ARCHIVIO PIME   ARCHIVIO PIME   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

P. QUIRINO DE ASCANIIS

COME SPUNTÒ E SI REALIZZÒ LA MIA VOCAZIONE MISSIONARIA
UNA NOTTE DISTURBATA...
PERICOLO DI UN TORRENTE IN UNA TEMPESTA IMPROVVISA
MIE AVVENTURE NELL'ULTIMO ANNO NEL MIO DISTRETTO DI TUN-YEUNG (PO-ON)
IL MIO DISTRETTO NEL DOPOGUERRA
MALI ARTI E MANOVRE SUBDOLE DEL GOVERNO COMUNISTA PER ESPELLERE I MISSIONARI STRANIERI DALLA CINA
IL NUOVO MINISTERO DOPO IL MIO RITORNO IN HONG KONG DALLA CINA COMUNISTA
VITA DEI TANKALO (PESCATORI) E CONVERSIONE DI UN MAGO-MEDICO

COME SPUNTÒ E SI REALIZZÒ LA MIA VOCAZIONE MISSIONARIA

Il mio luogo natio è Giulianova, nella provincia di Teramo, negli Abruzzi. Nacqui il 5 agosto 1908, dai genitori Martino Bartolomeo e Cristina De Ascaniis. Sono il quarto di sette figli: due fratelli e cinque sorelle. La nostra casa era in campagna, distante circa un'ora di cammino dalla città, per andarvi non v'era servizio pubblico. Mio padre non aveva studiato; in quei paraggi, non era l'unico, che non aveva studiato, vi erano altri. Egli non sapeva scrivere, né leggere, non era abbastanza capace a governare la famiglia e lasciava questo incarico a mia madre. Mia madre aveva studiato solo due anni, ma era intelligente e amante dello studio. Ella ci raccontava che quando frequentava la scuola, allorché era il suo turno di leggere, la maestra la lodava davanti alla scolaresca, dicendo: "Ecco come si legge!" Voleva dire: Imitate Cristina, imparate da lei a leggere come si deve. Qui viene spontanea la domanda: Se ella era d'ingegno brillante, perché non continuò lo studio? Rispondo che ciò non dipendeva da lei. Nella campagna, in quel tempo, si dava più importanza alle faccende della casa e ai lavori campestri che allo studio. Nel caso di mia madre non ci fu eccezione. Però essa conservò sempre l'amore allo studio, e s'ingegnava da sé ad accrescere il grado di cultura. Aveva un libro di devozione (o Filotea), abbastanza voluminoso, in cui vi erano tante preghiere in italiano e latino. Io non so spiegarmi come ella sapesse a memoria alcune risposte (se non tute) alla S.Messa, risposte in latino, s'intende, perché allora non c'era ancora la Messa in lingua volgare. Non c'è da meravigliarsi se nei dintorni era ritenuta ;a [persona più capace a leggere le preghiere. Perciò, di tanto in tanto, era invitata al letto di questa o quella persona inferma, per leggere le preghiere dei moribondi. Ed ella si prestava volentieri. Ella dunque amava lo studio, ed era premurosa a far studiare i suoi figli. Inoltre, doveva assumere la cura della famiglia, l'incarico di provvedere ai bisogni e interessi della medesima. Era un peso non leggero, ma piuttosto grave, e talora le procurava pene e lacrime, quando ella si trovava di fronte a serie difficoltà o avversità.

Quando giunsi all'età adatta per studiare, fui condotto alla scuola di campagna. Confesso francamente che io non sentivo attrazione allo studio. C'era uno stridente contrasto tra me e mia madre in questa materia. Frequentavo la scuola per forza, perché non ne potevo fare a meno. Mia madre era conscia che io non corrispondevo alla sua aspettativa, ma ella era fissa nella sua idea che io dovevo proseguire lo studio ad ogni costo; e, benché da parte mia il progresso fosse poco e lento, pure essa persisteva nella sua idea, non cambiava parere; non si arrendeva; mi piaceva o no, io dovevo studiare. Finito il corso delle classi elementari in quella scuola, io ero contento, perché mi sentivo libero, non dovevo più attendere allo studio, che per me era noioso e molesto; preferivo applicarmi ai lavori campestri, ma mia madre non la pensava così. Ella sapeva che a Montone, un piccolo paese, distante circa mezz'ora di cammino, c'era una scuola di quarta elementare, oltre quella delle classi più basse. Mia madre decise di farmi studiare ancora un anno in quella scuola. Io non ne avevo voglia, ma ella insistette, e faceva pressione, ed io dovetti acconsentire. Finii anche quella classe. Ma nel frattempo, mia madre aveva sentito dire che nello stesso paese, il parroco faceva scuola privata, gratuitamente, a quelli che dopo il corso elementare desideravano proseguire gli studi. La cosa era vera. Il parroco si chiamava Cardelli Gaetano, di famiglia nobile. Era dotto e versatile; aveva un'inclinazione speciale ad insegnare. Ed era davvero competente. Aveva in media una decina di studenti, dei quali alcuni venivano da un altro paese, chiamato Mosciano S.Angelo; venivano a piedi, ma la via era larga e comoda, era carrozzabile. Benché il paese di Montone aveva poca popolazione, pure la parrocchia era ricca, forse la più ricca nella diocesi di Teramo, perché era dotata di notevoli prebende (o benefici). Fino allora, la mia famiglia non aveva avuto contatto con il parroco, perché la nostra zona apparteneva a Giulianova. benché questa città fosse più lontana, pure, di solito, vi si andava per gli affari, per ascoltare la Messa, per attendere ad altre funzioni religiose. Mia madre vi fece battezzare tutti i suoi figli (io fui battezzato 4 giorni dopo la mia nascita). La festa principale era la festa della Madonna dello Splendore, che si celebrava con solennità e con gran concorso di popolo.

Mia madre, dunque, avendo saputo che a Montone c'era una scuola privata, approfittò della bella occasione, secondo lei, per farmi continuare gli studi. I piani di Dio sono inscrutabili. Mia madre, senza saperlo, eseguiva i piani di Dio: piani che erano diretti e conducevano ad un fine totalmente diverso dal fine che ella si prefiggeva. Ella, a mia insaputa, andò a trovare il parroco suddetto, e chiese il favore di accettare me come studente. La richiesta fu accettata. Quindi, mia madre m'informò che aveva trovato una via aperta per farmi continuare a studiare. Io non mi sarei mai immaginato, non mi sarei mai aspettato una simile trovata. A fatto compiuto, (come si dice), non mi opposi, non feci resistenza. Cominciai a frequentare la scuola privata. Essa era composta di due sezioni: una tecnica, l'altra ginnasiale. A me fu assegnata la seconda. Benché fosse scuola privata, tuttavia il parroco insegnante seguiva il programma usato nelle scuole pubbliche. Nel corso ginnasiale bisognava studiare il latino, oltre le altre materie. Iniziato lo studio nella nuova scuola, tiravo avanti senza incontrare difficoltà. Fo’ notare che l'avversione allo studio gradualmente era andata scemando fino a svanire. Non c'era più bisogno del pungolo o stimolo per applicarmi ad esso. Ero compreso del senso del dovere. Il parroco era piuttosto rigoroso; era esigente che gli studenti studiassero sul serio. Passato un periodo di tempo, un giorno, mentre io passavo per la strada che era attigua alla sua residenza, egli dalla finestra, che era al piano terreno, mi vide e chiamò per nome, dicendo: Vieni qua. Io andai nella sua stanza; ed egli cominciò a parlare dello stato ecclesiastico, della vocazione sacerdotale, e continuò a discorrere su questo tema. Insinuava o accennava che io potevo essere adatto ad avviarmi al sacerdozio, ma non sapeva se i miei familiari erano favorevoli a tale idea. Poi, fissando lo sguardo su di me, disse: "Tu, da parte tua, che cosa ne pensi? Sei disposto ad essere sacerdote?". Io risposi subito: "No". Ed egli aggiunse: "Allora è inutile parlarne". Però non mostrò dispiacere per la mia risposta negativa. Rispettava la mia libertà. Dico sinceramente che, quando egli mi suggerì la vocazione, io cadevo dalle nubi. Non m'era mai venuta in mente l'idea di essere sacerdote. Io restai stupito alla proposta; non sapevo spiegarmi e neppure adesso so spiegarmi perché avanzò la domanda su tale materia. Io non ero chierichetto, né mostravo inclinazione religiosa e la condotta non era esemplare. C'era poco di positivo, molto di negativo. C'erano studenti più intelligenti di me, migliori di me. In quella zona, nella scelta delle vocazioni, il parroco scelse quello che v'era di peggio, di più scarto. Non ho mai potuto capire qual motivo suggerì tale proposta. Tornato a casa, ne parlai ai miei familiari, non per avere il loro parere, ma per informarli della proposta, che mi era stata fatta e che a me pareva davvero strana, e pensavo che anch'essi si meravigliassero. Ma essi consigliarono di non rifiutare la proposta, perché vedevano in essa un salire di grado nella società, e per la famiglia uno spiraglio o barlume aperto per migliorare le condizioni finanziarie. Pochi anni prima, c'era stato un affare di compravendita, che ebbe insuccesso: vi fu una grave perdita. Perciò la famiglia si trovava in strettezze. Nel vangelo leggiamo che la madre dei due figli di Zebedeo, cioè di Giacomo e Giovanni, quando sentì parlare che Gesù era venuto a fondare un regno, andò da Lui e chiese il favore che i primi posti del regno fossero riservati ai suoi figli, e non fossero occupati da altri. L'aspirazione della madre era alta; l'aspirazione dei miei familiari, in paragone, era modesta. Essi desideravano soltanto un miglioramento di benessere in futuro. Essi dovevano fare sacrifici per me, per farmi studiare; e umanamente parlando, avevano ragione di aspettarsi un ricambio; ed io in questo non mi meravigliavo.

Io acconsentii al loro consiglio di non rifiutare la proposta fattami, ma non condividevo la loro idea riguardo al sacerdozio. Benché allora io fossi così lontano dalla perfezione cristiana, pure non mi piaceva, non gradivo l'idea del sacerdozio legato ad interessi materiali. Se fossi stato sacerdote, dovevo essere sacerdote secondo il cuore di Dio, senza legami ad affari temporali. Fin da principio, questa fu ed è stata sempre la mia visuale del sacerdozio, e non è stata mai cambiata. Però allora non la manifestai: la tenevo nascosta nel mio cuore. In quel punto che accettai la proposta, avvenne la mia conversione, conversione ad una vita migliore: mi facevo un dovere d'evitare, nella mia condotta, tutto ciò che per la gente poteva essere oggetto di critica o di biasimo. ma io non parlavo, allora, ad altri della mia vocazione, perché la meta era lontana e non ero sicuro che l'avrei raggiunta. Intanto io proseguivo gli studi. Nel periodo della scuola privata, vi fu per me un vantaggio: in due anni, il parroco insegnante mi fece percorrere e compiere le prime tre classi di ginnasio, di modo che, poi nell'entrare in Seminario, sarei stato ammesso alla quarta classe del ginnasio. E poi avvenne così. Mio compagno di studio ginnasiale, in quel periodo, fu Nicola Di Matteo, il quale in seguito fu ordinato sacerdote. Finito lo studio nella scuola privata, feci la domanda per essere ammesso in Seminario. La domanda fu approvata. Allora mi preparai e feci le pratiche prescritte, secondo il regolamento che mi era stato mandato. Così nell'anno 1924, all'età di 16 anni, entrai nel seminario di Teramo. Era un Seminario minore. Benché io fossi novello e non abituato alla vita comunitaria e alle regole della disciplina, pure, in breve, mi adattai senza difficoltà alla vita comune e alle pratiche religiose della comunità. Su questo punto, i superiori non avevano motivo di lamentarsi. nel secondo anno, fui scelto ad essere prefetto di una camerata. Fui scelto io, nonostante che vi fossero di quelli che erano entrati prima di me in Seminario, ed avessero più esperienza. In quel tempo, il Vescovo della diocesi era Quadrarola. Mi piaceva molto, sentivo grande simpatia per lui. Provavo gusto nell'udirlo predicare nel Duomo nelle grandi solennità. Predicava con vigore, con voce forte e sonora; la gente lo ascoltava in silenzio e con attenzione. Egli morì poco dopo che io lasciai quel Seminario. Il rettore del Seminario era Domenico Valeri, uomo dotto e molto versato nel latino, che egli insegnava nelle diverse classi. In seguito, egli fu consacrato vescovo della diocesi di Avvezzano. Nel mio secondo rimpatrio, nell'anno 1975, [precisamente il 4 ottobre, ebbi la felice sorte di rivederlo nel Convento Francescano a Mosciano S.Angelo. Egli era nel Convento per riposo: soffriva il mal di gola. Io fui assai contento di quell'incontro inaspettato e mi feci dare la sua benedizione. Il confessore ordinario nel Seminario era un sant'uomo; aveva cura sollecita di provvedere ai bisogni spirituali dei seminaristi. Ogni giorno, verso sera, veniva nel loro appartamento per essere a disposizione di chiunque voleva confessarsi i chiedere consiglio.

I seminaristi indossavano la veste talare, come distintivo della loro vocazione. Quando, durante le vacanze, la gente nei dintorni videro che io indossavo l'abito talare, comprese quale via io avevo intrapresa. Alcuni avevano dubbi riguardo alla mia perseveranza e capacità. Un tale mi disse: "Se tu ti fai prete, io andrò a confessarmi". Egli era scettico riguardo al mio successo. Egli non praticava più la confessione, e forse non si curava più della religione. Io non so se poi egli mantenne il proposito che fece.

In quel tempo, nel Seminario non avvenne mai il caso di vedere un missionario, che ci parlasse delle missioni. Però vi era il Circolo Missionario. Di tanto in tanto, ci si adunava e qualcuno parlava intorno alle missioni. Una volta il confessore, di cui ho fatto menzione sopra, trattando il problema delle missioni, presentò la vita missionaria come un eroismo di santità. Voleva dire che chi dedicava la sua vita a predicare il vangelo, ad annunziare la Buona Novella in terre lontane, era un santo. Le sue parole mi colpirono. La sua asserzione era solida, era conforme alla verità, almeno in quel tempo, quando si andava in missione senza biglietto di ritorno e senza speranza di rivedere la patria e le persone care, e si andava anche col pericolo di essere ucciso. Come ho detto, le sue parole mi colpirono: io mi sentii attratto alla vita missionaria e decisi di abbracciarla, di dedicarmi ad essa. Ecco come spuntò la vocazione missionaria. Non dissi niente a nessuno, non ne parlai con nessuno, perché non ero sicuro di raggiungere lo scopo. Fu gettato il seme o germe. Era un germe nascosto, ma sempre vivo, non mai estinto, non mai soffocato. Aspettavo il tempo propizio per manifestare la mia decisione.

Finito il corso ginnasiale nel Seminario minore, passai al Seminario Regionale di Chieti, per cominciare il corso liceale. Vi erano tre classi di filosofia e quattro classi di teologia. Il Seminario era pieno. Conteneva circa duecento studenti. Il rettore era Nogara Roberto, di famiglia aristocratica. Era di statura mediocre; era piuttosto magro, ma snello e svelto nei movimenti, sempre attivo e vigilante, badava a tutto ed esigeva che si osservasse la disciplina. :a sua presenza attirava deferenza. Nel primo anno di liceo, tra le materie di studio, c'era la matematica-algebra, che per me era difficile, era un osso duro. Tale materia richiedeva in me continuo sforzo; vi mettevo tutto il mio impegno per essere al livello della classe e non restare indietro. Le altre materie non erano difficili per me e non mi costavano fatica; anzi, la storia e la filosofia erano materie dilettevoli per me. Comunque, anche nello studio della matematica-algebra superai le difficoltà ed ottenni buon esito o risultato. Nei due anni seguenti di liceo, le cose andarono meglio. Non incontravo difficoltà riguardo allo studio; anzi, negli esami finali dell’ultimo anno fui uno die primi (se non il primo). A proposito di tali esami, voglio narrare un episodio, che può essere di consolazione e conforto, quando s'incontrano delusioni nella vita. Compiuti gli esami, il rettore, come al solito, si prese l'incarico di notificare ai singoli studenti i voti avuti nelle singole materie. Egli chiamava classe per classe, e leggeva i voti: erano tutti alti, io non me l'aspettavo e mi meravigliavo; quando arrivò il momento proprio di leggere il voto del compito del greco, egli si fermò e fece notare che i compiti del greco erano stati consegnati ad un altro professore (estraneo) per essere riveduti; che i voti non erano stati cambiati, eccetto in due compiti, dei quali uno era il mio e che il (mio) voto era stato abbassato a sei, cioè al minimo. Per me fu una delusione. Quando all'esame mi fu presentato il testo (o brano) greco da tradurre, io lo trovai facile, non ebbi difficoltà a tradurlo. Quindi ero persuaso che, almeno in questa materia, avrei ottenuto un voto alto. Perciò, quando udii dire il voto così basso, appena sufficiente per essere promosso, fui davvero deluso. Io non potevo dire niente, dovevo persuadermi che avevo pigliato un granchio (o preso una gaffe), cioè credevo che il greco da tradursi era facile, invece, non avevo afferrato il senso. Comunque mi rassegnai e non ci pensavo più. Ora avvenne che, durante le vacanze estive, io andai a visitare il parroco di Gioulianova-Lido; per strana combinazione, vi trovai anche il professore insegnante del latino e greco. Tenemmo una conversazione. Ad un tratto, il professore cambiò discorso e, senza che io facessi il minimo cenno riguardo agli esami (sarebbe stata una mancanza di delicatezza o di educazione, da parte mia, se l'avessi fatto), egli disse che era spiacente e disgustato perché l'altro professore aveva cambiato il voto nel mio compito di greco. Affermava che la mia traduzione era stata ben fatta e meritava un voto alto, qual egli mi aveva dato, laddove l'altro l'aveva abbassato fino al minimo (mancava poco per essere bocciato). Quel voto così basso, messo insieme con tutti gli altri, che erano alti, pareva una stonatura. Fui grato al professore per l'informazione, che mi diede e provai un sollievo in cuor mio. Nessuno pensi che fossi un suo favorito, che egli fosse parziale verso di me: non era così. Assicuro che io prima non avevo mai avuto una conversazione privata (da solo a solo) con lui, e neppure avevo avuto contatto provato né avevo speciale simpatia per lui. L'episodio dimostra che i giudizi degli uomini sono vari, non sempre sono concordi: talora accadono delusioni. Uno crede d'aver compiuto un bel lavoro, degno di lode; invece, lo stesso lavoro vien giudicato male, non è stimato, né apprezzato o non approvato. Sono cose che capitano: bisogna rassegnarsi e aver pazienza.

Io avevo 18 anni quando entrai nel Seminario regionale; ed a 18 anni feci privatamente il voto di castità perpetua, prima di ricevere gli ordini sacri: voto che, per grazia di Dio e intercessione della madonna, ho mantenuto. Tornando a parlare della vocazione missionaria, da tempo mi proponevo di manifestarla alla fine del corso liceale. Giunto quel termine, quando io avevo 21 anni, aprii il mio cuore al confessore, l'informai del mio proposito, che era stato costante e mai vacillante. Il confessore approvò subito, non fece obiezione. Ne parlai al rettore, ed egli non solo approvò ma anche mi aprì la via per entrare in un Istituto missionario. Egli aveva un fratello, che appunto apparteneva all'Istituto delle Missioni Estere di Milano e si chiamava Nogara Luigi. Aveva pure un altro fratello, di nome Giuseppe (se non mi sbaglio) che era Vescovo di Udine. Era naturale che il rettore mi introducesse allo stesso Istituto. Egli stesso fece la domanda per me, per essere ammesso. La domanda fu accettata, con l'esortazione d'andare presto, per cominciare l'anno di noviziato. Ora veniva la parte delicata e penosa: dovevo avvertire i miei familiari della mia vocazione missionaria e della mia decisione. {Prevedevo che sarebbero stati contrari. Infatti, quando li informai, fu un colpo grande per loro. La speranza di un futuro miglioramento per la famiglia restò delusa, era svanita. Furono unanimi nel dissuadermi dal mio proposito, a non fare quel passo. Erano disposti a continuare a pagare la retta mensile al Seminario, facendo sacrifici. Anzi, un mio cognato, il marito della mia sorella più anziana, si impegnò a pagare egli stesso la retta per farmi continuare gli studi in quel Seminario. Io fui commosso e grato della sua generosità. Ma ormai non era questione di danaro. Si trattava della vocazione missionaria, che era radicata nel mio cuore, e brillava dinanzi ai miei occhi. Tutto considerato, io avevo fatto la scelta migliore. In seguito, non mi sono mai pentito, né mai ravveduto della scelta fatta. Mi dispiaceva di causare sofferenza ai miei familiari; capivo il loro modo di vedere,, avevo comprensione per loro, sentivo simpatia per loro, ma non potevo rinunciare all'ideale, che mi stava davanti. Comunque, dopo la prima emozione, quando essi capirono che io agivo in piena cognizione e riflessione, e che ero deciso nel mio proposito, pian piano si rassegnarono; non osavano ostacolare la mia vocazione; mi lasciarono libero a seguire la mia scelta. Io credo che la scelta fu benedetta da Dio. Egli stesso si prese cura della mia famiglia. Infatti, in seguito le condizioni familiari migliorarono molto. I miei familiari, che avevano cambiato abitazione, vivevano bene, avevano più del necessario. Due mie sorelle, di tanto in tanto, mi mandavano generose offerte, quando ero in missione; non parlo del danaro e die doni, che gli altri familiari mi diedero. Le due sorelle continuarono a mandarmi le offerte fino a poco tempo da, quando io, trovandomi in condizioni incerte, le consigliai a devolvere le offerte a missioni più bisognose. Così avvenne che, mentre al principio della mia vocazione, i miei familiari s'aspettavano il mio aiuto, poi, viceversa, essi aiutarono me. Non ero io a beneficare loro, ma essi beneficavano me. Inoltre, vi fu un vantaggio spirituale per i miei familiari. Infatti, essi furono influenzati dalla mia vocazione missionaria a compiere meglio, con maggior impegno i doveri religiosi. Per esempio, le due sorelle, che ho menzionate, presero l'abitudine di andare in Chiesa ogni giorno, per partecipare alla messa e ricevere la S.Comunione. Non occorre dire che facevano altre pratiche di devozione. Riguardo al miglioramento spirituale, causato dalla mia vocazione missionaria, voglio riferire l'esempio edificante, che durante il tempo che fui in vacanze, mi diede quello stesso cognato (menzionato sopra), che s'era impegnato a pagare egli stesso le spese per farmi continuare lo studio in Seminario. Egli è sempre stato affezionato a me ed io sono affezionato a lui. Egli era stato impiegato nella ferrovia, e viveva in pensione. Egli si abituò ad andare in Chiesa due volte al giorno, al mattino per la Messa, nel pomeriggio per attendere alle funzioni religiose. Egli prestava servizio alla parrocchia; il parroco si consultava con lui riguardo a certi affari di Chiesa, e gli affidava alcuni compiti da compiere; aveva fiducia in lui e compiva bene la sua parte. Nel pomeriggio o di sera, era lui a dirigere la preghiera del Rosario e le altre preghiere di devozione. Dirigeva bene, con pronunzia posata, distinta , chiara. Io ero edificato. Ora non può più andare in Chiesa, non può più prestare il suo servizio: giace a letto paralitico, ed ha passato cento anni di età. In conclusione, posso dire che, mentre all'inizio, egli e i miei familiari erano unanimi nel dissuadermi dalla mia scelta, poi furono unanimi nell'approvarla ed erano orgogliosi che io ero missionario. Quanto a mia madre, che io non vidi più, benché le costasse un gran sacrificio separarsi dal figlio, in cui riponeva le sue speranze, pure poi, in cuor suo, provava consolazione e gioia d'aver un figlio missionario e n'era orgogliosa. Ella nello stimolarmi a studiare si proponeva d'aver un figlio letterato. Il Signore le concesse più di quello, che lei s'aspettava. Invece di un figlio letterato, le concesse un figlio missionario. Avere un figlio missionario val più che avere un figlio letterato.

Ora torniamo all'itinerario della vocazione. Essendo stata accettata la domanda d'ammissione, ed essendo stato tutto preparato, nel mese dio settembre 1929 entrai nell'Istituto. Andai direttamente a S.Ilario, Genova, nella casa del PIME dove allora si faceva il noviziato. Il Rettore della Casa era Pietro Gilardi, un missionario veterano. Egli mi accolse con bontà ed amore; mi ammonì a non lasciarmi abbattere dal senso di nostalgia nei primi giorni. Nell'anno di noviziato attendevo pure allo studio della prima classe teologica. Io non ebbi difficoltà ad adattarmi al nuovo ambiente. Tra i compagni di noviziato, v'era Giorgio Caruso, ma egli era un anno avanti di me nello studio. Poco prima dio finire il mio anno di noviziato, che avevo cominciato più tardi, fui trasferito al Seminario maggiore nella casa Madre dell'Istituto, per proseguire gli studi teologici. L'11 marzo 1932, il giorno prima di ricevere il Suddiaconato, emisi il Giuramento perpetuo. In quel tempo, i Superiori dell'Istituto avevano chiesto ed ottenuto dalla S.Sede il privilegio per gli studenti di ricevere il Presbiterato un anno prima di finire gli studi teologici. Quindi, alla fine del terzo anno di teologia, io e gli altri della stessa classe usufruimmo del privilegio e il 24 settembre 1932, festa della Madonna della Mercede, ricevemmo il Presbiterato (allora io avevo 24 anni). Fummo ordinati dal Cardinale Schuster, nel Duomo di Milano. Il giorno dopo era domenica. Io avevo deciso di celebrare la prima Messa proprio in quel giorno nel mio luogo natio, a Giulianova. Qualche tempo prima, ne avevo avvisato il parroco, chiedendo il favore di informare la gente. Tutto avvenne secondo il piano fatto. Dopo la funzione dell’ordinazione, nel pomeriggio del sabato, presi il treno direttissimo e alla sera giunsi alla stazione di Giulianova-Spiaggia, dove mi attendevano i miei familiari. Fu una grande gioia rivederci e stare insieme. Essi facevano i preparativi per la festa. Ivi passai la notte. Il mattino seguente, di buon ora, mi preparai per essere in tempo a celebrare la Messa all'ora fissata. Io dovevo celebrare nella Chiesa principale, chiamata Chiesa grande. Giulianova città è sopra la spiaggia, poco distante. Andai e vidi una gran folla. Per la cura e il favore del parroco, trovai tutto preparato. La Chiesa era piena zeppa. Non c'è da meravigliarsi, perché era forse la prima volta che, in questa città, fosse celebrata la prima Messa di un sacerdote missionario. Prima d'allora, io ero quasi sconosciuto, perché ero stato lontano e non avevo avuto contatto con al gente, ma quando, poco tempo prima, in Chiesa fu pubblicato il mio nome e che avrei celebrato la prima messa, allora si sparse la notizia da un luogo all'altro e il giorno fissato accorsero in folla a vedere e a conoscere il missionario novello. Fu un trionfo per me e la mia famiglia. La solenne funzione riuscì bene, con soddisfazione del parroco e del popolo. Dopo ebbe luogo la festa familiare... Io avevo il permesso di rimanere in casa una quindicina di giorni, poi dovevo tornare a Milano, nel Seminario dell'Istituto, per riprendere a completare gli studi teologici. Vi tornai e finii il corso degli studi. Allora cominciarono i preparativi per andare in missione. Riguardo alla destinazione dei singoli missionari, non c'era ancora l'uso del dialogo per decidere quale missione fosse assegnata a ciascuno. Tutto dipendeva dalla decisione dei Superiori. Il Superiore Generale, il servo di Dio P.Paolo Manna, annunciò le destinazioni ai missionari novelli. P.Domenico Bazzo ed io fummo destinati alla missione di Hong Kong. Nel frattempo, durante le vacanze, noi tutti compagni di classe, facemmo un pellegrinaggio a Lourdes, alla Grotta delle Apparizioni della Madonna. Fu un evento che ci è rimasto impresso. Ne fui molto contento. Celebravamo la Messa nella celebre basilica. Nell'ambiente intorno alla Grotta spirava un'aria tranquilla e serena. Era uno spettacolo edificante vedere i pellegrini, provenienti da diverse nazioni, e mossi da sincera devozione, camminare in processione, recitando il Rosario o cantando inni e canzoni in onore della Madonna. Rinnovai la mia consacrazione a Lei e mi misi sotto la Sua protezione. Ella, nelle varie Apparizioni alla fanciulla Bernardetta, raccomandava ai fedeli la recita del S.Rosario. Io, assecondando il Suo desiderio, confermai il proposito d'essere fedele a tale pratica. Dopo il Breviario, la preghiera del Rosario è stata sempre la preghiera prediletta; non ricordo d'aver lasciato passare un giorno senza recitarla. Nel tempo dell'infermità, quando ero a letto, e non potevo recitare il Breviario, mi era comodo e facile dire il Rosario; e nei pochi giorni che fui in carcere, non potevo dire altra preghiera che il Rosario, perché tutto m'era stato portato via; per fortuna, mi fu lasciata la corona del Rosario, ed io in quel periodo di tempo recitavo una serie continua di Rosari, pregando la Madonna d'assistermi, d'aiutarmi con la sua intercessione ad essere liberato dalla prigione, ad uscire da quel luogo tetro, oscuro e squallido. Ed io fui liberato.

Prima della partenza per le Missioni, l'ultima funzione sacra da compiersi in patria, era appunto la funzione di partenza, in cui c'era la consegna del Crocifisso, e in cui uno dei partenti teneva il discorso d'addio ai familiari, ai parenti, agli amici e a tutta l'assemblea. Tale funzione fu fatta il 20 agosto nella Chiesa di sbanderà a Milano, da Mgr.Macchi, Vescovo di Como. Era tempo di partire. Io, la sera dell'8 settembre 1933 a Giulianova-Lido, dopo aver salutato per l'ultima volta i miei familiari, presi il treno per Brindisi e il giorno seguente, nel porto di Brindisi, m'imbarcai sul Conte Rosso. I miei compagni s'erano imbarcati prima sulla stessa nave, a Venezia. Così, nel porto di Brindisi, io mi aggiunsi ;a gruppo, secondo il piano convenuto. faccio notare che, nel gruppo dei missionari giovani, c'era anche un missionario anziano, Pietro Garbelli, il quale fu assegnato anch'egli alla Missione di Hong Kong, ma prima era stato in un'altra Missione (in India). Il viaggio, in generale fu tranquillo, senza incidenti. Dopo diverse soste, il 29 dello stesso mese, verso l'alba, la nave approdò al porto di Hong Kong. Per noi tre Padri, destinati alla Missione di Hong Kong, fu la fine del viaggio e scendemmo dalla nave, ma i nostri compagni dovevano proseguire il viaggio per giungere ciascuno alla propria Missione. Due o tre Padri del PIME, dalla residenza episcopale vennero al porto per riceverci. Essi ci aiutarono ad assestare i bagagli e ci condussero alla residenza, che è attigua alla cattedrale dell'Immacolata Concezione. Nel mattino, celebrai nella cattedrale la prima Messa in terra di Missione. Il Vescovo, Mgr. Enrico Valtorta, ci accolse con amore e cuor contento; ci augurò lunga vita e buon successo nell'apostolato. In quel tempo, Hong Kong contava circa 800 mila abitanti, oggi ne conta più di 6 milioni. Come si vede, c'è stato uno sviluppo straordinario. Allora la città era considerata la perla dell'Oriente, ma anche adesso le conviene tale nome. È il grande centro di commercio: da ogni parte accorre gente per far fortuna.

Dal mio arrivo in Missione è passato lungo tempo. Qualcuno potrebbe domandare: Cos'è avvenuto all'ideale di santità, che ti attrasse alla vita missionaria? Rispondo: Mi raccomando alla misericordia del Signore. Ho avuto sempre bisogno della Sua misericordia nel passato e ne ho ancora bisogno in avvenire. L'apostolo S.Paolo, scrivendo ai Filippesi, confessava di non essere perfetto. A più forte ragione devo dire ciò di me stesso. Però S.Paolo, nella stessa lettera, aggiungeva: "Mi avanzo verso il segno, verso il premio della superna vocazione di Dio" Io seguo il suo esempio; anch'io cerco d'avanzare nella via della perfezione, d'avanzare verso il premio della vocazione missionaria. Confido nel Signore, che cominciò l'opera, la condurrà a termine. Così spero. LAUS DEO

 

ADDENDA

1933 - Giugno 23 - Annunciate le destinazioni dal Servo di Dio P. Paolo Manna.

" 25 - Pellegrinaggio a Roma.

" 26 - Celebrai la S.Messa a Roma.

" 27 - Udienza con il S.Padre Pio XI.

Agosto 10 - Pellegrinaggio a Lourdes: vi arrivammo l'11 di sera.

17 - lasciammo il Santuario.

20 - Funzione di partenza nella Chiesa di S.Andrea (Milano), fatta da Mgr.

Macchi, Vescovo di Como, Discorso d'addio tenuto da P. Santino Bianchin.

Settembre 9 - I miei compagni s'imbarcano a Venezia sul Conte Rosso, io a Brindisi.

11 - Arrivo a Porto Said.

12 - Passaggio del Canale di Suez.

13 - Attraversata del mar Rosso. Caldo soffocante.

20 - Di mattino, arrivo a Bombay, dove alcuni giovani vennero da Delhi a vedere

e salutare il P. Garbelli.

22 - Verso mezzodì, arrivo a Colombo, dove incontrammo il P. Brignoli, che

tornava in Italia perché malato.

26 - Arrivammo al grande porto di Singapore.

29 - Verso l'alba, arrivo in Hong Kong. Celebrai nella Cattedrale.

P. Quirino De Ascaniis arriva in Hong Kong il 29 settembre 1933 sulla nave italiana Conte Rosso con P.Domenico Bazzo. Rimane in città per circa mezzo anno per lo studio dell'inglese. Il 21 giugno 1934, è condotto a Tun-Yeung (To-Yong, Thun-yong), nella parte orientale del distretto del Po-On (l’antico San-On), distante meno di un chilometro da Sha-Yu-Chung, da P.Riccardo Brookes, che è responsabile dei due distretti ecclesiastici di Tun-Yeung e di Tong-Hang ( Wai-Yeung, antico Kwei-Shin). Prendono la via ordinaria, cioè il traghetto dal mercato di Tai-Po fino a Sha-Yu-Chung e poi a piedi per Tun-Yeung. Altri centri cristiani vicini sono Sheung-Dong (Siong-Tung, Song-tung) a 1-2 chilometri a ovest e Shui-Tau-Sha, a 3-4 chilometri ad est (che ha circa 100 cristiani e la chiesa di S.Patrizio), posto di fronte all'isoletta di Peng-Chau, nella baia Tai-Pang (Mirs Bay).

Giunto a destinazione, P.De Ascaniis intraprende lo studio della lingua Hakka, dato che nel distretto tutti parlano questa lingua, ad eccezione dei Tankalo (pescatori) di Shui-Tau-Sha, e nel frattempo si mette a lavorare. I cristiani gli parlano dei padri che hanno faticato in quelle zone e P.De Ascaniis raccoglie informazioni. Un servo gli racconta di P.Attilio Poletti, che girava a cavallo rispettato da tutti. Era responsabile anche di tutto il Wai-Yeung e aveva costruito la chiesa di Sheung-Dong. A Tam-Tong aveva contratto il tifo, per curarsi il quale era ritornato a Hong Kong dove però morì nel 1911. A lui era succeduto P.Luigi Rossi, che aveva costruito la residenza a Tun-Yeung.

Il suo successore P.Filippo Maglio aveva battezzato la maggior parte di fedeli Tankalo (un centinaio con la Chiesa di S.Patrizio) di Shui-Tau-Sha, che ricordano ancora il suo aiuto nel processo che hanno dovuto subire contro i proprietari del terreno su cui asserivano di aver costruito le case. Erano Tankalo, che avevano costruito case. Il magistrato risiedeva a Nam-Tau: P.Maglio aveva affidato la difesa a un catechista molto abile che sapeva bene i fatti e come destreggiarsi.

P.Brookes lascia il posto al principio del 1936, perché richiamato a Hong Kong ed è sostituito da P.Antonio Rossellò, sacerdote spagnolo raccomandato da un cardinale al superiore generale, P.Paolo Manna, il quale a sua volta l'ha affidato a Mons.Valtorta di Hong Kong. Costui si stabilisce a Tun-Yeung e manda P.De Ascaniis a Tong-Hang con tutti i poteri su quell’area. Qui ha la seguente avventura.

 

UNA NOTTE DISTURBATA...

Nei primi anni della mia vita missionaria, ero in carica del Distretto di Tong-Hang, dove era la mia residenza. Naturalmente, di tanto in tanto, uscivo a visitare i cristiani, che abitavano nei diversi villaggi. Un giorno, nel pomeriggio, arrivai in un villaggio, dove vivevano pochi cristiani, tre o quattro famiglie. Una casa apparteneva alla Missione, ed era adibita come cappella o luogo di preghiera. Nel villaggio vi era pure un edificio semplice e pubblico (hall), destinato a fare le adunanze e discutere gli affari. Io vi andai per vedere ed avere occasione d'aver contatto con la gente e conversare. Vi erano alcuni e parlavano di questo e di quel soggetto. Durante il colloquio, uno di essi, che di solito passava la notte in quella sala (ma non era cristiano) cordialmente mi offrì il suo letto per dormire, dicendo che egli non l'avrebbe usato per quella notte, per cui non c'era bisogno per me di preparare il proprio letto. Il letto che mi aveva offerto era lì vicino a me, con la propria zanzariera. Esso era fatto di un'unica intelaiatura: le tavole e le altre parti erano connesse insieme, non erano movibili. Benché io personalmente avessi nella mia residenza le tavole da letto e la propria zanzariera, tuttavia, dietro l'insistente pressione del gentile offerente, grato accettai il favore, tanto più perché io non avevo una camera da letto. Poi ci licenziammo. Dopo la cena e le preghiere della sera, il mio servo andò ad alloggiare in una delle famiglie cristiane, io mi ritirai nella sala pubblica, come s'era combinato. A sera tardi, chi prima chi dopo, tutti andarono a dormire e così feci anch'io. Ma nel cuore della notte, mi svegliai o meglio, per parlare con più esattezza, fui svegliato da creature moleste... In tutto il corpo sentivo un forte prurito. Accesi la lampada a petrolio (in quel tempo non c'era l'elettricità), per trovare la causa del prurito. Guardai e vidi che la zanzariera era piena di cimici, di ogni grandezza, dalle più grandi alle più piccole. In tutta la vita missionaria non ho mai visto una simile invasione di cimici. Esse, di giorno, s'erano nascoste nelle scissure, nelle fessure, nei buchi dell'intelaiatura, di notte erano uscite fuori per cercare cibo: erano tutte affamate, pronte a succhiare il sangue. Trovandomi in questa congiuntura, cosa dovevo o potevo fare? Sbarazzarmi dello sciame di cimici, che avevano invaso la zanzariera e l'intelaiatura del letto era impossibile. Andare alla mia residenza e preparare il proprio letto era un rimedio pieno di difficoltà, era inutile pensarci. Infatti, per arrivare al mio posto desiderato, avrei dovuto uscire e camminare per un certo tratto. Ma in quel villaggio, c'erano molti cani: ora, nell'uscire io dalla porta e mettermi in cammino, certamente qualche cane n'avrebbe visto e cominciato ad abbaiare; allora altri cani sarebbero accorsi ad abbaiare insieme e dare assalto all’ospite sconosciuto. C'era pure la possibilità che tra essi ce ne fosse uno o più feroce, che si sarebbe slanciato contro di me e m'avesse morso, il che avrebbe reso il caso ancor più serio. L’abbaiare insolito dei cani avrebbe disturbato il sonno di quelli che dormivano, dei quali alcuni si sarebbero domandato il perché dell’abbaiare dei cani: forse uno o più ladri venivano a rubare? Ovvero era gente sospetta... gente che gira di notte. sarebbero stati curiosi di sapere perché giravo a quell'ora... S'aggiunga un'altra difficoltà. Senza l’aiuto del servo, io non avrei potuto mettermi a posto. Ma io non sapevo neppure in quale casa egli era andato a dormire. A qual porta avrei dovuto bussare? Supposto che lo sapessi, bussando la porta a quell'ora, la gente si sarebbe allarmata; avrei causato disturbo. In altri termini, se a causa mia, ci fosse stato un fracasso di notte, l’indomani la gente ne avrebbe parlato e fatto dei commenti... La conclusione è che io non potevo uscire dall'imbarazzo. Dentro c'era il guaio delle cimici, fuori il guaio dei cani. Dovevo rassegnarmi a non dormire. Così mi sedetti su una sedia, vegliando e aspettando il giorno. Quando il giorno arrivò, fui libero di uscire e di attendere alle cose mie. Tacqui, non dissi niente a nessuno, come se nulla fosse accaduto. Compii regolarmente il lavoro del ministero, partii lasciando in pace quel villaggio, con la coscienza di non aver recato alcun disturbo. Qualcuno potrebbe giustamente domandarsi: Come mai quel tale che fece la gentile offerta dormiva placidamente in quel letto infetto, senza essere disturbato? Anch'io mi facevo e faccio la stessa domanda, ma non so dare una spiegazione. Ma le cose stavano così, come le ho narrate. Fu un caso unico ed eccezionale; altrimenti non ne avrei parlato. Il caos capitò a me e non l'auguro ad altri.

Nel distretto, intanto, P.Rossellò trova difficoltà nell’apostolato e anche la sua salute gli fa problema; alla fine, nel luglio 1937, con il certificato medico che attesta che il clima del luogo non si confà alla sua salute, lascia Tun-Yeung. P.De Ascaniis rimane in carica di tutto.

Nell’autunno del 1937 giunge ad aiutarlo P.Giacomo Wong che rimane fino a quando andrà a sostituire P. Michele Cantore in partenza per la vacanza in Italia a Wang-Lak, nel luglio 1939. Essendo però sempre sofferente a causa di un cancro, non può girare né lavorare molto.

Nel frattempo, il 7 luglio 1937 il Giappone intraprende l’invasione della Cina, dando inizio a un periodo difficile: siccome i giornali parlano dell'amicizia dell'Italia per il Giappone, la posizione di P. De Ascaniis, italiano, diventa precaria e problematica. Non può negare la sua nazionalità, come altri fanno, con grave pericolo per se stessi e per il nome cristiano.

A peggiorare la situazione è la presenza vicina delle truppe giapponesi stesse. Sbarcano nella baia di Daya (Bias Bay) il 12 ottobre 1938 e si dirigono verso Tam-Shui e, da qui, via terra, verso Wai-Chow e Canton occupandole. Una loro colonna entra anche a Sha-Yu-Chung e a Tun-Yeung, ma solo di passaggio. Andati via, la vita qui continua abbastanza normale, ma sempre in clima di guerra, con andirivieni di gente e di rifugiati.

Nella seconda metà del 1939 comincia a Sha-Yu-Chung un movimento commerciale incredibile: la zona è rimasta l’unico corridoio libero, non occupato dai Giapponesi, che hanno chiuso tutte le altre frontiere per boicottare il commercio. Da Hong Kong salpano file di barconi carichi di ogni tipo di merce, preferibilmente di notte per evitare eventuali bombardamenti giapponesi. Si fermano in acque inglesi, da dove piccole barche trasportano la merce a terra. Qui vi si affollano migliaia e migliaia di portatori, che, anch’essi preferibilmente di notte, smistano tutta quella roba in varie direzioni, portandosela in ceste bilanciandole sul bastone sulle spalle, fino ai fiumi dove la caricano sulle barche. Il loro numero aumenta sempre di più, le condizioni igieniche si fanno sempre più cattive. Per P. De Ascaniis, il girare nei villaggi per visitare i cristiani diventa ancor più pesante perché non trova più portatori che lo aiutino, in quanto tutti preferiscono il commercio più redditizio. Nel frattempo ha comperato una bicicletta e può usarla, caricandovi sopra tutto l’occorrente, ma il più delle volte, date le condizioni dei viottoli, è costretto a spingerla se non a portarla. Per fortuna il vecchio catechista di P. Maglio e, a volte qualche ragazzo, gli vengono in soccorso.

Un giorno, P. De Ascaniis, rimasto nella sua residenza di Tun-Yeung, si vede arrivare Mons. Ford, vescovo americano di Mui Yuen e altri quattro padri di Maryknoll: sono stati a Hong Kong a fare le spese ed ora devono aspettare la merce comprata che sia trasportata a Sha-Yu-Chung. Dopo qualche giorno, eccola arrivare. P. De Ascaniis li aiuta a trovare i portatori, che la trasportano fino al fiume più vicino, dove la caricano sulle barche e partono per la loro destinazione.

L’andirivieni della gente e del commercio continua imperterrito. Le condizioni igieniche sulla spiaggia di Sha-Yu-Chung si fanno insopportabili, perché i portatori sono costretti a usare acqua putrida per farsi il thé putrido e mangiare cibi sporchi: scoppia la dissenteria e non pochi ci lasciano la vita.

In questi frangenti Mons.Valtorta scrive da Hong Kong a P. De Ascaniis, chiedendogli il parere sul come portare avanti un progetto di soccorso ai rifugiati di guerra, ma questi gli espone le difficoltà pratiche, data la situazione di emergenza della zona e lo consiglia di posticiparlo. Intanto la situazione continua con il suo traffico commerciale aumentato, perché i giapponesi stanno preparandosi allo sbarco. In questo frangente, il 4 febbraio 1941, P.De Ascaniis si vede arrivare Mons. Valtorta con due persone, che gli dice di essere incaricato dalla Croce Rossa ad andare a Tam-Shui (a una 30 di km da Tun-Yeung) per una missione di soccorso a rifugiati di guerra. Giunto però a Sha-Yu-Chong ha sentito dire che truppe giapponesi stanno avanzando verso Tam-Shui, per cui si è rifugiato a Tun-Yeung. Di fatto i giapponesi sono in arrivo in due colonne, una va verso la città di Tai-Peng (a 2-3 km da Shui-Tau-Sha, e la seconda raggiunge e si stabilisce a Sha-Yu-Chong, facendo fuggire tutti gli abitanti. Lo squadrone di cavalleria giapponese fa uso della pagoda locale come stalla per i proprio cavalli. Il giorno dopo, i soldati fanno una visita anche a Tun-Yeung. Il vescovo, ancora presente, capisce che gli è impossibile portare a termine la sua missione di soccorso ai rifugiati di Tam-Shui, per cui, al pomeriggio, approfittando di una barca, se ne ritorna a Hong Kong.

P. De Ascaniis rimane con i giapponesi, che rendono la situazione ancora più difficile. Da Sha-Yu-Chung, girano continuamente tra i villaggi. Il padre ottiene da loro il permesso di poter visitare i cristiani nei villaggi, ma deve fare attenzione nei loro rapporti, per non insospettire i cinesi, soprattutto i capoccia delle varie bande di briganti che spadroneggiano nella zona. All'inizio non ci sono grandi difficoltà, anzi la gente ritorna alle proprie case, fidandosi della protezione del padre italiano. I guai però nascono quando i giapponesi incominciano a richiedere la cooperazione dei locali come portatori dei bagagli e delle vettovaglie dei soldati. I giapponesi si aspettano che P. De Ascaniis li solleciti entusiasticamente alla cooperazione, ma lui, per ovvie ragioni, invece rimane abbastanza freddo e quieto. I rapporti si fanno tesi. I giapponesi, indispettiti della poca cooperazione della gente e del padre, cambiano tattica e fanno uso della costrizione. Una mattina molto presto, una squadra dei loro soldati arrivano al villaggio di Tun- Yeung per fare una retata di gente e costringerli alla cooperazione. Li radunano tutti, donne e uomini. Sfortunatamente una delle donne manifesta la necessità urgente di assentarsi per bisogni di natura. I giapponesi non acconsentono, perché sospettano che sia una scusa per fuggire. I cinesi chiedono al padre di intercedere. Questi spiega al comandante giapponese la situazione e promette che la donna ritornerà. L'ufficiale rimane sospettoso a riguardo della donna e del prete, che giudica un cooperatore dei cinesi. Gli punta il fucile al petto, minacciandolo che, se la donna non ritorna, lo farebbe fuori. Tutti si allarmano ed esortano la donna a sbrigarsi in fretta. Al riapparire di questa, la tensione si allenta. P. De Ascaniis è salvo, ma la sua posizione rimane sempre difficile. Il dilemma dei suoi rapporti tra giapponesi e cinesi persiste. Un allentamento della tensione avviene quando i giapponesi smettono di requisire i portatori.

Ma i sospetti e il controllo continuano. Un giorno P. De Ascaniis si vede arrivare un gruppo di soldati giapponesi, tra cui uno con una vacca al guinzaglio. Il padre si dimostra dispiacente perché l'intesa era che i giapponesi avrebbero rispettato la proprietà dei cinesi. Gli altri soldati scusano il loro compagno, dicendo che è ubriaco. Ma mentre padre e soldati chiacchierano, il presunto ubriaco si dirige verso la residenza del padre e si mette a frugare a destra e a sinistra, nei locali a pianterreno e al primo piano. Alle rimostranze del padre, i suoi camerati cercano di rassicurarlo a non distoglierlo dalla sua impresa, per evitare una sua eventuale reazione violenta. E' una propria perquisizione, per controllare se il padre possieda documenti che lo dimostrino amico dei cinesi. Per fortuna non trova nulla di compromettente e tutta la faccenda si risolve in nulla. Però alla sera i giapponesi ritornano a chieder scusa del disturbo che il soldato "ubriaco" ha recato.

Imprevisti incresciosi non mancano mai, provenienti anche da altre cause.

 

PERICOLO DI UN TORRENTE IN UNA TEMPESTA IMPROVVISA

Nell'anno 1941, prima che l'Italia dichiarasse la guerra alla Cina, andai a visitare la cristianità del villaggio di San-Ha (Yeuk-Tong), che era all'estremità del mio distretto di Tong-Hang. Si era verso la fine del mese di giugno, ed era mio disegno di fare il servizio domenicale in quel luogo. Proprio in quella domenica, una donna cristiana, che era maritata ad un cristiano, m'informò che la sua madre anziane era malata. Il suo villaggio natio, dove abitava sua madre, era molto distante, più di 20 chilometri. Era nei dintorni della città-mercato di Lung-Kong. Io decisi di visitare l'inferma per amministrarle gli ultimi sacramenti. Il giorno dopo (lunedì), l'ultimo del mese, mi misi in viaggio, insieme con il io servo. Nel viaggio facemmo una sosta in un villaggio intermedio, chiamato Au-Thau, dove erano alcune famiglie cristiane e dove avevo intenzione di tornare il giorno seguente, per prestare il servizio religioso anche a quella cristianità. Dopo una breve sosta, riprendemmo il cammino, diretti al villaggio chiamato Sui-Poi-Long, dove viveva l'inferma. Non passò lungo tempo che cominciò a piovere: la pioggia era sempre più intensa, ed era accompagnata da un forte vento, non saprei dire se fosse tifone. Pioggia e vento: era una vera tempesta. Per giungere alla meta, c'era ancora molto cammino da fare, circa 6 o 7 chilometri. Si poteva camminare, sia pure con gran difficoltà, ma il guaio più serio era che bisognava attraversare alcuni torrenti, ed io non lo sapevo perché non ero pratico delle vie in quieta contrada, ma il servo era pratico ed era la mia guida. Con difficoltà riuscimmo a passare uno o due torrenti gonfi, a causa della pioggia dirotta. Procedemmo nel nostro cammino: ormai eravamo vicini al villaggio, che era la nostra meta. Ma ci trovammo di fronte ad un altro torrente, dove c'era un piccolo ponte di pietra, ma così stretto, angusto, che vi poteva passare una sola persona, non due persone una di fianco all'altra. A causa della tempesta, la piena d'acqua s'era innalzata sopra il ponticello e l'aveva coperto. prima dio procedere oltre, mi fermai a riflettere. Compresi il pericolo del passaggio. Bisognava stare attento a non perdere di vista il ponticello e non mettere il piede in fallo, a non scivolare... e poi chi avrebbe potuto assicurare che la forza della corrente rapida non avrebbe fatto perdere l'equilibrio e travolgere l'individuo affondandolo in acqua e trasportandolo chissà dove? Cosa fare? Tornare indietro? Ma era ugualmente pericoloso, perché quei torrenti attraversati prima erano divenuti ancor più gonfi, quindi ora erano più difficili da passare a guado. Stare lì fermi ad aspettare? Ad aspettare fino a quando, sotto quella pioggia dirotta? Fummo costretti dalla necessità ad affrontare il pericolo che era davanti. Mi raccomandai all'aiuto della Provvidenza. Confidando in tale aiuto e usando la massima cautela, riuscimmo a passare quel torrente: giungemmo sani e salvi all'atra sponda. Grazie a Dio, era l'ultima tappa e l'ultimo pericolo. Poco dopo arrivammo al villaggio e alla casa della donna inferma. Era l'unica famiglia cristiana. Fummo accolti con gran carità e cura. La prima cosa fu il fare il bagno con acqua calda e cambiare i vestiti, che erano bagnati. L'inferma non era in condizioni così gravi, come io avevo temuto: non era a letto e prendeva parte alla conversazione familiare. Tuttavia credetti bene di amministrarle i conforti religiosi. Passammo la notte in quella casa, e la mattina dopo, celebrai la S.Messa. Poi ci licenziammo. La tempesta era già passata. Così finì felicemente la mia avventura. L'apostolo S.Paolo, parlando dei pericoli, che aveva incontrato nel compiere il ministero dell'evangelizzazione, fa menzione dei "pericoli dei fiumi". Benché anch'io, parecchie volte, abbia attraversato I fiumi, pure non possono dire di aver incontrato pericoli in essi; però posso asserire di ave incontrato il pericolo (come ho detto sopra) nel passare I torrenti. A proposito, mi viene in mente un caso triste, avvenuto nel villaggio di Tai-Long

E raccontato dalla gente del luogo. Era la stagione delle piogge. Una donna era andata sulla collina a pascere le vacche o per fare altro lavoro. Sulla collina v'era un ruscello, che ordinariamente era asciutto o vi correva poca acqua. Non c'era il ponte perché non c'era bisogno. Ora, mentre la donna attendeva al suo ufficio, venne una pioggia dirotta. Non c'è da meravigliarsi di questo, in tale stagione. A causa della pioggia, dai pendii della collina, correva acqua e scendeva nel ruscello, fino a riempirlo e renderlo gonfio e formare una piena rapida.. Quando fu l'ora di tornare a casa, la donna si mise in cammino, ma doveva attraversare il ruscello, che ella aveva traversato tante volte. Vide che esso era gonfio e la piena rapida. Ma credette di poterlo attraversare senza pericolo. S'ingannò. Appena pose I piedi nell'acqua, l’infelice fu travolta dalla piena e sbattuta contro I sassi, che non mancavano; fu trascinata ad una certa distanza, dove poi fu trovato il suo cadavere. Da questo episodio si conclude che se, in tempo di tempesta, anche un ruscello è pericoloso, tanto più pericoloso un torrente, quando la piena s'ingrossa fino a coprirne il ponte e scorrere vorticosamente.

Intanto P. De Ascaniis, con il permesso dei giapponesi, conitnua ad uscire di frequente a visitare i cristiani nei vari villaggi, Tong-Hang, Long-Wui, Hau-Zu-Tau, due altre piccole cristianità, Si-Wong-Po a 10 Km da Tong-Hang che ha alcune famiglie crirstiane e Lak-Ha a 15 km ancor più distante con una cinquantina di cristiani, San-Ha a 20 Km, Yeuk-Tong, ecc. Si psosta generalmente a piedi o in bicicletta.

Un giorno a Shui-Tau-Sha trova la residenza e la chiesa di S.Patrizio occupate da una cinquantina di facce brutte, che sembrano a prima vista essere briganti o guerriglie. Cosa fare? Andarsene indietro, susciterebbe sospetti e non sarebbe di aiuto ai cristiani. Contattare quelle facce brutte? Si decide per questa soluzione. Si spacciano per guerriglie e hanno due capi, di cui il più autorevole è un certo Wang Dong-Hoi. Il padre si fa coraggio e spiega con gentilezza i motivi religiosi della sua venuta e della funzione di quei locali. Insiste che gli è impossibile lasciarli abitare lì, per paura che i giapponesi, venendolo a sapere, bombardino tutta la zona. Le parole e forse la notorietà del lavoro del padre convincono quella truppa, che poi viene a sapere che erano contrabbandieri. Gli danno la faccia e vanno a trovarsi un altro rifugio. E così il padre può compiere i suoi servizi religiosi.

È una vita continua di tensioni e di paure per tutti. Molti fuggono. Quelli che rimangono temono delle loro proprietà e del danaro che hanno risparmiato. I giapponesi non esitano nelle loro perlustrazioni a impossessarsi di tutto ciò che vale qualcosa. Inoltre ci sono i briganti che spadroneggiano in bande e compiono frequenti ruberie tutt'attorno.

 

 

MIE AVVENTURE NELL'ULTIMO ANNO NEL MIO DISTRETTO DI TUN-YEUNG (PO-ON)

Durante la guerra tra la Cina e il Giappone, nel mese di febbriaio 1941, un gruppo di soldati giapponesi, arrivò e si stabilì a Sha-Yue-Chung, luogo poco distante (meno di mezzo chilometro) dal villaggio di Tun-Yeung, dov'era la mia residenza: presso i confini della Cina con la colonia inglese di Hong Kong. Molta gente nei villaggi d'intorno fuggì, ma altri restarono. Anche in Tun-Yeung, un buon numero di cristiani e pagani restarono, fidando nella mia protezione, perché il governo italiano allora prendeva le parti del Giappone, in pratica, era quasi un alleato. Naturalmente, per una ragione o per l'altra, di tanto in tanto, dovevo aver contatti con i militari giapponesi, e trattare con loro. Cristiani e pagani avevano fiducia in me, ero come il loro rifugio. Pensavano che i soldati, che spesso andavano e venivano, per mio riguardo, non li avrebbero trattati male, e non avrebbero commesso soprusi. Però nessuno pensi che nei mie rapporti con i militari tutto fosse facile e roseo. Giacché i sodati giapponesi, appunto perché l'Italia era amica del Giappone, s’aspettavano che io, anima e corpo, cooperassi con loro, che persuadessi e spronassi la gente ad obbedire volentieri al nuovo padrone, a prestare di buona voglia i servizi, anche quando i servizi erano duri o pesanti. Cosa che io non potevo e non dovevo fare. Secondo la loro mentalità, essi non capivano la mia missione e la mia posizione. ma io sapevo bene che la mia posizione era delicata e pericolosa. Occorreva prudenza massima e riserva massima. Non dovevo prendere l’atteggiamento di capo o consigliere, di esortare la gente a servire di buon animo il nuovo padrone: questo, da un giorno all'altro, poteva andare via ed allora ci sarebbero stati conti da rendere all'antico padrone. Quindi non fa meraviglia se talora, non sempre, i capi militari mostrassero freddezza o diffidenza a mio riguardo. Io non potevo agire altrimenti, perché ero un ospite in Cina e non dovevo diventare un ospite ingrato o nemico. Così si tirava avanti, qualche volta meglio. qualche volta peggio. Ora avvenne che una sera, sull'imbrunire, mentre io ero solo, si presentarono improvvisamente tre o quattro persone armate: mi dissero che erano guerriglie, che erano soggette al loro capo, di cui rivelarono il nome. Il nome era vero, non inventato, Tsang Sang. Nel passato io avevo visto il capo ed avevo avuto una conversazione con lui. Ma in quel tempo, la cerchia della sua influenza era ristretta, ma poi gradatamente s'era allargata; e il suo nome divenne famoso nella regione; era conosciuto da tutti. Quando sentii che le persone arrivate erano guerriglie, confesso che fui preso da una gran paura. Cosa venivano a fare? Avevo sentito dire che le guerriglie, di solito, non attaccavano i Giapponesi, ma facevano le vendette su quelli che cooperavano con loro. Io ero italiano, e tutti sapevano che 'Italia era amica del Giappone; questo era un motivo di più per temere. Compresi che la mia vita era in gran pericolo. Ero solo, come ho detto. Volevo chiamare qualcuno ad assistere; mi fu impedito. Divenni prigioniero degli assalitori. Mi dissero che le guerriglie avevano bisogno di danaro, e senza tanti complimenti cominciarono a frugare per trovarlo. Frugando qua e là (conducendo anche me con forza), dopo un po' di tempo trovarono il gruzzolo, che cercavano. In seguito, darò la ragione del gruzzolo. Essi s'impossessarono del gruzzolo e lo misero in borsa, e sul punto di partire, mi dissero: "Ora vieni con noi". All'udire queste parole, fui ancora più convinto che la mia vita era alla fine, perché sapevo che le guerriglie non facevano prigionieri, ma uccidevano senza processo quelli che credevano loro nemici o cooperatori dei Giapponesi. Pensavo che essi mi avrebbero condotto in un luogo isolato e mi avrebbero ucciso, senza far sapere niente a nessuno. Mi trovai di fronte alla morte. Perciò durante il cammino raccomandavo l'anima a Dio. Ero come uno condotto al luogo del supplizio. Ma dopo essere usciti dal villaggio ed esserci allontanati un breve tratto, contro la mia aspettativa e per grazia di Dio, mi lasciarono libero. Allora... revixit spiritus meus. Fu un gran sollievo. E capii che era stata una vera trama, ordita per ingannare. Non erano guerriglie, ma briganti, veri briganti di professione. Avevano usurpato e abusato del nome del capo delle guerriglie per compiere il mestiere di brigantaggio.

Adesso parliamo del gruzzolo. In verità, era un gruzzolo grosso. Come venne fuori? Come si formò? Quando arrivarono i soldati giapponesi, gli abitanti del villaggio, cominciarono ad essere preoccupati e ansiosi come mettere al sicuro il danaro e gli oggetti preziosi, perché temevano che i soldati, con la scusa o sotto il pretesto di perquisire, li avrebbero rubati. Ed avevano ragione di temere. Allora pensarono che il miglior ripiego o rimedio fosse di consegnare tutto a me, in deposito. Da principio, io mi rifiutai. temendo che tanto danaro accumulato avrebbe provocato e attirato i ladri a rubare. Essi temevano i Giapponesi, io temevo i ladri. Ma essi insistettero, e mi assicurarono che non c'era d'aver paura dei ladri, che nel loro villaggio non c'erano mai stati latrocini. Dicevano la verità, ma i tempi erano cambiati. Allora, avendo compassione, cedetti alla loro richiesta. Essi mi consegnarono (ciascuno con il proprio nome) il danaro, i gioielli, gli ornamenti d'oro ed altri oggetti preziosi. Così si compose un bel gruzzolo. Benché il gruzzoli non fosse mio, pure quando fui assalito dai briganti, mi ricresceva, mi rincresceva molto che esso venisse rubato; e benché i briganti mi battessero affinché io lo consegnassi, pure resistetti, non cedetti, in considerazione della povera gente, che me l'aveva affidato in custodia. Ma poi lo trovarono ugualmente; così la mia resistenza fu inutile. Parlando delle battiture, io credo che è costume dei briganti (quando assalgono) di battere la persona vittima, se essa è renitente, e non vuol consegnare il danaro o indicare dov'è; e battono finché la povera vittima si rassegna e decide di privarsi del danaro o del tesoro, consegnandolo. A tal proposito, ricordo che, passati alcuni mesi dopo il latrocinio nella mia residenza, essendo io andato a visitare un altro villaggio (Tong-Hang), dove viveva un ricco cristiano, questi mi raccontò che egli pure, poco tempo prima, era stato assalito dai briganti in casa sua, e che uno di essi gli sparò un colpo di pistola e gli forò la mano, per costringerlo a consegnare il danaro: ed egli dovette consegnarlo, per non avere il peggio. Non c'era scampo. Tornando al mio caso, come vennero i briganti alla conoscenza del gruzzolo? Ci fu un traditore del luogo, e mi dispiace dire che era cristiano. Cristiani e pagani erano tutti d'accordo che era stato lui ad andare ad informare i briganti d'altri luoghi e invitarli a compiere il latrocinio. Egli diede loro le indicazioni necessarie per eseguire il piano. Già prima, alcuni sospettavano della sua condotta non buona... Egli viveva appartato, non in comunione con gli altri. Girava qua e là. talora fu visto, presso la sua casa, conversare con persone estranee, sconosciute, sospette. Ma nessuno pensava che egli fosse così audace e perfido, fino ad invitare i briganti a dare l'assalto alla mia residenza, al proprio villaggio. Ma a che non spinge l'ingordigia, quella che si chiama "auri sacra fames"? Essa calpesta ogni diritto, soffoca ogni senso d'amicizia e di gratitudine. Quel tale, come gli altri, godeva della mia protezione. Il latrocinio accadde verso la metà del mese di aprile, dello steso anno. Come si è visto, la mia vita fu slava, ma l'affronto subito da me e il danno sofferto dalla povera gente mi lasciarono accasciato e depresso. Scrissi al Vescovo Mgr.Valtorta e l'informai di quello che mi era accaduto, e del pericolo che c'era nella mia posizione. E il Vescovo, benché anch'egli avesse i suoi problemi, problemi seri e gravi, perché L'Italia era in guerra con l'Inghilterra, pure fece di tutto per consolarmi ed aiutarmi. Egli mandò il P.Caruso a farmi compagnia ed aiutarmi. Ma al P.Caruso non fu dato dai Giapponesi il permesso di uscire dalla residenza per andare altrove a visitare i cristiani. Nonostante ciò, egli fu per me un gran sollievo e conforto; egli mi assistette col senno e con la mano, cioè con il consiglio e con l'opera. Ne fui grato e ne sono grato ancora. :e cose migliorarono; la vita divenne più pacifica, per quanto consentivano i tempi di guerra.

Intanto s’avvicinava la fine di quell’anno e mi erano riservati altri guai non meno seri, né meno dolenti dei guai passati. Si sa che l'8 dicembre dello stesso anno. il Giappone dichiarò la guerra all'Inghilterra e l'Italia dichiarò la guerra alla Cina. Che ci fosse la guerra tra il Giappone e l'Inghilterra lo sapemmo subito, perché il rimbombo o l'eco dei cannoni e dei bombardamenti da Hong Kong arrivava fino alla nostra zona. Ma non sapevamo e nessuno disse che l'Italia fosse entrata in guerra contro la Cina. In quel tempo, nel nostro luogo, non c'era la radio, né si potevano avere giornali. Chi avrebbe pensato che l'Italia dichiarasse la guerra alla Cina, così lontana e così vasta? Del resto, la dichiarazione di guerra non cambiò gran che la situazione (perché l'Italia era amica del Giappone), eccetto che i cittadini italiani, compresi i missionari, dovevano essere internati; e di fatto furono internati; però P.Caruso ed io non fummo nel numero, perché ;a contrada dove eravamo era ancora sotto il controllo dei Giapponesi. Comunque, verso la metà dello stesso mese, uscii dalla mia residenza per andare a visitare i cristiani di altri luoghi. Passando di villaggio in villaggio, arrivai al villaggio di Shan-Ha, che è all'estremità del mio distretto. Si era alla vigilia di Natale; mentre io mi preparavo ad ascoltare le confessioni, improvvisamente giunsero alcuni soldati nazionalisti, i quali circondarono la mia casa e mi intimarono d'andare con loro. Non sapevo che cosa ci fosse sotto. Allora misi insieme tutte le mie cose nelle ceste, pensando che non sarei più tornato, come difatti avvenne. Così partii con i soldati; ero accompagnato dal servo, che portava le ceste, e che poi ebbe la stessa sorte a me riservata. Orami era notte: camminammo una decina di chilometri e arrivammo alla città, chiamata Tseng-Kai, dov'era il quartiere militare. Frugarono le ceste (cosa che fino allora non era mai accaduta) e trovarono la carta d’identità rilasciata dai militari giapponesi e che per me era necessaria quando uscivo dalla residenza per andare in altri villaggi, che erano sotto il controllo dei giapponesi. In verità, prima di partire di casa, nell’ultimo villaggio, ero stato sospeso se sbarazzarmene o no. DA una parte, pensavo di sbarazzarmene per evitare possibili fastidi, dall'altra parte, pensavo che essa potesse ancora essere utile, perché nel mio distretto c'erano ancora i giapponesi e di più non c'era nulla di compromettente, nulla che potesse dare appiglio a sospetto ragionevole. Era una semplice carta d'identità, di poche righe. Ma quelli che avevano frugato, che non sapevano il giapponese, come io non so l’arabo, credettero di aver in mano una prova sicura che io ero una spia. Non dissero nulla, ma dal loro atteggiamento, dal loro modo di comportarsi compresi che essi la pensavano così. Mi fu assegnata una stanza per dormire. e fu messo un soldato in guardia tutta la notte. Ma io non dormii, neppure un momento. Ero in mano dei nemici. Ero preoccupato e ansioso; ero all'oscuro, non sapevo come andasse a finire la faccenda. Nel mattino bisognava mettersi in viaggio. Non sapevo per dove. Prima di partire, dovevo mangiare; mi fu offerto il riso, il riso peggiore che ci fosse al mercato, il riso che si dà alle galline. Nella mia vita missionaria, non ho mai visto né prima né dopo, alcuna famiglia anche la più povera mangiare tale riso. Io ero esitante a mangiarlo, perché, essendo al mia salute cagionevole, avevo paura di non poter digerirlo e che mi causasse mal di stomaco. Perciò chiesi che mi fosse cambiato in riso un po' migliore. Ma mi fu risposto bruscamente: O questo o niente. Quindi mi trovai di fronte ad un duro dilemma: se mangiavo, c'era timore d’indigestione, se non mangiavo, dovevo far digiuno un lungo viaggio. Decisi di mangiarne; mi feci violenza per mangiarne quel tanto che bastasse a conservarmi in forza, per non svenire in via. Non voglio dire che tutti i soldati nazionalisti cinesi mangiassero quel riso, né che quel gruppo di soldati mangiassero sempre quel riso. Però non si può negare che nell'esercito nazionalista c'era una grande corruzione. C'erano dei capi militari (forse i più), che intascavano (per il proprio uso e per i propri comodi) una parte del danaro che il governo dava per il mantenimento dei soldati; e i soldati ne portavano la pena. Se un capo d'alto grado avesse avvertito che sarebbe venuto in quel luogo a fare ispezione, certamente sarebbe stato servito un riso migliore, per far vedere che i soldati erano trattati bene. Riprendendo il discorso, dopo il pasto si viaggiò, con la scorta di due soldati. Ecco come passai la notte e il giorno di natale. Poi mi fu detto che la meta del viaggio era la città di Wai-Chow; però la via era lunga, non si poteva arrivare in giornata; perciò vi fu una sosta in un luogo, chiamato Shek-Ma. Nel mattino seguente, riprendemmo il cammino: camminammo per circa cinquanta o sessanta chilometri, e verso sera arrivammo a Wai-Chow. Io non sapevo in che luogo preciso sarei stato condotto. Fui condotto in un luogo, che non mi sarei mai aspettato, in un tugurio squallido e oscuro: era la prigione, la prigione riservata per i peggiori criminali. Ivi erano alcuni prigionieri. Senza tanti complimenti, fui messo subito nei ceppi. I ceppi consistevano in una trave spaccata in due, con due buchi: nei buchi si fissavano i piedi del prigioniero, poi si serravano le due parti della trave; così i due piedi rimanevano chiusi e immobilizzati. In tal modo, non solo non si poteva fare un passo, ma non si poteva neppure stare in piedi; bisognava stare sempre sdraiato. I ceppi si aprivano per i bisogni naturali e per prendere il pasto. Per letto c'era la paglia sul pavimento: la paglia non so da quanto tempo non fu cambiata. Mi fu tolto tutto, eccetto quello che avevo addosso. Ciascuno può figurarsi come mi trovassi in quel tetro ambiente. Prima avevo sentito parlare con orrore del carcere cinese. C'era un adagio che diceva: In vita non andare in carcere, dopo morte non andare nell'inferno. In altre parole, il carcere cinese era l'inferno in questa vita. Ne avevo sentito parlare, ma non avrei mai immaginato che dovessi provarlo. Io credo che non c'è più un carcere simile in Cina. Io ero al buio, nessun contatto con l’esterno. Pensavo tra me per quanto tempo sarei stato in quel luogo di pena? Fino a quando la mia salute debole avrebbe potuto resistere? Se quello stato si fosse prolungato per mesi, per me c'era poca speranza di sopravvivere. Comunque, mi raccomandavo alla Divina Provvidenza. Per fortuna avevo con me il Rosario. Passavo tutto il giorno in preghiera, recitando il Rosario. Passò un paio di gironi, e fui informato che bisognava andare al giudizio. Prima di partire mi si avvicinò uno con una fune. Domandai a che cosa servisse la fune. Rispose che serviva per legarmi. Dissi che non c'era bisogno; non c'era paura che io fuggissi. Ma egli replicò che era costume che il prigioniero fosse condotto legato al tribunale. Allora bisognava rassegnarsi anche a questa umiliazione: essere condotto per le vie come una vacca. Nessuno pensi che la camera del giudizio fosse adatta e conveniente. No: era misera e disadorna; credo che fosse un tempio degli antenati. Vi erano il giudice e due assistenti, senza alcun apparato. Il giudice fu breve e cortese. Mi difesi, raccontai come stavano le cose; che era vero che io, per necessità, avevo avuto contatto con i Giapponesi, ma che non avevo fatto nulla contro il governo cinese, né contro il popolo cinese. Diedi anche ragione della carta d'identità. Dicevo la pura verità. Avrei potuto prendere l'offensiva, se ce ne fosse stato il bisogno, dicendo che più di una volta mi ero attirato il disgusto dei Giapponesi, perché io ero in favore della gente cinese e la proteggevo. Il giudice credette alle mie parole; accettò ;a mia difesa e mi dichiarò libero dal carcere. Non mi sarei aspettato una sentenza così pronta e così favorevole. Il giudice non poteva essere più galantuomo di così. Non poteva trattarmi meglio. Mi meravigliai; anche adesso mi meraviglio che egli si fidasse tanto di me, e credesse pienamente alle mie parole, mentre io ero un prigioniero nemico, ed accusato di spionaggio. Se fosse stato un po' maldisposto, se rigido osservante delle procedure normali, avrebbe potuto dilazionare e dirmi: "Tu dici che non hai fatto niente contro il popolo cinese. Investigheremo se quel che tu dici corrisponde a verità. Avrebbe avuto diritto di fare così, se avesse voluto. Quanto tempo ci sarebbe voluto per mandare ad investigare nei villaggi del mio Distretto, distanti un centinaio di chilometri, e non c'era né bus, né treno... E intanto io sarei rimasto a languire e a deperire in carcere. Egli fu spiccio e assai benigno verso di me: si contentò della mia esposizione dei fatti e non richiese altro, e mi liberò subito. Fu una benedizione di Dio che io fossi giudicato da lui: io ci vedo un intervento speciale della Divina Provvidenza, intervento ottenuto per intercessione della Madonna, in cui onore recitai tanti rosari durante il tempo della prigionia. Il dramma doloroso durò dal 24 al 29 dicembre: pochi gironi, ma gironi di profonda angoscia. Dopo il giudizio tornò il sereno, la tempesta era passata. La tristezza si cambiò in gaudio. Come ho detto, il giudice mi dichiarò libero; però restava l'ordine del governo che io dovevo essere internato, come gli altri Italiani; perciò fui condotto al luogo dove erano già concentrati i padri del PIME, che appartenevano alla regione di Wai-Chow. Fu una grande gioia per me rivedere i miei confratelli e stare insieme, dopo le mie tristi vicende. Erano i Padri Pilenga, D'Ayala, Cometti, Alessio, Poletti e un altro Padre che poi lasciò l'Istituto. Vi erano anche quattro Suore Canossiane. Sarei bugiardo e ingiusto, se dicessi che nel campo di concentramento fummo trattati male. Non fummo trattati male. Abitavamo nella residenza di un Pastore luterano tedesco, internato anche lui con sua moglie. La casa era spaziosa, comoda, arieggiata, moderna. Potevamo fare quel che volevamo; nessuno veniva a disturbarci. I cristiani potevano venire a visitarci, se volevano e quando volevano. Le guardie non davano nessun fastidio; anzi spesso andavano a divertirsi e lasciavano i fucili presso di noi, quasi in nostra custodia. Si fidavano di noi e noi non abusavamo della loro fiducia. Il nostro concentramento durò fino al mese di febbraio 1942, quando un'armata giapponese invase Wai-Chow, e dopo pochi giorni, ci condusse nella città di Canton. Quivi vivevamo liberi; abitavamo in una palazzina di una famiglia cristiana; palazzina, che fu messa a nostra disposizione, e vi abitammo fino a tanto che ottenemmo il permesso di tornare in Hong Kong. Vi tornammo il 26 maggio 1942.

Dopo il suo arrivo in Hong Kong, P. De Ascaniis è assegnato come assistente a P.Orazio De Angelis nella chiesa del S.Rosario, dove inizia l’apostolato il 27 novembre 1942. Dato che la sua salute è debole si avvale delle cure speciali da parte delle Suore Canossiane del vicino Convento di S. Maria. Vi lavora fino al 2 maggio 1944, quando deve rifugiarsi a Macao, dove rimane fino alla fine della guerra nel 1945.

 

 

IL MIO DISTRETTO NEL DOPOGUERRA

Finita la guerra mondiale nell'agosto 1945, passati alcuni mesi partii insieme con il P.G.Alessio da macao, dove ero stato rifugiato con lui e tornai in Hong Kong; mi stabilii nella cattedrale dell’Immacolata Concezione. La mia permanenza in città era precaria, giacché io ero destinato ad andare in un distretto nel territorio cinese, che faceva parte del Vicariato (o Missione) di Hong Kong. Quindi si dovevano fare le pratiche presso il governo cinese per ottenere il permesso di rientrare in Cina, dove io avevo esercitato il ministero prima della guerra. Nel frattempo compivo questo o quel servizio pastorale, secondo che venivo richiesto. Ascoltavo le confessioni delle Suore Preziosine in Sham Sui Po e delle Suore Canossiane del Convento di S.Maria in Kowloon. Il sabato sera andavo alla parrocchia del S.Rosario, in Tsim Sha Tsui, vi passavo la notte e il giorno dopo celebravo la Messa e ascoltavo le confessioni. Questo genere di vita durò quasi un anno. Condotte a termine le pratiche presso il governo cinese ero libero di partire per la Cina. Però il mio Distretto non era quello di prima, di Tun-Yeung (in Po-On), ma era il Distretto di Ap-Tsai-Po, nel Wai-Yeung. Era il distretto in cui aveva lavorato il P.B.Pilenga prima della guerra. Scoppiata la guerra, egli dovette lasciare il campo e un Padre cinese, Luca Fung, prese il suo posto. Ma verso la fine dell'anno 1946, prima che io partissi, egli per ragioni di salute o per altri motivi, tornò in Hong Kong, con l'intento di rimanervi. Allora fu affidata a me la cura di quel distretto di Ap-Tsai-Po. Ap-Tsi-Po è un mercato, il capoluogo della zona, ma non vi erano cristiani abbastanza da formare una comunità; vi era solo qualche famiglia cristiana. La vera comunità cristiana abitava nel villaggio di Ng-Tsun, non molto distante dal mercato, situato presso la via principale e carrozzabile, che mette in comunicazione Wai-Chow con Chong-Muk-Tao: per parlare con più esattezza, la via attraversava il villaggio e lo divide in due parti: una parte, a destra di chi viene da Wai-Chow, quasi tutti cristiani, l'altra parte era tutta pagana.

Io, dunque, ero in procinto di partire per la mia destinazione. Mi dimenticavo di dire: durante la mia permanenza in Hong Kong, per un periodo di tempo, ebbi l'incarico di andare, una volta alla settimana, ad Honey Ville, alla casa delle ciechine (gestita dalle Suore Canossiane), per udire le confessioni e celebrare la Messa per la comunità.

Giunto il tempo di lasciare Hong Kong, avendo preparato tutto l'occorrente, il 21 novembre dello stesso anno, partii direttamente per la città di Wai-Chow per essere informato riguardo alla situazione e alle condizioni del nuovo distretto. Wai-Chow era una gran città commerciale, dove conveniva gente da ogni parte per trattare i loro affari, affari d'ogni genere. Durante la guerra, due o tre volte, fu bruciata dai soldati giapponesi, ma dopo la guerra risorse e ricuperò la pristina attività commerciale e prosperità.

Vi era un buon numero di cristiani. Nella sezione della città, chiamata Wong-Ka-Tong, vi era la Chiesa ed un'ampia residenza. La residenza era adatta per ospitare i missionari di passaggio e per dare vitto e alloggio a diversi padri della nostra Missione e dispersi in quella regione, i quali, in circostanze speciali, si adunavano per trattare certi problemi o risolvere certe questioni. Al tempo del mio arrivo, il P. A.Ma, sacerdote cinese, era rettore della chiesa e residenza. Egli era più anziano di me. Era dotto ed eloquente; aveva lo scilinguagnolo sciolto (si direbbe). Parlava diversi dialetti, aveva le doti di un avvocato, era esperto nel trattare negozi e questioni presso le autorità civili. E in questo prestava volentieri il suo servizio. Nella vita laica, egli aveva già la fidanzata, ma poi rinunciò al matrimonio, si diede agli studi sacri e fu ordinato sacerdote. Sotto il regime comunista ebbe a soffrire molto: dovette usare tutte le risorse del suo ingegno per barcamenarsi: ma alla fine, dopo tanti strapazzi, divenne invalido, egli fu spossato di mente e di corpo, perdette la lucidità mentale. Gli riuscì di venire in Hong Kong; fu ricoverato nell'ospedale del Prezioso Sangue, in Sham Shui Po, ma, nonostante le cure usate, egli non si rimise in salute e il 14 ottobre 1957 morì.

Passato poco tempo a Wai-Chow, andai al mio Distretto: la prima tappa fu il villaggio di Ng-Tsun, già nominato, che era quasi il posto principale: vi era la Chiesa e la residenza. La Chiesa era antica, forse fu costruita con la residenza circa un secolo prima. Ciò dimostra che quella comunità. aveva una lunga storia: ad essa era lego o connesso un gruppo di cristiani di un villaggio vicino, chiamato Sui-Poi, distante circa dieci minuti di cammino. la Chiesa, per causa della guerra e della noncuranza, era in uno stato deplorevole. Non v'erano né banchi, né sedie; le finestre erano sgangherate, senza vetri o con vetri rotti; le pareti squallide, con l'intonaco caduto o cadente; l'altare non si riconosceva, non c'era nulla che eccitasse il senso religioso. C'era molto lavoro da fare, e le riparazioni erano urgenti. Si era nella stagione fredda. Le condizioni della residenza non erano migliori. Vi erano altri villaggi nel distretto, con comunità cristiane, più o meno rilevanti. Vi era Kuan-Tsi-Ying, dove c'erano una Chiesa e la residenza, ambedue costruite da P. Pilenga, in tempo recente: erano conservate in buon stato; non c'era bisogno di riparazioni, eccetto quelle di poco conto. Il villaggio era distante qualche chilometro da Ng-Tsun. Un po' più lontano era Ma-Kung-Hang, un villaggio di gente povera. Vi era una Cappella, con una stanza attigua, usata per abitazione del Padre. Anche qui occorreva una spesa per riparazioni. In una località quasi appartata e fuori mano, perché di più difficile comunicazione, era il villaggio di Si-Fu, con una piccola comunità di cristiani. Ecco come ebbe origine. Un uomo del villaggio era andato a lavorare a Wai-Chow. Un compagno di lavoro, che era cattolico, gli parlò della nostra religione e gliela spiegò; l'altro fu persuaso e convinto delle verità, studiò la dottrina e fu battezzato. Tornato al suo villaggio, persuase e trasse altri a farsi cristiani. Ecco un esempio di azione cattolica. A Si-Fu non c'era Cappella né residenza: una casa era adibita come luogo di preghiera della comunità e dimora del Padre. Anche qui c'era lavoro da fare per rendere l'ambiente più adatto e decente.

Visitato tutto il Distretto, mi stava davanti come cosa principale il problema delle riparazioni, che era inevitabile. Mi misi all'opera, che costò, oltre il danaro, sollecitudini, premure e sacrifici. In un tempo non troppo lungo, gli edifici furono ristorati e provvisti di tutto ciò che era necessario ed utile. Ma dopo che i lavori furono compiuti, non passò molto tempo, ecco si vide spuntare di nuovo l'idra del comunismo; voglio dire, apparvero di nuovo le guerriglie comuniste. Umanamente parlando, era il caso di esclamare: "Ho lavorato invano. Ho lavorato a beneficio dei nemici, che verranno". Durante la guerra, c'erano state le guerriglie in quella zona. Ma dopo la guerra mondiale, l'antagonismo che c'era tra il governo nazionalista e il partito comunista scoppiò in una guerra civile. Nel sud della Cina, le guerriglie ebbero la peggio. esse non erano organizzate in un vero esercito: perciò furono sconfitte dovunque, furono sbaragliate e disperse dalla truppe nazionaliste. I Comunisti, che scamparono alcuni tornarono a casa, altri fuggirono al nord per unirsi alle altre truppe comuniste che in quelle regioni erano meglio organizzate e si trovavano in condizioni favorevoli, tanto più che erano vicine alla Russia, la quale le appoggiava e le aiutava. Nelle zone meridionali, le guerriglie comuniste erano scomparse. In un primo tempo che fui nel distretto non ne vedevamo affatto. Nessuno ne parlava, nessuno ne era preoccupato: sembrava che fossero scomparse per sempre. Purtroppo non fu così. Le guerriglie comuniste apparvero di nuovo, anche nella mia zona. Erano divise e sparse in vari gruppi: non erano capaci di combattere in campo aperto contro il nemico; perciò, di giorno si tenevano nascoste in luoghi appartati per non essere scoperte, di sera, all'avvicinarsi della notte, uscivano (come i topi dalle tane) dia loro nascondigli per aver contatto col popolo e fare propaganda marxista. Esse sapevano (e in questo non s'ingannavano) che i soldati nazionalisti non uscivano mai di notte per combattere. Così, di notte, erano libere di far quel che volevano. Il loro scopo principale era di nuocere, di recare danni al governo nazionalista, per indebolirlo e farlo crollare e cadere. Quando si trattava di dare un assalto, diversi gruppi di univano per ottenere più facilmente lo scopo. Per esempio, di buon mattino, bloccavano la via, fermavano i bus che arrivavano, facevano scendere i passeggeri, e poi bruciavano i bus, causando danno al governo. Dopo l'assalto si disperdevano chi qua chi là e tornavano ai loro nascondigli. Un altro esempio: nella notte del 7-8 marzo 1948, le guerriglie bruciarono il ponte che era proprio vicino al villaggio di Ng-Tsun, per impedire il passaggio dei bus; inoltre, uccisero un uomo che abitava nella sezione pagana, che era in carica del governo nazionalista per far al guardia alla via carrozzabile in modo che non fosse bloccata. Io dimoravo nella mia residenza e dormivo. Non mi accorsi dell'evento; ma me ne accorsi al mattino, quando sentii le grida, le lamentele e I pianti dei familiari dell'uomo ucciso. Dall'assalto ne venne un guaio anche a me, perché subito dopo una squadra di soldati nazionalisti s'intruse nella mia residenza per abitarvi. Avevano l'incarico di custodire il ponte, che veniva riparato in fretta, affinché non fosse distrutto una seconda volta. Abitarono nella mia residenza una ventina di giorni. Dovetti fare delle pratiche per farli sloggiare ed andare altrove. Ala fine riuscii nel mio intento, ed essi si accamparono in un altro sito, ma nello stesso villaggio. La loro presenza rendeva più delicata, più rischiosa la mia posizione. Venivo a trovarmi tra due fuochi: da una parte, I soldati nazionalisti, dall'altra, le guerriglie che giravano di luogo in luogo. Amo le parti avrebbero potuto avere un motivo o una scusa per sospettare che io ero in contatto o in lega con il nemico. A dire il vero, più di una volta mi trovai in imbarazzo. Verso al fine di novembre dello stesso anno, mi trovavo nel villaggio di Ma-Kung-Hang. Un giorno, verso sera, vidi arrivare due ragazze che portavano le ceste. Capii subito che appartenevano alle guerriglie, le quali accoglievano tra loro anche le donne volontarie; presagivo e sospettavo che esse venivano a preparare il posto per la squadra, che sarebbe arrivata più tardi... Non mi ingannai. Infatti, la squadra arrivò. Però non mi recò alcun disturbo. Il quel villaggio c'erano molti cristiani; essi si trattennero in conversazione amichevole con le guerriglie, le quali forse non era forse la prima volta che venivano in quel luogo, e furono cortesi con me. Ma poi ci fu una brutta sorpresa, che non mi sarei mai aspettato. Il giorno dopo, e precisamente il 26 novembre, il mattino, vidi la gente del villaggio allarmarsi e ritirarsi in casa come per rifugio, le guerriglie fuggire e sbandarsi.. Cosa era successo? La squadra di sodasti nazionalisti, stanziati a Ng-Tsun, veniva avanti per combattere le guerriglie e sparava. Io rimasi rinchiuso a casa mia, ma ero in timore per quello che sarebbe potuto accadere. Per fortuna, la sparatoria cessò, e I soldati non entrarono nel villaggio; altrimenti, se mi avessero visto, mi sarei trovato in serio e grave imbarazzo: il perché è facile immaginarlo... Grazie a Dio, l’avventura finì bene. Come si vede, non ero io che andavo incontro a pericoli; ma I pericoli venivano incontro a me. C'era pure il pericolo di un'altra specie, che S. Paolo chiama "il pericolo dei falsi fratelli", o meglio, nel nostro caso, pericolo dei fratelli sedotti. Come ho già detto, le guerriglie erano in contatto con il popolo, portavano il messaggio di Marx, il messaggio della liberazione, pieno di promesse magnifiche, di gran benessere e prosperità per il popolo. Ora la maggioranza del popolo era povera: dinanzi ai loro occhi brillava il miraggio della felicità, del paradiso in terra, come prpomettevano i seguaci di Marx. Perciò non fa meraviglia che molti, ed anche alcuni tra i Cristiani, erano adescati e attratti dalla buona novella. Un giorno, di sera, ero con un gruppo di cristiani nel villaggio di Kwan-Tsi-Ying. Durante la conversazione, un tale che non era di quel villaggio, ed era anziano e molto influente, si mise a fare l’encomio del comunismo.Ne era invaghito ed entusiasta; proclamava ed affermava che portava davvero benessere e prosperità, e che anche alla Chiesa ne sarebbe venuto bene e vantaggio. Io ero presente. Dovevo tacere? Il mio silenzio sarebbe stato interpretato come un’approvazione del suo discorso, della sua teoria, Nel caso valeva la sentenza: chi tace, acconsente... Perciò, in coscienza, sentii l'obbligo di correggere; dissi di stare in guardia contro la blanda propaganda, di non lasciarsi ingannare dalle false apparenze; che il comunismo non era come era stato presentato e descritto dal quel tale (che era uno dei poveri) e ne misi in evidenza la falsità e i difetti. Sapevo bene che parlando così mi sarei messo in un rischio; ma non potevo farne a meno, e pensavo pure che quei cristiani si fidavano di me. Che avevo parlato per il loro bene. In un altro luogo, un giovane cristiano bazzicava con le guerriglie, aveva fatto amicizia con loro e aveva intenzione di arruolarsi a loro come membro volontario: in altre parole, desiderava aggregarsi alle guerriglie. La gente del villaggio era conscia della sua condotta. Ora essa aspettava il mio parere... Io francamente dissi a quel giovane di non fare quel passo... Se avessi dato il mio consenso, anche altri avrebbero seguito l’esempio: si sarebbero persuasi che il mio consenso sarebbe stato come una benedizione per favorire e accrescere le guerriglie. Anche qui c’era il mio rischio. Qualcuno avrebbe potuto riferire alle guerriglie che io ero contro di loro.

Le guerriglie, con la loro propaganda, si cattivavano la benevolenza del popolo, dei poveri. Perciò erano benvenute, amate e appoggiate dai poveri. Ma erano malviste e, più o meno odiate, dai più ricchi, perché costoro, dal sistema comunista non avevano nulla da guadagnare... Al contrario, dovevano pagare le spese e soffrire perdite. Un povero del villaggio, essendo oppresso da un grave debito, espose il suo caso alle guerriglie. Le guerriglie forzarono il creditore a dare indietro la ricevuta e dispensarono il debitore dal pagamento. Fu una bella fortuna per il debitore. Questo fu durante la guerra; ma dopo la guerra, quando le guerriglie furono sconfitte e costrette a fuggire, il creditore andò dal debitore, a mano armata, gli fece scrivere di nuovo al ricevuta. Egli non avrebbe mai pensato che le guerriglie sarebbero tornate. Un ricco proprietario dissuase un suo servo dall'entrare nel gruppo delle guerriglie; queste per vendetta e per punizione, gli fecero sborsare una grossa somma di danaro.

Nonostante che nella zona vi fossero I soldati nazionalisti e le guerriglie e vi fossero scaramucce, pericoli e inconvenienze, pure si può dire onestamente che c'era libertà di religione. Io potevo andare dove volevo, usando prudenza, s'intende. Le guerriglie, allora, non impedivano né intralciavano l’AA propaganda e le attività religiose. I cristiani potevano andare in chiesa, quando volevano e compiere le pratiche di devozione o soddisfare all'obbligo domenicale. Si facevano le feste come in tempi ordinari. Non era ancora arrivato il tempo dell'oppressione e della persecuzione. Verso la metà di dicembre 1948, il Vescovo Mons. Valtorta andò Wai-Chow per fare la visita pastorale. Egli era accompagnato dal sacerdote cinese, Luca Fung. Amministrò la Cresima in quella città. Il 18 dello stesso mese venne nel villaggio di Ng-Tsun, nella Chiesa dedicata a S.Francesco Saverio. Il giorno dopo, domenica, si celebrò la festa patronale con grande solennità e con gaudio. Il Vescovo conferì le Cresime. Oltre al Padre L.Fung, erano presenti I PP. A.Ma e GB. Wong. Molti cristiani vennero pure da altri ;luoghi. Si passò la giornata con gran letizia. Il giorno 20, di sera, il Vescovo, il P.Fung ed io andammo a Kwan-Tsi-Ying, dove l'indomani monsignore conferì le Cresime. La funzione completò la visita pastorale, la quale riuscì bene, con soddisfazione anche del Vescovo, il quale partì lo stesso giorno per Hong Kong, in compagnia di P. Fung.

Intanto nel nord della Cina, le cose andavano male per il governo nazionalista. Il suo esercito subiva un rovescio dopo l'altro: si può dire che era in continua ritirata. Prima nessuno avrebbe immaginato che I comunisti conquistassero tutta al Cina. Ma poi, purtroppo, si vide che il crollo del governo era inevitabile. Le truppe comuniste avanzavano sempre più verso il sud, senza incontrare seria resistenza. A questo punto, vale la pena ricordare uno stratagemma, usato dai comunisti e che non fa onore ad essi, che pur proclamano di essere i liberatori e i difensori del popolo. Lo stratagemma era di forzare il popolo ad arruolarsi nell’esercito comunista, ad essere l'avanguardia, a marciare in prima linea. Il partito comunista faceva così per risparmiare I propri soldati: per tale scopo non aveva scrupolo di sacrificare tanta gente, male armata e affatto inesperta in cose di guerra. Secondo la relazione dei giornali di quel tempo, si osservava lo spettacolo di un'immensa massa di gente, senza alcun distintivo, muoversi e venire avanti... Quale sia stata la sua sorte, non saprei dirlo. Io ero inclinato a pensare che la relazione e notizia non fosse vera; che fosse una calunnia, inventata dai giornali nazionalisti per screditare I comunisti. Ma poi mi convinsi che era la verità. Infatti, quando l'armata comunista stava per arrivare nella regione del Wai-Yeung, le guerriglie avvertirono il popolo d'ogni villaggio a tenersi preparato, ad essere pronto ad arruolarsi nell'armata per combattere insieme. Allora il popolo si risentì fortemente. La benevolenza verso i comunisti si cambiò in avversione, la fiducia in diffidenza, la simpatia in antipatia. Il popolo s’accorse che veniva sfruttato: era disgustato. Un cristiano, in privato, sfogava il suo sdegno, dicendo: "Come mai noi uomini che non abbiamo mai maneggiato il fucile, possiamo combattere contro l'esercito nazionalista organizzato?" Egli ragionava bene. Per i comunisti, la vita del popolo valeva poco o niente: essi erano disposti a far massacrare tanta gente, pur di risparmiare salvare i propri soldati. Alla fine i comunisti occuparono tutta la Cina.

 

 

MALI ARTI E MANOVRE SUBDOLE DEL GOVERNO COMUNISTA PER ESPELLERE I MISSIONARI STRANIERI DALLA CINA

Da parecchio tempo mi è venuto in mente il pensiero, persistente e stimolante, di scrivere la dure prove che attraversai durante il tempo della persecuzione più intensa contro la religione, sotto il regime comunista. Credo che vale la pena tramandarne la memoria ai posteri. Spero che il mio ragguaglio servirà a dare una cognizione più completa delle accuse, delle calunnie, delle vessazioni, delle torture, dei maltrattamenti ed oltraggi, che la Chiesa ebbe a soffrire durante la detta persecuzione, e in parte soffre anche adesso. Veniamo alla narrazione dei fatti.

Verso la fine del mese di ottobre 1949, nella mia contrada di Ap-Tsai-Po, in cui era il mio Distretto, i soldati nazionalisti si ritirarono, abbandonarono il campo a causa della pressione dell'armata comunista, che avanzava rapidamente, senza incontrare seria resistenza. Pochi gironi dopo, arrivarono i soldati comunisti e presero il controllo pacifico della regione. In principio non ci furono noie, né molestie, né contrarietà da parte die nuovi padroni. Le cose procedevano quietamente e con ordine. I cristiani e i sacerdoti, indigeni e stranieri, erano lasciati liberi e indisturbati nelle loro attività religiose. Sembrava che il governo non se ne interessasse, che osservasse la costituzione, la quale proclamava la libertà di religione. Questo stato di cose durò fin verso la fine di dicembre dell'anno 1950. Allora il governo si tolse la maschera, cominciò l'opera di oppressione e di lotta contro la Chiesa e i suoi ministri. Esso esercitava la sua tattica ostile non apertamente, bensì in modo subdolo, sotto un pretesto od un altro, per far vedere che esso non era mosso da odio, ma da zelo per la giustiziai e per il bene del popolo. Per far questo bisognava usare scaltrezza ed arti subdole. I membri del governo le usarono senza scrupoli, aderendo placidamente alla politica machiavellica: che tutti i mezzi sono buoni per ottenere lo scopo, e , per sbarazzarsi d'ogni ostacolo. La vera ragione, per cui essi perseguitano la Chiesa e i suoi seguaci, è l'odio, ma essi non vogliono far apparire questo per non fare die martiri, come dicono essi stessi. Tornando al mio caso, verso al fine dell'anno 1950, il sacerdote cinese, P. Antonio Ma, che abitava nella residenza o casa nostra in Wai-Chow, mi scrisse una lettera per preavvisarmi che tra breve avrei ricevuto l'ordine di sospendere le attività religiose. Difatti, dopo alcuni giorni, arrivò un camerata, il quale mi comunicò il decreto ufficiale, che proibiva ogni funzione o attività religiosa fuori e dentro al Chiesa, per tutto il tempo ella riforma agraria. Per me c'era l'ordine perentorio di non uscire, di non allontanarmi dalla residenza. Qui si può domandare: Per qual motivo doveva essere sospesa ogni pratica religiosa durante la riforma agraria? Che cosa ha che fare la riforma agraria con l'attività religiosa? Perché la prima deve impedire l'altra? Tutti i lavori, tutti i mestieri, tutte le faccende, tutte le opere e le altre occupazioni procedono come il solito, senza impedimento; soltanto il servizio religioso deve essere completamente sospeso. La ragione portata, cioè la riforma agraria, è un pretesto futile, ridicolo. Ognuno di mente sana s'accorge subito che sotto c'è e si nasconde l'odio contro la religione. Ad ogni modo, io pensavo che la sospensione fosse temporanea, e che finita la riforma agraria sarebbe stata tolta. Ma fu una delusione; l'ordine della sospensione non fu mai revocato, l'attività religiosa non fu più ripresa. Anzi, col passare del tempo, le cose peggiorarono. La mia posizione diveniva sempre più difficile e dura. Ero ridotto al domicilio coatto. Ero isolato. I cristiani non potevano e non osavano venire in Chiesa, a causa della proibizione. Divenni il guardiano della casa, o meglio, prigioniero in casa propria. Nel villaggio era stata posta una spia, che mi controllasse, osservasse i miei passi, vigilasse sul mio comportamento, sulle mie azioni. la spia era un giovane del villaggio; era stato battezzato in pericolo di morte, ma non aveva praticato la religione. Egli apparteneva al partito comunista e lo dichiarava apertamente. Egli volentieri eseguiva l'incarico di sorvegliarmi. Egli spiava le mie parole ed opere, cercando di cogliermi in fallo o di prendermi in trappola. Veniva spesso a trovarmi come se fosse un amico o una persona innocua; in apparenza, si presentava come se intendesse di fare una conversazione o per passare un po' di tempo insieme, ma il suo intento era quello di nuocermi. Ma io fin da principio cominciai a sospettare di lui, poi mi convinsi che era un vero traditore; perciò stavo sempre attento e guardingo nel parlare e nell'agire. Egli non voleva che la gente mi avvicinasse; se qualcuno veniva a trovarmi, egli subito correva ad affrontarlo, a domandare cosa voleva e gli faceva capire di non venire più. Insomma, faceva di tutto per tenermi isolato, e cercava tutti i mezzi per nuocermi. Una volta ebbe l'audacia, la faccia tosta di sequestrare una lettera indirizzata al Vescovo Mgr.Bianchi, che viveva nell'Hoi-Fung. Era una lettera confidenziale, in cui mi sfogavo un po' e, in modo velato ma percettibile facevo intendere che vivevo sotto il giogo duro del regime e che la mia condizione era quasi intollerabile. Dunque, l'agente traditore mi chiese la lettera ed io la consegnai senza resistenza e con disinvoltura, per non destare sospetti, per non mostrare che ci poteva essere qualcosa di compromettente; per lo tesso motivo non facevo trasparire l'angoscia che sentivo internamente. Egli prese la lettera e la portò all'autorità del mercato di Ap-Tsai-Po; ma la sera dello stesso giorno me la restituì. Provai un gran sollievo. Però l'affronto sfacciato mi è restato impresso nella memoria. Vedevo in esso il perfido intento di farmi del male, di farmi cadere. Quel tale sapeva, e lo sapevo anch'io, che se m'avesse colto in fallo, sarebbe salito di grado nella gerarchia comunista. Più uno è abile ed ha successo nel tradire il prossimo, più sale in alto nella gerarchia.

In quel tempo, il mio domestico, una persona del villaggio, onesta e fidata, più di una volta fu ammonito da un agente comunista di dimettersi dal servizio, perché io ero accusato d'aver parlato male del Presidente del partito, d'aver commesso delle colpe. Se non si dimetteva, sarebbe stato responsabile, coinvolto nei miei delitti.

Adesso viene il peggio, il culmine dello stratagemma ordito a mio danno. Una notte, nel cuore della notte, improvvisamente sentii un gran fracasso, il suono di tamburo e cimbali ed alte grida, allo scopo di allarmare la gente, di preavvisarla d'un pericolo imminente; c'erano schiere nemiche che si avvicinavano, bisognava prepararsi ad affrontarle... Le schiere nemiche furono respinte e tornò la quiete. Io non sapevo cosa pensare di questa scena. Non trovavo una spiegazione plausibile. Ma non feci nessun commento. Dopo un certo intervallo di tempo, la scena si ripetè nello stesso modo. Allora cominciai a sospettare che si trattava di una farsa, perché mi sembrava incredibile quel che si voleva far credere. Pensavo tra me: donde venivano quelle schiere nemiche? Erano come fate sospese in aria, che di notte scendevano sulla terra per slanciarsi contro la gente de villaggio, portando terrore e disordine? Dopo che erano state respinte, dove si rifugiavano? Tornavano di nuovo in aria, per preparare un nuovo attacco? Mistero. Però io non osavo parlare. La prudenza suggeriva di tacere... Dopo un altro intervallo, si riprodusse la scena per la terza volta ed ultima volta. Essa più clamorosa e prolungata. Allora fui pienamente convinto che era una farsa, una trama ordita per uno scopo prefisso, ma nascosto. Cominciai a sospettare e temere che era il complotto ideato ed eseguito con l'intento di formare, produrre accuse contro di me. Non m’ingannai. Infatti, poi, alcuni cristiani più influenti del villaggio furono chiamati al mercato di Ap-Tsai-Po e furono ordinati a presentarsi ai capi. Dai capi fu detto loro che era ora di farla finita; che era tempo che i cristiani persuadessero e costringessero il missionario ad andare via, perché egli era la causa dei disturbi, dei disordini e degli attacchi notturni dei nemici. Finché egli restava lì, non ci poteva essere pace nel luogo, né ordine né tranquillità. Era dovere dei cristiani mandarlo via; altrimenti essi sarebbero responsabili dei crimini commessi da lui. Una volta scacciato il missionario, essi non sarebbero più responsabili di ciò che accadeva nel luogo. Il contegno dei capi della città era stato severo e minaccioso. Capii che i cristiani erano malvisti, molestati e tormentati per causa della mia presenza nel villaggio. Furono messi a dura prova. Quindi la mia posizione divenne più penosa. Io ero accusato di essere in lega con gli uomini reazionari. Quanto è difficile ragionare con chi non vuole far uso della ragione. Come potevo io comunicare con i reazionari, dal momento che non potevo uscire di casa, e non avevo né radio né telefono, né giornali? Ma i miei accusatori dicevano che i reazionari di notte venivano da me per combinare piani di attività ribelle. Avrei potuto dire ad essi, di cui faceva parte la milizia locale: "Perché non li avete catturati, arrestati e puniti? Finora non ne avete catturato neppure uno". Essi non avrebbero potuto rispondere altrimenti che dicendo: " Era impossibile catturarli, perché nell'oscurità della notte non potevano vederli?". "Ed allora, avrei potuto ribattere, come potete attestare che essi c'erano ed erano venuti da me?" Ciò mi fa ricordare la tattica dei principi dei sacerdoti e degli anziani, i quali per non ammettere la risurrezione di Gesù, fatta consulta corruppero con il danaro alcune guardie, che avevano custodito il sepolcro, e suggerirono loro di spargere, di spacciare la notizia che di notte, mentre essi dormivano, i discepoli di Gesù avevano rubato il suo corpo. Nel caso in questione, la testimonianza dei militi locali e dei loro compagni valeva tanto quanto la testimonianza delle guardie che avevano custodito il sepolcro di Gesù. È il caso di dire: Mentita est inquitas sibi... Furono stolti quelli che escogitarono la trama e furono stolti quelli che l'eseguirono. Essa servì a provare la loro ipocrisia e la loro perfidia. Ma essi non sospettavano che io m'ero accorto della trama, e non cessarono di continuare in quella direzione, alfine di rendere sempre più dura la mia vita. Si presentò un camerata per comunicarmi l'ordine di non accendere la luce di notte e di chiudere la porta al tramonto del sole e di tenerla chiusa e di non aprirla prima dalle otto del mattino (faccio notare che allora non c'era la luce elettrica, ma solo la luce della lampada a petrolio). Tutte le famiglie del villaggio potevano accendere la luce quando volevano, potevano aprire e chiudere le porte in ogni tempo, quando volevano. Soltanto io non dovevo accendere la luce di notte e non dovevo aprire la porta prima delle 8 a.m., e ciò "per mia sicurezza e per mia protezione", mi fu detto dallo stesso camerata. Era il colmo dell'ironia..., come se al governo comunista stesse tanto a cuore la protezione di un missionario, che gli dava fastidio; e cercava tutti i mezzi per sbarazzarsene. Nonostante che mi trovassi in mezzo a tante vessazioni ed angustie, io ero risoluto di non lasciare la Cina, sperando tempi migliori. Però gli atteggiamenti ostili continuavano. Un giorno, un agente comunista, che era di passaggio, mi affrontò e, bruscamente, mi disse in faccia: "Che cosa stai a fare tu qui? Non sai che il governo comunista odia e combatte la superstizione?". Secondo lo stile comunista, per superstizione, intendeva ogni sorta di religione. Egli era sincero, diceva la verità; ma fu imprudente, o meglio non fu diplomatico. Non doveva parlare così ad un missionario. Ed io risposi in tono, dicendo: "I vostri giornali hanno ripetutamente dichiarato e proclamato, e proclamano tuttora che il governo rispetta e protegge la religione". Egli ammutolì, non aggiunse una parola. Era costretto ad ammettere che il governo presentava doppia faccia. Una faccia finta, in apparenza favorevole alla religione, per far propaganda, per ingannare, specialmente gli stranieri; l'altra faccia, la vera faccia, ostile e ferina, come la faccia della bestia, di cui si parla nell'Apocalisse: essa ha di mira di soffocare e distruggere la religione. Ma il governo cerca e manovra di tenerla nascosta, di non farla apparire, per non mostrare che esso perseguita la religione. Fu fatta anche la perquisizione della mia residenza. Fu fatta per trovare appigli o pretesti per accusarmi. Dopo di essa, fui condotto dal capo, nel mercato-città, per subire l'interrogatorio e rispondere alle accuse, accumulate contro di me... Il capo, prima di licenziarmi, mi fece una ramanzina in tono severo e solenne: non era soddisfatto della mia condotta, poiché trasgredivo le leggi... Quali leggi trasgredivo io, che ero costretto a vivere isolato e sotto continua vigilanza? Non lo domandai: era inutile domandare. Come si vede, succedeva un assalto dopo l'altro, un dispiacere dopo l'altro, un'inquietudine dopo l'altra: tre volte, per emergenza consumai il Santissimo, sotto l'apprensione d'essere chiamato un momento all’altro ed essere condotto chi sa dove. Sotto il giogo di tale regime non si era mai sicuro. Confesso che ero abbattuto e depresso; avrei desiderato cambiare posto, andare in un altro luogo, per sfuggire quella situazione penosa, e, anche, per togliere agli agenti comunisti l'occasione di molestare e tormentare i cristiani per causa mia. Per ottenere tale scopo, fu combinato un tentativo; ma il tentativo fallì, ed io penso che fallì per causa o intrigo della spia (di cui ho parlato sopra), che approfittava di ogni occasione per rendere più dura la mia condizione. Sembrava che non ci fosse via di scampo. Invece, avvenne che alla fine di marzo dell'anno 1951, precisamente il giorno 30 di quel mese, inaspettatamente mi giunse l'ordine di andare a Wai-Chow per fare la registrazione. Vi andai e, con mia sorpresa, trovai nella città, nella nostra residenza a Wong-Ka-Tong, il nostro Vescovo Mgr. Bianchi e i Padri Della Nina, Aletta e Pagani, i quali erano stati chiamati anch'essi dall'Hoi-Fung per fare la registrazione. Vi era anche il P. Cantore, che abitava nella residenza insieme con il sacerdote cinese A.Ma. Fu un gran sollievo per me trovarmi in tale compagnia. Quanto alla registrazione, più che una semplice registrazione, era un esame, un resoconto, un'indagine, una confessione generale del curriculum della vita di ciascuno. Fummo chiamati ad uno ad uno. A prova che era un mezzo aggiungere un nuovo fastidio a noi missionari; indagare, cercare di scoprire, di trovare qualche magagna, qualcosa di meno retto, per avere un appiglio, un pretesto di accusa. Infatti, l'ufficiale o il capo, che presiedeva, appariva un uomo rozzo e volgare. Il suo contegno o atteggiamento voleva mostrare che noi missionari stranieri non eravamo graditi, che eravamo stati di nocumento, di nessun bene al popolo. Il popolo aveva sofferto per causa nostra. La condotta del preside rispecchiava chiaramente la politica ostile del governo. Finita la registrazione, noi restavamo ancora nella residenza. Da parte mia, stavo molto meglio che nel distretto. È vero che non ci era permesso di uscire, ma almeno non eravamo molestati, né disturbati. La vita era quieta e si godeva al compagnia. Io speravo che, passata la bufera, più tardi sarei potuto tornare nel mio distretto di Ap-Tsai-Po. Ma il Vescovo fece capire che non c'era nessuna speranza che le cose cambiassero in meglio; e decise che era meglio per noi e per i cristiani, che noi facessimo al domanda di uscire dalla Cina, e di fermarci nella Colonia inglese di Hong Kong. Egli aveva ragione; gli avvenimenti che seguirono provarono che la sua decisione fu giusta. Infatti, la libertà di religione non fu più ristabilita in Cina. Tutti i missionari stranieri, religiosi e religiose, che prima chi dopo, furono scacciati o forzati ad andarsene. Passati alcuni mesi, il Vescovo e i Padri, che erano venuti con lui, ricevettero l'ordine di tornare all' Hoi-Fung. Il P.Cantore ed io rimanemmo nella residenza, aspettando la decisione a nostro riguardo. Vi restammo fino al 10 ottobre dello stesso anno, quando ci fu dato il permesso di partire per Hong Kong. Passammo per la città di Canton, dove incontrammo l'Arcivescovo Domenico Tang, il quale allora era ancora libero, non era stato ancora messo in prigione. Arrivammo a Hong Kong il 12 dello stesso mese e alla stazione fummo accolti da molti Padri.

Ora, tornando a parlare del mio caso, si può dire che dal principio della persecuzione, cioè dal momento che mi fu dato l'ordine di sospendere ogni attività religiosa fino al giorno in cui lasciai il villaggio di Ng-Tsun, in Ap-Tsai-Po, fu una farsa prolungata, una trama organizzata per farmi abbandonare il campo del mio lavoro apostolico. Di questa farsa, logicamente arguisco e inferisco che tutti i processi o giudizi popolari (o almeno la maggioranza), furono ugualmente farse, che avevano lo stesso scopo di espellere i missionari stranieri. I metodi adottati saranno stati differenti, ma tutti si riducevano a farse: accuse false o inventate, o forzate, pretesti infondati, denigrazioni, calunnie, ecc. Queste manovre erano dirette a sbarazzarsi dei missionari stranieri e a soffocare o estirpare il senso religioso del popolo. Per confermare di più la mia asserzione, credo bene addurre due casi:

1) Dopo che nella regione si scatenò la persecuzione, il sacerdote cinese, P. Leone Chan, che aveva cura del Distretto di Fan-Wo-Kong fu accusato da due ragazzi di aver avvelenato i pozzi. Che detto padre avesse avvelenato i pozzi per far morire la gente è un'accusa non solo falsa, ma anche ridicola. Uomini di mente sana, non pregiudicati, certamente non ci credono. Eppure dietro tale accusa, il Padre fu catturato e condannato a afre lavori campestri, a pascere le anitre ed altri animali domestici. Ricordo che due Padri cinesi da Wai-Chow (dove mi trovavo anch'io), col debito permesso, andarono a trovare il P. Chan nel luogo in cui era; il loro intento era di parlare con lui, di confortarlo, di fargli coraggio a sopportare pazientemente la prova penosa. Fu un gran sollievo per lui aver avuto quell'incontro.

2) Nel tempo che io vivevo in domicilio coatto nel villaggio di Ng-Tsun, quando il governo comunista sfogava il suo furore contro al Chiesa, mi fu riferito che nei giornali cinesi era pubblicata un'accusa contro le Suore dell'Immacolata Concezione, le quali avevano la cura di un Orfanotrofio nella città di Canton. In questo orfanotrofio si portavano i bambini, che erano stati esposti o abbandonati, li raccoglievano esse stesse e li ricevevano nell'orfanotrofio, affine di salvarli dalla morte o almeno di prolungare loro la vita, per quanto dipendeva da esse. Ora avvenne che il governo, invece di lodare le Suore e d'essere grato, mosso da spirito di odio contro la Chiesa, dell'opera di carità che le Suore facevano, ne fece un'accusa. Accusava le Suore di infanticidio, d'aver ucciso tanti bambini. Nel caso i veri responsabili dell’infanticidio sarebbero stati i genitori, che, per sbarazzarsi dei bambini, li portavano sulle vie o in altri luoghi e li abbandonavano alla morte... Ma i comunisti non vedevano così, non ragionavano così. Essi non volevano riconoscere l'opera benefica della Chiesa: bisognava denigrarla. Così, invece di biasimare e punire i genitori disumani, facevano ricadere la colpa sulle Suore, che curavano i bambini e cercavano di slavare la loro vita. I giornali accusavano le Suore di falsa carità, o per dirla come era scritto sui giornali, esse erano come macellai disonesti, i quali, per ingannare, espongono e mettono in vista la testa di pecora o montone, ma invece vendono la carne di cane. Quindi facendo l'applicazione, le Suore, esternamente o apparentemente, mostravano carità verso i bambini, ma in realtà li odiavano e li uccidevano. In seguito sentii dire che le autorità obbligarono le Suore ad aprire le tombe dei bambini, a dissotterrare le loro ossa; le quali (secondo le autorità) erano la prova che le Suore avevano ucciso tanti bambini. Perciò esse dovevano essere punite severamente, secondo la gravità del delitto. Ma poi, per la clemenza del governo, la pena fu mitigata, fu ridotta alla pena dell'espulsione. Così le Suore furono espulse dalla Cina, sotto l'accusa dell'infanticidio. Sono frottole che non fanno onore a quelli che l'hanno inventate e pubblicate. Un uomo, che conserva il senso di decoro e di rispetto per se stesso, rifugge da manovre così basse e menzognere.

Non bisogna meravigliarsi che la Chiesa è perseguitata. Essa fu perseguita sin dall’inizio e sarà perseguitata sino alla fine del mondo. Gesù preavvisò i suoi discepoli che sarebbero in odio a tutti per causa del Suo nome. E S. Paolo dice: "E tutti quelli che vogliono viviere piamente in Cristo Gesù, patiranno persecuzione". La Chiesa, sotto una forma o un'altra, in un luogo o in un altro, sarà perseguitata: soffrirà incursioni, violenze, oppressioni, attacchi da ogni parte dei suoi nemici; ma essa è fondata sulla solida roccia, è assistita e protetta dall'alto, resisterà in mezzo a tutte le prove e prevarrà. Essa non potrà mai essere distrutta, ma persevererà fino alla fine del mondo, quando uscirà dal mondo e si unirà alla Chiesa trionfante in cielo, dove non ci sarà più lotta, né turbamenti né incursioni nemiche, ma pace sicura, piena tranquillità e felicità perfetta per tutti i secoli. Perciò i discepoli di Gesù non devono perdersi d'animo, non devono venir meno in mezzo alle prove e persecuzioni, in vista del premio che è riservato per loro. "Beati siete voi, dice Gesù, quando vi malediranno e vi perseguiteranno, e mentendo diranno di voi ogni male per causa mia. Rallegratevi ed esultate: poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli". Onde c'è tutta la ragione non solo di sopportare pazientemente le persecuzioni, ma anche di godere in mezzo ad esse, "spe gaudentes", imitando gli apostoli, i quali, dopo essere stati battuti, " se ne andavano dal cospetto del consiglio, contenti per essere stati degni di patir contumelia per il nome di Gesù".

 

IL NUOVO MINISTERO DOPO IL MIO RITORNO IN HONG KONG DALLA CINA COMUNISTA

1951 -Il 12 ottobre: arrivai a Hong Kong insieme al P. Michele Cantore. Vi trovai il vescovo Mgr. Gaetano Pollio e I PP. Amelio Corti, Edoardo Piccinini e Fr.Francesco Quartieri, compagni di prigione. Vennero con loro i PP. Luigi Chessa, Giorgio Chatel ed Eugenio Salvi. Tutti giunsero in Hong Kong il giorno 8 dello stesso mese. Il giorno 31 ottobre arrivarono i PP. Giovanni Marzorati e Cesare Gentili da Kai-Feng.

Il 19 novembre andai a Sai Kung, nel Seminario minore, a sostituire il P. Felice Shek, Rettore. Vi rimasi circa un mese. Il 29 dicembre andai a Shau Ki Wan, nella Chiesa della S.Croce, per sostituire il P. Daniele Page, che era infermo. Vi restai fino al 21 gennaio 1952, Celebravo la Messa e predicavo.

1952. - Dal 21 gennaio in poi, dimoravo nella Cattedrale. Il 27 gennaio, domenica, capodanno cinese, fui di nuovo a Shau Ki Wan, per compiere le cerimonie e le funzioni delle festività cinesi. Si cantò il Te Deum. Il 30 dello stesso mese, fui trasferito a Wan Chai, alla Chiesa delle Anime Purganti, come assistente del P.Zilioli Giacomo. Ma a causa di circostanze speciali e impreviste, vi stetti appena una decina di giorni. Il 7 febbraio, in cattedrale, cioè nella casa centrale della Missione, vi fu un banchetto d'addio in onore dell'Arcivescovo Mgr. Pollio, che tornava in Italia, insieme con Fr. Quartieri.

Il giorno 9, nel pomeriggio, da Wan Chai, fui condotto da Fr. Mario Colleoni a Sai Kung, nel Seminario minore, per rimanerci definitivamente come confessore dei seminaristi. Il 19 era l'onomastico del fratello di P. Shek, il Sig. Shek Chung San: vi fu una visita al parco di Lai Chi Kok, dove il festeggiato offerse il pranzo alla comunità.

Il 14 aprile ebbe luogo una passeggiata con i seminaristi a Yim-Tin-Tsai... Ebbe luogo la processione con il SS. Sacramento... Vi furono i seminaristi e i cantori, che vennero dalla Cattedrale.

Il 6 giugno: dall'Hoi-Fung arrivarono in Hong Kong i PP. Raffaele Della Nina, Luciano Aletta e Michele Pagani.

Il 4 settembre: da Han-Chung giunsero in Hong Kong i PP. Erminio Corbella, Luigi Moschini, Antonio Cattaneo e Antonio Belotti. Il 5 dello stesso mese, arrivarono in Hong Kong il Vescovo Mgr. Giuseppe Maggi e il P. Giovanbattista Nordio, dopo 8 mesi di carcere.

Il 17 ottobre, giunse in Hong Kong il Vescovo Mgr. Lorenzo Bianchi, dopo 14 mesi di carcere nella Cina comunista. Fu accolto con gioia ed entusiasmo dai cattolici di Hong Kong.

Il 22 vi fu la prima visita di Mgr. Bianchi al Seminario e alla Scuola Sung Tsun, in Sai Kung. Il 26, domenica, festa di Cristo Re, in Hong Kong vi fu il ricevimento in onore di Mgr. Bianchi. Vi fu un lauto banchetto, a cui parteciparono 5 vescovi e 80 sacerdoti. Verso sera, una solennissima processione nei giardini pubblici (Garden Road). Anche i seminaristi vi presero parte.

Il primo novembre, io fui ufficialmente nominato Rettore del Seminario, in luogo di P.F.Shek, che ricevette l'ufficio di Vicario generale della Diocesi e prese dimora in Cattedrale. Il giorno 4, modesto banchetto in onore di P. Shek, che ci dava il suo addio.

Quando ebbi la carica di Rettore, erano con me i PP. Pietro Lei (poi Vescovo), Giuseppe Mak e Vincenzo Lau. Il P.Giorgio Caruso era in carica del Distretto. In tutto il tempo che fui in Seminario, prestavo il mio aiuto nel lavoro del ministero, ora in questa, ora in quella comunità cristiana, secondo i bisogni e la mia possibilità: ascoltavo le confessioni, celebravo la S.Messa e predicavo...

1953. - Il 3 marzo: visita di Mgr. Bianchi al Seminario in Sai Kung. Il 19, nella cattedrale di Hong Kong, consacrazione episcopale di Mgr.Giuseppe Truong-Cao-Dai, vicario apostolico di Hai-Fong, Vietnam. La consacrazione fu fatta dal delegato apostolico del Vietnam, Mgr.Dooley.

Il 17 giugno, P. G.Caruso lasciò il distretto di Sai Kung e il P. Giuseppe Famiglietti, suo assistente, prese il suo posto. Allora io dovetti assumere l'incarico di supervisore della Scuola cattolica di Sung Tsun, primaria e secondaria, in Sai Kung.

Nel mese di luglio: la venuta dei seminaristi del Seminario Maggiore di Aberdeen a Sai Kung, nel nostro seminario, per una settimana di vacanze.

Il 30 novembre: solenne inaugurazione della grotta di Lourdes, fatta da Mgr. Bianchi: assistettero i seminaristi e gli studenti della scuola.

L'8 dicembre: solenne chiusura dell’Anno Mariano... Grandiosa manifestazione religiosa in onore della Madonna, nello stadio di Caoline Hill. Vi prese parte anche il Governatore di Hong Kong, Sir Grantham e la sua consorte.

Il 26 arrivò in Hong Kong Gr. Martina Tarcisio, prefetto apostolico di Yi-Hsien, che era stato condannato a vita in carcere, ma fu liberato dopo 4 anni. Fu nelle carceri di Pechino: per la sua buona condotta in prigione, la pena fu mitigata e ridotta assai, in misura eccezionale, per mostrare la grande clemenza dei comunisti (sic!).

1955. - Il 14 aprile vi fu la visita di Mgr. Bianchi al Seminario minore. Il giorno dopo celebrò la Messa per la comunità.

Il giorno 7 luglio io fui esonerato da ogni ufficio in Seminario e mi fu dato l'incarico del distretto di Sai Kung. Il P.G.Famiglietti fu richiamato in patria, per ricevere nuove incombenze nell'Istituto. Ora il problema più pressante era la costruzione di una nuova Chiesa. La Chiesa che c'era era vecchia. Trasandata e angusta, non più adatta alla crescente comunità cristiana del luogo. Il sito proprio adatto per la fabbrica era proprio vicino alla scuola; ma vi erano alcune tombe e le rocce; bisognava rimuovere le une e sbarazzarsi delle altre. Le tombe appartenevano a famiglie cristiane: queste, ricevuto un prezzo onesto per il lavoro, presero l’incarico di esumare le tombe e di trasportare le spoglie nel nostro cimitero, poco distante. Riguardo alle rocce,, invitai un tagliapietre a rompere dette rocce e farne pietre in forma e dimensioni regolari, per essere materiale adatto per la costruzione in vista (infatti la nuova chiesa fu fabbricata in pietra)/ In tal modo, fu livellato e preparato il terreno. Bisognava pure fare le pratiche per l'approvazione del piano della nuova costruzione e ci volle del tempo per averla. Alla fine, fatti i preparativi, cominciarono i lavori della costruzione e furono condotti a termine nel 1959. L'altare della Chiesa fu donato dalla comunità delle Suore dell'Ospedale di S. Teresa. Era un altare artistico e di legno prezioso e duro. Fu un dono inaspettato e assai gradito.

Il 25 agosto: un evento degno di memoria nel villaggio di Wo Mei, in Sai Kung: tolsi le superstizioni in tre famiglie, delle quali una era composta di 21 persone.

1956. - Il 30 gennaio: a Sai Kung, l'inaugurazione del nuovo Dispensario, fatta dal Governatore, Sir A.Grantham e la sua consorte.

Il 27 aprile: festa patronale in Yim-Tin-Tsai. Nella Chiesa di S.Giiuseppe furono amministrate le Cresime dal Vescovo Mgr.L.Bianchi. Erano presenti i PP. Vat, Giuseppe Mak, Luca Fung, Vincenzo Lau e Chong, e i Fratelli Polo e Mario Colleoni. Il giorno 30 dello stesso mese furono conferite le Cresime dallo stesso Vescovo nella Chiesa del Sacro Cuore a Sai Kung.

Il 23 settembre: solenne inaugurazione della Chiesa del Cuore immacolato di Maria SS. A Sa Tsui, fatta dal Vescovo Mgr.Bianchi. Erano presenti i PP. Michele Cantore, Pietro Bonaldo, Giuseppe Mak, il Fr. Mario e i seminaristi di Sai Kung.

1957. - Il 20 gennaio: a Wo Mei vi fu l’inaugurazione della Chiesa dell'Immacolata Concezione, fatta da Mgr. Bianchi, che era accompagnato dal P. Vat.

1959. - Nel mese di gennaio, mi fu dato l’incarico anche del Distretto di Tai Long (e Chek Keng); e mi furono affidate altre 4 scuole da curare, oltre quelle che erano nel distretto di Sai Kung. In diversi villaggi, vi erano comunità cristiane, più o meno rilevanti. Le cristianità più numerose erano quelle di Tai Long e dell'isola di Ping Chow.

Il 20 settembre: a Sai Kung ebbe luogo la solenne inaugurazione della nuova Chiesa del S.Cuore, fatta da Mgr.Bianchi. Oltre il P.Tettamanzi Ferruccio, erano presenti altri Padri. Vi fu l'agape fraterna anche per i cristiani, che parteciparono alla festa. Nel pomeriggio, solenne processione col SS.Sacramento.

1960. - Il giorno 11 dicembre: visita pastorale di Mgr. Bianchi nel mio nuovo Distretto, cominciando da Tai Long, dionee furono amministrate 52 cresime. Era domenica; fu celebrata la festa con gaudio e agape fraterna. Il 12 dello stesso mese a Chek Keng furono amministrate 30 cresime. Nello stesso giorno, con la barca si partì per Ping Chow, dove fummo accolti festevolmente a suon di cimbali e tamburi. Furono amministrate 142 Cresime, il numero più grande in quella visita. Di là andammo nel villaggio di Pak Sha Au, dove passammo la notte e il giorno dopo (13 dicembre) furono conferite 30 Cresime. Il Vescovo sin dal principio della visita era accompagnato dal P. Angelo Lazzarotto, che faceva il fotografo. Nello stesso giorno, da Pak Sha Au procedemmo per visitare il piccolo villaggio di Siu Tong, un villaggio di rifugiati, che fu l'ultima tappa della visita pastorale: vi furono amministrate soltanto 3 Cresime.. Tutto considerato, la visita pastorale riuscì bene, assai bene; ma mi rincresce dire che verso l'ultima tappa, il Vescovo non si sentiva bene; aveva la tosse e non aveva appetito; mangiava poco o nulla, ma egli diede ammirabile esempio di pazienza e tolleranza; soffriva senza mettere gli altri in apprensione. Finita la visita, egli tornò in Hong Kong insieme con il P. A.Lazzarotto.

1961. -Il 16 ottobre, lasciai definitivamente il Distretto di Sai Kung ed andai alla Chiesa di S. Teresa, in Kowloon, come assistente del P.Orlando Carmelo. Ivi celebravo la S.Messa, predicavo, ascoltavo le confessioni, facevo i funerali, ero il Padre spirituale della Legione di Maria, ero confessore dei Fratelli della Salle, ero incaricato dell'Ospedale di S.Teresa, portavo la Comunione agli infermi. Nel frattempo, avevo ancora la cura del Distretto di Tai Long, cura che continuai fino al 13 febbraio 1962. Nella parrocchia di S.Teresa, oltre a P. Orlando, vi erano i PP. Riccardo Brookes, Mario Marazzi, Carlo Tei, Claudio Monteverdi e un Padre francese, P. Faury, che era in carica dei cristiani rifugiati di Shanghai. Rimasi in quella parrocchia fino al 19 marzo 1965, cioè fino al mio ritorno in patria, dove trascorsi il periodo di vacanze, girando di luogo in luogo e visitando diverse case dell'Istituto. Finite le vacanze, alla fine del mese di dicembre dello stesso anno, m'imbarcai a Venezia sulla nave "Asia" per tornare in Missione. Sulla nave vi erano 4 vescovi, due italiani e due indiani, Vi erano pure una quindicina di sacerdoti e una diecina di suore, e tre sacerdoti del PIME, cioè i PP.Giovanni Viganò, Giovanni Simonella e il sottoscritto.

1966. - Il 13 gennaio, noi tre padri del PIME andammo a visitare il Santuario di Bantara. Il 26 dello stesso mese, la nave approdò nel porto di Hong Kong. Pochi gironi dopo il mio arrivo, il Vescovo Mgr.Bianchi m'invitò ad andare a Sai Kung a curare temporaneamente quel Distretto, che in quel tempo era senza pastore (o quasi senza pastore) e di restarvi fino a quando il Padre, che già vi era destinato, fosse pronto. Vi restai più di un mese, finché a arrivò il nuovo pastore P.Valeriano Fraccaro, che prese possesso del Distretto. Ed io, il 10 marzo, andai a Wong Tai Sin, nella chiesa ( o meglio , cappella) di S.Vincenzo. Qui, fin da principio, a P. Nicola Hau e a me fu dato dal parroco P. Tapella Enea l'incarico di afre il censimento dei cristiani di quella zona, di andare di famiglia in famiglia per investigare, prendere informazioni e dati precisi. Questo lavoro, a parte le incombenze ordinarie, fu continuo e richiese lungo tempo, parecchi mesi. Il 12 giugno, domenica, vi fu in Hong Kong una delle peggiori tempeste di piogge torrenziali.. Causò più di 30 morti... e molti danni. Grandi frane ostruirono le vie della città, le comunicazioni furono paralizzate e molti lavori sospesi. Il giorno dopo vacanze nelle scuole. Il giorno 14, avute le debite informazioni, il numero delle vittime saliva a 60 e più 15 persone scomparse (molto probabilmente morte). Detta tempesta è stata uno dei peggiori disastri naturali della Colonia, nel corso della sua storia. Per le scuole si dovette fare una settimana di vacanza.

Il 16 luglio, sabato, nel pomeriggio, venne Mgr.Bianchi nella chiesa di S.Vincenzo per amministrare le Cresime, che furono circa 320. Il giorno 17, domenica, sarebbe dovuto venire il vescovo Mgr. Oste a conferire le Cresime a un altro gruppo di cristiani. Ma a causa del tifone (n.7), fu impedito. Allora, in sua vece, venne il P. L.Colombo che ebbe dal Vescovo Mgr. Bianchi speciali facoltà di amministrare le Cresime. I cresimati furono 173.

Il 19 luglio: cena parrocchiale nella Hall scolastica: vi furono parecchi padri. La hall era piena di commensali.

Io lasciai la Chiesa di S.Vincenzo, in Wong Tai Sin, il 2 agosto ed andai nella Parrocchia del S.Rosario in Tsim Sha Tsui, dove allora era parroco il P.Orazio De Angelis. Vi era come assistente il P. Pietro Galbiati, al quale in seguito successe il P. Benito Bottigliero. Durante il tempo che fui in quella chiesa, in generale, eravamo due assistenti, fatta qualche eccezione (quando eravamo uno di più o uno di meno).

Il 26 dicembre, il Superiore generale, Mgr. Aristide Pirovano, venne a fare la vista ai Padri del PIME, residenti nella chiesa del S.Rosario. Nel pomeriggio, fece anche una visita alle Suore Canossiane del convento di S. Maria.

1967. - Il 16 gennaio vi fu un'adunanza dei padri pimini nella nostra Casa, in Clear Water Bay. Mgr.Pirovano celebrò la Messa e fece l'omelia, lasciandoci un ricordo spirituale.

Il 27 marzo, nella nostra Chiesa, furono amministrate le Cresime da Mgr.Bianchi. I cresimati furono circa 160. Vi fu pure la funzione della Prima Comunione. Il Vescovo celebrò la messa per l'occasione.

Nel mese di maggio, in Hong Kong vi furono disordini. Era un’espansione del movimento chiamato "Rivoluzione culturale". Movimento diretto, spinto e diffuso dalle Guardie Rosse e fu causa di molti danni in Cina. Quel tempo fu un brutto periodo per la Colonia inglese.

Il 7 ottobre: nella Cattedrale, solenne funzione della consacrazione episcopale di Mgr. Francesco Chui (Hsu), vescovo ausiliare di Hong Kong. Il Vescovo consacrante fu Mgr. Bianchi e i due conconsacranti furono due Vescovi di Formosa, Mgr. Arcivescovo S.Lo Kwong e Mgr.Vescovo Tou. In tutto, erano 7 vescovi, compreso l’Internunzio Mgr. Caprio. Alla sera vi fu una solenne agape.

1968. - Il 9 dicembre: si ricevette l'annuncio dell'accettazione delle dimissioni di Mgr .Bianchi da Vescovo di Hong Kong. In seguito, gli successe Mgr. Francesco Chui nel governo della Diocesi.

1969. - Il 4 gennaio, nella nostra Chiesa, furono amministrate circa 200 Cresime dal Vescovo Mgr. Bianchi.

Il 7 aprile, alle 8 a.m., vi fu al funzione solenne delle prime Comunioni e delle Cresime. Le Cresime furono amministrate dal Vessavo Mgr. Oste Giuseppe, che celebrò la S.Messa.

Il 14 dello stesso mese: pranzo d'addio in onore di Mgr. Bianchi, nel Ristorante Oceania, alle 8 p.m. Vi parteciparono il Governatore, Sir David Trench, il Comandante delle Forze inglesi, Sir Basil Eugster, il Segretario della Colonia, Sir Hugh Norman-Walker... il Direttore dell'Educazione, ecc.; il Card. Samoré, Prefetto della Sacra Congregazione per la disciplina dei Sacramenti e Presidente della Commissione Pontificia per l' America latina; il Rev.mo Gilbert Baker, vescovo anglicano di Hong Kong e Macao, il Dean Faster...; il Pronunzio apostolico, Arcivescovo Accogli (da Taipei), il Vescovo Tavares di Macao, il Vescovo Cheng (da Tainan), il Vescovo Tou (da Hsin Chu), il Vescovo G.Oste, ecc. Circa 1500 persone, uomini e donne, nobili e non nobili, cristiani e non cristiani, si adunarono nel Ristorante Oceania. Il Vescovo Mgr. Bianchi lasciò Hong Kong e partì per l'Italia il 19 dello stesso mese.

1970. - Il 13 febbraio arrivò a Hong Kong il Superiore generale Mgr. Pirovano , accompagnato dal P. Tagliabue Edoardo, economo generale. Partirono il 4 aprile.

Il 27 maggio, breve visita, improvvisa, del Card. Staffa, Prefetto della Segnatura apostolica, la Suprema Corte d'appello.

Settembre, dal 16 al 18, corso di conferenze bibliche, tenuto da Mons. Salvatore Garofalo nella Casa del PIME in Clear Water Bay.

Il 4 dicembre, la memorabile visita del papa Paolo VI a Hong Kong. Nello stadio del Governo fu acclamato da una folla immensa. Verso le 2,40, Messa concelebrata con il Vescovo Mgr.F.Chui e con parecchi sacerdoti...

1971. - Il 12 aprile, fu amministrata la Cresima a circa 240 fanciulli e fanciulle ( e a pochi adulti) da Mgr.F. Chui nella Messa delle 8 a.m., durante la quale la massima parte dei cresimati ricevettero la Prima Comunione.

L'8 settembre in cattedrale vi fu l’ordinazione episcopale di Mgr. Pietro Lei Wang-Kei, Vescovo ausiliare di Hong Kong. Vescovo consacrante fu Mgr. F.Chui, conconsacranti furono Mgr. Stanislao Lo Kwong e Mgr. Tavares Paolo. Presiedeva la funzione Mgr. Edoardo Cassidy, Pro-Nunzio apostolico in Cina.

Il 10 ottobre, domenica, festa patronale della Chiesa del S.Rossario: furono amministrate 1150 Cresime dal Vescovo ausiliare Mgr.P.Lei, nel pomeriggio. Dopo la Cresima, il Vescovo celebrò la messa Alle 8 p.m. vi fu l'agape fraterna, a cui presero parte circa 380 persone.

1972. - Nella Chiesa del S. Rosario un evento degno di memoria: il 2 febbraio, arrivò la statua della Madonna Pellegrina del S. Rosario. Era portata da Manila, accompagnata dal Rev.P. Moore (F.M. of Scarboro Bluffss, Canada). Rimase nella chiesa dall'una p.m. del giorno dell'arrivo fino all'una p.m. del 6 febbraio. Mercé la solerte attività del P. De Angelis, fu un avvenimento straordinario e commovente... Grande afflusso di gente. Il Vescovo ausiliare. Mgr. Pietro Lei, durante la Messa delle 10:00 a.m., nell'ultimo giorno (domenica), compì la solenne cerimonia della Coronazione.

Il 3 aprile, vi furono nella stessa Chiesa 260 Cresime, amministrate dal Vescovo Mgr. F.Chui. Vi fu pure la funzione della Prima Comunione per i fanciulli e le fanciulle.

1973. - Dopo qualche tempo, dacché P. De Angelis si era dimesso dall'ufficio di Parroco della Chiesa del S.Rosario, il 5 ottobre il P. Formenti prese il suo posto. Nello stesso tempo il P. Bottigliero rinunziò ad essere assistente della stessa Chiesa, e si trasferì a Tai Po, nella Chiesa del Cuore Immacolato di Maria. Fui allora che io assunsi l'incarico dell'Ospedale "Regina Elisabetta", incarico che poi continuai ad eseguire per tutto il tempo che fui in quella parrocchia. In verità, vi fui per lungo tempo, per più tempo che in ogni altro luogo. Ma vi fu un'interruzione: ed ecco come.

1974. - Il 28 settembre, il P. Fraccaro Valeriano fu ucciso a Sai Kung; allora il Distretto restò senza pastore. Qualche tempo dopo, il Superiore regionale, P. Filippo Commissari, mi chiese se ero disposto ad occupare quel posto vacante. Risposi di sì: e il 14 ottobre andai a Sai Kung per il mio nuovo lavoro, ma non assunsi l'incarico della Scuola Sung Tsun. Era mia intenzione di rimanervi definitivamente; ma è il caso di dire: L'uomo propone, Dio dispone. Per combinazione di speciali circostanze e vicende, al mia posizione non era stabile.

1975. - Passato quasi un anno, per buona sorte, il P. Nicola Ruggiero si prestò ad assumere l’incarico del Distretto e della Scuola Sung Tsun. Egli s'era messo d'accordo con il P. Francesco Cumbo per averlo suo assistente. Fu la migliore soluzione. Il P.Ruggiero venne a Sai Kung, accompagnato da P. Gaetano Matera (il P.Cumbo non era ancora pronto). Io gli diedi ;la consegna del Distretto e lo condussi a visitare le comunità cristiane nei vari villaggi (io ero pratico), perché ne avesse conoscenza. Finito il giro delle visite, io fui libero e lasciai Sai Kung e mi ritirai nella Casa del PIME in Clear Water Bay, in preparazione per un secondo rimpatrio. Partii per l'Italia il 15 settembre e il giorno 16 arrivai a Roma. Ma la seconda volta, il periodo delle vacanze fu più breve.

1976 e seguenti. - Il 2 gennaio, in aereo, partii da Napoli per tornare in Hong Kong, dove arrivai il giorno 4. Passai una decina di giorni nella Casa del PIME; poi con il consenso e il beneplacito del P.A. Formenti, tornai nella Chiesa del S. Rosario per restarvi definitivamente. Sarebbe lavoro lungo e monotono scrivere giù le attività pastorali compiute in tanti anni. Mi contento di dire che le mie principali occupazioni furono due: ascoltare le confessioni e aver cura spirituale nell'Ospedale della "Regina Elisabetta".

Verso la metà dell'anno 1993, a causa degli acciacchi dell'età avanzata e delle infermità, sentii di non essere in grado di continuare il ministero; perciò il 30 giugno. Tramite il Superiore regionale, P.R. Milanese, presentai le dimissioni al Card. G.B.Wu. Il cardinale, in data 20 luglio dello stesso anno, gentilmente approvò le dimissioni. Ed io il 9 settembre 1993, lascia la Chiesa del S. Rosario e mi trasferii nella Casa di S. Giuseppe, Ricovero dei vecchi (in Kowloon), dove ho trascorso più di un anno e dove intendo rimanere sino alla fine, se Dio vuole.

 

VITA DEI TANKALO (PESCATORI) E CONVERSIONE DI UN MAGO-MEDICO

Nel mese di luglio 1955, presi possesso del Distretto di Sai Kung. Vi erano parecchie comunità di cristiani in terraferma e vi era anche un buon numero di cristiani chiamati "Tankalo", cioè gente che viveva nelle barche sul mare. Erano pescatori: il loro mestiere era la pesca e vivevano di pesca. Essi abitavano sempre sulle barche: formavano un popolo a parte, distinto dalla gente di terraferma: aveva lingua propria (o meglio, dialetto proprio), ed aveva i propri costumi. Per ogni famiglia, la barca era la sua casa mobile e la sua proprietà. Quindi abitavano, mangiavano e dormivano nella barca. Passavano la maggior parte del tempo sul mare, pescando; pescavano per due o tre settimane; poi tornavano alla riva presso questo o quel villaggio, preferibilmente un capoluogo o mercato. Allora, una o più persone della famiglia scendevano a terra per vendere il pesce e comprare il riso, l'olio e le altre cose necessarie alla vita; si rifornivano pure di acqua per cucinare, per lavare e fare il bagno. L'unica relazione o comunione, che essi avevano con la gente di terra, si manifestava appunto quando si trattava di affari, di compra e vendita. Quanto al resto, non c'erano contatti. Il matrimonio si contraeva sempre tra loro stessi: cioè i figli dei pescatori sposavano le figlie dei pescatori. Non c'erano eccezioni. Facevano le feste nuziali e il banchetto sulle barche: il banchetto era più o meno sontuoso a seconda delle condizioni della famiglia.

I figli dei pescatori non frequentavano la scuola, per il fatto che le famiglie intere, per parecchi gironi, passavano il tempo a pescare in alto mare. Perciò non c'è da meravigliarsi che era raro il caso di trovare tra i pescatori uno che sapesse leggere e scrivere. Riguardo alle donne, c'è da notare che, benché vivessero continuamente sul mare, pure non sapevano nuotare e neppure facevano il bagno nel mare; facevano il bagno sulla barca con l'acqua dolce. Siccome uomini e donne erano quasi sempre confinati sulla barca, dove c'era spazio per muoversi qua e là, ma non per camminare, né per fare esercizi di ginnastica, ne seguiva che il corpo ne soffriva: mancava di vigore e snellezza, e mostrava una certa pesantezza nel camminare: di modo che, dal modo di camminare, si poteva arguire o conoscere che tale persona era un uomo o una donna delle barche. I pescatori stessi erano consci di questo difetto corporale; perciò essi (specialmente le donne) spesso facevano bagni con acqua bollita nelle foglie di certi alberi: foglie che esse ritenevano salubri ed efficaci ad invigorire il corpo. Di tanto in tanto, venivano anche alla mia residenza per chiedere le foglie di eucalipti nella mia proprietà, per fare i bagni. Ma quanto di verità ci sia nella loro credenza, non saprei dirlo.

Il cibo ordinario dei pescatori era riso e pesce. Ma nei gironi festivi, si preparava un pasto migliore. I pescatori non erano ricchi, vivevano poveramente, ma non soffrivano al fame. Essi desideravano mettere su larghe famiglie, non cercavano di limitare le nascite; non erano preoccupati, non erano impensieriti per provvedere a molti figli; anzi erano orgogliosi e si vantavano d' avere una numerosa prole. In mezzo a loro erano frequenti le famiglie di dieci e più persone. Un giorno, io stesso vidi a Sai Kung una famiglia di circa sessanta persone, distribuita in due barconi, le barche più grosse di pescatori che io abbia mai viste. Però quella famiglia non apparteneva a tale zona, ma era di passaggio. In alcuni casi, quando la famiglia era numerosa, possedeva due barche, per far fronte ai bisogni cresciuti.

Quanto alle pratiche religiose, i pescatori non differivano dalla gente dei villaggi: erano anch'essi dediti a pratiche idolatriche e superstiziose. Ma posso dire che le famiglie delle barche avevano più idoli che non le famiglie di terraferma. In ogni barca c'era un angolo o piccolo spazio, riservato agli idolotti. Se un membro anziano moriva, allora bisognava aggiungere un altro idolo a quelli che già c'erano; e ad essi si bruciavano bastoncini d'incenso.

Prima della metà di questo secolo, le conversioni tra i pescatori erano rare o eccezionali; ma dopo questa data, le conversioni cominciarono a diventare frequenti. Nel tempo che il P. Giuspepe Famiglietti era in carica del Distretto di Sai Kung, molte e intere famiglie venivano a chiedere d'essere iscritte nella lista dei catecumeni, d'entrare nella Chiesa cattolica.. Dopo che io successi a detto Padre nel Distretto, nel mese di luglio 1955, l'afflusso di nuovi catecumeni continuò. Se una famiglia sinceramente desiderava di essere cristiana, allora la prima cosa era di togliere gli idoli; poi si benediceva al barca, e quanto prima si cominciava l'istruzione religiosa. Fu nel periodo dei miei primi anni in quel Distretto che avvenne la conversione, che è stata più impressa nella mia mente. Un giorno due pescatori cristiani vennero nella mia residenza per informarmi che in una barca il capo con la sua famiglia desiderava abbracciare la nostra religione, e mi invitarono ad andare con loro nella barca. Volentieri accettai l'invito e partii con loro. Essi mi dissero che in quella barca c'erano molti idoli, più idoli che nelle altre barche; e la ragione era che il capo fino allora aveva fatto il mago, e con le sue arti magiche curava i malati, che v'erano tra la gente sul mare. Quindi era anche il loro medico. Il suo mestiere era lucroso, perché la gente delle barche lo stimava e ricorreva a lui nelle malattie e nei casi di malessere. E non c'era nessun altro che esercitava quella professione sul mare. Giunto sul posto, trovai l'uomo in questione: era ben disposto; ma mi accorsi subito che era malato, e la malattia era nell'ultimo stadio: forse egli era malato da lungo tempo e il male era incurabile. Nel passato, egli aveva curato tanti nei loro malanni; ora egli stesso era colpito dal male ed era impotente a liberarsene. Io non saprei dire se fu egli stesso, di propria iniziativa a rigettare gli idoli e farsi cristiano, ovvero un cristiano zelante gli aveva suggerito e lo aveva esortato a fare quel passo. Comunque sia, egli era risoluto a ripudiare gli idoli e a convertirsi al vero Dio. Egli acconsentì che io distruggessi gli idoli ed io li distrussi ad uno ad uno; li decapitavo e li gettavo in mare. Io capii che si trattava della pesca di un pesce grosso, che non si prende in ogni tempo né con ogni rete. Voglio dire che quella conversione valeva più che le altre, non nel senso che fosse più preziosa w più sincera delle altre, ma nel senso che essa era più vistosa, più impressionante e più influente delle altre. Infatti, mentre io distruggevo gli idoli e li gettavo in mare, molti delle barche d'intorno vedevano e guardavano stupiti ed attoniti gli idoli mutilati galleggianti nell'acqua. Essi consideravano e riflettevano (od almeno erano costretti a riflettere) che colui, che era stato il loro maestro e guida, aveva capito al falsità degli idoli e s'era convertito al vero Dio. E ciò era uno stimolo, uno sprone per loro a seguire il suo esempio. Perciò io ero persuaso che la conversione di quella famiglia valeva tanto come se si fossero convertite una decina di famiglie. Quell'uomo mi consegnò pure due libri o volumi di arti magiche, che egli consultava per sapere come doveva curare i diversi casi di malattia o malessere. Io lacerai i due volumi. Ciò mi fa ricordare l'episodio che S. Luca narra negli Atti degli Apostoli. Egli scrive che S. Paolo, in una delle sue missioni apostoliche, si fermò per un biennio ad Efeso, predicando il vangelo, operando molti prodigi ed ottenendo molte conversioni. Poi soggiunge: "Molti di quelli che erano andati dietro ad arti vane portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti: e, calcolato il valore di essi, trovarono la somma di cinquanta mila denarii". Onde si vede, questi tali, prima della loro conversione avevano esercitato lo stesso mestiere che aveva esercitato il suddetto pescatore, e che essi poi parimenti rigettarono e abbandonarono. Tornando a parlare del caso del pescatore, la malattia faceva il suo corso e lo aveva ridotto agli estremi. Nel frattempo, egli aveva ricevuto una conveniente istruzione religiosa, poi fu battezzato e poco dopo morì. Fu fatto un solenne funerale, assistito dai membri desola sua famiglia, dai parenti e da altri. Egli fu sepolto nel cimitero cattolico di Sai Kung. E questo per la famiglia era uno stimolo di più per perseverare nella vocazione, affinché i suoi membri, dopo morte, venissero sepolti anch'essi nello stesso luogo, in cui giaceva il loro capo, persona molto cara. Io lasciai il Distretto di Sai Kung verso la fine dell'anno 1961. D'allora in poi ci sono stati tanti cambiamenti e progressi nella vita dei pescatori. Presto l'Associazione di Assistenza sociale cominciò ad interessarsi dei pescatori; e per la prima cosa, risolvette di procurare per loro un'abitazione adeguata in terraferma, di modo che non ci fosse più bisogno per essi di abitare continuamente nelle barche. Così entro un tempo ragionevole, furono costruiti uno dopo l'altro caseggiati riservati ai pescatori. Così questi potevano avere continuo contato con gli abitanti dei villaggi o delle città, conversare con loro, e, secondo la convenienza, adottare i loro costumi e scambiarsi le idee. I loro figli e figlie potevano frequentare la scuola, ed essere al corrente dei progressi e degli sviluppi della società moderna. Così hanno fatto e continuano a fare: in tal modo la differenza tra il popolo dei pescatori e il popolo di terraferma diminuisce sempre di più, e gradualmente va scomparendo.

Parecchi anni fa, quando ero alla Chiesa del S. Rosario ad esercitare il ministero, un giorno, per via, incontrai due signorine che mi salutarono e dissero che mi conoscevano (ma io non conoscevo loro). Domandai chi fossero. Risposero che erano di Sai Kung ed abitavano in un caseggiato di pescatori (cioè di quelli che un tempo erano pescatori). Mi meraviglia che i pescatori avessero fatto tanto progresso, nell'adattarsi agli usi e allo stile della società moderna. Quelle due ragazze o signorine non si distinguevano affatto dalle ragazze del villaggio o della città. I pescatori si trovano bene nelle nuove abitazioni e nel nuovo genere di vita. Le conversioni in mezzo a loro non incontrano ostacoli. Quelli che sono già cristiani, in generale, sono fedeli ai loro doveri religiosi e perseverano.