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P. PAOLO NOÈ

L’ultimo dei Birmani

(Mondo e Missione Febbraio 2001)

Gli è toccato di chiudere la fila. Missionario in Birmania dal 1948 e per 40 anni superiore regionale, l’ottantaduenne padre Paolo Noè ha seppellito ad uno ad uno i pochi altri longevi superstiti dell’epopea del Pime nell’attuale Myanmar. All’indomani della morte dell’ultimo confratello, padre Angelo Galbusera, nel marzo scorso Padre Noè scriveva al superiore generale: "Ora tutto è finito (e bene, diciamo pure così!). Rimango l’ultimo padre del Pime e l’ultimo padre italiano in tutta la Birmania. Il mio "sogno" di accompagnare i nostri cari missionari fino alle soglie dell’eternità si è avverato. Tutti mi vogliono un bene "da matti". Tutti hanno dimostrato una grande simpatia. L’onore va tutto ai nostri predecessori che sono riconosciuti come grandi uomini di Dio". Non è un sempliciotto P.Noè, ma il suo racconto, infarcito di espressioni in dialetto milanese (è originario di Castano Primo), trasuda bonarietà. Ricorda l’ingresso nel seminario minore nel 1931. "L’idea me la portavo dentro da quando avevo quattro anni. La mamma mi aveva parlato dei negretti senza preti che se ne prendessero cura. Alla vigilia dell’ingresso in seminario ho salutato i miei compagni dicendo: "Vado a diventare prete per andare in Africa". "All’epoca la vita in seminario era spartana, riconosce Padre Paolo. Di inverno faceva freddo e non c’era riscaldamento. Una volta al mese bisognava leggere le regole di vita. Una mi ha colpito in modo particolare e mi è servita per tutta la vita. Diceva: "Sapere usare dei minimi mezzi per i grandi fini". Ho imparato così a usare le minime cose, anche quelle che magari gli altri buttano via. Robe da poco: una zappa, un utensile, un po’ di filo di ferro. Se il Signore me le ha messe davanti vuole dire che ci sarà una ragione no?". "Lo stesso vale nei rapporti con la gente. Un minimo servizio, un sorriso che si rende ad un’altra persona vuole dire moltissimo. Faccio l’esempio dei soldati. Da noi la gente non li ama, per via della loro prepotenza e per tante altre ragioni. Se potessero li mangerebbero vivi. Per me è il contrario. Quando li incontro li saluto, mi interesso di loro ed essi cambiano subito faccia. E così per qualcuno sono diventato "il prete dei soldati". Padre Noè giunge in Birmania nel 1948 insieme ad altri 10 compagni. Si tratta di una missione dalle aspre condizioni di vita, eppure ambita da tutti "per via delle lettere di Padre Clemente Vismara e dei racconti del vicario generale, padre Paolo Pastori, che vi era stato missionario e ne parlava spesso". L’oltre mezzo secolo speso dal padre Noè per l’evangelizzazione dei cariani (i membri delle tribù che popolano i monti del Myanmar) è tutto un susseguirsi di episodi, volti, voci e colori. Per ogni confratello, l’anziano padre ha una parola di stima; per ogni vocazione alla vita sacerdotale o religiosa cresciuta grazie anche al suo aiuto una punta di santo orgoglio. Non ricorda quante chiese abbia costruito (sette? otto?), ma non può dimenticare la prima, nella stazione missionaria di Yadaw, che fu anche la sua prima assegnazione dopo avere appreso i più elementari rudimenti della lingua. "Tutto era stato distrutto dai soldati giapponesi, rammenta, "L’era nanca una ca’ de ratt, menu amò" ("Era ancora peggio di una topaia", ndr). Le pareti erano di sacco e c’era solo una finestrella con un vetro che non si poteva aprire. Come tetto le lastre di zinco della chiesa bruciata, coperte da un telone per riparare dalle pioggie. Tutto era da ricostruire. Il missionario responsabile della missione era bravo, ma come costruttore non se ne intendeva tanto. Così ho cominciato a fà el magut (a fare il muratore, ndr). Abbiamo tirato su il convento per le suore della Riparazione, al primo piano, con la scuola al piano terra. Poi tutto il resto. Una fatica dell’ira a spaccare i sassi e a trasportarli con l’aiuto della gente. Per fortuna i militari inglesi avevano lasciato al padre quattro muli con tutti i finimenti, "roba di lusso, roba da inglesi". Due anni fa, ormai ottantenne, Noè ha ottenuto di lasciare le responsabilità pastorali. "Ma rimango a disposizione del vescovo e del clero di Loikaw", dice, lasciando intendere che non indugia minimamente in nostalgie, soprattutto ora che, dopo qualche esame clinico in Italia, "la macchina del mio corpo è stata rimessa a punto". Là, in terra birmana, riposano i confratelli che anche lui, un giorno, raggiungerà, suggellando un cammino iniziato da altri piedi nel 1867.