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24 gennaio 2010
III Domenica del Tempo Ordinario C
Ne 8, 2-4.5-6.8-10 Sal 18 1 Cor 12, 12-30 Lc 1, 1-4; 4, 14-21

CHIUSO IL LIBRO, SI APRE IL VOLTO

Nella prima lettura abbiamo visto un popolo intero in ascolto. Il Vangelo invece ci presenta la sinagoga, una chiesetta. Però c’è il libro, c’è la Parola. Anche Gesù ha aperto il libro dell’Antico Testamento: Isaia. Era un rotolo (i volumi fatti come il nostro, i codici, non esistevano ancora). Lo arrotola, chiama l’inserviente, glielo dà e l’inserviente lo porta via: ora bisogna spiegarlo. E la spiegazione di Gesù è questa: io sono venuto per darvi la Parola.

La parola è scritta: ci vuole una voce che la legga. Oggi qui abbiamo già sentito due voci, adesso state sentendo la mia: voci umane. Ma quando parlava Gesù era lui che dava voce alla sua stessa parola, perché era lui la Parola! Questa è la differenza. La parola scritta è lui che si lascia trasformare in inchiostro. la parola detta da lui è lui vivo. Ma lui è stato lì a parlare per trent’anni, anzi, per tre. Ha vissuto trent’anni, ma di quello che ha fatto prima sappiamo poco. All’inizio di questo brano, Luca dice di aver raccolto queste cose. Da chi? Probabilmente da Maria che gli ha raccontato le cose che sono avvenute prima. Poi era lui, Parola e voce, finché non se n’è andato.

Capite perché in mezzo, fra la lettura dell’Antico Testamento e la lettura del Vangelo, è stata messa la lezione del corpo mistico di Cristo? Perché lui vuole continuare a parlare oggi. Vuol parlare con la nostra voce. Non solo parlare con la nostra gola, che è un pezzetto di vita cristiana. La nostra funzione di essere parola del Signore è quando noi viviamo perché siamo un pezzetto del suo corpo e allora quello che facciamo è far vedere che Lui c’è. Quando parliamo, è far vedere che lui parla. Quando operiamo nel nostro lavoro, nella nostra vita di famiglia, nel nostro mangiare, dormire, facciamo quello che è sempre la costruzione del suo corpo perché noi siamo una piccola parte di questo grande corpo che è lui.

Origene, il più completo commentatore della Bibbia (ci sono rimasti pochi dei suoi libri perché hanno avuto delle traversie nel corso della storia, ma quei pochi sono libri solidi), quando commenta questa parte del Vangelo di Luca dice: sapete qual è la parte più importante di questa pagina? L’ultima frase: gli occhi di tutti stavano fissi su di lui. Me lo immagino: voi ora state guardando me, come io sto guardando voi. Allora gli occhi stavano fissi su di lui perché cominciava a dare quello che il popolo ebraico stava aspettando, quello che il popolo ebraico continua ad aspettare ancora adesso. Quelli avevano scoperto che lui, finalmente, era venuto. E Origene dice: quali occhi? Gli occhi della testa, sì, ma soprattutto gli occhi del cuore.

Mi pare importante, allora, che ci chiediamo: i nostri occhi del cuore sono fissi su quello che è lui? Cerchiamo di capire lui? Che cosa vedo io di lui? Quando vedo lui? Dove vedo io lui? Chi è che mi dà lui? In che momento io sto fissando lui? Come faccio a parlare con lui? Ho confidenza con lui? Raggiungo, in certi momenti, un’intuizione forte: "Parlo con te, sei tu che mi parli, io ti ascolto"? Questa è vita cristiana. Solo così posso dire: ho capito cosa vuol dire costruire il corpo di Cristo. Solo così posso capire: Signore, tu sei luce per i miei occhi.

Si narra, nella vita di Madre Teresa, che una volta, come faceva spesso, sia andata a fare la visita a un povero. Era uno che non usciva mai di casa: viveva in una casa piccola, piena di cose, disordinatissima perché la roba era tutta ammucchiata. Lo saluta: è tutto buio. Gli chiede: "Posso metterti un po’ in ordine la casa?". "No, lascia stare. Non è necessario. Io so dove trovare tutto". Lei, intanto, guarda un po’ in giro e, in un angolo, vede luccicare una bellissima lampada. Spenta. Gli dice: "Non la accendi mai?". "Cosa la accendo a fare? È inutile. Tanto qui non viene mai nessuno". "Adesso ci sono io… Posso accenderla?". "Va bene, proviamo". Allora trova quello che serve per accender la lampada e, dopo un po’, la accende. La casetta si illumina. "Vedi com’è bella? Adesso la accenderai?". "Ma, cosa la accendo a fare?". La suora se ne va e lui spegne la lampada. Poi ritorna un’altra volta e gli accende la lampada. "Non la accendo perché non viene mai nessuno: ora sei venuta tu, accendiamola pure". "Ma se io ti mando ogni tanto una suora, accenderai la lampada?". "Va bene. Accenderò la lampada quando viene la suora". Passano alcuni mesi, Madre Teresa ritorna e vede che la lampada è accesa. In casa ci si vede. "Come mai hai acceso la lampada?". "Sì, quella suora che viene ogni tanto, non solo l’ha accesa, ma l’ha lasciata accesa: mi si è aperto il cuore. Ho capito che qualcuno mi vuole bene. Grazie".

Abbiamo bisogno non di una luce elettrica o di lampada ad olio. Abbiamo bisogno della luce dell’amicizia, della luce della relazione con gli altri. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: qualcosa di buono tu sai fare. Allora siamo capaci di credere in noi stessi, credo che la cosa più importante che ci dà Gesù è proprio questa: ci dà fiducia in lui, ci dà fiducia in qualcun altro, ma soprattutto ci dà fiducia in noi stessi. Possiamo veramente impegnarci.

C’è l’altra storia, di quel cieco che camminava per la strada, di sera, con una lampada accesa. "Ma perché tieni accesa la lampada? Tanto tu non ci vedi…". "Ah, sì, certo, a me la lampada non serve. Io la strada la so a memoria. Ma tengo la lampada accesa per gli altri, perché non mi vengano addosso". Dovremmo tenere accesa la nostra lampada per gli altri: la lampada della nostra relazione, della nostra amicizia, della nostra capacità di dimostrare che crediamo, del nostro parlare qualche volta di Dio, del nostro far vedere che crediamo in Dio, del nostro dire che abbiamo bisogno di trovarci insieme agli altri. Questa è la nostra lampada accesa.

Siamo lampade piccole piccole, ma il Signore si vuol servire di noi.

Diciamo al Signore che ci aiuti a guardarlo con gli occhi del cuore fissi su di Lui per poter poi imparare a mostrarlo nel nostro modo di vivere quotidiano.