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20 giugno 2010
XII Domenica del Tempo Ordinario C
Zc 12, 10-11; 13, 1 Sal 62 Gal 3, 26-29 Lc 9, 18-24

CHI È GESÙ PER ME?

Tre domande. La prima: «Che cosa dice la gente?». Dice che sei un maestro, un profeta, un santo risorto, qualcosa di straordinario.

«E voi cosa dite?» è la seconda, rivolta ai dodici. Tu sei il Cristo di Dio. Il Cristo vuol dire l’unto, il promesso, il Messia. Sempre la stessa parola, in lingue diverse. Sei tu, sei l’unto di Jahwè, sei quello mandato da Dio. Gesù, allora, corregge la loro idea. L’idea, non la parola. La parola è giusta, ma loro credevano che il grande mandato da Dio fosse uno importante come l’Imperatore di Roma che li stava dominando. E dice: per ora tacete, perché non avete ancora capito tutto. Avete capito l’inizio, ma non la continuazione, quella che vi dico adesso: io sarò maltrattato, arrestato, crocifisso, morirò. State tranquilli ché poi risorgerò, ma intanto la mia sorte è questa: la croce.

La terza domanda non ha ancora risposta, se non dentro il vostro cuore: «Tu, personalmente, cosa dici di me? Chi sono io?» Non più quel Cristo che si diceva allora, non più uno che vincerà l’imperatore romano, ma uno che deve vincere il tuo cuore. L’hai accettato? Sei capace di metterti al suo servizio? Di essere fortemente impegnato per lui? Essere al servizio vuol dire non dormire come cristiano. Far vedere che crediamo veramente in lui e, qualche volta, prendere la propria croce.

Croce non vuol dire solo sofferenza (i malati della Città di Genova hanno la loro croce nella sedia a rotelle: i pochissimi di voi che sono già venuti sanno che cosa vuol dire partecipare ad una Messa con poca gente, ma che sta a sentire e che risponde. Non chiacchierano tra loro, non accendono candeline. Danno risposte forti, al Signore: che bello!). Ma Gesù non parla solo di quelle croci: parla della vita di ogni giorno. Come va in famiglia? Come va la tua sicurezza di fede? Come va il giudizio verso il mondo? Sei capace di sentire la tua responsabilità? Qualche cosa devi correggere: anche di quello che succede in America, nel mare, nel mondo del petrolio. Nel mondo delle finanza, delle banche, del tuo conticino… Come vanno le cose? Te la senti di essere uno che segue Cristo?

Ai tempi dei primi Cristiani c’è uno storico romano che scrive la storia degli Imperatori. Si chiama Svetonio e, narrando la storia dell’imperatore Claudio, dice che nell’anno 54, espulse tutti gli Ebrei, impulsore Chresto.

Svetonio non sapeva ancora distinguere. Siamo nel 54: sono passati ventidue o ventiquattro anni dalla morte di Gesù. A Roma ci sono già molti Cristiani i quali, «per impulso di Cristo», mentre Cristo li spinge (lui lo credeva vivo: forse in realtà si chiamava Pietro invece che Cristo quello che li spingeva) diffondono una nuova religione. "Non andate al Tempio: preghiamo insieme nelle nostre case, attorno alla mensa, mangiamo il nostro Cristo Gesù in forma di pane". Questo dava fastidio: i sacerdoti del Tempio si lamentavano perché la gente calava. Allora l’Imperatore li manda via. Anno 54. Verso il 60 o il 62, un altro imperatore li crocifigge e qualcuno lo brucia crocifisso. Erano i momenti forti, nei quali i Cristiani acquistavano valore. Passeranno trecento anni, cresceranno sempre di più finché, nel 313: sint Christiani! Ci siano i Cristiani! Prima dicevano: non siano, li ammazziamo tutti. Non continuamente: ogni tanto. Ci sono stati nove grandi decreti di persecuzione. Ogni venti o trent’anni ne veniva fuori uno e allora era una strage. Sembrava che andasse veramente male, ma i Cristiani non si scoraggiavano mai perché impulsore Christo, con l’impulso di Cristo, facevano meglio, si sentivano vivi.

Voi cosa dite di me? Se lo chiedevano tra loro e rispondevano: tu sei la nostra guida. Come ritornello del salmo responsoriale abbiamo cantato: Ha sete di te l’anima mia. È un versetto del salmo 41, uno dei salmi più belli che ci siano: parla di un uomo perseguitato, mandato via dal tempio, mandato in esilio, che aveva desiderio di tornare. Ho sete di te, Signore. Voglio bere la tua parola, voglio bere la tua preghiera.

C’è un santo, Fulgenzio, che dopo la morte di Agostino, in Africa, era stato mandato via dai Vandali. Agostino è morto mentre i Vandali assediavano Ippona, la sua città. Poi conquistano tutto e Fulgenzio, da Ruspe, una città vicino a Cartagine, viene mandato in esilio in Sardegna. Dalla Sardegna scrive delle lettere. In una di queste lettere dice: Cristiani, vivete quello che celebrate! Voi celebrate Gesù Cristo presente: tenetelo presente! Voi celebrate Gesù Cristo morto: celebrate Cristo con la vostra vita dura, sacrificata. Siate voi quello che celebrate. Risorgerete!

Non voleva dire soltanto ad uno ad uno, dopo la morte. Risorgerà il gruppo dei Cristiani quando direte con sicurezza, con forza: Cristo c’è, Cristo viene, Cristo ci fa forti. Ma allora bisogna saper pregare.

Di San Francesco si dice che non pregava più: era diventato uomo-preghiera. Perché quando parlava, parlava in preghiera. Quando viaggiava nei boschi e sentiva gli uccellini diceva: cantate anche la mia lode, ché io non sono capace di cantare come voi. Quando si raccoglieva in preghiera non sentiva niente, sembrava addormentato. Poi doveva lavorare, passeggiare, stare insieme agli altri, ma il suo modo di vivere, di fare, era sempre preghiera.

Il Papa, la settimana scorsa, nel discorso di inaugurazione di un convegno di tutti i preti romani, ha detto: siate quello che avete promesso durante la vostra consacrazione. Siate la presenza di Cristo Gesù. Siate il suo sorriso, il suo modo di fare. E cita una parola forte: MEMORIALE (in ebraico zakar). Gli Ebrei, ad ogni Pasqua fanno zakar, memoriale dell’uscita dal Mar Morto, salita al Sinai, discesa con le tavole della Legge, attraversamento del deserto. Ogni anno, con l’aiuto della luna che in primavera diventa piena, si fa zakar: si esce di nuovo dall’Egitto, si attraversa di nuovo il Mar Rosso, si sta di nuovo lungo tempo nel deserto. Lo si vive ricordandolo, ma è zakar, che non vuol dire solo ricordo, ma realizzazione di qualche cosa che oggi ci salva.

Ma anche noi abbiamo il nostro zakar. Lo celebriamo ogni giorno. E tutti insieme lo celebriamo ogni domenica. Il nostro zakar: Cristo che muore e che risorge. Noi celebriamo questo memoriale. Me lo sentite anche dire dopo la consacrazione: il memoriale della sua morte e risurrezione. Gesù qui sull’altare è venuto a farci vivere il suo memoriale: vivetelo anche voi! Il Papa lo dice ai preti, ma voi preti dite agli altri: siate degli autentici testimoni, siate gente che sa veramente riferire un evento che ricorda e un evento che supplica per avere ancora una volta la salvezza. C’è differenza tra catechesi, formazione, ascolto di una predica, lettura di un libro e, invece, approfondimento personale e fede vera, fede forte.

Un giorno, il discepolo di un grande maestro gli chiede: Maestro, che differenza c’è tra la conoscenza e l’illuminazione? Il maestro dice: se tu prendi una fiaccola e vai in giro nella notte, dicono "Là c’è una fiaccola". Ma se diventi tu stesso quella fiaccola, se non solo ci credi, ma vivi la luce della fiaccola, allora dicono "C’è un uomo illuminato".

Volete essere gente che porta la fiaccola di Gesù o volete diventare Gesù stesso? Se lo abbiamo nel cuore e lo facciamo vedere, ci siamo rivestiti di Cristo perché prima ci siamo nutriti di Cristo e poi lo portiamo nel nostro mondo, nella nostra vita, nella nostra partecipazione alla vita della Chiesa. Sveglia! Non adesso, nella vita!

Ce la facciamo o non ce la facciamo? Se vogliamo farcela, chiediamo a Lui. Se vogliamo aspettare ancora un po’, Lui ci aspetta, ma abbiamo perduto del tempo. Non dobbiamo fare niente di straordinario. Stiamo facendo tutti qualcosa di buono. Facciamo in modo che in noi resti soltanto il buono, nel pensiero, nel giudizio, nel modo di fare, nel saper aspettare. Qualche responsabilità ognuno di noi ce l’ha: viviamola!

Voi, tu personalmente, chi dici che sia quello che interrogava i suoi discepoli?