III. LA GIOIA SECONDO IL NUOVO TESTAMENTO  

Queste mirabili promesse hanno sostenuto, per secoli, e in mezzo alle prove più terribili, la speranza mistica dell’antico Israele. Ed esso le ha trasmesse alla chiesa di Gesù Cristo, in modo che noi gli siamo debitori di alcuni dei più puri accenti del nostro canto di gioia. Tuttavia, secondo la fede e l’esperienza cristiana dello Spirito, questa pace donata da Dio che si diffonde come un torrente traboccante, quando giunge il tempo della consolazione, è unita alla venuta e alla presenza del Cristo.

Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore. La grande gioia annunciata dall’angelo, nella notte di natale, è davvero per tutto il popolo, per quello d’Israele che attendeva allora ansiosamente un salvatore, come per il popolo innumerevole di tutti coloro che, nella successione dei tempi, ne accoglieranno il messaggio e si sforzeranno di viverlo. Per prima, la vergine Maria ne aveva ricevuto l’annunzio dall’angelo Gabriele e il suo Magnificat era già l’inno di esultanza di tutti gli umili. I misteri gaudiosi ci rimettono così, ogni volta che noi recitiamo il rosario, dinanzi all’avvenimento ineffabile che è centro e culmine della storia: la venuta sulla terra dell’Emmanuele, " Dio con noi ". Giovanni Battista, che ebbe la missione di additarlo all’attesa d’Israele, esultò di giubilo, alla sua presenza, nel grembo della madre. Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni " esulta di gioia alla voce dello Sposo ".

Soffermiamoci ora a contemplare la persona di Gesù, nel corso della sua vita terrena. Nella sua umanità, egli ha fatto l’esperienza delle nostre gioie. Egli ha manifestamente conosciuto, apprezzato, esaltato tutta una gamma di gioie umane, di quelle gioie semplici e quotidiane, alla portata di tutti. La profondità della sua vita interiore non ha attenuato il realismo del suo sguardo, né la sua sensibilità. Egli ammira gli uccelli del cielo e i gigli dei campi. Egli richiama tosto lo sguardo di Dio sulla creazione all’alba della storia. Egli esalta volentieri la gioia del seminatore e del mietitore, quella dell’uomo che scopre un tesoro nascosto, quella del pastore che ritrova la sua pecora o della donna che riscopre la dramma perduta, la gioia degli inviti al banchetto, la gioia delle nozze, quella del padre che accoglie il proprio figlio al ritorno da una vita di prodigo e quella della donna che ha appena dato alla luce il suo bambino. Queste gioie umane hanno tale consistenza per Gesù da essere per lui i segni delle gioie spirituali del regno di Dio: gioia degli uomini che entrano in questo regno, vi ritornano o vi lavorano, gioia del Padre che li accoglie. E per parte sua Gesù stesso manifesta la sua soddisfazione e la sua tenerezza quando incontra fanciulli che desiderano avvicinarlo, un giovane ricco, fedele e sollecito di fare di più, amici che gli aprono la loro casa come Marta, Maria, Lazzaro. La sua felicità è soprattutto di vedere la parola accolta, gli indemoniati liberati, una peccatrice o un pubblicano come Zaccheo convertirsi, una vedova sottrarre alla sua povertà per donare. Egli esulta anche quando costata che i piccoli hanno la rivelazione del regno, che rimane nascosto ai dotti e ai sapienti. Sì, perché il Cristo " ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana " ha accolto e provato le gioie affettive e spirituali, come un dono di Dio. E senza sosta egli " ai poveri annunziò il vangelo di salvezza, agli afflitti la gioia". Il vangelo di san Luca offre una particolare testimonianza di questa seminagione di allegrezza. I miracoli di Gesù, le parole di perdono sono altrettanti segni della bontà divina: la folla intera esulta per tutte le meraviglie da lui compiute e rende gloria a Dio. Per il cristiano, come per Gesù, si tratta di vivere, nel rendimento di grazie al Padre, le gioie umane che il Creatore gli dona.

Ma qui è importante cogliere bene il segreto della gioia inscrutabile che dimora in Gesù, e che gli è propria. È specialmente il vangelo di san Giovanni che ne solleva il velo, affidandoci le parole intime del Figlio di Dio fatto uomo. Se Gesù irradia una tale pace, una tale sicurezza, una tale allegrezza, una tale disponibilità, è a causa dell’amore ineffabile di cui egli sa di essere amato dal Padre. Fin dal suo battesimo sulle rive del Giordano, questo amore, presente fin dal primo istante della sua incarnazione, è manifestato: " Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto ". Questa certezza è inseparabile dalla coscienza di Gesù. È una presenza che non lo lascia mai solo. È una conoscenza intima che lo colma: " Il Padre conosce me e io conosco il Padre ". È uno scambio incessante e totale: " Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie ". Il Padre ha rimesso al Figlio il potere di giudicare, quello di disporre della vita. È una reciproca inabitazione. "Io sono nel Padre e il Padre è in me".

A sua volta, il Figlio rende al Padre un amore senza misura: "Io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato". Egli fa sempre ciò che piace al Padre: è il suo " cibo ". La sua disponibilità giunge sino al dono della sua vita d’uomo, la sua fiducia sino alla certezza di riprenderla. " Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo ". In questo senso, egli si rallegra di andare al Padre. Non si tratta per Gesù di una effimera presa di coscienza: è l’eco, nella sua coscienza umana, dell’amore che egli conosce da sempre come Dio nel seno del Padre: " Tu mi hai amato prima della creazione del mondo ". Vi è qui una relazione incomunicabile d’amore, che si identifica con la sua esistenza di Figlio, ed è il segreto della vita trinitaria: il Padre vi appare come colui che si dona al Figlio, senza riserva e senza intermissione, in un impeto di generosità gioiosa, e il Figlio come colui che si dona nello stesso modo al Padre, con uno slancio di gratitudine gioiosa, nello Spirito santo.

Ed ecco che i discepoli, e tutti coloro che credono nel Cristo, sono chiamati a partecipare a questa gioia. Gesù vuole che essi abbiano in se stessi la pienezza della sua gioia: " E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore col quale mi hai amato sia in essi e io in loro ".

Questa gioia di dimorare nell’amore di Dio incomincia fin da quaggiù. È quella del regno di Dio. Ma essa è accordata su di una via scoscesa che richiede una totale fiducia nel Padre e nel Figlio, e una preferenza data al regno. Il messaggio di Gesù promette innanzi tutto la gioia, questa gioia esigente; non si apre essa attraverso le beatitudini? " Beati, voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete ".

Misteriosamente, il Cristo stesso, per sradicare dal cuore dell’uomo il peccato di presunzione e manifestare al Padre un’obbedienza integra e filiale, accetta di morire per mano di empi, di morire su di una croce. Ma il Padre non ha permesso che la morte lo ritenesse in suo potere. La risurrezione di Gesù è il sigillo posto dal Padre sul valore del sacrificio del suo Figlio; è la prova della fedeltà del Padre, secondo il voto formulato da Gesù prima di entrare nella sua passione: " Padre, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te ". D’ora innanzi, Gesù è per sempre vivente nella gloria del Padre, ed è per questo che i discepoli furono stabiliti in una gioia inestinguibile nel vedere il Signore, la sera di pasqua.

Ne deriva che, quaggiù, la gioia del regno portato a compimento non può scaturire che dalla celebrazione congiunta della morte e della risurrezione del Signore. È il paradosso della condizione cristiana, che illumina singolarmente quello della condizione umana: né la prova né la sofferenza sono eliminate da questo mondo, ma esse acquistano un significato nuovo nella certezza di partecipare alla redenzione operata dal Signore, e di condividere la sua gloria. Per questo il cristiano, sottoposto alle difficoltà dell’esistenza comune, non è tuttavia ridotto a cercare la sua strada come a tastoni, né a vedere nella morte la fine delle proprie esperienze. Come lo annunciava il profeta: " Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia ". L’Exultet pasquale canta un mistero realizzato al di là delle esperienze profetiche: nell’annuncio gioioso della risurrezione, la pena stessa dell’uomo si trova trasfigurata, mentre la pienezza della gioia sgorga dalla vittoria del crocifisso, dal suo cuore trafitto, dal suo corpo glorificato, e rischiara le tenebre delle anime: " E la notte sarà la mia luce e la mia gioia ".

La gioia pasquale non è solamente quella di una trasfigurazione possibile: essa è quella della nuova presenza del Cristo risorto, che largisce ai suoi lo Spirito santo, affinché esso rimanga con loro. In tal modo lo Spirito paraclito è donato alla chiesa come principio inesauribile della sua gioia di sposa del Cristo glorificato. Egli richiama alla sua memoria, mediante il ministero di grazia e di verità esercitato dai successori degli apostoli, l’insegnamento stesso del Signore. Egli suscita in essa la vita divina e l’apostolato. E il cristiano sa che questo Spirito non sarà mai spento nel corso della storia. La sorgente di speranza manifestata nella pentecoste non si esaurirà.

Lo Spirito che procede dal Padre e dal Figlio, dei quali egli è il reciproco amore vivente, è dunque comunicato d’ora innanzi al popolo della nuova alleanza, e ad ogni anima disponibile alla sua azione intima. Egli fa di noi la sua abitazione: "ospite dolce dell’anima". Insieme con lui, il cuore dell’uomo è abitato dal Padre e dal Figlio. Lo Spirito santo suscita in esso una preghiera filiale, che sgorga dal più profondo dell’anima e si esprime nella lode, nel ringraziamento, nella riparazione e nella supplica. Allora noi possiamo gustare la gioia propriamente spirituale, che è un frutto dello Spirito santo: essa consiste nel fatto che lo spirito umano trova riposo e un’intima soddisfazione nel possesso di Dio Trinità, conosciuto mediante la fede e amato con la carità che viene da lui. Una tale gioia caratterizza, a partire di qui, tutte le virtù cristiane. Le umili gioie umane, che sono nella nostra vita come i semi di una realtà più alta, vengono trasfigurate. Questa gioia, quaggiù, includerà sempre in qualche misura la dolorosa prova della donna nel parto, e un certo abbandono apparente, simile a quello dell’orfano: pianti e lamenti, mentre il mondo ostenterà una soddisfazione maligna. Ma la tristezza dei discepoli, che è secondo Dio e non secondo il mondo, sarà prontamente mutata in una gioia spirituale, che nessuno potrà loro togliere.

Tale è la legge fondamentale dell’esistenza cristiana e massimamente della vita apostolica. Questa, poiché è animata da un amore urgente del Signore e dei fratelli, si manifesta necessariamente sotto il segno del sacrificio pasquale, che per amore va incontro alla morte, e attraverso la morte alla vita e all’amore. Donde la condizione del cristiano, e in primo luogo dell’apostolo, che deve diventare il "modello del gregge" e associarsi liberamente alla passione del Redentore. Essa corrisponde così a ciò che è stato definito nel vangelo come la legge della beatitudine cristiana, in continuità con la sorte dei profeti: " Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi ".

Non ci mancano purtroppo occasioni di verificare, nel nostro secolo così minacciato dall’illusione di false felicità, l’incapacità dell’uomo "naturale" a comprendere "le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito". Il mondo - quello che è inetto a ricevere lo Spirito di verità, ch’esso non vede né conosce - non scorge che un aspetto delle cose. Esso considera soltanto l’afflizione e la povertà del discepolo, quando questi dimora sempre nel più profondo di se stesso nella gioia, perché egli è in comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.