COMUNITÀ MISSIONARIE LAICHE PIME   APPUNTI… SULLA SPERANZA!   CAMBOGIA

ANTONELLA MARINONI
Comunità Missionarie Laiche Pime

Ripenso al breve tempo trascorso in Cambogia con profonda gratitudine.

Ha avuto la forza di farmi riflettere su parecchie questioni. Riflettere per formulare nuove sintesi, per ricollocare in un senso ciò che ho visto e ascoltato, per ritrovarmi pronta a confronti e condivisioni nel mio ambiente comunitario, lavorativo, ecclesiale.

Questo lo affermo ora, ma, in tutta onestà, il volto di quella esperienza missionaria fu senza dubbio quello di una "crisi".

Intendo con il termine "crisi" una rottura, una frattura nell’equilibrio personale, nel proprio universo di pensiero, di certezze, di sentimenti, dovuto all’irrompere di una novità, di elementi non familiari o di impeti inconsueti.

La Cambogia, me stessa in quel Paese, l’incontro con una Chiesa nuova… fu quell’alterità capace di ripropormi, dopo percorsi di formazione, di preparazione, la questione sul senso del mio essere lì e sul trovare o ri-trovare il mio posto e il mio compito.

Certamente l’incontro con l’altro è qualcosa di affascinante e di promettente, ma è anche qualcosa che frantuma e che spezza.

Il confronto con una realtà "diversa ed estranea" e che ti fa sentire tale… interpella senza scampo e spoglia in fretta da risposte troppo facili.

In condizioni di estraneità forte ed evidente, l’identità fa problema. Occorre allora ri-trovarsi per riuscire a controllare la tendenza a scaricare sugli altri responsabilità di veri o presunti fallimenti, nonché di pretendere riconoscimenti e gratificazioni da ogni parte, soprattutto, in missione, dalla gente che ti circonda.

Introduco una riflessione sul tema della speranza partendo dalla condivisione di una "crisi" perché credo che questo sia davvero il punto di partenza.

Accettare e accogliere l’inadeguatezza delle sintesi in nostro possesso, sentire profondamente che molto spesso il desiderio di vivere, amare e sperare non è così scontato, ma è frutto di scelta quotidiana e anche di lotta… è davvero una premessa indispensabile.

L’ho imparato, conoscendo e frequentando SOVAN, giovane cambogiano, nostro insegnante di lingua Khmer. Con me c’erano anche Stefania e Cristina, appartenenti alla mia stessa comunità.

Proveniva da un villaggio delle risaie al Nord della Cambogia. Sentiva un anelito ad un futuro migliore. Forse lo infastidiva e lo intristiva constatare giorno dopo giorno la precarietà della vita sua e dei suoi ormai anziani genitori. Cercò lavoro a Phnom Penh. Illusioni e facili ambizioni lasciarono presto il posto ad una paziente ed umile ricerca di qualcosa che potesse concretizzare la parola "futuro" e "speranza".

Umile… un aggettivo che non svalorizza, ma che riporta alla "terra" (da "humus"), cioè alla realtà concreta, possibile, vera.

Paziente… che concede cioè spazio a tempi, modalità, risultati che non sempre sono quelli che ci aspetteremmo.

Monaci buddisti lo ospitarono vicino alla pagoda insieme ad alcuni amici.

La dimora per quegli intraprendenti giovani era un tetto instabile, sopra assi improbabili. All’interno un tavolo: il loro letto.

Cominciò come "mototaxi driver" e continuò ad esercitare questo lavoro, anche quando (studiando di sera l’inglese su libri trovati al mercato della capitale) approdò ad un’improvvisata scuola di cambogiano per stranieri, organizzata da un missionario francese.

A noi la fortuna di essere tra i suoi studenti.

Fu una sfida imparare in questo modo, senza didattica e metodologia, i rudimenti di una lingua tanto affascinante quanto complessa, ma ogni giorno fu per me la possibilità di veder raccolto il mio scoraggiamento, di trovare stimolo a non negare le mie piccole e grandi "crisi" e di confrontarle con un giovane che trovava ogni giorno la forza per vivere.

Nessun percorso lineare (non appartiene forse né alla vita e neppure alla speranza), anche alcuni sbandamenti, perdite di sentiero, tentativi ed errori.

Conobbe il bere come fuga alla fatica del vivere, trovò consolazione fugace tra le braccia di diverse prostitute, ma Sovan credeva nella vita e nella speranza di renderla migliore.

Un cammino non certo lineare e regolare, forse più a spirale, con continui ritorni ed approfondimenti… ma "vita", caratterizzata da profonda consapevolezza delle proprie risorse, ma anche dei propri limiti. Aderenza al reale per quello che è, senza difese, idealizzazioni. E si parte da lì.

Spesso Sovan raccontava della vita, della sua vita. E poi con un sorriso concludeva "È così".

Nessuna rassegnazione in quell’affermazione, ma l’accoglienza della propria esistenza in tutte le sue sfumature, luci ed ombre.

Vorrei tanto imparare a vivere così.

Mi sembra così in sintonia con l’amore, la cosa più preziosa che possiamo ricevere e offrire.

Possiamo analizzare ogni cosa, giudicarla tra bianchi e neri, incasellarla in categorie precise, chiare, nette. Possiamo farlo anche a livello interpersonale… analizzando comportamenti altrui, giudicando, interpretando.Umano farlo, legittimo, anche.

Ma occorre però poi affermare l’amore .

Amore… che è accoglienza, accettazione, inclusione (non esclusione), altrimenti il senso di smarrimento è insopportabile. Sovan viveva così: faceva dell’accoglienza della sua esistenza il punto di partenza per poterla migliorare e cambiare.

Lasciò l‘insegnamento. Il salario era minimo per chi sentiva nascere nel cuore il desiderio di sposarsi.

Amava una ragazza, non voleva invece accettare colei che gli era stata predestinata da equilibri familiari e da contratti di natura economica tra famiglie.

Voleva quella ragazza. Aveva però bisogno di più soldi per convincere, forse, la sua famiglia e i futuri suoceri di quanto fosse "in gamba e affidabile".

Perfezionò il suo inglese, grazie ai tanti ex-studenti che si erano succeduti nella sua classe.

Riuscì a farsi assumere come guardia di sicurezza presso l’ambasciata americana.

Un traguardo incredibile.

Si sposò, ebbe un figlio.

Lottò contro le angherie della famiglia della moglie, lasciò casa, ne costruì un’altra, aiutato dalla sua sposa e incoraggiato dalla speranza per il futuro del figlio, lontano da prepotenze e attese esagerate nei suoi confronti.

Non smise mai di essere vicino alla nostra Comunità. Il suo interesse andava sempre a monitorare la nostra "spinta, forza, speranza interiore".

"Life is a struggle" era il suo slogan…. "La vita è una lotta".

Ma si può vivere, amare, sperare. Si può. Occorre aiutarsi, ma si può.

Ad agosto scorso cominciò a non stare bene. Si confidò con Stefania e Cristina che lo accompagnarono a fare accertamenti. Tumore al fegato.

Dopo qualche mese morì.

Per me, per noi è così vivo e ci aiuta a sperare.

"C’è una speranza… che si alimenta della propria incertezza: la speranza creatrice, quella che estrae la sua stessa forza dal vuoto, dall’avversità, dall’opposizione, senza per questo opporsi a nulla e senza lanciarsi in alcun tipo di guerra. È la speranza che crea restando sospesa, senza ignorarla, al di sopra della realtà, quella che fa emergere la realtà ancora inedita, la parola non detta: la speranza rivelatrice" (E. Borgna, "L’attesa e la speranza", Feltrinelli).

La speranza abita la crisi, tra le sue trame trova la direzione, la prospettiva, lo slancio. Non altrove.

Neppure nell’ardua difesa di principi, valori, ideali.

Non mettendosi al sicuro e al riparo in sicure torri d’avorio, ma accettando e accogliendo la consapevolezza che anche noi siamo nel mare… sentiamo l’impeto dei flutti… l’insicurezza che dà il forte vento… la paura di non sapere bene dove andare… ma fiduciosi che una promessa di bene è stata posta nella nostra vita e che pertanto il nostro compito sarà di scorgere e raccogliere qua e là segni di tale promessa, fossero pure briciole.

Anche noi sulla stessa barca… con altri, come altri.

Non in difesa, cercando di sopravvivere, ma coinvolti e solidali nel costruire un futuro che è per tutti difficile e complesso.

Questo volto della speranza mi fa crescere e lo trovo quanto mai urgente oggi.

Mi pare che tante difficoltà avvertite a livello personale, sociale, ecclesiale (è innegabile constatare che la "crisi" sia dimensione un po’ trasversale) portino a posizioni un po’ arroccate, apologetiche, dove l’atteggiamento sia quello di semplificare la complessità ed interpretarla in modo unilaterale.

È comprensibile: quando abbiamo paura, tendiamo ad armarci; quando tutto sembra così complicato, è facile ricorrere alla sicurezza che dà lo schema, capace di offrire una probabile tranquillità.

La sfida è invece la speranza che fa perno su una forza che si sprigiona anche dove meno te lo aspetti, sempre "dentro", mai "fuori" la difficoltà e il conflitto.

Gesù non ha voluto miracolosamente cambiare le situazioni per poi annunciare la sua sorprendente buona notizia.

Non ha aspettato che l’uomo si convertisse, non ha posto condizioni.

Dentro realtà minacciose ed ostili ha depositato la sua rinnovata promessa di amore, ha fatto conoscere lì e non altrove il volto benevolente di un Padre che ha cura dei suoi figli.

In Matteo 24 il Maestro non nega il dilagare dell’iniquità e non rassicura i suoi discepoli dicendo "Per voi che siete miei, salvi, buoni… non accade tutto questo, voi siete al sicuro!".

Assolutamente no! Li invita invece ad osservare la realtà e anche a riconoscere frammenti (o massi!!) di tali iniquità dentro di loro, a non sentirsi immuni e innocenti.

Li incoraggia però a non diventare freddi, a non far raffreddare l’amore…

Questo è il suo unico comando: non fate spegnere l’amore dentro ogni circostanza, fosse pure la più disperata. Non induritevi con voi stessi o contro gli altri (anche se le circostanze sembrano autorizzare a farlo)… il compito sarà di custodire un cuore amante nel dispiegarsi delle tenebre e dell’odio.

Il paradosso è così il tratto della speranza.

Forse è proprio una dinamica del Vangelo. Dove tutto sembra finire, nella consegna di un uomo stremato che appare il più grande fallimento… esplode il segno di una vita nuova per tutti, per ogni situazione, per ciascun uomo e donna della terra.

Respiro!

La speranza è allora un dono e come tale da riconoscere e da custodire.

Essa suggerisce, quasi sussurrando, un nuovo volto per la missione.

Il volto… del raccogliere semi e briciole di speranza, ossia riverberi di quel Padre che vuole e desidera la vita e il bene per i suoi figli.

Dire "sì" all’uomo e "no" a tutto ciò che ferisce la sua vita è la missione di Dio, quindi la missione della Chiesa, chiamata a riconoscere e ad indicare tutte quelle parole e gesti che si inseriscono in questo movimento di benedizione.

E queste briciole ci sono ovunque, anche fuori dalla Chiesa, la quale può essere a sua volta aiutata da "altri" ad affinare lo sguardo per scorgere frammenti e tracce di questi servizi alla vita e al suo bene.

Credo che uno dei guadagni più belli del Concilio Vaticano II sia stato quello di affermare una reciprocità di rapporto tra Chiesa e mondo. Guadagno raccolto nella costituzione conciliare "Gaudium et spes".

Il mondo non è soltanto oggetto di attenzione da parte della Chiesa che si sente a lui orientata per salvarlo, purificarlo, orientarlo.

Il mondo è anche soggetto che interagisce con la Chiesa stessa, la quale può essere così sollecitata a cogliere "linee di forza" nuove, emergenti anche da fenomeni culturali autonomi non da lei propiziati.

Nella reciprocità c’è posto per la trasformazione perché uno scopre e matura sempre meglio il suo compito nella relazione con l’altro, conoscendosi più approfonditamente e lasciandosi provocare da quello spazio che è il rapporto, il dialogo, il confronto.

C’è lo spazio della relazione che a volte viene trascurato per difendere specifiche identità, ma è quello spazio "tra" a dare corpo alla speranza, ad offrire terreno fertile per rinnovati legami e promettenti prospettive.

"Tra noi" significa fuori da me e fuori da te. Uno spazio comune che appartiene ad entrambi, ma che ci trascende.

È vero che l’evangelizzazione della Chiesa poggia su un mandato di Gesù, che la Buona notizia ha la sua verità, credibilità in Lui… ma secondo la logica voluta da Dio, c’è una dinamica di incarnazione che conduce a porre il Vangelo in reciproca interazione con la realtà, pur senza identificarsi con alcuna cultura o dichiarando un suo compimento definitivo in realizzazioni storiche.

La missione della Chiesa non è gestire un monopolio di verità o presentarsi come un unico soggetto di azione, unico baluardo del sacro e del vero.

La Chiesa invece si pone a servizio… dell’uomo, della vita, della speranza, del bene, secondo quanto ha ricevuto con generosità dal suo Maestro.

Si fa garante di un’attenzione all’uomo, ad ogni uomo, con la sguardo istruito dall’umanità di Gesù, preoccupandosi di incrociare altri sguardi, aiutandoli ad aprirsi, allargando così i propri.

Aiutata anche da sguardi "altri".

Aiutata a "sbocciare", a consegnarsi sempre di più, a recuperare la memoria del suo "principio", dove sono state poste le promesse di Dio destinate a tutti i popoli.

Aiutata ad amare, perché anche l’amore si impara, come si impara a sperare.

La paura si scioglie, la minaccia sfuma, si recupera fiducia, si abbandonano le armi.

Che meraviglia pensare ad una Chiesa così…

Saprà anche lasciare spazio a passi "altri", a sentire il loro movimento scandito da ritmi che si riconoscono, anche se si muovono lontano.

La Cambogia, ancora, mi ha aiutata in questo senso.

Ho incontrato volti diversi di missione, molteplici ricerche, poliedriche risposte.

Come è un po’ la vita e la speranza.

… "Perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" fu la preghiera di Gesù al Padre, una preghiera di intercessione per noi, quasi una supplica.

Perché fossimo… non bravi, forti di certezze incrollabili e integri, ma vivi.

Vivi e sensibili alla vita, ad ogni minima traccia, ad ogni suo lieve respiro.

Offesi pertanto da tutto ciò che la ferisce, la appesantisce, la trascura, la distrugge.

Gesù passa per le strade, incontra, conosce, guarisce.

A chi viene risanato non chiede nulla, neppure di diventare discepolo.

Lo invita semplicemente a tornare alla vita, alla sua vita… ora abitata da una speranza.