ARCHIVIO PIME   ARCHIVIO PIME   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

P. ACHILLE CARELLI

SULLE ORME DELLA TIGRE

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Per evitare spiacevoli sorprese, il mio cavallo Pabù (1 HP) era stato messo al sicuro. Dovete sapere che, nei nostri villaggi, anche se non frequentemente, vengono a farci visita certi grossi gattoni che, sfortunatamente, non cacciano i topi, ma preferiscono pecore, capre e quant’altro serve a sfamarli. Difficilmente assalgono gli uomini anche se sono in grado di farlo, ma qualche volta è pur capitato. Qui come altrove sono chiamati tigri. Il mattino seguente, all’alba, partendo da Dorokò, ci mettiamo in cammino, io in sella e Pabù preceduto dai miei accompagnatori John e Paul, giovani svegli e volenterosi, a piedi. Pabù è carico di tutte le mie cose, comprese le provviste. Ci dirigiamo verso il monte Parankù che domina Dorokò, e scendiamo verso il villaggio di Dadhò che intendo visitare. Come al solito chiedo di visitare i malati; seguono confessioni e istruzioni sino a sera. Sono soddisfatto della mia giornata, tutto è andato bene. Il giorno seguente, sempre di mattina presto, si riparte dopo i consueti convenevoli di addio. La strada è lunga, abbastanza agevole e procede in discesa sino a raggiungere un ruscello che scorre sul fondo valle. Qui lo scenario è meraviglioso, da togliere il fiato, questa foresta è inebriante e persino divertente. Una colonia di scimmie che saltano di ramo in ramo in uno schiamazzo assordante sembrano impazzite; il suolo odora fortemente di muschio e di erbe aromatiche. Che belle cose ha creato Dio! Pabù prende anche lui un breve riposo. Riprendiamo il viaggio lasciando alle spalle il ruscello. Via di buon passo. Dopo poco il cavallo si ferma, lo incito, si impunta, scalpita, non c’è verso di farlo proseguire; con lo sguardo interrogo i ragazzi perché mi spieghino che cosa sta succedendo. Guardinghi, assorti, scrutano il sentiero e scoprono le orme di una tigre passata da poco. Pabù, con il suo acuto fiuto animale, aveva avvertito per primo il pericolo che stava in agguato. Non valgono le botte, quindi le legnate per smuoverlo; non vuol saperne di ripartire. Infine Paul lo afferra per il muso e la cavezza, John lo spinge da dietro ed ecco che si muove sia pur riluttante. Piano piano, ansimanti per la fatica, percorriamo l’ultimo tratto di sentiero fino ad una svolta. Qui le tracce del felino sono scomparse; ha preso un’altra direzione. Con l’animo un po’ sollevato, anche se la paura non ci è passata del tutto, riprendiamo il cammino e raggiungiamo un altro villaggio. In una cappella di canne di bambù posta sulla sommità del monte, i cristiani mi fanno largo e mi concedono il posto migliore. Mi dedico alle consuete pratiche: istruzione e confessioni fino a sera, e poi, finalmente a riposare. La capanna è costruita in canne di bambù, materiale prodotto sul luogo ed usato largamente per molteplici applicazioni. Di bambù sono le pareti, il pavimento e persino la porta. Mi sforzo di immaginare quale sicurezza di incolumità mi possa dare tutto ciò. Basterebbe un forte vento, forse anche uno starnuto più forte e tutto volerebbe per aria. Figurarsi poi se, a quella tigre, venisse in mente di farmi magari una visitatina. Già… avevo dimenticato che, per poco nella mattinata, non ci eravamo trovati faccia a faccia con una tigre della foresta. Non avevo ancora iniziato le mie preghiere della sera, che il silenzio della notte venne scosso da un ruggito feroce. Era quello della tigre, e proveniva dal fondo della valle. Cessato il batticuore, piano piano recito le preghiere ringraziando l’angelo custode di avermi protetto da brutti incontri. Anche se mezzo addormentato, riesco ancora a formulare un pensiero: "Beh, … dopo tutto io non ti ho fatto alcun male", pensai rivolto alla tigre. Presi sonno e dormii profondamente fino al mattino successivo.

Padre Achille Carelli, missionario in Birmania dal 1936, morto a Rancio di Lecco nel 1987.