missionario di clero secolare" (senza i voti religiosi), con i missionari incardinati nelle rispettive diocesi d'origine ed a totale servizio delle giovani Chiese di missione. Nel post-Concilio le diocesi italiane stanno cercando di realizzare la loro missionarietà attraverso "gemellaggi" e invio di sacerdoti e altro personale alle Chiese di missione. Mons. Pirovano propone ai vescovi italiani, attraverso lettere e contatti personali, il servizio e l'aiuto del Pime per realizzare questa esperienza missionaria diocesana (vedi più sotto).

    La stessa linea di stretta collaborazione con la Chiesa locale la realizza anche nelle missioni. Poco dopo essere stato eletto Superiore generale, compie una visita in Brasile e annunzia all'Istituto di aver preso "una iniziativa molto importante di collaborazione con la Gerarchia locale. In seguito ad una Convenzione col Vescovo di Tubarào (Stato di Santa Catarina), siamo entrati con alcuni nostri padri a dirigere un seminario minore ed a collaborare con la direzione spirituale del seminario ginnasiale e liceale" ( [35] ). Anche in altre missioni (ad esempio in Guinea-Bissau) il Pime accetta con mons. Pirovano la direzione del seminario diocesano.

       In Italia, dopo la “Fidei Donum” e il Concilio Vaticano II, nasce il movimento dei preti diocesani che vanno in missione mandati dalle proprie diocesi a servizio di una Chiesa locale, nascono “gemellaggi” con diocesi e parrocchie dei paesi di missione. Nel Pime si sviluppa il dibattito su come possa l’Istituto ritornare alle diocesi, cioè rendersi strumento delle diocesi, o almeno di alcune di esse, per realizzare la loro missionarietà. Nel Capitolo del 1965 vi sono interventi su questo tema e due lunghi “voti” finali che avanzano ipotesi e proposte ( [36] ). Mons. Pirovano fin dall’inizio si impegna in questa linea, visitando vescovi e proponendo la nostra collaborazione sia nell’attività missionaria in missione, che nell’animazione missionaria in patria. Incontra il card. Urbani, presidente della Conferenza episcopale italiana, e il segretario mons. Bartoletti; ha anche alcuni incontri con l’arcivescovo di Milano, card. Giovanni Colombo, col quale pensava fosse più facile l’intesa, essendo il Pime nato come istituto “ambrosiano” e “lombardo”. Ma qualche volta si illudeva anche lui.

    Pirovano ci credeva veramente e a molti del Pime questo “ritorno alle origini” pareva una ipotesi abbastanza facile da realizzare. Anche Treviso era una diocesi in cui il Pime era presente, con un seminario aperto nell’ottobre 1922 per espresso invito del beato vescovo mons. Andrea Giacinto Longhin, che offrì la bella chiesa di San Martino in centro città, affinchè la canonica servisse come inizio di seminario minore. Il 7 giugno 1965, tre mesi dopo la fine del Capitolo del Pime, c’è stata la posa della prima pietra del nuovo seminario dell’Istituto a Preganziol, alla periferia di Treviso. Alla presenza del vescovo, mons. Pirovano dice:

    Questo seminario non è nostro del Pime, è vostro, della diocesi di Treviso, poiché i missionari non sono un qualcosa di staccato dal clero diocesano, sono la loro espansione naturale, i fratelli, i figli che vanno in altre regioni ma che appartengono ancora in un certo senso alla famiglia che li ha mandati. Io in questo momento mi sento felice di ripetere, non solo come vescovo ma come superiore, che il Pime vuol essere l’espressione missionaria di tutti i vescovi italiani. E’ nostro desiderio che la direzione dell’Istituto sia esercitata dai vescovi e noi missionari essere il vostro clero.       

     Due anni dopo, ancora a Treviso, nel discorso per l’inaugurazione del seminario di Preganziol (7 giugno 1967), Pirovano approfondisce il tema e dice che

     Questo seminario non è un corpo estraneo nel tessuto connettivo della diocesi, ma una cellula viva, missionaria della diocesi. Il Signore ci aiuti a raggiungere questo traguardo. Il Pime sarà allora ricongiunto alla sua vera ed unica ragion d’essere espressa in termini moderni e le diocesi avranno ritrovato un organismo di espressione missionaria che può mettere a loro servizio una esperienza, una tradizione, delle strutture più che secolari. Da quanto ho detto appare che la disponibilità missionaria del nostro Istituto nei riguardi delle diocesi non è uno slogan. E’ la maturazione dell’idea originaria, dei germi posti dallo Spirito Santo alla sua fondazione, che ora sbocciano nel nuovo clima del Concilio Vaticano II.

    Questi concetti  mons. Pirovano li esprime più volte ai vescovi italiani, a voce e per iscritto. Ma il 24 maggio 1970, rispondendo ad una sollecitazione inviata dai chierici del Pime (in preparazione al Capitolo del 1971) sulla necessità del dialogo con la gerarchia episcopale italiana, scrive che ha

    tentato di avvicinare i vescovi italiani, proponendo che l’Istituto sia considerato – come era alle sue origini -  espressione della missionarietà delle diocesi. Purtroppo il risultato dei nostri sforzi è stato finora nullo ed è bene che questo sia confessato. Ma ciò non toglie che resti il dovere di provare altre vie.

   Alcuni vescovi rispondono positivamente: nelle nuove missioni che Pirovano inizia in Africa, vengono coinvolte alcune diocesi italiane: Treviso e Como in Camerun; Gorizia e Belluno in Costa d'Avorio. Anche portando il Pime nelle Filippine nel 1968, Pirovano aveva tentato inutilmente di coinvolgere alcune diocesi italiane, ma a quel tempo la Chiesa italiana (e anche le altre dell’Occidente) era attirata dall’America latina e dall’Africa, l’Asia era troppo lontana e misteriosa.

     Prima del Capitolo di aggiornamento post-conciliare del 1971-1972, il 3 aprile 1971 mons. Pirovano scrive ancora ad alcuni vescovi italiani una lettera lungamente meditata e discussa in cui si legge ( [37] ):

    In questo processo di ritorno alle origini proprio dello sforzo di aggiornamento, molti auspicano che possa essere ripristinata anche la prassi, in vigore fino alla emanazione del Codice di Diritto Canonico, secondo cui i sacerdoti membri del PIME potevano restare incardinati nelle rispettive Diocesi. La stessa Sacra Congregazione di Propaganda Fide, anche se non in modo ufficiale, ci ha incoraggiato a fare dei passi presso la Conferenza Episcopale italiana in vista di un ripristino dello spirito e della realtà dei primitivi rapporti. Da parte mia penso che, se qualcosa si volesse tentare in questa linea, non potrebbe limitarsi ad una semplice dichiarazione o ad un provvedimento giuridico che riconosca magari l'incardinazione in Diocesi. Dovrebbe essere un innesto di carattere vitale, di cui uno studio approfondito, portato avanti in modo paritetico, potrà individuare le linee.

     Per questo, prima di proporre al Capitolo qualche iniziativa in questo senso, ho pensato di chiedere, in forma privata, il pensiero di alcuni amici e confratelli nell'Episcopato che, meglio conoscendo sia la realtà della Chiesa italiana sia il PIME, mi possono consigliare in questa delicata questione. Le sarei grato, Eccellenza, se alle domande che mi permetto di rivolgerLe vorrà rispondermi con tutta franchezza.

     Pirovano aveva posto tre domande: “Cosa ne pensa di questa ipotesi di ritorno alle origini del Pime? In che forma Lei vedrebbe auspicabile un collegamento più organico con le Diocesi Italiane o con la CEI come tale? Quali mutamenti pensa che dovrebbe attuare il PIME per meglio   rispondere alle aspettative della Chiesa italiana?”. Dopo il Capitolo, nel dicembre 1973 scrive ancora ai confratelli del Pime ( [38] ):

     Credo di non svelare nessun segreto se vi faccio sapere, cari confratelli, che a tutt'ora la Direzione Generale è riuscita a far ben poco e ad ottenere un bel... niente. E' triste e doloroso, ma è così. 

     Però poi insiste sul dovere che tutti nell’Istituto abbiamo di coltivare i rapporti con la propria diocesi d’origine e mantenere lo “spirito diocesano” che è caratteristico della nostra storia.

     A me sembra che se vogliamo davvero riportare il nostro caro Istituto ad essere strumento della missionarietà dei Vescovi e delle diocesi di origine dobbiamo sforzarci di ricercare quel clima di confidenza, stima e fiducia che esisteva all'inizio e senza del quale è assolutamente illusorio "Dare mandato alla Direzione Generale di promuovere l'intensificazione dei rapporti con le diocesi di origine, possibilmente anche con vincoli di carattere giuridico" (Documenti Capitolari, n. 112). Chiaramente si tratta di un lavoro e di un impegno in cui la Direzione Generale potrà fare ben poco, o addirittura niente, se non sarà sostenuta dallo sforzo e dalla buona volontà di tutti e di ciascuno in particolare. Anche il Capitolo di Aggiornamento dice pressapoco le stesse  cose che vi sto scrivendo in questo momento:

     "Ogni membro del PIME... coltiverà legami di concreta comunione col popolo della Chiesa di origine, con il presbiterio e con il Vescovo. Chierici, Fratelli e Padri dell'Istituto si faranno un dovere di conformarsi alle direttive del Vescovo nella attività che svolgono nelle varie diocesi" (Documenti Capitolari, 109).    

     Ciascuno dovrà mantenere legami di vera comunione spirituale con il Vescovo, il presbiterio ed il popolo della Chiesa d'origine, e si preoccuperà di coinvolgerli costantemente nella propria attività missionaria; nei periodi di permanenza in diocesi o nelle attività che si svolgono, chierici, fratelli e padri si atterranno cordialmente alle direttive dell'Ordinario del luogo" (D.C. 112,1).

       Per essere realista vi dirò, cari confratelli, che le condizioni storiche della fondazione (del Pime) non potranno più rivivere, ma molto potremo fare per l'Istituto e per la sua funzione di strumento della missionarietà dei Vescovi se ciascuno di noi farà la sua parte. A me sembra insomma che, pur nel rispetto dei carismi personali (ma attenti a non prendere lucciole per lanterne), ognuno di noi deve essere come membra di un corpo unico, totalmente impegnato a portare avanti e a far maturare, con la propria partecipazione, il carisma di fondo della Società a cui apparteniamo e alla quale liberamente ci siamo associati.

      Al raggiungimento di questo nostro fine specifico (strumento della missionarietà dei Vescovi di origine) dovrebbe tendere tutto l'Istituto, cioè ogni singolo confratello come ogni comunità di missione, ogni comunità d'Istituto, i suoi Centri di animazione, i suoi seminari e ogni attività organizzata. Come vedete, miei cari, qui c'è un vasto campo di verifica personale e comunitaria, e un vastissimo campo di iniziative da prendere sia a livello individuale che di gruppo.

     Permettetemi però di completare quanto detto fin qui sull'Istituto il quale (come si è visto), è stato suscitato dallo Spirito Santo in seno alla Chiesa (cfr. Ad Gentes, 23) per essere strumento della missionarietà dei Vescovi e delle diocesi di origine. Ma non è tutto! Questo sarebbe il termine "a quo"; la prima parte del nostro carisma comunitario. La seconda parte, il termine "ad quem", che il Capitolo ha solennemente riaffermato: "Fine dell'Istituto è la evangelizzazione dei non cristiani e la plantatio Ecclesiae" (D.C. n. 65). Quindi l'Istituto e i suoi membri debbono avere "come ideale supremo di annunciare il Dio vivente e Colui che Egli ha inviato per la salvezza di tutti, Gesù Cristo" (Ad Gentes 13; D.C. 73). Il Capitolo ha ripetuto che questa è sempre stata e deve rimanere la vera specializzazione dei missionari del PIME , conservando priorità su ogni altra (Cfr. Proposta, pag. 57; D.C. 79).

     Dom Aristide sistema le finanze dell'Istituto

     Alla Commissione Finanziaria del Capitolo. Padre Edoardo Tagliabue riferisce il problema che la precedente direzione ha già esaminato, data la sua urgenza: trovare una nuova sede per la direzione generale , quella antica di via Santa Teresa è del tutto insufficiente.

     La passata direzione generale aveva acquistato un terreno di 12.000 metri quadrati (al quale ora se ne potrebbero aggiungere altri 2.000) sulla via Aurelia Antica, a poca distanza dal Vaticano e dall’Università di Propaganda Fide. Si è discusso e votato se costruire la nuova sede sul terreno di via Aurelia o su quello del terreno di via Santa Teresa, in possesso di una licenza di costruzione. E, nel caso si fosse scelta la prima opzione, cosa fare del terreno di via Santa Teresa, cioè se venderlo o tenerlo, almeno in parte, per un pied-à-terre in centro città.

    Per capire e apprezzare l'opera del Superiore Pirovano in campo economico, bisogna partire dalla penosa situazione che ha trovato: l’Istituto, sebbene nato a Milano e in Lombardia, era sempre vissuto in condizioni di povertà ai limiti della sussistenza. Il Pime è nato nel 1850, fondato da mons. Angelo Ramazzotti vescovo di Pavia e dai vescovi di Lombardia per inviare in missione i loro sacerdoti diocesani (erano i preti “Fidei Donum” di quel tempo), senza che dovessero entrare in un Ordine o Congregazione religiosi. Dipendeva perciò dalla Conferenza episcopale di Lombardia, nelle cui diocesi d'origine - dove rimanevano incardinati - tornavano i missionari reduci dalle missioni. Nel lavoro sul campo delle missioni i missionari erano inviati e dipendevano da Propaganda Fide, per fondarvi la Chiesa locale, non l'Istituto.

    Quindi la Direzione generale dell'Istituto non si preoccupava di avere case, proprietà, capitali, terreni: non c'erano molte necessità perchè i missionari in missione dipendevano dai rispettivi vescovi (che erano del Pime), di cui erano a totale servizio; gli anziani e i reduci ammalati rientravano nelle loro diocesi; all’inizio (e per quasi trent’anni) non c’era seminario perché gli aspiranti entravano già sacerdoti (o laici come “fratelli”) dalle diocesi. Per sessant'anni dopo la fondazione, l'unica sede del Pime in Italia era rimasta quella di Milano: le vocazioni venivano dalle diocesi già sacerdoti o laici che volevano consacrarsi alle missioni come tali, i vescovi lombardi aiutavano; ma dopo i primi vescovi fondatori (che avevano firmato l’atto di fondazione a Milano il 1° dicembre 1850), gli aiuti diminuivano e scomparivano e anche i vescovi opponevano resistenza o proibivano ai loro sacerdoti di entrare nel “Seminario lombardo per le missioni estere”. L’Istituto missionario milanese è rimasto attaccato alle diocesi lombarde, ma sempre più i superiori e i membri comprendevano che quella situazione non poteva durare a lungo; anche perché i missionari che andavano in missione per sempre e si inserivano nelle nascenti diocesi come clero diocesano, alle finanze dell’Istituto non pensavano minimamente.

    La situazione è cambiata dopo il Codice di Diritto Canonico (1917) che non ammetteva i preti diocesani in missione, e per il fatto che i vescovi di Lombardia ormai da anni si disinteressavano dei loro missionari entrati nel Pime, non ne mandavano altri e non accettavano più che i reduci dalle missioni tornassero nella loro diocesi d'origine, alla quale erano rimasti giuridicamente incardinati. Sotto il Superiore generale p. Paolo Manna (1924-1934), l'Istituto ha incominciato a diffondersi in Italia, creando le proprie strutture, ma con molte resistenze da parte dei missionari stessi, che erano legati anche giuridicamente alla diocesi d'origine e si sentivano totalmente a servizio delle giovani Chiese da fondare o appena fondate. L'Istituto che li aveva formati e inviati in missione era certamente amato, ma quasi dimenticato. Lo si apprezzava per i servizi che faceva in patria: procura delle missioni, formazione dei giovani missionari, redazione delle riviste missionarie, raccolta di offerte per le missioni, accoglienza dei reduci ammalati o anziani; ma non si pensava di aiutarlo economicamente. Le offerte che i missinari ricevevano erano per le loro missioni.

    Si spiega così perchè le finanze del Pime non sono mai state prospere: hanno cominciato ad andar meglio per opera di mons. Aristide Pirovano. Un ricordo personale: verso la fine degli anni cinquanta, il Superiore generale p. Augusto Lombardi (1898-1964) una volta si confida (ero studente a Roma) e mi dice: "Vedi, come Superiore generale sono così povero che dovrei andare a trovare i nostri missionari in India, Bengala, Birmania, Hong Kong e Giappone, ma non ho i soldi per l'aereo e andare in nave ci metto mesi. Chiederò un prestito a Propaganda Fide". P. Francesco Frumento (1905-1993), che in quegli anni teneva i rapporti del Pime con la Santa Sede , raccontava che a quel tempo spesso doveva andare a Propaganda Fide o in altri luoghi di Curia per chiedere intenzioni di Sante Messe con cui mantenere la Direzione generale del Pime! Quando nel Capitolo del 1957 si mise la regola che ogni missionario in missione doveva celebrare tre SS. Messe al mese per la Direzione generale dell'Istituto, parecchie missioni si ribellarono. In una delle prime Lettere come Superiore generale ( [39] ), mons. Pirovano si augura che almeno qualche missionario del Pime, "per procurare all'Istituto mezzi di sussistenza, dovrebbe proporsi di usare la stessa industriosità che usa per procurarsi fondi da impiegare in cose di sua personale iniziativa".

    In un'altra delle sue prime Lettere ( [40] ) il Superiore generale scrive che, esaminata la situazione del personale ed economica del Pime,

    mi sento cascare le braccia. Il nostro Istituto, pur ricco di gloria e di meriti (forse più di altri), dato che non ha mai pensato a se stesso ma si è sempre e totalmente identificato con la Chiesa che stava impiantando, oggi si trova con un numero troppo limitato di vocazioni e con zero disponibilità materiali con cui sostenere le opere ed i distretti che i vescovi autoctoni ci invitano ad aprire nei loro territori. Il panorama missionario mondiale è in via di trasformazione. In molte nazioni è ormai installata la Gerarchia locale e fra non molto lo sarà dappertutto. Ma il compito missionario delle Congregazioni e degli Istituti come il nostro non è affatto finito, anzi! Agli Istituti oggi i vescovi richiedono più uomini, più specializzazioni, più mezzi.

    Dom Aristide esemplifica con un elenco di richieste e necessità delle missioni (Giappone, Hong Kong, Filippine, Brasile), a cui dovrebbe provvedere l'Istituto con personale e mezzi propri; inoltre, nella stessa Italia il Pime dovrebbe aprire nuovi seminari, sistemare quelli già aperti, ma la Direzione generale è impotente perchè priva di mezzi e addirittura priva di una sua sede a Roma adeguata per le crescenti necessità.

    Com’è noto, fra le qualità di Pirovano c’era anche quella di saper creare amici e attirare consistenti offerte per le sue opere, come aveva dimostrato fondando la diocesi di Macapà in Amazzonia. Si impegna quindi a fondo per dare una base finanziaria e di sedi proprie al Pime, aiutato soprattutto dal suo consigliere nella Direzione, il p. Edoardo Tagliabue, missionario in India e ingegnere costruttore, più giovane di lui ma altrettanto abile in campo economico-finanziario e nel fare amicizie di persone che potevano aiutare. Tre le linee d'azione:  

    a) Dare una nuova sede alla Direzione generale del Pime a Roma. Dopo molte ricerche e tentativi, nel 1968 le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue canadesi cedono al Pime (ad un prezzo assolutamente di favore) l'attuale sede di via Guerrazzi, circa tre volte più grande di quella in via Santa Teresa, che però è più centrale in Roma; il terreno di quest'ultima, affittato a un'impresa che vi ha costruito un palazzo per uffici, ancor oggi rappresenta la base economica su cui vive la Direzione generale dell'Istituto. Pirovano non ha voluto vendere quel terreno centrale che aveva già una licenza di costruzione, pensando che in futuro avrebbe rappresentato una base per la direzione del Pime. E come al solito, in queste cose, indovinava.

    b) Quando diventa Superiore generale nel 1965, mons. Pirovano è in polemica col Pime: l'Istituto, diceva, ci ha mandati in Amazzonia senza aiuti e senza assistenza ( [41] ). Era la situazione di tutte le missioni: il Pime in Italia, avendo poche sedi, poco personale e pochi mezzi economici, non poteva garantire maggior personale e assistenza ai missionari. Pirovano (ma già prima di lui si erano messi su questa via p. Paolo Manna e p. Augusto Lombardi) dà una diversa impostazione: l'Istituto deve farsi carico anche dei suoi missionari in missione e prendere sul serio gli impegni contratti con le giovani Chiese. Ecco l'esigenza di una presenza più incisiva dell'Istituto in Italia, per reperire vocazioni e mezzi economici: nascono presenze nuove del Pime (il Centro missionario di Napoli, la seconda ala del Centro missionario di Milano, Firenze, Sotto il Monte, Belluno, Chioggia, Catania), si potenziano le sedi già esistenti, l'animazione missionaria e la stampa dell'Istituto ricevono una forte spinta.  

    c) Dotare le missioni affidate all'Istituto di una sede regionale, per ospitare i giovani missionari che studiano la lingua, gli anziani in cura o in riposo, i missionari e gli ospiti di passaggio. In passato non si sentiva la necessità della "casa regionale" del Pime nelle singole missioni, semplicemente perchè le diocesi affidate al Pime avevano un vescovo dell'Istituto e la casa episcopale assicurava tutte le funzioni che in seguito, con vescovi autoctoni, hanno dovuto essere assunte da una sede locale del Pime. Nel tempo di Pirovano, come s’è detto, sono sorte le case regionali di Hong Kong, Bombay ed Eluru (India), Manila, Dinajpur (Bangladesh), San Paolo del Brasile, Belem, Macapá e Parintins (in Amazzonia), Bissau (Guinea-Bissau), Yaoundé (Camerun), Bouaké (Costa d'Avorio) e Tokyo (Giappone).

    Il padre Piero Zambarbieri, che negli anni settanta è stato amministratore della direzione generale con mons. Pirovano (veniva dalla missione di Hong Kong), ha testimoniato ( [42] ):  

    In campo economico-finanziario, mons. Pirovano e padre Edoardo Tagliabue hanno sistemato molte cose e costruito una base economica per la Direzione generale dell’Istituto, che prima viveva in una continua indigenza e precarietà. L’intelligente, grande e fortunata decisione è stata la costruzione del palazzo di via Isonzo (antica Via Santa Teresa), dove prima c’era la sede romana del Pime in centro città e l’acquisto della casa delle suore di clausura canadesi in via Guerrazzi dov’è l’attuale direzione generale. La direzione generale del Pime a Roma allora non aveva i soldi necessari e per pagare le rate dei mutui con le banche per queste due costruzioni si facevano salti mortali e miracoli, si cercavano aiuti. 

    Nel 1977, la Santa Sede ci consigliava e premeva per vendere le due proprietà non utilizzate dall’Istituto che il Pime aveva a Roma: la casa di via Isonzo e la palazzina ereditata dal cardinale Locatelli, sequestrata durante la guerra per servire come ospedale, poi abbattuta e il nuovo edificio prima affittato e poi venduto all’Ambasciata della Svezia presso la Santa Sede. Abbiamo dovuto vendere quest’ultimo edificio, ma Pirovano e Tagliabue hanno resistito a tutte le pressioni anche interne all’Istituto, per vendere via Isonzo. E’ stata la fortuna del Pime, perché oggi l’affitto di quel palazzo è la base per le spese della direzione generale.  

     Chiedo a padre Zambarbieri se ci sono stati aiuti consistenti da parte degli amici che mons. Pirovano si era fatto ad Erba e durante la Resistenza e poi come missionario e vescovo in Amazzonia. Risponde:

     Certamente gli amici di Pirovano di Erba e di Milano hanno dato molto, cifre consistenti. Pirovano aveva una buona rete di amici e anche Tagliabue era un uomo capace di trovare aiuti. Ma poi contava anche il saper controllare bene le spese: si era molto prudenti in tutto e si risparmiava dove si poteva. Quando si pagavano i mutui per la casa di via Isonzo e per quella di via Guerrazzi, io avevo in mano i conti e vedevo che ogni volta era un problema grave dove reperire le somme necessarie: prendevamo un po’ di qui e un po’ di là per non sbilanciare nulla. Ogni sei mesi c’era una rata da pagare e ogni volta erano dolori. Il pagamento del mutuo per via Isonzo è durato circa vent’anni, fin quando io ero a Roma, e quello per via Guerrazzi di più perché le suore canadesi che avevano venduto la casa a basso prezzo, poco più di 600 milioni di lire, ci avevano fatto condizioni molto favorevoli dilazionando il pagamento ( [43] ).

    Gheddo – Gli amici di Pirovano aiutavano davvero in modo consistente?                 

   Zambarbieri – Senza dubbio sì, altrimenti non ce l’avremmo fatta a sostenere quegli impegni. Non so come Pirovano faceva per ottenere quelle somme, scriveva, telefonava, andava fuori per pranzi e cene e cerimonie varie. Tutto questo gli costava molta fatica perché gli impegni di un superiore erano pressanti. A volte diceva: “Vado a cena e ci vado proprio perché è necessario, ma mi costa un grande sacrificio”. Aveva proprio molti amici e sapeva mantenerli. Per me Pirovano e Tagliabue sono stati due uomini provvidenziali per il Pime.

     I tempi tumutuosi e sconvolgenti del “Sessantotto”

    Secondo il parere di molti confratelli, l'opera più grande e provvidenziale realizzata da mons. Pirovano nei suoi 82 anni di vita è stata la guida e il fermo orientamento dato al Pime, in senso missionario, spirituale e di fedeltà alla Chiesa, nei tempi molto difficili del post-Concilio. Se noi del Pime abbiamo in buona parte evitato le sbandate del "Sessantotto", riguardo alla fede e alla Chiesa, lo dobbiamo al dono che Dio ci ha fatto al momento opportuno di mons. Aristide Pirovano, che per due turni di superiorato (1965-1977) ha governato l'Istituto con paternità e spirito di fede: una guida cordiale, umana, attenta alle persone, ma anche sicura, serena, forte, insensibile alle “mode” del tempo. Erano anni di grande confusione, dubbi, incertezze, in cui si privilegiavano le "esperienze" comunque nuove, che a volte portavano fuori strada.

    Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante, inebriante del "Sessantotto" ha avuto una funzione positiva: di sburocratizzare e declericalizzare la Chiesa , dandole una maggior giovinezza, agilità, apertura ai "tempi nuovi". Non tutto è stato negativo nel "Sessantotto": oggi la Chiesa è, in senso positivo, profondamente diversa da quello che era quarant’anni fa, così come la missione è radicalmente cambiata. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio ci volevano (e spesso sono mancati) equilibrio e soprattutto forte radicamento nella Fede e nella Tradizione.

     Per capire il valore della guida di Pirovano che ha mantenuto il Pime sulla “retta via” indicata a quel tempo da Papa Paolo VI (che credo si possa definire “il Papa martire” del secolo XX), occorre dire che il movimento del “Sessantotto”, pur con tutte le migliori intenzioni dei protagonisti, ha prodotto da un lato il trionfo della secolarizzazione e del laicismo anti-ecclesiale, dall’altro della teoria gramsciana che il potere politico si conquista non con la forza delle armi, ma con la cultura, naturalmente marxista o marxisteggiante. In origine era un’ondata di protesta soprattutto dei giovani studenti universitari, in Italia iniziata nell’Università cattolica di Milano. Mons. Pietro Zerbi, già pro-rettore della Cattolica e insegnante di storia medievale per 40 anni nello stesso Ateneo, ha testimoniato:

    Molti fra i primi militanti della contestazione provenivano dalla Gioventù di Azione cattolica e dalla Fuci, dove alcuni avevano ricoperto o ricoprivano cariche di rilievo. Ai suoi inizi il Movimento Studentesco fu indubbiamente caratterizzato da una forte tensione spirituale, anche se questa venne poi scemando….(Essi) ritenevano ormai accettabile, nell’ambito della loro fede, lo schema marxista della lotta di classe, magari con integrazioni marcusiane, come criterio fondamentale per interpretare la storia e la vita politico-sociale ( [44] ).

    Insomma, in troppi gruppi “cattolici” si leggeva la Parola di Dio interpretandola con categorie marxiste. La protesta all’inizio era contro “il potere dei baroni” delle cattedre universitarie; protesta certamente giustificata che riusciva simpatica a molti, soprattutto fra i giovani. Ma il fiume della “contestazione” si è rapidamente  ingrossato, ha travolto ogni argine contestando tutti i “poteri forti”: la politica, lo stato, la legge, la polizia, i “padroni” e i “capitalisti”, la Chiesa , le scuole medie e superiori…. fino alle famiglie, ai genitori, alla religione e alla morale tradizionale. Era nata una rivoluzione della cultura e del costume. Nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd, Benedetto XVI, affernava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; e leggeva il Sessantotto come un conflitto fra visione religiosa e opzione secolaristica della vita dell’uomo: per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito. Roberto Beretta, che ha studiato “il sessantotto cattolico”, scrive ( [45] ):

    I cattolici furono, almeno per un certo periodo, all’avanguardia della contestazione, in Italia e altrove, prima che diverse ideologie e altri fini prendessero il sopravvento nel movimento studentesco. E il Sessantotto soffiò poi nella Chiesa con l’irruenza di una burrasca, trascinando la risacca delle sue conseguenze ben oltre i limiti cronologici di quell’anno. Il caso Lercaro, la “Humanae Vitae”, le contestazioni a Paolo VI, l’Isolotto di Firenze, il controquaresimale di Trento, le manifestazioni di Parma, il caso Olanda…. Sono decine i fenomeni di protesta – anche molto clamorosi – che attraversarono la Chiesa nel 1968, prolungandosi poi nel cosiddetto “dissenso ecclesiale” per molti anni ancora e forse fino ad oggi, come in una storia di “lungo autunno”, dopo la promettente “primavera del Concilio”.

     Difficile, per chi non c’era e non ha vissuto la passione di quegli anni, comprendere a fondo il clima culturale che si respirava. Era un tempo in cui prevalevano le idee più strane: “I contestatori – si diceva - non sanno cosa vogliono, ma lo vogliono tutto e subito”. Protestavano contro la società così com’era e volevano “un mondo nuovo”, inseguendo ideologie (come marxismo, laicismo, marcusianesimo, radicalismo) che portavano verso il peggioramento della società stessa, come poi è avvenuto. Nessun gruppo di contestatori (nemmeno quelli cattolici impegnati in prima fila nel “movimento studentesco”) ha gridato forte svolgendo un’azione culturale per dire che il mondo nuovo è possibile, ma solo a partire da Gesù Cristo! La Chiesa italiana presa nel suo assieme e le associazioni cattoliche tradizionali hanno avuto in quel tempo una presenza fallimentare nella società italiana: rimanevano passive lamentando la malvagità dei tempi o addirittura seguendo pedissequamente la corrente culturale dominante, che travolgeva ogni resistenza. Andare contro corrente in quei tempi era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato i giovani di C.L.(Comunione e Liberazione), che avevano una presenza culturale cristiana attiva nelle scuole e università!

    Ne parlo per spiegare le difficoltà incontrate dalle due direzioni generali del Pime di mons. Pirovano nel primo e poi secondo periodo di superiorato. Nella comunità ecclesiale si infiltrò un clima di disprezzo verso le autorità, i “superiori”, i vescovi e il Papa e naturalmente verso quelli (i “devoti”) che difendevano il Papa: “Sì, va bene, però tu sei un  papalino!”, era un’offesa corrente! Anche a me è capitato più volte che persone amiche, anche preti, mi mostrassero apprezzamento e nello stesso tempo delusione, rimprovero: “Sì, tu scrivi bene, sei competente di missioni; peccato che sei conservatore, difendi sempre il Papa!”. Ricordo che in una missione del Pime, il vicario generale di Pirovano, padre Carlo Colombo, che era in visita, in un incontro con i confratelli missionari rimproverò fortemente alcuni che parlavano senza rispetto di Paolo VI, deridendolo. Sembrava che si dovesse amare tutti, ammirare tutti, imparare da tutti, essere aperti e dialogare con tutti, meno che con i fratelli di fede “tradizionalisti” o “papalini”!

     Ricordo un episodio preciso che dà l’idea dell’atmosfera e della cultura di quel tempo. Una bella rivista culturale dell’Azione cattolica italiana, a cui avevo occasionalmente collaborato, pubblica un fascicolo sui diritti delle donne e il movimento femminista allora nascente. A me la rivista arrivava in omaggio, il tema era interessante. Guardo il sommario e vedo tutti nomi di donne del movimento femminista e delle sinistre, alcune conosciute come cattoliche. Leggo gli articoli e alla fine non mi trattengo dallo scrivere una lunga lettera alla direzione della rivista: ma come, in cento e più pagine, la vostra rivista cattolica nomina solo tre volte Maria Santissima ma in modo occasionale, mai per proporla a modello delle donne di tutti i tempi? Mi rispondono: quel che tu dici i nostri lettori già lo sanno, adesso è il tempo di metterci in ascolto di quel che pensano gli altri…. Potrei raccontare altre esperienze simili, ad esempio di contatti che avevo con personalità cattoliche che volevano “dialogare” con il marxismo, i comunisti, i socialisti, perché, dicevano, “hanno molto da insegnarci”. Ottime persone, ottime intenzioni, ma qualcosa non ha funzionato, se hanno poi finito per essere eletti deputati o senatori nelle file dei partiti marxisti…. Lo dico senza condannare nessuno, ma solo per far capire ai più giovani qual’era l’atmosfera culturale di quel tempo.

    Nel 1968 ci fu quasi una rivolta contro l’enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI (pochi mesi dopo l’esaltazione dello stesso Papa per la “Populorum Progressio”). Il Papa difendeva la vita, condannava l’aborto e le varie forme e manifestazioni di “rivoluzione sessuale”, di “libero amore” che attentavano alla sacralità del matrimonio, ribadiva l’illiceità dei “preservativi”. L’enciclica venne demonizzata dalla cultura corrente e da non poche associazioni e stampe cattoliche. Pochissini allora si accorsero che era veramente “profetica”! Dove sono finiti quelli che prevedevano la fine del mondo per la troppa popolazione (“Il mondo scoppia per il boom demografico” si diceva comunemente) e invitavano ad avere meno figli, quando oggi in Italia soffriamo proprio per il motivo opposto, cioè abbiamo troppo pochi figli?

     Ricordo quei tempi ecclesiali come una specie di incubo: venivamo da un Concilio che in noi giovani aveva dato l’entusiasmo della fede, la gioia di appartenere alla Chiesa, la carica missionaria di annunziare a tutti che Cristo è il Salvatore dell’uomo, di ogni uomo; e ci trovavamo immersi in una cultura dove non esisteva più alcuna verità, si metteva il dubbio su tutto, bastava ci fosse una voce nuova che contestava Papa e vescovi, che subito era esaltata! Quando qualsiasi prete o frate che esprimesse con forza idee contrarie a quelle del Papa e dei vescovi era definito “un profeta”, e potrei fare parecchi nomi. Il grande teologo domenicano Yves Congar, che avevo conosciuto bene nella Commissione di preparazione dell’”Ad gentes” e intervistato durante il Concilio sull’ecumenismo, scriveva in quegli anni aggiornando il suo famoso volume “Vera e falsa riforma della Chiesa” ( [46] ):

    L’ondata di contestazione colpisce la Chiesa , poiché la Chiesa non è costituita da un popolo diverso da quello che in parte ha innalzato le barricate e occupato le fabbriche…. (La contestazione) dà evidentemente nuovo impulso e nuova fisionomia al movimento riformista della Chiesa, la quale tuttavia non potrà mai accettare il caos o l’anarchia. Cinque sono le cose nella Chiesa su cui non ci può essere contestazione:

   1) distruggere la carità, accettare di distruggere l’unità dei cattolici fino al punto che essi non potrebbero più accettare di spezzare insieme il pane eucaristico;

   2) mettere in questione la struttura pastorale gerarchica della Chiesa;

   3) negare o mettere in questione in modo irriflessivo o irresponsabile articoli di dottrina per i quali si dovrebbe piuttosto essere pronti a dare la propria vita;

   4) classificare coloro che la pensano diversamente da noi nella categoria dei cattivi, degli irricuperabili;

   5) non sembra che si possano ammettere espressioni di contestazione nella celebrazione liturgica e, per esempio, nell’omelia.

      Mani Tese nata dai missionari e poi andata per altre strade

     Quando ricordo i tempi del “sessantotto” ecclesiale, mi viene in mente la parabola di “Mani Tese” che ho vissuto intensamente dall’interno. Mi pare un esempio significativo in questa biografia di mons. Aristide Pirovano, perché Mani Tese, nata dal Pime un anno prima che lui diventasse superiore e dalla quale il Pime si separò un anno prima che scadesse da superiore, fu per lui un’esperienza scioccante, che esprimeva ed esprime bene il movimento di laicizzazione e politicizzazione della missione e contestazione dell’autorità. Da una breve sintesi della storia di Mani Tese, fra l’altro, si può capire l’intransigenza di Pirovano quando ha dovuto confrontarsi con diverse “crisi” di missionari e missioni negli anni settanta: Filippine, Brasile, Guinea Bissau,  Hong Kong, Bangladesh, Giappone….

    Mani Tese l’abbiamo fondata tre missionari del Pime a Milano, i padri Amelio Crotti, direttore del Centro missionario Pime, Giacomo Girardi animatore dei giovani e il sottoscritto direttore di “Le Missioni Cattoliche” (dal 1969 “ Mondo e Missione ”). Nel marzo 1964 pubblico un “servizio speciale” (24 pagine) su “La fame nel mondo”, che suscita grande interesse e decine di richieste di conferenze, mostre, incontri nelle scuole e oratori, articoli sui giornali, interviste in radio e televisione, ecc. Iniziamo il gruppo di laici “Mani Tese” per aiutarci a diffondere la conoscenza del problema e raccogliere aiuti per i progetti dei missionari contro “la fame nel mondo”: ci incontravamo tutte le settimane per pregare e leggere la Bibbia (la grande novità di quel tempo conciliare) e per rispondere alle domande che ci venivano da tutta Italia. Grazie alla pubblicità di televisione, radio e  giornali, in  pochi mesi, con nostra grande meraviglia, nascono decine di gruppi intitolati “Mani Tese” che ci comunicano la loro esistenza e chiedono aiuti, materiale, orientamenti. Padre Crotti nomina il giovane padre Carlo Torriani, da alcuni mesi redattore di “Le Missioni Cattoliche” (è in India dal 1969), come assistente di Mani Tese e poco dopo l’associazione trova una sede esterna accanto al Pime per avere gli ambienti adatti.

    Un anno dopo, il Pime chiede ai quattro Istituti missionari di origine italiana di responsabilizzarsi per questa iniziativa fortunata. Così Comboniani, Saveriani e Consolata aprono le loro case al movimento e incaricano loro padri di seguirlo in tutta Italia. Molte le iniziative: libri, opuscoli, mostre fotografiche itineranti, convegni e manifestazioni, campi di lavoro per raccogliere carta e stracci, un’attiva presenza nei mass media nazionali. Siamo arrivati ad avere  circa 300 gruppi in tutta Italia con 20.000 aderenti e collaboratori. Il presidente di Mani Tese era mons. Aristide Pirovano, che il 20 ottobre 1966 delega padre Angelo Lazzarotto a rappresentarlo nell’Associazione missionaria Mani Tese da poco fondata a Milano presso il notaio Moretti; parallelamente, presidente dell’Associazione Mani Tese dei laici era l’ing. Silvio Ghielmi ( [47] ).

     La crescita imprevista e clamorosa di Mani Tese incrocia la nascita della contestazione sessantottina suscitando consensi e adesioni fra i giovani che volevano “un mondo nuovo”, senza capire che questo può nascere solo da Cristo! ( [48] ). I missionari non hanno avuto la chiarezza di idee e di fede, la forza o la capacità di tenere il movimento in una linea ecclesiale e missionaria e a poco a poco Mani Tese si è allontanata dall’ispirazione originaria: ha lasciato la preghiera sostituendola con l’“analisi delle situazioni di oppressione” (naturalmente la colpa era tutta dell’Occidente!), ha incominciato a contestare il Papa e la Chiesa , ha abbandonato l’”ispirazione cristiana” delle origini.

    Si sviluppa in quegli anni un intenso dibattito sull’analisi politica e culturale che doveva stare alla base delle microrealizzazioni; si accusavano i missionari che erano rimasti in una “linea assistenzialistica”, funzionale al potere di classe e la tendenza dominante era di aderire anche solo idealmente ai vari movimenti “rivoluzionari” nati dal marxismo e dal comunismo. Alla fine degli anni sessanta e inizio settanta ero invitato quasi ogni sera nei gruppi di Mani Tese in Lombardia (un’ottantina!) e ricordo che la discussione era sempre la stessa: socialismo sì, socialismo no; rivoluzione violenta o non violenta; guerriglia di liberazione sì o no; analisi marxista sì o no; Cuba, Cina maoista, Vietnam visti come paesi “liberati” o che tentavano di liberarsi dal capitalismo; l’ispirazione cristiana vista come un ostacolo alla diffusione del movimento, che voleva essere “aperto a tutti”…

     Interessante l’esperienza di padre Cesare Pesce, grande missionario del Pime in Bangladesh ( [49] ). Nel maggio 1969 mons Pirovano lo nomina segretario di Mani Tese ( Padre Carlo Torriani stava partendo per l’India, dov’è ancora). Padre Cesare, missionario autentico con una forte esperienza di vita fra i tribali, i più poveri e marginali in un paese islamico come il Bangladesh, non poteva approvare l’impostazione politicizzata e ideologizzata di Mani Tese, che non aiutava i popoli poveri. Era in Bengala dal 1948 e aveva quasi perso i contatti con la realtà italiana, specie quella giovanile. Padre Venanzio Milani, comboniano e segretario di Mani Tese dopo Pesce, racconta ( [50] ):

    Padre Cesare s’è trovato in grave difficoltà perché in quegli anni del Sessantotto i gruppi giovanili erano una baraonda. Quando sono entrato come segretario avevo esperienza di gruppi giovanili e avevo 31 anni mentre Cesare ne aveva 50. Era un uomo cordiale, saggio, equilibrato. Infatti il personale della segreteria era contento di lui, soprattutto perché era uno dei pochi che aveva fatto veramente un’esperienza di vita tra i poveri. Però, di fronte alla rivoluzione di quegli anni, con proteste, critiche, accuse, denunzie, sostegno alle “guerre di liberazione”, non sapeva più che pesci pigliare. Inutilmente cercava di raccontare le sue esperienze tra i poveri, per far vedere che molte idee non erano giuste. Ma a quel tempo i giovani erano ammaliati dalle ideologie rivoluzionarie e spesso perdevano il senso della realtà… I missionari, se non dicevano quello che volevano quei gruppi scatenati, non erano ascoltati.

     Ma non era solo questo che metteva in crisi il missionario del Bangladesh. Padre Pesce raccontava lui stesso due fatti che l’avevano sconvolto ( [51] ):

     Un propagandista di Mani Tese rifiutò un milione dato dall’industriale De Agostini, perchè ritenuto frutto di sfruttamento. Il presidente di Mani Tese, ing. Silvio Ghielmi, lo rimproverò: per colpa sua, domani molti bambini del terzo mondo moriranno di fame. Una sera in un gruppo giovanile criticavano Madre Teresa e le sue opere di carità. Quella notte, prima di addormentarmi, pensavo: “E quel poveraccio mendicante, nel momento della sua morte, invece del sorriso amorevole di una suora, avrebbe forse sentito sul suo volto l’alito di un cane rognoso!”.

    Eppure, c’era sempre chi era “più a sinistra” di quei giovani illusi di Mani Tese: nel giugno 1971 “Il Regno” pubblicava un lungo articolo ( [52] ), che ha avuto un forte impatto nel movimento, nel quale criticava fortemente Mani Tese, accusandola di “matrice borghese” (“la più tradizionale delle forme di beneficenza cattolica”) e di essere sottomessa al “potere ecclesiastico”:

     Con una mano la chiesa benedice loro e con l’altra sconfessa chi si batte per un mondo nuovo. Perché non chiederle conto di Camilo Torres, dei Preti per il Terzo Mondo, delle ACLI?.... Le organizzazioni giovanili sempre più si sgancino dalla mistificazione terzomondista, per una maturazione politica che passa per la rivoluzione.

     Questo scriveva “Il Regno”, una delle riviste che faceva scuola fra i cattolici progressisti, arrivando ad augurarsi “la rivoluzione”, che allora era quella realizzata di Cuba, Cina maoista, Vietnam di Ho Chi Minh e tentata dal Che Guevara in America Latina. L’analisi marxista della società aveva occupato lo spazio culturale della contestazione ed era comunemente adottata anche da molti intellettuali e mass media cattolici, nonostante la voce quasi solitaria di Paolo VI che ammoniva sulla disumanità di certe “vie di liberazione”. Quando “il Regno” rimproverava Mani Tese di essere poco rivoluzionaria, gli Istituti missionari maturavano la decisione, presa una prima volta nel 1970 ( [53] ) e poi definitivamente nel 1976, di staccarsi da Mani Tese, che stava diventando un movimento politicizzato di estrema sinistra (oggi contiguo a “Rifondazione comunista”), pur continuando lodevolmente a fare campi di lavoro giovanili ed a raccogliere soldi per le microrealizzazioni nei paesi poveri ( [54] ).

       Le precise parole di Paolo VI sul “socialismo”

    Il sessantotto è stato un tempo di ubriacatura ideologica nefasta per la fede, quando molti pensavano che l’ideologia marxista, la “rivoluzione comunista” e le varie correnti del socialismo fossero “l’unica speranza per i poveri”; quando non pochi “intellettuali” e anche teologi cattolici scrivevano che è sbagliato parlare di “dottrina sociale della Chiesa”: l’unica autentica e scientifica “analisi della società” era quella del marxismo e comunismo, che portava alla rivoluzione ( [55] ). Avendo visto come sono finiti i circa trenta paesi governati dal comunismo o “socialismo reale” (non uno ha prodotto frutti positivi per i poveri!), oggi è difficile capire perché a quel tempo nasceva addirittura l’associazione “Cristiani per il socialismo”!

    Paolo VI, nella Lettera apostolica “Octogesima adveniens” (14 maggio 1971), contestata perché “poco coraggiosa” e poco “profetica”, scriveva:

    N. 26 – Il cristiano che vuol vivere la sua fede in un’azione politica intesa come servizio, non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali alla sua fede …. all’ideologia marxista, al suo materialismo ateo, alla sua dialettica di violenza, al modo con cui essa riassorbe la libertà individuale nella collettività, nega ogni trascendenza all’uomo e alla sua storia personale e colletiva.

     N. 28 – Il pericolo sarebbe di aderire formalmente ad una ideologia che non ha alla base una dottrina vera e organica, di rifugiarvisi come in una spiegazione ultima e sufficiente, costruendosi così un nuovo idolo, di cui si accetta, talora senza prenderne coscienza, il carattere totalitario e coercitivo. Si pensa di trovare così una giustificazione alla propria azione anche violenta, un adeguamento ad un desiderio anche generoso di servizio. Questo desiderio resta, ma si lascia assorbire da un’ideologia la quale, anche se propone certe vie di liberazione per l’uomo, finisce in ultima analisi per asservirlo.

      N. 31 – (Il Papa condanna) l’attività delle correnti socialiste… ci sono dei cristiani che si lasciano attirare dalle correnti socialiste nelle loro diverse evoluzioni. Essi cercano di riconoscervi talune delle aspirazioni che portano in se stessi in nome della loro fede, si sentono inseriti in questo flusso storico e vogliono svolgervi un’azione. Ora, secondo i continenti e le culture, questa corrente storica  assume forme diverse sotto uno stesso vocabolo, anche se esso è stato e resta, in molti casi, ispirato da ideologie incompatibili con la fede. Un attento discernimento si impone. Troppo spesso i cristiani, attratti dal socialismo, tendono ad idealizzarne in termini assai generici: volontà di giustizia, di solidarietà e di uguaglianza. Essi rifiutano di riconoscere le costrizioni dei movimenti storici socialisti, che rimangono condizionati dalle loro ideologie di origine…. Tra i vari livelli in cui il socialismo si esprime – aspirazione generosa e ricerca di una società più giusta,  movimenti storici con organizzazione a scopi politici, ideologie con pretese di offrire una visione totale autonoma dell’uomo – bisogna stabilire delle distinzioni le quali guideranno le scelte concrete… una volta assicurati i valori, soprattutto di libertà, di responsabilità e di apertura allo spirituale, che garantiscono lo sviluppo integrale dell’uomo,

     Cito questa Lettera apostolica perché in quegli anni la portavo con me ogni sera andando a discutere nei gruppi di “Mani Tese” e la citavo quasi a memoria ( [56] ), ma spesso il nome stesso di Paolo VI era sentito con fastidio, da giovani che erano entrati in un movimento fondato e ancora diretto da missionari! Racconto queste cose per far capire lo spirito di quel tempo che Pìrovano, giunto in Italia dall’Amazzonia dove viveva ben altri problemi esistenziali, assolutamente non capiva. Eppure non era quello l’unico modo di partecipare da cattolici alla “contestazione”! Con Mani Tese noi missionari abbiamo perso una grande occasione di evangelizzazione e di ”animazione missionaria”. Purtroppo, anche il movimento missionario italiano era diviso, non tutti condividevano le posizioni del presidente di Mani Tese, mons. Aristide Pirovano, ispirate dalla fede e dalla fedeltà al Papa.

     Il carisma di Ernesto Olivero e di Giorgio La Pira

     Nel febbraio 1994 ho fatto un lungo viaggio in Somalia con Ernesto Olivero, che portava aiuti con un aereo militare italiano ai poveri di quel disgraziato paese sotto il controllo provvisorio dell’ONU. In quei giorni ho fatto varie chiacchierate con Ernesto, registrandole e poi pubblicandole in un piccolo libro-intervista, da lui letto e approvato in bozze ( [57] ). Com’è noto, Ernesto, bancario e padre di tre figli, nato a Mercato San Severino (Salerno) nel 1940 e vissuto a Chieri (Torino), nel 1964 fonda il Sermig (anche in seguito alla nascita di Mani Tese), con l’impegno di aiutare i progetti sociali delle missioni, realizzare la solidarietà e ricercare la giustizia ma senza faziosità e al di fuori di ogni ideologia. Fin dall’inizio il movimento “missionario” mette alla base della propria azione il sacrificio personale e la preghiera, è “aperto a tutti” (come voleva essere Mani Tese), ma si caratterizza fin dall’inizio come un movimento chiaramente cristiano. Ecco cosa diceva Ernesto:

     … è arrivato il grande sconquasso del 1968, quando sembrava che per essere cristiani bisognava dire di essere marxisti (o maoisti, o cristiani per il socialismo) e usare “l’analisi scientifica della società”, cioè quella marxista. Io questo non l’ho mai accettato. Se sono cristiano, sono cristiano e basta: nel Vangelo e nella Chiesa ho tutto il necessario per una vita piena e utile alla società, senza andare a mendicare altre ispirazioni, altre luci. Mi faceva pena chi andava alla ricerca di ideologie, di utopie, di modelli. Io dicevo spesso che per noi bastano Gesù Cristo e le sue Beatitudini. Quante discussioni su questi temi!...

    Abbiamo capito che era superfluo protestare, dovevamo pregare per trovare la via giusta per la partecipazione, la condivisione, la giustizia, la presenza…. La preghiera e la vita di fede sono sempre state alla base del  nostro gruppo e ci hanno impedito di andare per vie che la storia poi ha dimostrato false, anche se allora avevano grande fascino per i giovani!... Ti assicuro che non abbiamo mai proposto la preghiera, ma tutti vedono che preghiamo e che la preghiera è la nostra forza, cioè la forza di Dio con noi!... Io credo di aver visto qui all’Arsenale ( [58] ) molte conversioni. Conosco persone che prima di venire qui si dichiaravano non credenti e avevano chiuso con la ricerca di Dio. Beh, dopo che hanno visto, hanno avuto qualche dubbio. Questo non perché gli abbiamo riempito la testa con discorsi o dibattiti, ma perchè gli abbiamo riempito la testa e il cuore.

    Non c’è dubbio che Ernesto Olivero ha un grande carisma e fascino personale. Ma fra le decine e decine di gruppi e associazioni e movimenti quasi tutti nati da radice cattolica e spesso missionaria negli anni sessanta per combattere “la fame nel mondo”, è forse l’unico (o uno dei pochissimi) che ha mantenuto la sua chiara identità d’origine. Quel che lui è riuscito a realizzare per la solidarietà e la giustizia anche internazionale (gli “Arsenali della Pace” costruiti in vari paesi poveri), mantenendo il Sermig in una linea evangelica ed ecclesiale, avrebbero potuto e dovuto realizzarlo gli Istituti missionari italiani con Mani Tese, se solo avessero tenuto fede all’ispirazione delle origini. I missionari sono anch’essi persone carismatiche (Montanelli mi diceva: “Voi missionari siete tutti eroi”, il che naturalmente non è vero) e i loro Istituti dovrebbero ritornare ad essere dei “carismatici” che in passato attraevano molte simpatie giovanili e vocazioni alla missione. Ma se vanno dietro alle mode culturali del tempo e alla politicizzazione, inevitabilmente diventano espressioni di contestazione politico-sociale, il che li rende spiritualmente sterili, non dicono più niente ai giovani.

    Questo valeva trenta e più anni fa al tempo di Pirovano e questo vale anche oggi: difficile immaginare che dei giovani d’oggi, che nutrono grandi sogni e ideali e hanno immense possibilità di bene, possano consacrarsi alla missione della Chiesa facendo marce contro il debito estero dei paesi poveri o proteste contro le fabbriche di armi e contro le mitiche “multinazionali”! Pirovano, come vedremo, ripeteva spesso: “Missionari siate voi stessi, missionari di Cristo e nient’altro”.

      Nel Pime la funzione di mons. Pirovano è stata questa: l'Istituto ancora lo ringrazia, perchè ha saputo realizzare le "vie nuove" nello spirito missionario autentico, che abbiamo ereditato dalla nostra storia secolare. Sarebbe lungo anche solo elencare tutte le "novità" dei tempi di Pirovano. Le più importanti: nuove Costituzioni dopo il grande “Capitolo straordinario di rinnovamento post-conciliare” (24 maggio 1971 - 27 gennaio 1972);  sistemazione economica dell'istituto; interventi decisi nel campo della formazione e dell'animazione missionaria (provvidenziali in tempi di grande confusione e disorientamento), ecc.

    Su un punto, in particolare, mons. Pirovano non transigeva: l'amore e la fedeltà al Papa. Il discorso ai missionari partenti del 22 settembre 1968 è tutto impostato su questo tema ( [59] ), che poi ritorna spesso nelle sue Lettere ai missionari. Nella Chiesa oggi, scriveva Pirovano citando Paolo VI, "si sta infiltrando uno spirito di critica corrosiva, un acido spirito di critica negativa e abituale"; e questo persino tra i giovani sacerdoti e nei seminari, aggiunge Pirovano, che così continua:

     “La roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa è Pietro, il Papa, l’unico parametro a cui tutto riferire: idee, dottrine, teorie, movimenti, tendenze, progetti, per verificare la loro ortodossia e la loro capacità di salvezza e di produzione di grazia”.

      E aggiunge una serie di cinque: "Solo il Papa...": ci garantisce della verità, ci difende dai lupi, assicura l'unità... Quindi: "Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre. Ecco la salvezza nostra e delle anime che saranno a noi affidate”.

     Un ricordo molto netto del 1972 o 1973. Mani Tese celebrava in quell’estate il suo congresso di studio di tre giorni nel grande seminario filosofico del Pime a Firenze (Careggi, oggi diocesano), in un’atmosfera di contestazione alla Chiesa e a Paolo VI come già ho detto. Per la conclusione avevano invitato un celebre sacerdote “profeta” fiorentino, che aveva già gettato benzina sul fuoco della contestazione ecclesiale. Ma il giorno prima avvisa che non può venire. Chi invitare? Siamo a Firenze e il nome di La Pira viene subito accolto. Ma chi va ad invitarlo? Il rettore della casa del Pime di cui eravamo ospiti (padre Edoardo Dondoli) è un suo grande amico da lungo tempo. Così lo accompagno nella visita a La Pira (non più sindaco di Firenze), che viveva nel convento di San Domenico. La Pira mi riconosce e ricorda alcune lettere che ci eravamo scritti poco prima. Poi mi chiede cosa deve dire all’assemblea di quei giovani generosi e gli racconto l’atmosfera culturale che si respirava nel congresso, orientata a contestare la Chiesa , i missionari, i vescovi, il Papa.

     Quando viene a parlare in quell’assemblea infuocata, il mitico La Pira parte dal tema del congresso (i poveri, il terzo mondo) ma giunge subito a quel che voleva dire con semplicità e chiarezza:

     Voi siete un movimento per aiutare il terzo mondo, i poveri. Ma i poveri hanno soprattutto bisogno di Dio e di Gesù Cristo. Voi siete nati dai missionari e dalla Chiesa e la Chiesa è Pietro. Chi non è con Pietro è fuori strada, si emargina dalla storia, non fa il bene dell’uomo e dei poveri.

    E La Pira prosegue col suo linguaggio immaginifico e il suo ardore oratorio a parlare della “barca di Pietro” e del “nocchiero che guida la barca… Per essere con Cristo bisogna stare con Pietro…. Chi non sta nella barca di Pietro viene travolto dalle tempeste… Non possiamo dare un vero aiuto ai poveri, se non siamo con Cristo e quindi col Papa e con la Chiesa ”. E termina appellandosi ai giovani: “Amate il Papa, pregate per il Papa, obbedite al Papa che è il Cristo in terra…”.

    Nessuno poteva contestare La Pira , celebrato e venerato come “la voce dei poveri”. Parlò in un silenzio tombale e le sue parole ebbero un’impatto rovente! Ma appena l’ex-sindaco santo di Firenze è partito, tutti si chiedono: chi è andato ad invitarlo e chi l’ha imbeccato in quel modo? Naturalmente l’accusato ero io, ma ero ormai abituato alle contestazioni e subivo pazientemente. Comunque, la sua parola aveva scosso la coscienza di molti e suscitato reazioni e dibattiti.

  



[1]   Un mese dopo la sua elezione mi ha deluso. Gli ho chiesto di mandarmi in missione, dopo dodici anni di sacerdozio (speravo fosse la volta buona), invece mi ha risposto: “Per il momento vai avanti con le riviste. Quando sarà l’ora, te lo dirò io”.

[2] AGPIME I, X, pag.. 55. P. Lido Mencarini (Hong Kong) 23 voti, p. Salvatore Martino (Giappone) 4, p.Nicola Maestrini  (Hong Kong, Usa) 2, p. Pietro Bonaldo (Hong Kong) e p. Edoardo Tagliabue (India) 1 voto ciascuno.

[3] AGPIME, I, X, pag. 757.

[4] Nei verbali del Capitolo non rimane traccia di questo rifiuto, come anche nella biografia di Pollio: Amelio Crotti, “Gaetano Pollio (1911-1991), Arcivescovo di Kaifeng (Cina)”, Emi 2002, pagg. 186.

[5] P. Amatore Artico (India) 12 voti, mons. Aristide Pirovano (Amazzonia) 11, p. Salvatore Martino (Giappone) 6, p. Ovidio Nebuloni (Bangladesh) 4, mons. G.B. Gobbato (Birmania) 1 (AGPIME I, X,  73..

[6] Pirovano 18 voti, Artico 14, Martino 2 (AGPIME I, X, 79)

[7] Comunicato stampa del 28 marzo 1965, AGPIME I, X, 881

[8]   Ogni verbale era scritto dai quattro verbalisti eletti all’inizio del Capitolo e poi letto e approvato con le modifiche richieste dall’assemblea all’inizio della sessione seguente.

[9] In verità, il primo superiore generale che aveva iniziato il Pime internazionale era stato padre Luigi Risso (1947-1957), che aveva approvato la fondazione del seminario del Pime negli Stati Uniti nel 1952 a Detroit e praticamente anche quello in Brasile, che è poi nato nel 1958 ad Assis.

[10] Per tutto il problema dell’unificazione dei seminari teologici italiani del Pime vedi AGPIME, I, 8, pagg.  88, 106-108, 109-110. La mozione approvata, che era stata concordata dalla Commissione ad hoc costituita dal Capitolo, è proposta da p. Salvatore Martino alla votazione  nella sessione del 10 aprile 1965” , AGPIME I, X, pag 239  (Vedi anche la sintesi del Mandato del  Capitolo riportata in “Il Vincolo”, n. 87, settembre 1965, pagg. 30-31).

[11] Verbale del 10 aprile 1965.

[12] Vedi le testimonianze di questo fatto in: Piero Gheddo, “Missione Amazzonia – I cinquant’anni del Pime nel nord Brasile (1948-1998)”, EMI 1998, pagg. 481, specialmente alle pagg. 32-85.

[13] Il decreto fu uno degli ultimi o addirittura l’ultimo ad essere approvato il 7 dicembre 1965 quando si chiuse il Vaticano II, in un modo che uno della nostra Commissione, che aveva seguito bene tutte le fasi e le bocciature ricevute in aula, definiva “quasi miracoloso”. Si veda il racconto della mia esperienza come “perito” al Concilio Vaticano II in Piero Gheddo, “La missione continua – Cinquant’anni a servizio della Chiesa e del terzo mondo” pubblicato dalla San Paolo nel 2003 (pagg. 366), in occasione dei miei 50 anni di sacerdozio e di missione: “Giornalista e “perito” del Vaticano II” (pagg.55-64).

[14] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, il Vescovo dei due mondi”, EMI 1999, pagg. 149-150.  Testo ripreso dal ”Bollettino speciale della parrocchia di Santa Maria Nascente in Erba per il XXV di sacerdozio di mons. Pirovano”, Erba, settembre 1966.

[15] “Clero e Missioni”, n. 10, 1966, pagg. 178-181.

[16] Le decisioni del Capitolo sono integralmente riportate nella prima lettera di Pirovano all’Istituto. Vedi AGPIME, I, 8, pagg. 571-576.

[17] AGPIME III, 3, pag. 80.

[18] AGPIME III, 20, pag. 5.

[19] AGPIME III, 3, pag. 6/21. E ancora il 20 gennaio 1967 da Hong Kong, rendendosi conto di altre crisi personali che vede nelle missioni, ripete ai consiglieri di visitare bene il seminario teologico di Milano, l’anno di formazione di Gaeta  e i due filosofici di Monza e Aversa…Qualcuno della direzione generale rimanga qualche giorno e veda tutti” (AGPIME , III, 20, pag. 99).

[20] . "Il Vincolo", luglio-settembre 1970, pagg. 62-63.

[21] . "Il Vincolo", luglio-dicembre 1969, pag. 4.

[22] . "Il Vincolo", luglio-dicembre 1969, pag. 2.

[23] . Mons. Pirovano era stato consacrato vescovo ad Erba da mons. G.B. Montini, allora arcivescovo di Milano, il 13 novembre 1955, e da allora aveva mantenuto un filiale rapporto con lui, anche quando divenne Paolo VI. Fra l'altro, fu proprio Paolo VI che donò alla prelazia di Macapá il suo primo aereo (il "San Paolo") nel 1964.

[24] Si vedano situazioni e testimonianze sulle condizioni di vita quasi impossibili per un missionario nell’Amazzonia di 60 anni fa in Piero Gheddo, “Missione Amazzonia – I 50 anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998)”, EMI, pagg. 482.

[25] AGPIME III, 20, pag. 5.

[26]   AGPIME III, 20, pag. 5. Pirovano fischiava volentieri, esprimendo la serenità del suo animo anche nei momenti più difficili.

[27] . Conversazione al Centro Culturale "Il Ritrovo" di Ossona (Milano) nel 1993, secondo la trascrizione dello stesso Centro, citata.

[28] AGPIME III, 20, pagg. 216-217).

[29] Costruita a metà degli anni sessanta dalla diocesi di Novara e da un grande sacerdote amico dei missionari del Pime , don Ercole Scolari assistente dell’Azione cattolica diocesana.. Oggi la “Novara School”, ingrandita e potenziata negli anni con gli aiuti dell’associazione “Novara School” e i volontari di Novara, è una delle scuole industriali più importanti del Bangladesh (paese di 135 milioni di abitanti!) ed è gestita dai missionari laici del Pime, un tempo chiamati “fratelli” (oggi “laici missionari consacrati a vita”).

[30]   AGPIME III, 20, 243-245.

[31] AGPIME III, 20, 249-250.

[32] AGPIME III, 20, 265.

[33] AGPIME III, 20, pagg. 277- 279.

[34] . "Lettera del Superiore generale per la pubblicazione di alcune decisioni del Capitolo", Roma, 8 maggio 1965, (AGPIME I, 8, pagg.571-574).

[35] . Vedi la Lettera di mons. Pirovano ai missionari del Pime su "Il Vincolo", gennaio 1966, pagg. 1-2. Vedi pure il mio volume "Missione Brasile" (EMI, 1996), pagg. 216-218.

[36] “Il Vincolo”, n. 87, settembre 1965, pag. 29.

[37] “Il Vincolo”, n. 102, aprile – giugno 1971, pag. 43.

[38] “Il Vincolo” n. 108, ottobre-dicembre 1973, pagg. 94-96.

[39] . "Il Vincolo, settembre 1965, pagg. 1-4.

[40] . "Il Vincolo" del gennaio-marzo 1967.

[41] . Si vedano i primi Capitoli del volume di Piero Gheddo, "Missione Amazzonia" (Emi 1997), con le lettere di fuoco che padre Aristide scriveva ai Superiori dell'Istituto di quel tempo!

[42] Intervistato a Milano il 7 gennaio 2007.

[43] Le suore  canadesi “Adoratrici del Preziosissimo Sangue” nel 1968 si ritiravano dall’Italia e la loro bella proprietà di via Guerrazzi potevano venderla a un prezzo più che doppio, perché era stata richiesta da  una compagnia di medici che volevano farne una clinica privata; ma hanno detto loro: “Questa è un’opera della Chiesa, fatta con i soldi dei fedeli. La vendiamo per un prezzo molto inferiore ad un istituto missionario”.

[44] Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pag. 11.

[45] Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pag. 7.

[46] Citato da R. Beretta in “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto Cattolico”, Rizzoli  1968, pagg. 111-112.

[47] AGPIME III, 20, 9.Vedi le direttive di Pirovano al movimento in “Il Vincolo”, gennaio 1966, pag. 17.

[48] Pochi mesi dopo Mani Tese, nasce a Torino il Sermig (Servizio missionario giovani), fondato da Ernesto Olivero che ha mantenuto una chiara identità cristiana (vedi  sotto).

[49] Piero Gheddo, “Cesare Pesce 1919-2002, Una vita in Bengala”, Emi 2004, pagg.. 204.

[50] Id, pagg. 84-85. Intervoista del 10 giugno 2004.

[51] In “Infor-Pime”, bollettino di collegamento fra i missionari del Pime , n. 36, aprile 1979, pag. 14.

[52] Paolo Pombeni, “Fate la carità al terzo mondo”, Il Regno, giugno 1971, pagg. 276-278.

[53] Nel 1970 c’era stata una prima scissione in M.T.,  quando l’”Associazione missionaria Mani Tese” aveva approvato quattro punti voluti dagli Istituti missionari sull’ipirazione cristiana del movimento, la presenza di missionari  in M.T, le microrealizzazioni e il rapporto fra  M.T.e impegno politico: “Il movimento in quanto tale non intende prendere ufficialmente posizioni politiche in senso stretto. Né  può partecipare a manifestazioni promosse o appoggiate da partiti, sindacati o gruppi di pressione politica, o ad altre manifestazioni facilmente strumentalizzabili”. In seguito all’assemblea del 2-3 maggio 1970 a Milano, il Consiglio direttivo di M.T. “a maggioranza ha deliberato di far preesente che Mani Tese è una libera Associazione ai cui principi di base si aderisce veramente o dalla quale ci si stacca. Dunque, quanti non condividono Mani Tese, non fosse altro che per coerenza, non possono rimanere in essa, per ricominciare un’azione di correnti o di tendenze, compiendo, in definitiva, azione disgregatrice a danno di tutti”. I dissenzienti uscirono da M.T. fondando il nuovo gruppo “Progetto Uomo”, indipendente dai quattro Istituti missionari, poi scomparso. Vedi anche l’articolo di Angelo Lazzarotto “Sviluppi di Mani Tese”, su “Il Vincolo, n. 97, gennaio-marzo 1970, pagg. 79-81. Sulla fisionomia giuridica e l’organizzazione di  Mani Tese vedi “il Vincolo”, n. 90,  gennaio-marzo 1967, pagg. 19-21.

[54] Per i rapporti fra il Pime e Mani Tese, oltre all’articolo di  A. Lazzarotto appena citato, vedi AGPIME III, 3, pagg. 22, 67, 78, 88,  138, 144,  188 e al Titolo XI tutti i faldoni (o scatole) 16, 17, 18, 19. con migliaia di pagine di documenti.

[55] Negli ultimi suoi anni di pontificato, Paolo VI, spesso contestato e deriso (ecco, fra l’altro, perché penso che sia stato il Papa martire del secolo XX), non osava più parlare di “dottrina sociale della Chiesa”. Il termine è stato ripreso con forza da  Giovanni Paolo II, e riportato nel linguaggio ecclesiale, nel suo primo grande viaggio internazionale a Puebla in Messico (gennaio 1979), per la terza Assemblea dei vescovi latino-americani (Celam).

[56] In questi anni (mi pare fino al 1974) dirigevo ancora la collana di volumetti editi da Mani Tese come sussidio per  i gruppi aderenti, sui temi dello sviluppo dei popoli..

[57] Piero Gheddo, “La crisi dei giovani non esiste – Intervista con Ernesto Olivero”, Città Nuova, Roma  1994,  pagg. 88.

[58] L’”Arsenale della pace” che Olivero ha creato in centro a Torino, dove in passato c’era l’arsenale e una grande fabbrica di armi. E’ una delle opere più straordinarie della forza che viene dall’ispirazione cristiana, che nel dopoguerra sono nate in Italia. Ha trasformato un grande arsenale di armi in un centro di accoglienza e di carità cristiana tutto sulla base di lavoro volontario, mantenendo una forte carica di preghiera e di fiducia nella Provvidenza. Bisogna visitarlo per capire il significato di quanto affermo!

[59] . "Il Vincolo", dicembre 1968, pagg. 38-39.