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2 agosto 2009
XVIII Domenica del Tempo Ordinario B
Es 16,2-4.12-15 Sal 77 Ef 4,17.20-24 Gv 6,24-35

ESSERE DONO

Nel Vangelo di domenica scorsa abbiamo visto Gesù dar da mangiare a migliaia di persone. Forse gran parte di quel pane è venuto fuori dalle ceste che la gente si era portata, ma che teneva per sé: c’è stato un cambiamento. Oggi siamo al giorno dopo: "Dacci un segno!". Gesù sembra che dica: "Ma io ve l’ho già dato, solo che voi non l’avete preso come un segno, bensì soltanto come opera prodigiosa". Come se fosse un prestigiatore che prende il cappello e dentro c’è un coniglio. Lui ha detto due parole, ha "allargato" la parola, e ne è venuto fuori pane. Sì, è servito a qualcosa: qualcuno si è commosso e gli corre dietro. Però, si ricordano la manna nel deserto. Lo abbiamo visto nella prima lettura: non sapevano che cosa fosse. È avvenuto questo straordinario miracolo e non per una notte, ma – dice la Bibbia con i soliti numeri simbolici usati per dire "molto" – per quaranta anni. Ora, forse, quelli non si accontentavano di una serata di pane gratuito: lo pretendevano per anni e anni. Ma allora la nostra intelligenza, la nostra capacità di lavoro, a che cosa servono? Dobbiamo aspettare che tutto ci venga dal cielo? Quello che il Signore ci dona è un segno, è un invito.

Tu, non solo nelle cose, ma in te stesso, sei un dono. Tu sei un dono che ti sei ricevuto da Lui, da Dio. Comportati da persona che sa di essere dono. Il mondo d’oggi non è fatto così, è vero. Aprendo la radio, sentiamo parlare di lotte per i soldi, di leggi che, prima ancora di essere approvate, devono essere corrette. Altro che dono! Bisticci, liti, … Più i personaggi sono grandi, più meritano di essere criticati e, nello stesso tempo, più sono grandi e più ci troviamo gusto a criticarli.

Ma cosa sono io? Un uomo vecchio. Nel cuore, penso ai miei personali interessi; se mi tolgo il mio marciume per non soffrire, mi sembra che più ne tolgo, più divento piccolo, perché è umiliante ricevere un dono. Non voglio essere dono: voglio essere io che domino me stesso.

Ecco allora che San Paolo ci dà la sua bellissima spiegazione in tre passi.

Primo passo: tu sei vecchio e sei chiuso in te stesso. Il vecchio è quello che non guarda più avanti, altrimenti qualunque età si abbia, se si guarda ancora avanti e se, oltre alle cose, si guarda anche all’eternità, Dio non ci considera vecchi. Ma tutti abbiamo il nostro vecchiume latente. Magari lo copriamo con qualche parolina dolce. ma ad un certo punto bisogna scoprirlo il nostro grosso difetto, che non è uguale per tutti. ognuno ha il suo.

Secondo passo: diventa uomo nuovo, rinnovati! Un po’ di esame di coscienza non mi fa male: se ho scoperto che ho questo difetto, chiederò aiuto, prenderò in mano il Vangelo e cercherò qualche cosa che mi possa servire. Rileggetevi il sesto capitolo di Giovanni. Notate che non ci dà il buon esempio: prima ci sono migliaia di persone, poi c’è una sinagoga dentro la quale si riuniscono dopo aver attraversato un pezzo di lago. Dentro ad una sinagoga, quante persone volete che ci stiano? Immaginate questa chiesa: per quanto stipata, più di cinquecento persone non ci stanno. Non so come fosse quella sinagoga, ma era una casa che ospitava centinaia, non più migliaia. Alla sera di quel giorno, sapete quanti ne sono rimasti? Dodici! Gli altri se ne sono andati. Gesù ha fatto il discorso chiaro e, piano piano, sono diminuiti, perché vogliono le cose facili. Toccarsi dentro è difficile. Così, quella gente è scappata. Gesù poi li recupererà attraverso i suoi apostoli che manderà nel mondo, ma intanto chiede ai Dodici: volete andarvene anche voi? Pietro, ispirato dirà: solo tu hai parole di vita eterna. Io mi auguro di partecipare all’uomo nuovo e visto che nel cuore c’è il vecchio, me lo tolgo dal cuore per essere uomo nuovo.

Terzo passo: dov’è l’uomo nuovo? L’uomo nuovo è Cristo Gesù. Io divento un pezzo di Gesù. Ogni tanto mi viene da dire così, perché è quello che Gesù ci ha detto: "Voi siete tralci che portano frutto. Non siete voi la pianta, sono io la pianta. Io sono la vite, voi i tralci. Voi portate frutto se usate bene i miei doni".

Essere veramente capaci di pensare alla risurrezione. Essere veramente qualche cosa che non guarda intorno per vedere che cosa c’è, ma che dice: "Io quel discorso lo ascolto e, dopo averlo ascoltato, lo faccio. Prima a me, poi anche agli altri". Allora sarò capace di dare buon esempio, di far sì che gli altri mi imitino. Il mondo d’oggi ci dice: critica e poi stattene per conto tuo. Fa’ attenzione: non si sa mai che cosa succede. Accumula! Perché il mondo d’oggi sta andando male e proprio adesso che c’è una crisi finanziaria, che riguarda i soldi, allora tienili stretti! Gesù invece ci dice: sii dono! Tu sei un dono fatto dal Padre a te stesso: sii dono anche tu, fidati!

Man hu? Ma cos’è questo discorso? È il discorso della fede, della speranza, della carità. Chi è la carità? La carità è una persona, sapete? È Dio stesso il quale è disceso come pane del cielo: la manna di una volta, il pane-segno che voi volete, non è Mosè, ma il Padre che ha mandato Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Gesù è venuto per salvare e, per salvare, vuole dei collaboratori. Cinquemila, due o tre centinaia, dodici, e si basa si quei dodici. Non soltanto alla fine, quando dirà: andate nel mondo; ma in tutto vangelo Gesù ci presenta queste cose.

Vi racconto una specie di confessione: non è una vera liturgia. Tizio va a confessarsi. È qualche mese che non si confessa, una cosa abbastanza normale, e dice: ho detto le mie bugie, ho detto le mie parolacce, ho fatto poca preghiera,... E poi? E poi basta: va bene, padre? Senti: e la macchina, come la guidi? E i tuoi vicini di casa, come li saluti? E la tua salute, come la curi? E il giornale, come lo leggi? E le tue preghiere, per chi le fai? Prendi qualcosa del giornale e lo metti a disposizione del Signore con la preghiera? Queste domande non me le ha mai fatte nessuno… dice il penitente. Sono un po’ nuove. Allora mettile un po’ in evidenza… E quando vai dal medico, vai da quello della mutua o vai da quello "speciale"? E quando vai da quello speciale, ti fai dare la fattura oppure ne fai a meno? Padre, l’ultimo medico mi ha detto "Sono 200. Se vuoi la fattura, allora sono 250". Padre, come faccio, non sono mica ricco io, e allora mi accontento dei 200… Se non si fa così, si sta freschi nel mondo d’oggi… Ma dobbiamo cambiare noi! Il mondo d’oggi è una catena. Il vangelo mi dice: uomo vecchio. Allora tu rompi la catena! Se ci comportiamo così, non la rompiamo la catena, anzi ci mettiamo un altro anello, formiamo una rete. Il mondo d’oggi, forse, è una rete. Gesù è venuto per insegnarci a rompere tutti gli anelli di questa catena, a cominciare dal tuo. Ci si rinnova.

Nel particolare, chissà quante obiezioni avete da farmi. Negli anni scorsi ho già fatto discorsi di questo tipo e poi qualcuno, interessato per la sua professione, è venuto a protestare: non si predicano queste cose! Io DEVO predicarle, ma tutti DOBBIAMO viverle! Magari, con il nostro esempio, dobbiamo predicarle. È una catena che bisogna rompere per non diventare schiavi. Non solo uomo vecchio, ma schiavo, senza la liberà, senza la sicurezza, senza avere la possibilità di guardare a Dio dicendo: Padre, io sono d’accordo con te, grazie. Perché il mondo ha bisogno proprio di noi, ha bisogno di vivere la verità con impegno e ha bisogno di vivere la carità anche quando costa sacrificio e servizio.

Il primo documento cristiano dopo i Vangeli si chiama Didachè. È un libretto di dieci o dodici pagine. Comincia dicendo: la via che porta a Dio è la via della vita. L’altra, è la via della morte. Un po’ come uomo nuovo e uomo vecchio... Poi fa un elenco di peccati di quel tempo: rubare, drogarsi (li chiama venefìci, ma è lo stesso), uccidere il bambino prima che nasca. Questo era permesso dalla legge, allora come adesso. Via della morte: uccidere il bambino appena nato. Questo adesso sarebbe omicidio: qualche mese prima, è permesso; dopo, è omicidio. A quei tempi, l’Impero romano aveva una legge: il padre di famiglia poteva non accettare il bambino appena nato e esporlo o, più semplicemente, ucciderlo. Era una "cosetta" che non era ancora capace di parlare: un in-fante che, letteralmente, vuol dire "che non parla", ma anche "che non ha nessun diritto". Via della morte. Signore, aiutaci a capirlo e ad aiutare chi non lo capisce.