STORIA DI CUORI

      Il sacramento, e la necessità di riceverlo, erano interpretati in modo troppo rigido, quasi meccanico; ma la sostanza stava nel sentire l'importanza di dare il segno concreto, palpabile dell'amore di Dio e della redenzione che Cristo ha portato. Non un amore vago e generico. Non un amore soltanto mio, umano, ma divino e perciò capace di salvare.

     Si dice che Madre Teresa nei primi tempi battezzasse tutti i moribondi che raccoglieva, e che poi abbia smesso di farlo se non era esplicitamente richiesta. Perché aveva perso la fede, o perché riteneva più importante curare i corpi che preoccuparsi delle anime? Certamente no. Forse aveva capito più in profondità il senso del sacramento che non è un atto magico, ma ha un'efficacia più ampia di quello che pensiamo. Esso inizia nel momento in cui il credente si muove, pone un segno dell'attenzione di Cristo per l'altro. L'amore che si esprime nel gesto dell'immersione nell'acqua, va ben oltre il gesto in se stesso. Il desiderio, la fede e l'amore del missionario e l'apetura dell'altro ad accoglierlo sono un'immersione efficacissima in una vita nuova che Cristo dona - anche se per ragioni diverse non giunge alla pienezza della conoscenza e al segno completo del sacramento.

     La scelta umanamente assurda di tanti missionari diceva con i fatti, non con le parole, che un cinese vale tanto quanto un italiano, che non sono la lingua, la cultura, il modo di vivere o cucinare che rendono una persona degna di attenzione.

     Non lo è nemmeno il fatto che quella persona appartenga ad una nazione "nemica". In tante occasioni i missionari si sono trovati in difficoltà perché considerati "nemici"a causa della loro nazionalità. Sono stati partecipi delle passioni politiche del loro tempo, ma su di esse ha prevalso l'attenzione agli uomini e alle donne concrete a cui erano inviati. Hanno continuato a predicare e battezzare anche coloro che avrebbero ufficialmente dovuto considerare "nemici".

     Il "valore" del Cinese, pare a quello dell'Italiano, aveva la sua motivazione nella comune paternità di Dio, nell'Incarnazione e nell'opera redentrice di Cristo. I missionari, senza usare questo termine che allora non era di moda, partendo ponevano una "profezia". Essa consisteva nel cogliere e vivere la dimensione universale della salvezza, nel farsene interpreti e operatori. Dio ama davvero tutti, tutti e ciascuno meritano davvero tutto il sangue di Cristo e tutta l'attenzione della chiesa.

     Proprio così dice infatti il Mazzucconi: "anch'esse (cioè quelle anime) costano tutto il sangue della redenzione"; e perciò valgono la mia vita e la mia morte. Partendo, si facevano interpreti e operatori dell'amore di Dio per tutti, e non solo per qualche popolo o per qualche individuo privilegiato.

     Le modalità con cui ciò si esprime oggi sono in parte cambiate, ma la sostanza non deve perdersi. Oggi come ieri noi dobbiamo "profetizzare" che la sofferenza di un nero vale quella di un bianco, la paura di un kossovaro o di un serbo vale quanto la paura di un americano. Come missionari dobbiamo pure credere e "profetizzare" che bontà e santità possono svilupparsi tanto in un giapponese quanto in un italiano. Allora ci sarà più facile reagire alla facile obiezione di chi dice  che "tanto anche gli altri si salvano" e dunque la missione ha perso mordente o addirittura motivazioni.

Essere appassionati per la salvezza di tutti ( anche di chi sta in una sperduta periferia di Shangai o di Mumbai) non vuol dire soltanto preoccuparsi di farli scampare all'inferno magari per il rotto della cuffia; vuol dire desiderare che ciascuno cresca nella pienezza di grazia, che il suo cuore si dilati nel rapporto di liberazione e di amore che Cristo dona, aprirsi al servizio che nasce spontaneamente dalla fede, alla speranza nella croce, che sostiene anche nelle prove più difficili.

La profezia dei missionari preoccupati della "salvezza delle anime" consisteva nel dirci che tutti hanno il diritto di incontrare Cristo, e io che lo conosco non posso far finta che non mi riguardi.

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