SACRA BIBBIA  don Claudio Doglio
LE BEATITUDINI

Gesù fa conoscere il Padre. Questa è la buona notizia: "la felicità è possibile"

"Beati i poveri in spirito" Dio Signore onnipotente è dalla nostra parte

"Beati gli afflitti" Il Signore Dio è la nostra consolazione

"Beati i miti " Dio Padre ci lascia in eredità la terra intera

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia" Il Signore Dio ci nutre e ci soddisfa

"Beati i misericordiosi" Dio è Padre buono che ci accoglie con tenerezza

"Beati i puri di cuore" L’invisibile Dio si mostra ai suoi amici

"Beati gli operatori di pace" Il Signore Dio ci accoglie nella sua stessa famiglia

"Beati i perseguitati per causa della giustizia" Dio stesso è la nostra ricompensa ed è grande

L’altra faccia delle beatitudini I tremendi "guai" nel cap. 23 di Matteo

Anche l’Antico Testamento conosce beatitudini "Beato chi trova in Dio la sua forza!"

LE ALTRE BEATITUDINI DEL NUOVO TESTAMENTO
"BEATI QUELLI CHE, SENZA AVER VISTO, CREDERANNO"

Le sette beatitudini dell’Apocalisse "Beato chi custodisce queste parole profetiche"

Le beatitudini , i doni dello Spirito Santo e le virtù del cristiano 
La felicità è un dono che Dio ci fa ed è realizzazione delle nostre potenzialità

 

LE ALTRE BEATITUDINI DEL NUOVO TESTAMENTO
"BEATI QUELLI CHE, SENZA AVER VISTO, CREDERANNO"

 

Introduzione

Nel nostro programma gli ultimi incontri sono dedicati alle beatitudini presenti nel Nuovo Testamento oltre alle classiche formule di beatitudine che già abbiamo preso in considerazione nella prima parte.

La volta scorsa abbiamo dato un’occhiata alle beatitudini dell’Antico Testamento e questa sera vediamo quelle del Nuovo Testamento. Lasciamo da parte le sette beatitudini dell’Apocalisse, alle quali dedicheremo l’attenzione la volta prossima come finale. E allora consideriamo le altre formule di beatitudine presenti nel Nuovo Testamento.

Le divido in quattro categorie; non sono tante e quindi riusciamo a considerarle una per una.

Le quattro categorie possono essere così denominate:

le beatitudini di MARIA,

le beatitudini degli APOSTOLI,

la beatitudine di CHI VEGLIA,

la beatitudine della GENEROSITÀ.

Iniziamo dalle prime due categorie che prendono in considerazione delle persone, in primo luogo Maria, la Madre di Gesù.

 

Le beatitudini di MARIA

Troviamo nel Vangelo di Luca, solo di Luca, tre espressioni in cui Maria viene proclamata Beata; quindi, il concetto di beatitudine che abbiamo visto applicato in senso generico, in questo caso viene legato ad una persona specifica.

Nel primo capitolo di questo Vangelo sentiamo Elisabetta che, mentre accoglie Maria, la proclama beata in quanto è colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.

La prima beatitudine che compare nel Vangelo ed è applicata a Maria è la beatitudine della fede: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (Lc 1, 45).

Il fatto di essersi fidata di Dio, di avere affidato la propria vita al Signore, è l’atteggiamento fondamentale di Maria.

Poco più avanti, mentre Maria celebra il Signore con il cantico del Magnificat, dice: "D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata" (Lc 1, 48). La beatitudine che viene proclamata in tutte le generazioni trova proprio la radice nella sua fede, nella sua relazione con il Signore.

Ma è il terzo passo che ci permette di chiarire ulteriormente questo significato, sempre nel Vangelo di Luca al capitolo 11.

Un giorno, mentre Gesù stava parlando, "una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!»" (Lc 11, 27). Si tratta di un’espressione tipicamente femminile: è una donna che, sentendo parlare Gesù, affascinata da quella persona, non riesce a contenere un’esclamazione e dice "Beata tua madre!"; con il linguaggio ridondante tipico dell’orientale, proclama la beatitudine del grembo che ha portato e delle mammelle che hanno allattato.

Gesù reagisce a questa formula dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11, 28). Sembra una formula anti-mariana, sembra, ma non lo è. Sembra che Gesù voglia allontanare la beatitudine da Maria; quella donna, entusiasta, dice "Beata tua madre!". Gesù obietta "Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano!": non sta allontanando la beatitudine da Maria, ma sta chiarendo in che cosa consiste la beatitudine di Maria. Perché Maria è fortunata o felice? Dove sta la felicità, la fortuna della madre di Gesù? Probabilmente anche noi, come quella donna, saremmo tentati di dire che la fortuna è stata quella di essere la madre di Gesù. Invece Gesù dice di no, e la tradizione della Chiesa l’ha sempre seguito dicendo che la beatitudine di Maria sta nell’essere discepola di Gesù piuttosto che madre: la beatitudine di Maria sta nell’aver creduto, più che nell’aver generato, la grandezza di Maria e la sua felicità hanno la radice nella fede, nella fiducia, nell’affidamento grande che questa donna ha avuto nei confronti di Dio.

La maternità, la maternità divina, è un dono straordinario che le è concesso proprio in virtù della sua fede: dalla fede, grazie alla fede, Maria diventa madre. Ed è proprio qui anche la qualifica di vergine, che sottolineiamo con forza: è un fatto reale e anche fisico, ma non si esaurisce lì. La verginità di Maria è la sua totale dedizione al Signore, è la fiducia assoluta e grandiosa per cui Maria aderisce totalmente al Signore: è quella che S.Agostino chiama la "virginitas cordis", è la verginità del cuore. Commentando un testo dove si parla appunto della verginità di Maria, S.Agostino dice: "Quella del corpo qualcuno l’ha conservata, ma la verginità del cuore l’hanno persa proprio tutti!". La verginità del cuore è l’adesione sincera, limpida, totale al Signore, e il peccato originale ha deteriorato questa autentica e profonda adesione.

"Et venit Dominus et virginem fecit; Ecclesiam, virginem fecit", "Venne il Signore e creò una vergine; creò la Chiesa, vergine": è il discorso che riguarda la comunità cristiana, intesa come la nuova condizione dell’umanità aperta al Signore, disponibile. Maria è l’anticipo della Chiesa, è il tipo, è il prototipo, è il modello iniziale di quella nuova relazione con Dio resa possibile dalla grazia.

Dunque, Maria è più fortunata per aver creduto che per aver generato.

"Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" riguarda certamente Maria; lei ha ascoltato la parola di Dio e l’ha conservata: "Conservava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2, 51). Tutte queste cose le ha custodite e le ha vissute, quindi la beatitudine di chi ascolta si applica primariamente a lei.

Un altro episodio del genere, che certamente ricordate dal Vangelo, si ha quando i parenti di Gesù insieme a sua madre vanno a cercarlo e Gesù domanda: "Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Guardateli qui – e indica i discepoli – quelli che ascoltano, quelli che fanno la volontà di Dio, questi per me sono fratello, sorella e madre". Non sta diminuendo Maria, sta valorizzando le qualità principali di Maria. Maria è madre di Gesù proprio perché ha fatto la volontà di Dio, proprio perché "vergine", cioè perché fedele, perché totalmente credente è diventata madre. La maternità di Maria, straordinaria, è proprio conseguenza della verginità: ecco perché nella liturgia si insiste sempre sull’aspetto "vergine e madre". Non sono qualità in contraddizione, ma strettamente congiunte, madre perché vergine: se non fosse stata in quell’atteggiamento di totale affidamento al Signore, di piena fede, di amoroso abbandono, non avrebbe potuto diventare la madre del Figlio di Dio. Madre di un uomo sì, tranquillamente, ma non di Dio.

E allora ecco la prima grande beatitudine che il Nuovo Testamento ci presenta: legata alla figura storica di Maria è la beatitudine della fede. È praticamente un caso eccezionale il fatto di presentare una persona, storica e concreta, come modello della beatitudine. "Tutte le generazioni mi chiameranno beata": il modello della persona felice, della persona realizzata, l’incarnazione delle beatitudini è lei.

 

Le beatitudini degli APOSTOLI

Un’altra categoria è quella degli apostoli, anche nei loro confronti troviamo delle espressioni che proclamano la felicità: due detti, in Matteo e in Luca, relativi a tutti gli apostoli.

Gesù dice nel Vangelo di Matteo: "Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere quel che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare quel che voi ascoltate, e non l’udirono!" (Mt 13, 16.17).

E nel Vangelo di Luca: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete: Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono" (Lc 10, 23÷24).

Quindi, "beati voi, che avete la possibilità di vedere e di sentire". È una formulazione non generica, non valida in genere per tutti, ma specifica per i suoi discepoli, per quelli che lo hanno seguito ed hanno creduto in lui.

"Beati i vostri occhi", siete fortunati perché potete incontrare il Messia. È una beatitudine che riguarda espressamente gli apostoli, perché l’esperienza del Messia che hanno fatto loro noi non la possiamo fare, quelli vissuti prima non l’hanno fatta e quelli vissuti dopo nemmeno: è un’esperienza eccezionale, è una fonte di felicità, è un’esperienza altamente positiva aver potuto vivere insieme a Gesù.

In un’altra espressione, che si trova anch’essa in Matteo e in Luca, Gesù conclude un discorso dicendo: "Beato chi non si scandalizza di me". Il contesto è quello dell’ambasceria del Battista; Giovanni Battista, dalla prigione, manda dei discepoli a chiedere a Gesù: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?". Probabilmente il Battista ha avuto un momento di crisi, è in prigione, rischia la vita e le cose non cambiano. Giovanni Battista aveva annunciato un Messia deciso, con la scure in mano, pronto a tagliare ogni albero che non produce frutto, "col ventilabro, tale da separare nettamente il grano dalla pula". Fuori metafora, il Battista annunciava un Messia capace di distinguere i buoni dai cattivi, invece l’esperienza di Gesù non sta portando ad una netta separazione fra i buoni e i cattivi, le cose continuano come prima: i cattivi continuano a fare le loro malvagità, Erode continua a fare le sue azioni malvagie e Giovanni Battista, grande profeta, uomo giusto, onesto, buono, è in prigione e sta per lasciarci la vita, e ce la lascerà. Allora questo Messia cosa ha cambiato? I cattivi continuano la loro strada, i buoni continuano a subire, la separazione non c’è e così sorge il dubbio espresso dalla domanda dei discepoli di Giovanni a Gesù.

Gesù propone allora ai discepoli di Giovanni, dal Vangelo di Matteo: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me" (Mt 11, 4÷6) e, dal Vangelo di Luca: "Andate a dire a Giovanni quel che voi avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato da me!" (Lc 7, 22÷23).

I segni che Gesù propone sono alcuni gesti prodigiosi da lui compiuti, intesi proprio come segni del cambiamento dell’uomo, di una trasformazione radicale, di un superamento dell’handicap: gesto fisico che ha l’intento di mostrare una trasformazione profonda dell’uomo. Per dirla con una battuta, i rivoluzionari umani sono portati a tagliare la testa, la rivoluzione di Gesù si prefigge il compito di "cambiare" la testa, cosa molto più difficile. Tagliare la testa all’avversario è l’opera compiuta da tanti rivoluzionari di tutti i tempi e di tutte le idee; è una soluzione drastica e semplice, ma non risolve il problema.

L’intervento di Gesù si propone di cambiare la testa, di cambiare il cuore dell’uomo, di cambiarlo dal di dentro; è un’operazione difficilissima che richiede tempo e pazienza, e lì per lì non si vede nulla.

La testa la perderà Giovanni Battista, gliela taglierà Erode e nessuno taglierà quella di Erode. Eppure l’opera del Messia sta funzionando, lentamente.

"Beato chi non si scandalizza di me!". Cosa vuol dire "scandalizzarsi"? In greco, la parola "scandalon" indica l’inciampo, in genere una pietra malmessa nel selciato oppure una radice che spunta dal terreno e offre occasione di inciampo, non la vedi e cadi perché ti sei inciampato, il piede ha urtato contro un ostacolo e la tua persona è caduta. Quell’oggetto che ha interrotto il tuo cammino e ti ha fatto cadere è uno "scandalo".

"Scandalizzarsi" significa inciampare e cadere, perché c’è qualcosa che ti fa cadere.

"Beato chi non si scandalizza di me" vuol dire che qualcuno può scandalizzarsi di Gesù. In che senso? Giovanni Battista rischia di scandalizzarsi di Gesù, cioè di vedere il suo comportamento, di non capirlo e di "inciampare" arrivando alla conclusione sbagliata che "non è colui che deve venire, dobbiamo aspettarne un altro".

Il problema non è in Gesù, ma nella testa di chi vede Gesù, di chi valuta il suo comportamento.

Il rischio è quello di rifiutarlo perché non corrisponde ai propri schemi mentali. Chi si aspetta un Messia potente e violento rifiuta Gesù, perché non è come lo vuole; allora la realtà storica, concreta di Gesù, la sua predicazione, la sua azione diventano un ostacolo, anziché un aiuto diventano un impedimento.

Proprio in questo senso Gesù dice "Beato chi non si scandalizza di me". La beatitudine sta proprio nel sapere accettare Gesù com’è, mettendo da parte i propri pregiudizi, i propri preconcetti. "Beati i vostri occhi perché vedono" equivale a dire "Beati se sapete accettare Gesù così com’è, senza pretendere che sia come lo volete voi, perché rischiate di rifiutarlo se pretendete che sia come volete voi.

Se invece siete disposti ad accoglierlo così com’è, beati voi! Ma questa non è forse la fede? È l’atteggiamento di Maria, è la beatitudine di colei che ha creduto, che non si è "scandalizzata" di una situazione strana che le veniva proposta, ma è stata disponibile alla novità ed alla stranezza, con un’apertura eccezionale nei confronti del progetto di Dio.

Altre due formule di beatitudine sono personalizzate: la prima riguarda San Pietro e l’altra san Tommaso.

Nel Vangelo di Matteo, dopo che Simone ha proclamato la sua fede in Gesù: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", Gesù gli risponde: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 16÷17). La carne e il sangue indicano concretamente le forze umane, la natura umana, le proprie capacità. Gesù sta dicendo a Simone: "Non è farina del tuo sacco, quello che hai detto non viene da te, non ci sei arrivato con la tua intelligenza, non è una tua conquista, non è un tuo merito, beato te!". La beatitudine di Simon Pietro non sta nell’essere stato capace di capire chi è Gesù, ma sta nel fatto che "il Padre te l’ha rivelato".

Questa impostazione dovrebbe un po’ sconvolgere la nostra mentalità, perché per parte nostra una beatitudine che sottolineassimo per noi sarebbe quella di essere capaci di fare qualcosa. Invece Gesù dice il contrario: "Beato te perché non ci sei arrivato con le tue forze, la tua fortuna è che il Padre te l’ha rivelato, ti ha aperto la mente".

Vedete che ritornano le stesse idee su cui ho insistito tante volte commentando le otto beatitudini del discorso della montagna: la radice della beatitudine è la proclamazione di ciò che fa Dio, perché vostro è il regno dei cieli; Dio è dalla vostra parte, siete beati per questo, non perché siete poveri; "potete" essere poveri, e siete beati perché Dio è dalla vostra parte.

Pietro è beato perché il Padre è dalla sua parte, perché il Padre gli apre la testa e gli mette dentro le cose, gliele ha rivelate. In greco si adopera proprio il verbo "apocalipto", il verbo dell’Apocalisse, ha tolto il velo, ha fatto conoscere quello che c’è oltre.

Un’affermazione del genere ritorna in San Paolo nella lettera ai Galati, quando l’apostolo dice: "Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio" (Gal 1, 15).

Pietro è arrivato a riconoscere Gesù come Figlio di Dio perché il Padre gliel’ha rivelato. Analogamente, anni dopo, Paolo è arrivato a credere in Gesù come Figlio di Dio perché il Padre gliel’ha rivelato.

"Nessuno viene a me se il Padre non lo attira" e "Nessuno conosce il Padre se il Figlio non glielo rivela". Sono due affermazioni strettamente collegate.

"Beati gli occhi degli apostoli che hanno visto Gesù" e "Beato Simon Pietro perché il Padre gli ha fatto capire di più di quello che i suoi occhi hanno visto". Ancora una volta vedete che beatitudine è sinonimo di fede: radice della felicità è questa accoglienza dell’opera di Dio.

Ed esplicitamente, questo concetto è contenuto nell’altra formula che troviamo alla fine del Vangelo di Giovanni. Dopo l’episodio di Tommaso che non voleva credere, nell’ottava di Pasqua Gesù è di nuovo presente nel Cenacolo quando c’è anche Tommaso; gli propone di toccare le piaghe, che non uccidono più eppure esistono ancora nel suo corpo risorto, e Tommaso si prostra davanti al risorto e proclama la sua fede, la fede più matura della comunità cristiana: "Signore mio e Dio mio!". È l’unico che proclama Gesù come Dio stesso, lo chiama "Dio mio!".

"Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" (Gv 20, 28÷29). Sembra che questa formula aggiusti la prima. Noi dicevamo "Beati gli apostoli che hanno fatto l’esperienza storica, beati loro, noi non l’abbiamo fatta!". Qui Gesù dice che siamo beati anche noi, senza aver fatto l’esperienza storica, sensibile degli apostoli, "proprio perché crederanno, saranno beati". La sottolineatura, ancora una volta, non sta nel non vedere, non "beati senza vedere", ma "beati perché credono, anche se non vedono credono lo stesso". La beatitudine non sta nel vedere, ma nel credere. La beatitudine non sta nell’essere madre di Gesù, ma nel credere in Gesù. La radice della nostra felicità non sta nel toccare con mano qualcosa, nell’aver fatto l’esperienza storica dell’uomo Gesù; la felicità, per noi, sta nell’affidarsi a lui, nel credere alla sua parola, nell’accogliere pienamente il suo Vangelo.

 

La beatitudine di CHI VEGLIA

Vediamo ora la prima delle altre due categorie di grandi beatitudini che troviamo nel Nuovo Testamento.

Raggruppiamo alcune citazioni sotto il titolo della veglia, dell’essere sveglio.

Troviamo, nel Vangelo di Luca al capitolo 12, una specie di parabola relativa al portinaio che aspetta il padrone oppure ai servi, delegati per una missione, che attendono il ritorno del padrone: "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno, troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!" (Lc 12, 37÷38), e più avanti: "Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro" (Lc 12, 43).

Tre volte troviamo questa esclamazione di beatitudine e in tutti e tre i casi l’idea è sempre la stessa: "Beato il servo sveglio!". Sveglio è il contrario di addormentato ed è una questione di attenzione morale, di intelligenza. Anche nel linguaggio comune si usano i termini "sveglio" e "addormentato" per indicare una persona intelligente e perspicace ed un’altra che non lo è.

Il sonno è però anche l’immagine di chi non solo non ragiona, ma si abbandona ad uno stato di incoscienza, quindi di non responsabilità: chi "dorme" non pecca perché non è responsabile di quello che fa, l’essere "sveglio" invece implica una coscienza, un’intelligenza, una volontà, una responsabilità adulta e matura.

Il servo che veglia è colui che attende il signore, cosciente di quello che sta facendo, che non si abbandona alla situazione di inconsapevolezza di chi lascia correre, di chi lascia andare, di chi non sa perché fa le cose, di chi non sa ciò che attende. La beatitudine di chi veglia è allora una felicità intelligente, di chi è discepolo sapendo perché è discepolo.

Qualche volta vi può essere capitato di dover dare testimonianza della vostra fede, magari perché qualcuno vi proponeva altre tradizioni di fede. Talvolta le obiezioni che vengono mosse si basano su abitudini consolidate che risalgono da sempre e che portano a rifiutare qualsiasi cambiamento semplicemente perché si è sempre fatto in quel certo determinato modo. Non sono obiezioni consistenti, non è questione semplicemente di essere abituati in un certo modo, è questione invece di essere convinti di ciò che si fa, coscienti, consapevoli. Quindi, se non cambio certe mie abitudini non è perché ormai sono abituato in quel determinato modo, ma perché sono convinto di ciò che faccio, sono consapevole delle mie azioni. Non ho scelto con la testa nel sacco, ma ho scelto consapevolmente, si potrebbe dire che "prima di firmare ho letto le istruzioni e so che cosa ho firmato, ho firmato perché volevo". Sono discepolo non perché mi sono trovato a nascere in un paese di tradizione cristiana e quindi vado avanti così, ma perché l’ho scelto liberamente io: è questo il concetto di "veglia", di chi "non è addormentato", di chi è discepolo consapevole. Beati loro!

Ugualmente, troviamo in Matteo al capitolo 24 una formula simile: "Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così" (Mt 24, 46), cioè "Beato chi continua ad operare secondo le indicazioni del maestro".

Nella lettera di Giacomo troviamo un detto che potrebbe essere evangelico, recuperato in questa antica omelia: "Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano" (Gc 1, 12). È un altro modo di presentare la beatitudine della veglia: chi sopporta la tentazione è una persona che sa distinguere, che sa scegliere, che sa riconoscere il bene dal male e sa scegliere il bene; ed è anche pronto a sopportare delle situazioni negative, a subire dei danni, a sopportare delle persecuzioni, perché sa qual è il bene e non accetta il male anche se potrebbe procurargli piacere.

"Una volta superata la prova riceverà la corona della vita". Questa è una formula di beatitudine molto simile a quella che troviamo nel Vangelo di Matteo: "Beati gli afflitti perché saranno consolati". Avevamo detto che quel "saranno consolati" deve essere interpretato come un’azione di Dio: "Dio li consolerà". "Dare la corona della vita" indica la stessa cosa. "Saranno saziati", "Saranno chiamati figli di Dio", "Saranno trattati con misericordia" sono tutte espressioni che assomigliano a quella appena detta: "Il Signore darà loro la corona della vita". Superata la fase della difficoltà verrà il bello: quindi, beati quelli che sanno vegliare nella notte perché verrà il giorno, e ci sarà "l’incontro".

 

La beatitudine della GENEROSITÀ

Infine, troviamo ancora un altro gruppo di versetti neotestamentari dove la beatitudine riguarda la generosità.

Nel Vangelo di Luca al capitolo 14 troviamo questo insegnamento di Gesù: "Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti" (Lc 14, 13÷14).

Questo è un criterio che forse non è ancora del tutto entrato nella nostra mentalità; istintivamente ci aspettiamo la riconoscenza e ci aspettiamo di essere ricambiati.

Gesù proclama la beatitudine di chi non è ricambiato: fai regali proprio a quelli che non possono restituirteli, la beatitudine sta lì nel fatto che non te li possono restituire. Il criterio è molto simile a quando Gesù dice: "Non farti vedere a pregare. Prega nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà", che equivale, in questo caso, a: "Non far mettere le lapidi quando fai un’offerta. Falla nel segreto, che non lo sappia nessuno e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà"; e ancora: "Quando digiuni non metterti a dire in giro che digiuni, non farlo sapere a nessuno. È sufficiente che lo sappia il Padre tuo che vede nel segreto". Infatti: "Stai cercando la gloria degli uomini? Stai cercando i complimenti e le congratulazioni? O stai cercando veramente il Padre?".

"Beato sei tu se non hanno da ricambiarti": la radice di questa felicità sta proprio in una generosità che non cerca il contraccambio. Ho letto una volta, in una casa di Genova di accoglienza di persone handicappate mentali, quand’ero ragazzo, una scritta che mi è rimasta impressa: "L’amore inizia là dove non si chiede niente in cambio". Sì, è la radice della beatitudine e della felicità, è autentico amore quando non chiedi niente in cambio. Se chiedi in cambio qualcosa e hai le soddisfazioni dell’essere ricompensato, allora si tratta di un commercio, sentimentale ma sempre commercio. Ma l’autentico amore, lo sappiamo bene, non chiede niente in cambio, è la radice della felicità.

In Giovanni al capitolo 13 Gesù dice: "Sapendo queste cose sarete beati se le metterete in pratica" (Gv 13, 17). Allora, la beatitudine sta nel mettere in pratica, cioè non nel teorizzare ma nel vivere questa generosità; sapendolo soltanto, non siete beati. Quindi non si può dire: "Beato chi conosce le regole della generosità" bensì: "Beato chi vive la generosità!".

Negli Atti degli Apostoli al capitolo 20 troviamo il grande discorso di Paolo come testamento spirituale. Dice, fra le altre cose: "In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: È più beato il dare che il ricevere!" (At 20, 35). Nella traduzione italiana si legge "C’è più gioia nel dare (…)", ma il testo originale greco adopera l’aggettivo "beato", quindi dobbiamo considerarlo nella nostra carrellata.

È più beato il dare che il ricevere. Paolo riporta questo detto come di Gesù; che nei Vangeli non c’è, ma sappiamo che nei Vangeli non ci sono tutte le parole dette da Gesù e questa ne è una prova. Dagli Atti, nella testimonianza di Paolo, abbiamo imparato questo detto di Gesù: c’è più gioia, è più fonte di beatitudine il dare che il ricevere. Tutto questo rientra nella categoria della generosità: fonte di felicità è il dare, è l’essere generoso; non è l’avere, non è il ricevere che crea la felicità, ma è il dare.

Giacomo, al capitolo 1 della sua lettera, dice: "Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi sarà beato nel praticarla" (Gc 1, 25).

La beatitudine consiste nel vivere concretamente secondo la parola del Signore. Vivere il Vangelo come Maria, come gli apostoli, da svegli e da generosi, è la nostra beatitudine.