"FATICA DI VIVERE"

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della "Società Giapponese"...

L’alto "tasso" di "suicidi" esprime un senso diffuso di "solitudine" e "disperazione".

Mons. Paul Kazuhiro Mori*
("Mondo e Missione", Febbraio 2011)

Quella Giapponese è una Società economicamente ricca, in cui abbondano cibo e amenità di vario genere, e la vita risulta apparentemente confortevole. I ragazzi sono tutelati dalla Legge fino ai diciotto anni e l'Istruzione Obbligatoria è ampiamente diffusa, seguita dall'Istruzione Secondaria, con la maggior parte dei giovani che frequenta le Superiori e l'Università. Rispetto ai bambini dei Paesi meno sviluppati, che devono lavorare dall'infanzia per combattere la povertà, quelli Giapponesi sono estremamente fortunati. Il tasso di mortalità infantile è basso e l'aspettativa di vita media è la più alta nel Mondo. Sono tutti risultati della prosperità economica, del progresso in campo "medico-sanitario", della sicurezza e del benessere sociale.
È più che normale, da parte dei
Missionari che visitano il Giappone, fermarsi a guardare solo la superficie della Società Giapponese e apprezzarla. Ma la verità è che sotto la superficie si nasconde un buio profondo, che dall'esterno solitamente non si percepisce. Prova ne è l'alto numero dei suicidi.
Negli ultimi decenni, il numero totale dei suicidi supera ogni anno le 30mila unità. Nelle Statistiche Internazionali, il tasso di suicidi equivale al numero annuo di persone che si tolgono la vita ogni 100mila abitanti. In questo ambito, il Giappone è ai vertici tra le Nazioni sviluppate, insieme ad alcuni Paesi della "Ex-Unione Sovietica".
La povertà del Giappone emerge in maniera più evidente se si confronta il numero dei suicidi con quello dei civili morti in
Iraq dopo il 2003. Secondo l'"Iraq Body Count" ("IBC"), un Ente di Ricerca Privato, il numero di morti Iracheni nei sette anni successivi all'Invasione "Statunitense" del 2003 ammonta a quasi 100mila. Ma negli stessi sette anni, più di 300mila Giapponesi si sono tolti la vita. Se quella Irachena viene definita una Società povera e in tumulto, come potremmo allora definire il Giappone? Non ne risulta forse l'immagine di un Paese ancora più povero, sebbene apparentemente pacifico?
Il male nella Società Giapponese di oggi si cela dietro logica e valori capitalistici, che hanno messo al primo posto la crescita economica e il profitto. In altri termini, il Giappone ha assunto tale logica e tali valori in maniera incondizionata, e ha cominciato a darsi da fare, con l'unico risultato di creare un Sistema Sociale organizzato che vi si adattasse, ben omologato e impacchettato, tanto da venire spesso etichettato "Giappone S.P.A.". Tutto questo ha causato una grave distorsione nella Società Giapponese.
Sia per quanto riguarda l'ambito Scolastico, che quello famigliare e della Comunità locale, la Società Giapponese si fonda originariamente sull'accettazione di ogni essere umano così come è, e sulla disponibilità all'aiuto reciproco e incondizionato. Ma questa funzione primaria della Società è stata distorta dalla logica della competizione per assicurarsi profitto ed efficienza, con il solo risultato dell'effettiva perdita degli ideali originali. In questo modo, la Società Giapponese ha allentato i vincoli famigliari, ha indebolito i rapporti interpersonali in ambito Comunitario e ha portato a dimenticare, ignorare o mettere da parte i cittadini più deboli. Dietro ogni singola persona che si suicida in Giappone, è possibile percepire la disperazione di quanti si sono visti negare la propria dignità umana, o la solitudine di quanti hanno perso sostegno e speranza nella Società.
Il "Vangelo" più necessario alla Società Giapponese di oggi è il messaggio di amore e dignità umana, l'incontro con la mitezza di Cristo: «Il Signore non vuole che alcuno si perda!» ("2 Pt 3,9").

* "Vescovo Ausiliare Emerito" di Tokio, in Giappone