ARCHIVIO PIME   ARCHIVIO PIME   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

 P. MARIO GIUDICI

La cittadella dei lebbrosi

Sono di ritorno dalla colonia di Aleixo dove si trovano riuniti novecentocinque ammalati di lebbra. Oggi, vigilia di San Giovanni Battista, tutto il popolo di Manaus è in festa folcloristica con fuochi accesi davanti alla casa, fuochi di artificio variati, danze compassate e canti di antichi campagnoli o abitanti della boscaglia, cibi fatti di granoturco, di farina di mandioca e cibi che hanno il nome di Mogunzà, Tacacà, pede Moleque, Bolo podre, ecc. ecc., e io stanco, sporco di fango, viaggiando quasi tre ore nella fitta boscaglia. Perché? Il motivo fu quella benedetta pioggia in una strada argillosa. Il lavoro della colonia dei lebbrosi è grande. Sabato avevo terminato alle dieci di notte per dare assistenza ad ammalati che abitano in casupole di paglia fatte da loro stessi perché i vari reparti stanno al completo. Una lebbrosa mi prepara sempre un po’ di Nescao che prendo con farina di mandioca, e poi a piedi devo fare mezzo chilometro fino alla residenza del direttore, che da due anni è abbandonata, per passare la notte. Alle cinque di mattina la campana degli ammalati mi sveglia per riprendere il lavoro di assistenza agli ammalati. Molti chiedono di fare la comunione. Dato che sono molti reparti e casette isolate, attendo solo ai casi più gravi, e agli altri che si trovano molto lontano attendiamo solo una volta al mese. Anche questo non è lavoro indifferente che mi occupa, correndo, un’ora e mezza. Di ritorno dagli infermi, già i fedeli aspettano in chiesa per le confessioni e la Santa Messa che è trasmessa per altoparlante. Dopo la Santa Messa c’è sempre una buona turma che vuole parlare col padre o per aiuti o per commissioni a Manaus e risolvere problemi vari della propria vita. Bisogna che mi sbrighi presto perché alle otto e mezza vi è la Santa Messa per gli impiegati, famiglie, abitanti vicini. Dopo pranzo, catechismo agli ammalati e di corsa alle tre al Km.17 per dare la Santa Messa ai lavoratori delle piantagioni di gomma. Volli fermarmi un poco per preparare i bambini che avrebbero fatto la prima comunione il giorno 30 giugno. Ad un certo punto l’amministratore della fazenda mi avvisò che il tempo non era buono e minacciava la pioggia. Qui all’equatore il tempo cambia con maggiore facilità e in poco tempo. Quindi ho deciso di radunare tutte le mie cose e in fretta con le molte commissioni degli ammalati ho messo tutto nella mia valigetta che ho poi legato sul portapacchi della Lambretta. Salutai tutti allegramente e mi inoltrai ai piena velocità sulla strada del ritorno. Il velocimetro segnava settanta e in quindici o venti minuti sarei stato fuori pericolo, ed invece… la pioggia più veloce mi raggiunse forte e insistente. Dovetti diminuire la velocità per non scivolare; dopo alcuni minuti nulla da fare: la ruota posteriore rimase bloccata dal fango e il motore si fermò. Aspettiamo che la pioggia passi… Grazie a Dio solo mezz’ora di pioggia. Il primo grande lavoro fu liberare la Lambretta dal fango argilloso e attaccaticcio. Solo chi conosce la viscosità di questo fango potrebbe comprendere le difficoltà del viaggio. Dopo più di un’ora di lavoro con un ferro e un bastone ho potuto rendere girevole la ruota posteriore. Già l’abito talare stava nella valigetta e sporco come ero ho cercato di rimettermi in viaggio, ma inutilmente. Il fango entrò in tutte le parti libere e mi fu impossibile ritentare la prova. La notte avanzava e le zanzare a migliaia uscirono dal bosco con pungiglioni tanto lunghi che passavano anche il vestito. Che fare? Lasciare la Lambretta nel bosco alla riva della strada e fare a piedi quattordici chilometri colla valigia sulle spalle. Allegria da un lato, vigilia di San Giovanni Battista, e poesia triste dall’altro. Certo che quella pioggia non ci voleva! Ma non era questa la prima volta che facevo questa strada a piedi, altre cinque volte ho dovuto farla per mancanza di trasporto e una volta di notte perché il direttore disumano non ha voluto mandarmi a pigliare. Verrebbe la voglia di chiamarli dei farabutti, ma per il bene della nostra missione e dei poveretti dobbiamo tacere. La colonia Aleixo è un ospedale per seicento lebbrosi costruito negli anni 1941-1942 e i primi ammalati vi giunsero nell’estate del 1942 e iniziarono a dissodare i terreni per avere mezzi di vita. Il sacerdote alle volte andava al lebbrosario per fare assistenza religiosa. Gli ammalati stessi, per mancanza di sacerdote, alla domenica si radunavano a pregare. Nel 1949 i nostri Padri hanno iniziato a dare assistenza tutte le domeniche e fu così che nel 1950 fu inaugurata la cappella dell’ospedale e nel 1955 fu costruita una cappella indipendente con tutti i diritti e doveri di una parrocchia. Il lebbrosario per sé fu ben ideato e avrebbe raggiunto il suo scopo se il governo e le persone addette avessero dato continuamente quell’assistenza che un tale ospedale esige. Infatti l’ospedale sta lontano da Manaus poco più di venti chilometri situato al margine sinistro del fiume Amazonas alcuni chilometri dopo l’unione delle acque dei due grandi fiumi Solimoes e Negro che in seguito prende il nome di Rio delle Amazzoni. Così, partendo da Manaus noi possiamo arrivare al lebbrosario sia per terra che per acqua. Per terra passiamo in mezzo a piantagioni di castagne. Non è la castagna italiana perché il riccio è grande come una boccia e nell’interno si trovano raccolte dieci e più castagne che hanno il sapore della nostra mandorle. Anticamente entrando nella colonia appariva su una collina la casa del direttore, la quale attualmente serve al padre, e dell’amministratore, che attualmente è occupata dall’infermiere. Gli altri addetti o funzionari abitano in basso, ai piedi dell’altra collina, in un villaggetto di gente sana. In mezzo vi è la segreteria a due piani, praticamente abbandonata. In una sala a pianterreno, vi ho installato una cappellina per la Messa domenicale alle persone sane. Salendo la collina si arriva, su in cima, ai padiglioni e alle case di famiglia sistemate lungo diverse vie, che confluiscono ad un largo piazzale in fondo al quale si trova la chiesa. Scendendo l’altro versante della collina si arriva al cimitero e a una lunga strada che si perde nel bosco, lungo la quale si incontrano le capanne di paglia, dove si sono alloggiati lebbrosi venuti da varie parti dell’Aleixo sono stati abbandonati là sulla riva del lago da parenti o conoscenti. Quando la canoa scomparve al di là del lago sulle acque del fiume, dovettero pensare ad ambientarsi. Si unirono ad altri che già si trovavano là, fecero la loro capanna, si dettero alla pesca per non morire di fame, e vanno spingendo avanti la loro vita fatta di piaghe. E’ il sobborgo della città dei lebbrosi. Gli abitanti della colonia Aleixo sono attualmente poco più di novecento e giacciono nel più impressionante abbandono. Alle volte viene la voglia di esclamare: "Almeno fosse nostro ci si potrebbe fare quello che si vorrebbe e potremmo organizzarlo come si deve, e invece… pazienza!". L’ammalato per quanto sia pieno di piaghe e abbia gli arti mutilati, cerca sempre di fare qualche cosa per nutrirsi e vestirsi. E’ vero che il governo dà una sovvenzione, ma quello che dà è insufficiente e i malati devono arrangiarsi per loro conto quando manca il vitto e alle volte ricevono solo un pasto al giorno. Il pane è da molto tempo che là non si vede; il forno è così poco usato che sta per cadere. Chi ci pensa più al forno? Al mattino, quando c’è, c’è soltanto caffè semplice, e poi ognuno deve cercare di arrangiarsi come può con farina di mandioca, o con altre specie di patate chiamate mascasceira e carà. Alcuni più intelligenti fanno frittelle di farina di granoturco e sale. Col granoturco verde fanno una poltiglia mescolata con zucchero e cucinata dà una specie di polenta chiamata cangica, e altre volte la cucinano avvolta in foglie di banane o simili facendo la cosiddetta "pamogna". La preoccupazione principale è di non lasciar mancare la farina di mandioca, è questo il pane quotidiano di qui; mancando essa, manca tutto. La inghiottiscono così secca com’è, bevendoci sopra poca acqua, perché bagnata si gonfia enormemente. Entriamo in alcuni reparti. Le donne stanno sedute o accovacciate sul pavimento a cucire, a stirare. Per cucinare fanno dei bracieri a carbone in mezzo ai corridoi o nella veranda e trovano qualche cosa almeno per "ammazzare la fame" come dicono loro. Alcuni uomini sono occupati alla pulizia dei reparti della colonia, o come infermieri, o al reparto amministrativo, o al refettorio, o al magazzino. Questi dovrebbero ricevere un piccolo stipendio per il loro lavoro; una cosa irrisoria, mille o mille cinquecento lire al mese. Ma almeno fossero pagati puntualmente. Alle volte passano sei sette mesi senza ricevere nulla, come ora è da gennaio che non ricevono nulla aspettando dal governo la loro piccola gratificazione. Lo stesso capita ad alcuni che coltivano granoturco per venderlo alla colonia. Io ho in mano delle fatture di prodotti consegnati alla colonia nel 1954 e finora non furono pagate. Alcuni creditori non riceveranno mai più… sono già morti. Di notte c’è luce quando c’è la luna, perché il motore di forza motrice è rotto da otto mesi. Ce ne erano già altri due rotti; adesso non ce ne è più nessuno. All’oscuro si può anche vivere, ma senza mangiare non si riesce a resistere. Eppure là da circa tre anni si pranza e non si cena, e alle volte si passa addirittura la giornata senza mangiare. Mangiano quelli che possono lavorare o hanno qualche soldarello per comprare qualche cosa. Per lavorare devono fare degli sforzi enormi: senza dita o coi piedi pieni di piaghe, ma la volontà di vivere li obbliga a fare qualche cosa o li spinge ad andare a pescare o a lavorare il campo. Quando hanno voglia di lavorare molte volte mancano i mezzi. Gli addetti all’ospedale dovrebbero essere una quarantina, ma attualmente solo una decina ci vanno, cinque per la cucina, due per il motore della pompa d’acqua, due all’amministrazione e un infermiere. Sono casi così pietosi che ci si sente stringere il cuore trovandoci nell’impossibilità di dare aiuto e assistenza. Se almeno il missionario trovasse appoggio nel suo lavoro. Invece, col pretesto che c’è libertà di religione e che non si dovrebbe favorire nessun culto in particolare, quando non ci pongono ostacoli, ci sopportano. Un giorno mi lamentai col direttore perché non mi faceva avere un mezzo di trasporto quando era necessario per compiere la mia missione. Mi rispose che potevo fare a meno di andarci. Quanto ho già rimpianto il tempo passato in Africa, a B. di D. dove si aveva piena libertà di azione nel nostro lebbrosario; e qui se si vuole dare un po’ di sollievo a questi poveretti bisogna occuparsi di tutto per loro. Tra l’altro abbiamo organizzato un piccolo spaccio dove l’ammalato può fare le sue compere, trovando a prezzo relativamente basso quello che con grande difficoltà dovrebbe andare a cercare in città a prezzo maggiore. Ai più poveri ogni mese distribuiamo qualche aiuto principalmente di alimenti e di medicine. Per le persone che possono lavorare abbiamo comprato un terreno "Vargem" o allagaticcio. E’ un grande appezzamento di terreno sul margine del fiume Amazonas. I terreni come questo quando le acque si alzano (arrivano fino a 11 metri al di sopra del livello del tempo di bassa) rimangono completamente sommersi. Al ritirarsi delle acque il terreno resta concimato e fertilizzato. Questo fenomeno si ripete costantemente tutti gli anni; si alzano le acque fino a giugno e si abbassano fino a novembre. Lavorare per distrarsi un po’ e per guadagnare qualcosa con cui poter vivere; mangiare poco e male; prendere medicine quando qualche anima buona le dà, non è certo il metodo migliore per guarire la lebbra, dato che ormai è assodato che si tratta di una malattia curabile. E neanche assistenza medica non c’è. In novanta giorni, aprile, maggio e giugno passato, i medici si sono fermati al lebbrosario per assistere i novecento e più ammalati, complessivamente venti ore. I pazienti si consigliano e si assistono a vicenda. In mancanza di medicine ingannano il loro organismo con decotti di foglie di "abacate", di erba "quebra-pedra" e simili. Se si guarisce o migliora, bene; e se no si muore… uno di meno che rimane a soffrire. E così si rassegnano. Giorni fa fui chiamato al letto di un brav’uomo. Tutte le settimane faceva la santa comunione, ed era difficile che non lo si vedesse in chiesa per la Messa. Quel giorno non lo vidi comparire: era a letto con una gamba completamente nera: cancrena. Il medico, dopo molte e molte insistenze, si degnò di andarlo a vedere. Sentenziò: "amputando la gamba gli si potrebbe allungare la vita. Ma non ci sono medicine né materiale per fare l’operazione. Quindi… seja o que Deus quizer (sia quello che Dio vuole)". Che soddisfazione vero? Il vecchietto mi mandò a chiamare: "Padre, mi prepari a morire; sono stanco di soffrire. Gli uomini hanno altre cose da pensare e non possono occuparsi di noi…" Un ammalato del suo reparto gli faceva da infermiere; una donna gli preparava qualcosa da mangiare. Provvidenzialmente in quei giorni ricevetti dalla prelazia di Parintins materiale di medicazione e complessi di vitamine. Con metecal lo alimentai per due settimane. Alla fine chiese l’estrema unzione e il viatico e morì impressionando tutti per la sua fede e rassegnazione. Il padre per quei malati è l’uomo della suprema fiducia. E’ la persona che più di ogni altra può venire in loro aiuto. A lui si rivolgono in ogni circostanza, essi che, ammalati, deformi, pieni di piaghe e di infiltrazioni lebbrose, non possono presentarsi in pubblico. E’ lui, il missionario, che oltre al suo lavoro strettamente sacerdotale, li orienta e li aiuta nel trovare un lavoro appropriato, a organizzare piccole case commerciali tra malati stessi, li aiuta a scrivere lettere quando non possono più scrivere, li aiuta nelle scuole, fa loro imparare arti e mestieri, li aiuta a trovare terreno, a procurarsi i ferri del mestiere, comprare il necessario per loro, vendere i loro prodotti, fare i loro interessi nei pubblici dicasteri. E qui dove bisogna armarsi di santa pazienza. Sono tre anni ormai che ho comperato per loro il terreno di cui parlai più sopra, e ancora non sono riuscito a condurre a termine le pratiche burocratiche innumerevoli. Ad ogni modo i miei malati usano già quel terreno, e il terreno produce per loro fagioli, granoturco e verdura. Alcune sementi che ho portato dall’Italia hanno già dato frutto per i miei lebbrosi, i quali nel lavoro trovano un mezzo di vita e anche di divertimento in un certo qual modo, perché lavorando non pensano tanto alla loro situazione e non si sentono tanto inutili. Qui tutto è realmente difficile. In Italia avevo chiesto un motore marittimo per fare una lancia per trasporto di materiale e per pescare. E’ da circa sei mesi che è arrivato in Brasile e non è ancora riuscito a giungere qui da me. Quando arriverà ci sarà il problema della costruzione dello scafo e la difficoltà di ottenere tutto il necessario per la pesca. Ma Dio è grande; ci ha aiutati fino adesso e certamente continuerà ad aiutarci, perché di anime e cuori generosi Lui ne conosce parecchi, e li maneggia come vuole quando sono buoni davvero. A questi cuori generosi che ci hanno già aiutato e a quelli che ci aiuteranno assicuriamo la nostra gratitudine e la preghiera dei nostri cari abitanti della città del dolore del margine dell’Amazonas. Confesso che ci sono dei giorni in cui ci si sente troppo insufficienti davanti a tanta roba da fare: il missionario deve fare tutto e deve essere tutto: il padre, l’amico, il buon samaritano, l’aiuto del miserabile.

P. Mario Giudici, Manaus, Brasile, 1963