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27 giugno 2010
XIII Domenica del Tempo Ordinario C
1 Re 19, 16 b.19-21 Sal 15 Gal 5, 1.13-18 Lc 9, 51-62

UN MATTONE E UN MESTOLO DI CALCE

Il Signore sta cominciando un grande viaggio. Ogni tre anni, nella liturgia torna la lettura di Luca e di questa seconda metà del suo vangelo che a me piace sempre. Luca presenta prima Gesù che dà insegnamenti, che compie miracoli, che esercita la misericordia perdonando, chiamando o cercando i peccatori; poi sembra quasi che sospenda l’attività dei miracoli: ce ne sono pochissimi, appena accennati, ma ad ogni pagina torna l’annuncio del viaggio. Andiamo "verso".

Questo mi fa pensare che le nostre azioni devono avere un significato e che il significato non è dentro le azioni stesse, ma è davanti, è nel fine per cui noi operiamo. Possiamo per esempio fare delle elemosine per far bella figura (il fine, allora, è la bella figura), o perché vengano contraccambiate (il fine è guadagnarci), o per compassione verso quell’uomo che sta soffrendo (il fine è togliere un po’ di sofferenza), o possiamo farle per piacere a Dio che vuole, attraverso noi, aiutare chi noi aiuteremo: il fine, allora, è Dio, capite la differenza? Sembra esserci del bene in tutti quei fini e un po’ c’è davvero in tutti, ma resta un bene limitato.

I catechismi, quando ci presentano le buone azioni, ci dicono che ci sono molti beni da realizzare, ma che sono tutti provvisori, sono tutti beni penultimi; il bene ultimo è soltanto uno: Dio.

Il viaggio di Gesù comincia con queste parole: è venuto il momento di andare verso la partenza. Non la partenza di quel giorno, ma verso un giorno in cui lui partirà, verso la sua dipartita. La stessa parola che Luca (l’unico fra gli evangelisti che ci dà la descrizione della sua ascensione al cielo) userà poi per dire che lui è partito verso il cielo. La parola con cui finisce il suo vangelo e con cui, dopo, finirà anche gli Atti degli apostoli. Quando Gesù è partito, gli apostoli hanno cominciato ad aspettarlo, perché aveva detto "Partirete anche voi e allora ci incontreremo al mio ritorno": Gesù è andato e ci sarà un ritorno, e il ritorno sarà per ciascuno di noi e per tutti noi messi insieme. Parte e guarda là, va dritto: il testo dice che "indurì il suo volto" (pròsopon).

Gli interpellati hanno tutti qualcosa da anteporre, tutte cosine da mettere a posto: falle le cosine, ma mettici sempre il fine, mettici sempre lo scopo per arrivare! Anche gli affetti terreni sono un dovere, ma sono un dovere da indirizzare sempre verso l’alto. Se tratti bene i tuoi, loro nonostante tutto il tuo voler trattarli bene, ad un certo punto se ne andranno. Pensa che loro vanno verso Dio e pensa che anche tu andrai verso Dio.

Troviamo in questo brano qualcuna di quelle che sembrano le solite affermazioni esagerate. Qualcuna addirittura è sbagliata: "Quelli non ci vogliono accogliere, non vogliono darci riparo per questa notte? Bruciamo il loro villaggio!". Lo dicono due apostoli tra i migliori! Giovanni, il più giovane, il più entusiasta. Non ha ancora capito. Durante il viaggio capirà un po’ di più, perché Luca metterà insieme durante il viaggio tutti i vari insegnamenti che ci serviranno. Adesso siamo alla tredicesima domenica: arriveremo alla trentatreesima, pensate un po’ quante domeniche ci sono in mezzo per poter pensare ai momenti forti di questo viaggio. Con la trentaquattresima domenica terminerà l’anno liturgico, sarà la festa di Cristo Re dell’universo e comincerà il nuovo anno con la prima domenica di Avvento.

Fermiamoci un po’ sul valore del viaggio: andare verso Cristo vuol dire vivere di fede. Andare e guardare avanti vuol dire vivere di speranza. Ma non basta andare verso Cristo, non basta pensare a Cristo Gesù che un giorno incontreremo personalmente. Quello che ci viene sempre detto nel Cristianesimo è di andare "al posto di Cristo": si chiama carità, amore. Non l’amore nostro che è fatto di sentimenti, di cose belle che sono sempre mescolate con il tempo. Vuol dire amore di Dio: in noi, restituito a Lui, irradiato nel nostro prossimo.

Paolo, scrivendo agli Efesini, dice che il Signore è venuto per ricapitolare tutto in lui. Tutte le cose, tutte le tue azioni, tutti i tuoi pensieri possono essere rimessi insieme perché tutto deve diventare Cristo.

Lo stesso Paolo, nella Lettera ai Romani, nel bellissimo capitolo 8, dice che la creazione stessa, sottoposta alla vanità, attende di essere liberata dai figli di Dio. La "vanità" è quando io uso un libro per soddisfare solo me stesso, o quando faccio una cosa buona solo per essere ammirato: credere nelle cose e usarle avendo come fine soltanto se stessi. Anche se non lo pensiamo sempre (non si può pensare sempre a tutto), tutto quello che facciamo dovremmo farlo sempre per rendere un pochino più chiara la presenza di Dio attraverso le nostre opere. Dire al mattino: "Signore, illluminami. Fa’ che io possa essere uno specchio della tua luce, rendi chiaro quello che io vorrei essere".

Nella Gaudium et Spes, la costituzione del Concilio ecumenico di circa 45 anni fa, si dice che tutto è incamminato verso il Signore che è il fine della storia. La storia umana è l’evolversi delle cose e avrà una fine (finirà la luce del sole, finirà l’ordine nel quale è stata costituita la terra), ma tutto è stato fatto perché la storia porti coloro che la indagano a capire meglio il Signore.

Tutto è in evoluzione: qualcuno sembra voler dire che la Bibbia è contraria alla scienza. Macché! La Bibbia ha detto le cose che sono fatte da Dio. La Bibbia (è venuto poi anche Gesù a spiegarcela) vuol dire che tutte le cose stanno evolvendosi verso la gloria, verso la luce di Dio.

Quello che, tra i Padri della Chiesa, commenta di più la Scrittura, Origene, commentando il Cantico dei cantici dice: "Alzati, il male è passato!".

Dio creatore non ha finito di lavorare. Ha iniziato, ha posto le cose come noi le vediamo. Quello che è scritto nelle prime pagine della Bibbia è scritto per un popolo che viveva alla luce del sole e della luna e allora adorava il sole e la luna perché le grandi cose erano quelle. Allora il Signore, attraverso Abramo e attraverso gli altri patriarchi, ha incominciato ad illuminare un pochino. Ma le cose intanto si evolvono e allora l’essere umano riesce a capire sempre qualcosa di più. Non abbiamo ancora capito tutto, anzi, la maggior parte delle cose che il Signore ha messo nel nostro mondo non l’abbiamo ancora neanche intuita. Non è possibile vivere credendo che tutto sia già fatto! Una buona parte di quello che deve essere ancora fatto lo dovremo fare proprio noi.

Mi sono portato qui un romanzo di un autore cristiano, Mario Pomilio. I vangeli sono quattro e lui ne scrive un quinto inventando dei documenti (dice lui stesso che sono inventati) che scrive con linguaggio antico, medioevale, moderno,ecc. C’è una serie di leggende: ve ne racconto una, mettendo poi in evidenza il finale. In Paradiso, ad un certo punto, il Signore si accorge che nel mondo i Cristiani non hanno ancora costruito una chiesa dedicata al Verbo di Dio, alla Parola. Allora cerca tra gli apostoli quello più ricco di iniziativa, trova Pietro e gli dice di andare giù a costruirla. Pietro accetta con l’entusiasmo che gli è caratteristico. Poi dice, come la faccio, che fatica farò? Allora chiede aiuto. Chiede aiuto a Matteo che deciderà di metterci le pietre. A Marco che ci metterà la calce. A Luca che metterà le colonne. A Giovanni che ci metterà le cose più preziose, l’oro e i marmi. Comincia il lavoro, ma ad un certo punto si stanca. Gli altri hanno messo la roba e poi se ne sono tornati in Paradiso. Pietro allora, stanco, chiama il Signore e gli dice: "Signore, non ce la faccio più. Incarica qualcun altro". E il Signore gli dice: "Ma perché te la prendi? Tu hai messo le basi, hai raccolto tutto il materiale. Adesso vienitene su. Lascia pure ogni cosa così come sta e raggiungimi. Sappi infatti che ciascun uomo che passi accanto a questa chiesa aggiungerà la sua pietra al muro e il suo mestolo di calce per legare le pietre. E ciascuna generazione di uomini solleverà la sua colonna".

Tocca a noi collaborare per costruire la chiesa della Parola. Non c’è ancora e non sarà mai finita perché la Parola di Dio deve essere sempre capita, sempre meglio. E a me tocca fare qualcosa: un mestolo di calce e una pietra e la chiesa, piano piano, renderà la Parola di Dio sempre più evidente, sempre più chiara.

Chiediamo al Signore che anche in questa chiesa si possa metter qualche mestolo di calce, qualche pietra su questa Chiesa che non è fatta di cose, ma di vita cristiana. Gesù indurisce il proprio volto e va avanti. Se vi attaccate alle cose sbagliate tutto. Non cerchiamo le nostre scuse, ma andiamo avanti con coraggio e con decisione.