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1 agosto 2010
XVIII Domenica del Tempo Ordinario C
Qo 1, 2; 2, 21-23 Sal 89 Col 3, 1-5.9-11 Lc 12, 13-21

USA I BENI, NON ESSERNE USATO

Quanto è chiara questa pagina del Vangelo! Quanto è inosservata questa pagina del Vangelo!

Gente, se siamo cristiani dovremmo fare in modo che la nostra vita sia posata sul Vangelo. Altrimenti il nome di "cristiano" è un’etichetta, un cartello che portiamo su un bastone sopra la nostra testa, ma non entra nel nostro cuore.

Non ci dice di spogliarci, tutt’altro, Non ci dice di cercare la miseria, assolutamente no. Ci dice, però, che la miseria non deve essere nostra, ma neanche di chi ci sta vicino. È terribile l’esame di coscienza che ciascuno di noi può fare.

E non sono parole: è Gesù stesso che era ricco, divino, e si è fatto povero. Umanamente povero, non stando nella miseria. Oggi diremmo che per trent’anni è stato un "padroncino": aveva un laboratorio, era il figlio dell’artigiano, quindi c’era una certa attrezzatura. La gente non si aspettava di vederlo fare miracoli; era un artigiano, non un guaritore.

La sua vita non era una vita di miseria, ma neanche una vita da ricco. Doveva lavorare e ha lavorato. E quando poi il suo lavoro è diventato la sua predicazione, c’erano altri che provvedevano a lui. San Luca ci dice con chiarezza che c’era un gruppo di donne che seguivano quel drappello, donne che l’han seguito mentre predicava, che lo hanno seguito sotto la croce, alcune erano addirittura presenti mentre moriva; quasi le stesse sono andate poi a vedere la sua tomba dopo il giorno del silenzio, il sabato.

Era gente che stava bene, ma che si era dedicata completamente alla predicazione di Gesù. Le donne non parlavano: secondo l’uso del tempo e del luogo non avevano il diritto di parlare, però, di fatto, permettevano agli altri di parlare. Gesù non doveva più fare l’artigiano; i suoi dodici amici non dovevano più riscuotere le tasse o andare a pescare: predicavano insieme a lui e imparavano a predicare, però c’era chi pensava a loro.

Gesù dice con chiarezza con questa parabola, e non solo con questa: non vali per quello che hai, vali per quello che sei. E se imiti Dio che dona tutto, allora sei come Dio. Se fai come Gesù che non possedeva niente, sei come Gesù.

Questo dovrebbe essere il nostro punto di arrivo: non fra chissà quanti anni, adesso, è una strada da percorrere. Vali per quello che sei, non per quello che hai.

Qualcuno fa un po’ di elemosina: bello. Qualcuno fa un po’ di volontariato, meglio ancora. Ma quanti sono quelli che donano veramente se stessi? Il volontariato normalmente lo si fa per alcune ore: cosa bella. Ma chi è che dona completamente se stesso? (Qualcuno c’è, ma quel qualcuno deve stare attento, perché magari dona nel fare, ma poi non si sa cosa mette da parte...).

Ricordate la prima lettura? "Soffio" è la parola originale. Viene tradotta "vanità" perché questo termine sembra più chiaro. Vano, vuoto, niente. Se basiamo la nostra vita su quello che crediamo di possedere, tutto è vuoto. Non siamo creati per vivere cinquanta, sessanta, cento anni. No, siamo stati creati per vivere l’eternità.

Quante scuse, vero? "Non si sa mai che cosa può succedere…". Ma quanto mettiamo via? Quanto non diamo agli altri?

Lo sappiamo: l’ottanta per cento della gente che vive nel mondo, possiede il venti per cento dei beni. E a rovescio: il venti per cento delle perone che vivono nel mondo, possiedono l’ottanta per cento dei beni. Noi siamo nel gruppo di quelli che posseggono, che hanno qualche cosa, che mettono da parte qualche cosa. (Qui la disoccupazione normalmente non c’è, in questo ambiente).

Caterina Fieschi Adorno, Caterina da Genova, nobile di nascita e per matrimonio, un giorno sta per confessarsi e il suo confessore si allontana, chissà perché; lei guarda il Crocifisso che c’è vicino al confessionale e le sembra che le parli: tu chiedi perdono dei tuoi peccatucci… Chiedi perdono di quella che è la tua vita! Allora cambia. Di fatto da quel momento decide: mi dedicherò a fare del bene. Convince il marito a fare altrettanto e si dedica totalmente all’ospedale di Pammatone, che era dove adesso c’è il palazzo di giustizia. Siamo nel 1500 e l’ospedale di Pammatone raccoglieva tutti i malati. Ha dedicato completamente se stessa e la sua famiglia totalmente al servizio. Mi direte che una rosa non fa un giardino, ma ognuno di noi dovrebbe essere una di quelle rose.

Ci sono le famiglie, è vero, e hanno bisogno di essere mantenute con i nostri beni, è vero: ma usiamoli questi beni! Bella l’immagine della cisterna che, se non viene usata, contiene acqua marcia che non si può bere. Bisogna che l’acqua scorra, che esca e ne entri dell’altra continuamente.

I beni che il Signore ha dato ad Adamo e poi dà a tutti noi li dà per il bene dell’umanità. Possedere vuol dire prendere la propria parte per poterla usare bene. Molte volte, invece, possedere vuol dire disinteressarci degli altri: "Peggio per lui, non lavora, non si impegna…".

C’è molta gente che ha fame: proprio oggi pensiamo a Kicolo. Parliamo di gente che ha fame: fame di cibo, fame di cultura. Il fatto che capiti proprio oggi la giornata di Kicolo è magnifico. Quante volte sentiamo parlare della scuola di Kicolo. Recentemente è stato qui Padre Renzo Adorni che vive a Kicolo: ci ha detto che ora le chiese della Parrocchia del Buon Pastore sono sei e sono edifici grandi che possono contenere un migliaio di persone. Servono per fare la Messa, ma anche per la preghiera del mattino (alle cinque o alle sei, vanno a pregare insieme, capite?), per le riunioni, per la scuola dei bambini. Molti bambini vanno a scuola perché così fanno anche merenda, mentre a casa rischierebbero di saltare pasto.

Usali i beni che hai e mettili a disposizione!

Agostino, commentando il salmo 95, dice che i beni che possediamo li abbiamo avuti in prestito. Restituiamoli a Dio Creatore attraverso le persone che ne hanno bisogno. L’idea della restituzione gliela aveva data sant’Ambrogio, il suo maestro, colui che lo aveva battezzato dopo averlo convinto quando era manicheo, grande insegnante non battezzato.

I beni che abbiamo avuto in prestito, usiamoli, facciamoli circolare!

Uno scultore napoletano morto nel 1929, Vincenzo Gemito, diventando anziano, dopo aver già eseguito alcune belle sculture, ha vissuto per vent’anni chiuso in una cameretta, tenendo in mano un blocco di cera e continuando a modellarlo, a fare figure, gruppi, che poi disfaceva e reimpastava. Era pazzo. Poi grazie a Dio è guarito e ha fatto ancora delle grandi opere: la più citata è quella del pescatore. Per vent’anni, avendo perduto la testa, non faceva altro che fare il suo lavoro, e lo faceva girando e rigirando questo blocco di cera che gli stava nella mano per fare delle sculture che non reggevano. Mi pare che sia una bella immagine di quello che è a volte la nostra vita. I doni che il Signore ci ha fatto li giriamo e rigiriamo, li mettiamo da parte, li illuminiamo e poi… non servono a niente!

La parabola è chiara: Dio gli dice "Stolto!", devi lasciare tutto. Che sia stanotte, come viene detto nella parabola per impressionare, o fra trent’anni, che importanza ha? La vita è un soffio.

San Paolo ci diceva: rivestiti dell’uomo nuovo. L’uomo vecchio (non c’entra l’età: è il peccatore) possiede, si attacca alle cose. L’istinto di conservazione è una cosa bella, ma deve essere regolato da noi dicendo "Signore, voglio seguire i grandi maestri". Ho preparato un fascicoletto raccogliendo le frasi dei Padri della Chiesa, sono sette pagine: leggetevele, fateci un po’ di preghiera sopra. Ma soprattutto dite: Signore, io non voglio essere un soffio, voglio essere rivestito di Te, perché voglio incontrarti per vivere nell’eternità insieme a Te.