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FR. RAFFAELE COMOTTI

Di carattere pratico, di incomparabile generosità, di saldissima vocazione missionaria, capace di ironia e umorismo, dotato di una spiccata propensione per il lavoro: così può essere lapidariamente descritta la personalità di Fratel Raffaele Comotti, nostro concittadino, missionario laico del Pontificio Istituto Missioni Estere.

Nasce a Trezzo il 20 settembre del 1905. La sua è una famiglia numerosa, di quelle in cui il lavoro è la parola d’ordine per sopravvivere e sbarcare il lunario. Raffaele fa appena in tempo a finire la quarta elementare; lo attende subito il lavoro in filanda per aiutare la famiglia e contribuire al proprio mantenimento. Accanto al lavoro e alle incombenze di famiglia, altro ambiente che lo vede sempre presente è quello oratoriano, all’interno del quale impara ad interrogarsi a proposito del progetto di Dio, di quella "vocazione" che il Signore assegna a ciascuno. Il clima che respira nell’oratorio di quegli anni è lo stesso che forma Alessandro Bosco, che aveva educato Rocco Perego e che istruirà più tardi Angelo Maggioni, tre figure di spicco nella vasta fioritura di vocazioni missionarie – maschili e femminili – di cui la parrocchia di Trezzo è ricchissima.

Sono i cosiddetti Congressini Missionari ad entusiasmare il giovane Raffaele. Si tratta di un’iniziativa avviata tra le due guerre mondiali da padre Giovanni Battista Tragella, studioso delle missioni, titolare della prima cattedra di missionologia, ma soprattutto giornalista e animatore missionario. Dopo aver fondato "I piccoli amici del Pime", per la diffusione tra la gioventù della rivista Italia missionaria, nel 1928 dà vita all’esperienza dell’"Associazione amici del Pime" che hanno negli annuali "Congressini missionari" – di cui egli, con padre Paolo Manna è un instancabile animatore - il momento culminante della loro formazione e del loro impegno. Centrale, nell’operato di padre Tragella, è il tema della vocazione missionaria, con l’intento di suscitare giovani «conquistati dall’ideale missionario»1.

Uno di questi fu Raffaele Comotti che, compiuti i 21 anni, chiede di entrare nell’Istituto, in qualità di fratello laico, per iniziare il cammino di formazione e di studio. Il giorno dell’Assunta dell’anno successivo, presso la Casa del Pime di Milano, è ammesso alla vestizione clericale e nello stesso giorno dell’anno successivo emette il giuramento temporaneo. Per quello perpetuo – secondo le Costituzione dell’Istituto - occorrerà attendere tre anni: il 15 agosto 1931, fratel Raffaele emette il giuramento perpetuo. E’ religioso missionario per sempre.

Gli anni di formazione lo vedono dapprima inserito nella tipografia dell’Istituto e, successivamente, impegnato negli studi per il conseguimento del diploma di infermiere; segue i corsi e fa pratica presso l’ospedale dei Fatebenefratelli, sull’Isola Tiberina, in Roma e sostiene l’esame presso la Questura di Roma. Nel frattempo svolge anche le funzioni di economo presso la Casa Generalizia di Roma, esperienza che gli sarà utile – come vedremo – una volta espulso dalla Cina.

Ottenuto il diploma, fratel Raffaele è ormai pronto per la missione e così, una settimana dopo il giuramento perpetuo, si imbarca sul piroscafo "Cracovia" per la Cina, in compagnia di altri cinque missionari. L’entusiasmo di fratel Raffaele è alle stelle: dietro una fotografia che lo ritrae sul ponte del piroscafo con un sorriso smagliante e con le braccia alzate, annota: «navigando verso il nostro ideale!».

E’ destinato alla missione di Nanyang, nel distaccamento di Kin Kia Kang, con un ufficio di segreteria presso la locale procura missionaria e con l’incarico di seguire la scuola di disegno, annessa alla scuola media aperta dai padri nel 1927 in favore dei giovani del luogo e che arriverà ad essere frequentata anche da 300 alunni.

Arrivano ben presto tempi critici per le popolazioni locali e, di rimando, per i missionari, soprattutto per quelli che operano nelle case poste all’interno del territorio cinese. La causa va ricercata negli episodi di guerra fra le diverse bande politiche brigantesche che percorrono e insanguinano il paese2. Il rischio è la distruzione di tutto e il bisogno è quello di salvaguardare i pochi beni che la missione possiede e che servono a mantenere in vita le opere già iniziate: orfanotrofi e ospedali3. In queste circostanze fratel Raffaele viene trasferito in città, a Nanyang, presso il dispensario, dove – forte del suo diploma di infermiere – si prende cura dei profughi e dei soldati feriti, affiancando l’opera del padre incaricato, ormai anziano e privo di forze. Resta accanto anche al successore, dal quale acquisisce un’esperienza che si rivelerà preziosa quando, dopo qualche tempo, deve affrontare il trasferimento nel distretto di Teng Hien per prendere in consegna il Dispensario deputato alla cura degli occhi e alla medicina interna.

L’arrivo dei soldati maoisti si rivela ancora una volta deleterio: fratel Raffaele è interrogato ed espulso da Teng Hien; inizia per lui un periodo da "nomade", costretto a cambiare continuamente residenza e a chiedere ospitalità. Affidiamoci allo stringatissimo, ma preciso resoconto dato dallo stesso fratel Raffaele sul curriculum vitae che giace presso l’Archivio generale del Pime, presso la Casa generalizia di Roma: «Avvenuta l’occupazione dei soldati maoisti, venni da loro espulso e passai a Fan Tch’eng dai frati francescani di Firenze; poi di là passai a Lao Ho Kow da Mons. Ferroni; di là ancora a Fan Tch’eng e poi a I Tch’ang in attesa di scendere a Han Kow, ove arrivai il 29 giugno 1948».

Ad Han Kow – che nel frattempo era divenuta la Procura delle missioni per l’interno della Cina – fratel Raffaele opera presso l’ospedale internazionale, nel reparto esami chimici. Rimane una fotografia che lo ritrae seduto alla scrivania, accanto ad una suora infermiera, mentre osserva al microscopio – come lui stesso dichiara sul retro dell’immagine - un vetrino con il bacillo della tubercolosi. Passano circa sei anni che vedono il nostro fratel Comotti operare instancabilmente all’interno dell’ospedale, apprezzato dalla popolazione locale e dai confratelli che operano nelle zone interne della Cina.

Ben presto i maoisti passano all’attacco diretto: confiscano la procura e costringono i padri e i fratelli ad abbandonare la missione. Fratel Raffaele deve lasciare l’ospedale internazionale e cerca rifugio presso la Residenza Arcivescovile dei Padri Francescani di Vicenza in Han Kow. Con lui si trovano il vescovo monsignor Pietro Massa – che aveva aperto la scuola di Nanyang ed aveva già subito persecuzioni negli anni Trenta - i padri Madaschi, Rovelli e Bacchin; altri missionari trovano rifugio invece nella procura spagnola.

Uno dopo l’altro i missionari vengono espulsi, ad eccezione di fratel Raffaele che, rimasto solo, viene portato in questura, dove è sottoposto a continui interrogatori; per 9 giorni e 9 notti, dal 12 al 21 maggio 1954, deve sottostare al fuoco di fila di domande, insinuazioni, false accuse, secondo i collaudati metodi del regime. Lo stesso fratel Raffaele, nel citato curriculum, definirà "tormenti" tali interrogatori, che decretano un verdetto scontato: l’espulsione. Dopo soli 11 giorni, il primo giugno 1954, il nostro missionario è in partenza; il 3 giugno è al confine e passa il ponte tra Cina e Hong Kong, subito si imbarca per il lungo viaggio che lo riporta in patria. Sbarca a Napoli dopo circa sei settimane di navigazione.

Il nuovo incarico riservato a fratel Raffaele tiene conto dell’esperienza di amministrazione maturata in terra cinese. Nel settembre del 1954 è destinato alla Procura Generale di Milano, con l’incarico di tenere i contatti con i confratelli sparsi nelle diverse terre di missione, destinando loro fondi, sovvenzioni, materiali. E’ un lavoro impegnativo, che richiede una buona dose di senso pratico, ma anche notevole precisione: dalla scrivania di fratel Raffaele passano soldi, donazioni, richieste. Egli ascolta i bisogni dei missionari e si fa in quattro per esaudirli; spesso deve tendere la mano e chiedere soldi a benefattori e comunità parrocchiali.

Abbiamo avuta una testimonianza dell’intensa attività del nostro concittadino missionario nell’intensa corrispondenza che egli intrattiene da Milano con il trezzese padre Angelo Maggioni, operante in Bangladesh. Il padre si rivolge spesso al "caro fratel Comotti" per chiedere l’invio di strumenti e materiali necessari per l’intensa opera di costruzione che egli – in collaborazione con i confratelli – aveva intrapreso. Emblematicamente si riporta quanto padre Maggioni scrive il 3 maggio del 1963: «Avrei bisogno che mi procurasse una carriola di ferro sul tipo di quella che è arrivata per P. Villa e poi una dozzina di sacchi di plastica, quelli che usano i muratori per portare la malta e 2 rastrelli, uno piccolo e uno grande». Quanto richiesto puntualmente arriva, a giudicare dalle numerose lettere di ringraziamento che si trovano all’Archivio Generale di Roma. Fratel Raffaele non tarda ad attivarsi per venire incontro alle esigenze dei confratelli e così quotidianamente è alle prese con pacchi e pratiche postali. Non manca di prendersi cura dei conti correnti che ogni missionario possiede presso la Procura e neppure di curare la salute dei confratelli con l’invio di medicinali, ricostituenti e anche qualche genere di conforto (Padre Ghezzi viene spesso a trovarmi – scrive padre Maggioni il 17 dicembre 1960 - e allora tiro fuori quelle famose bottiglie che mi ha inviato Lei, per rischiarargli la gola un po’ secca dalla polvere!).

L’invio delle merci non manca mai di essere accompagnato da una lettera di tono confidenziale, in cui fratel Raffaele dà conto dei passi compiuti, fornisce le dovute spiegazioni e fornisce ai diversi confratelli notizie dei familiari e dei benefattori). Unico "relax" in questa mole di lavoro è, di tanto in tanto, una fumatina dal bocchino d’avorio portato dalla Cina, a cui sarà sempre fedele.

Accanto al lavoro, la fedeltà alla preghiera. «Improvvisamente – testimonia un confratello – si alzava dalla scrivania, si toglieva lo spolverino e spegneva la sigaretta. Era arrivato il momento della preghiera in comune, e che uno ricordi, a questo dovere non è mai mancato. Ci teneva molto a intonare lui le nostre belle preghiere che facciamo ogni mezzogiorno e ci metteva dentro tutto il cuore di cui era capace»4.

Tutto questo per 32 anni, fino a quando, da Roma, giunge la notizia dell’indizione del primo incontro generale dei Fratelli Laici Missionari del Pime. Accoglie la notizia con grande gioia e si prepara alla partenza per la capitale, con il desiderio di comunicare la sua esperienza e mettere in comune con i confratelli desideri e speranze. «Si preparò con gioia – racconta un confratello – e il giorno della partenza, dopo aver partecipato a un ennesimo Congressino Missionario, dedicato appunto ai Fratelli laici Missionari, fu tra i primi a salire sul pullman. L’ora mattutina della partenza e il digiuno forzato gli fecero aumentare il malessere che provava viaggiando. Precauzionalmente lo trasferirono su un’automobile di scorta. A Roma sembrò rinfrancarsi e partecipò attivamente alle sedute iniziali. Alla seconda settimana il malessere rivelò un’origine più profonda, e venne ricoverato in clinica». I confratelli vengono tranquillizzati: pare che tutto si metta per il meglio, ma proprio l’ultimo giorno dell’incontro dei Fratelli laici missionari arriva la notizia: fratel Comotti è improvvisamente mancato. E’ il 17 ottobre 1986, dopo pochi giorni avrebbe festeggiato i 60 anni di donazione missionaria.

Domenico Vescia

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Il mio dispensario

Più di due anni fa il mio venerabile vescovo mi chiamava e mi diceva: "In città di Nanyang bisogna aprire un dispensario per questi poveri profughi che giungono da ogni parte; quindi preparatevi." Confortato dalla benedizione del vescovo, io andai. Allestii tre stanze della nostra residenza, le fornii di tutto il più strettamente necessario e dopo qualche giorno il dispensario veniva aperto al pubblico. Ma si era nel marzo del 1938 ed in quei giorni la guerra era in pieno sviluppo e qui si cominciarono a sentire i disastrosi effetti. Si diceva anzi che i Cinesi avrebbero presto portato anche in questa zona e in questa città di Nanyang i soldati feriti così ai profughi per i quali veniva aperto questo dispensario si aggiunsero anche i feriti di guerra. Già da tempo giungevano in città e al nostro dispensario molti profughi, quasi tutti impiegati, che nei tempi normali potevano vivere agiatamente, i quali facevano compassione per lo stato miserando in cui si erano ridotti. Poco tempo dopo un’altra interminabile teoria di profughi di ogni condizione e sesso, scappando dai loro paesi per l’avanzarsi delle truppe nemiche, si riversava in Nanyang, i cerca di asilo e soccorsi. Non vi era allora in questa città né ospedale, né dispensario pubblico o privato che si prestasse a curare gratuitamente quella povera gente senza tetto e senza pane, in maggior parte emaciata dalle sofferenze della fame e dei viaggi, e moralmente abbattuta. Molti erano morti durante la fuga e quelli qui giunti venivano meno per mancanza di pronti soccorsi. I numerosi superstiti erano visitati da ogni sorta di malanni. Alla vista di tante miserie, fisiche e morali, soffrivo profondamente. Anch’essi devono avere le cure amorose della carità di Gesù Cristo. Il locale è modesto, il personale è ridotto, non vi è nulla di lusso, ma il puro e stretto necessario.

Funziona regolarmente ogni giorno, eccetto la domenica, con ordine e un rilevante numero di consultazioni. Sono infatti i profughi che vengono a gruppi, luridi e mal vestiti. Essi portano sul volto l’impronta della sofferenza, degli stenti e dello spavento. Sono genitori senza figli perché morti lungo il viaggio per mali trascurati; sono uomini che hanno perduto la famiglia intera; sono spose e mamme sofferenti senza i compagni della loro vita, perché gli stenti, i malanni o la guerra li hanno strappati al loro affetto. I loro mali, dei quali chi più chi meno, è sempre affetto, sono in genere: la scabbia, la tigna favosa e tigna tricofizia, sifilide, tubercolosi, congiuntiviti e mille altre infezioni prese per grande mancanza di pulizia. Ma ad essi vanno aggiunti altri mali, a seconda delle stagioni, come ad esempio d’estate sono le gravi dissenterie, malarie, tifo, ecc., mali questi causati dal cattivo nutrimento e dalla grande miseria, senza poi contare le miserie morali e la deficiente opera di organizzazione. Di alcuni si fa una breve diagnosi, dopo la quale si dà qualche rimedio; per altri si dà mano ai bisturi o alle forbici e si taglia; altri vengono medicati secondo i casi. Spesso ci vengono portati macilenti bambini, chi malato d’occhi, chi da difterite, altri da dissenteria: sono piccoli scheletrini che muovono pietà. Così tra un taglio e una medicatura, tra uno strillo e un lamento, tra un consiglio e un’esortazione, si ha il piacere di amministrare molti Battesimi. In tali casi, però, si lavora d’astuzia, si dà cioè ad intendere che l’acqua che si fa scorrere sulla fronte del piccolo è acqua medicinale che aiuta ad abbassare la febbre. E poi, essendo questi piccoli in condizioni gravi, non conviene rimandarli senza offrire ad essi questo spirituale rimedio di salvezza, perché difficilmente sopravvivono. D’altra parte non si osa mai dire loro che sono gravi e non vi è più scampo di salute, altrimenti c’è il pericolo che i parenti li abbandonino. Così i poveri malati se ne ritornano contenti e alquanto consolati. Si aggiungono poi i soldati feriti o ammalati. Fra essi si sono contemplati vari casi di insolazione e di emorragie nasali originate da cause estrinseche ed intrinseche e fra essi muovono a compassione quelli torturati per castigo. Certi casi non solo muovono a pietà, ma fanno rabbrividire. Questi poveri soldati, dopo di avere subito il terribile castigo, vengono portati sui carri o su barelle a secondo della gravità del male, ma sono sempre scortati perché non scappino. Non mancano poi i gravemente ammalati che impotenti a seguire la loro compagnia, vengono abbandonati a sé stessi. E così è dato vedere miserabili corpi umani, corrosi da febbri malariche, scarni e finiti dai mali, carichi di insetti e pieni di piaghe, i quali, poveri e compassionevoli Lazzari, si trascinano a stento per le strade in cerca di soccorso. Parecchi di questi disgraziati, sono fortunatamente venuti a finire i loro ultimi giorni qui da noi, e così ebbero con l’assistenza materiale, anche il conforto morale, e dopo una conveniente istruzione religiosa, chiesero ed ottennero il S.Battesimo. Alcuni morirono presto con la gioia di avere guadagnato il bel Paradiso. L’anno scorso giunse anche qui l’ospedale militare con molti feriti. Prima e dopo la presa di Hankow e di Sinyang, la città di Nanyang divenne in un batter d’occhio un centro militare di primaria importanza. Fu un affluire continuo di truppe e per conseguenza anche il nostro dispensario era sempre affollato. Voi missionari, ci dicevano, per noi, per il nostro popolo, vi sacrificate con un eroismo impareggiabile e compite opere di bene e di misericordia. Quando i giapponesi della provincia di Hupeh entrarono nel Honan e toccarono i confini del nostro vicariato, occupando soltanto temporaneamente Sinye e Tanghoshien, nostri distretti a circa 70 kilometri da Nanyang, questa città, in un giorno e una notte fu svuotata e anche l’ospedale militare coi suoi feriti si trasferì altrove. I giapponesi però fortunatamente si fermarono nei sopraddetti luoghi soltanto due giorni e, respinti dalle truppe cinesi, si ritirarono. In quei giorni curammo nel nostro dispensario soltanto i feriti di questo vicinissimo fronte e quanti casi pietosi! A parecchi chiesi dei loro gruppi di pronto soccorso e ospedaletti di prima linea, ma tutti mi rispondevano che non sapevano dove fossero andati a finire. Se così era qui che sembrava tutto bene organizzato, che sarà stato nei luoghi più pericolosi, più vicini al nemico, e nelle grandi battaglie? A tutto questo si deve aggiungere i tanti inondati dalle acque del fiume Giallo. Anche essi, come i profughi, vanno raminghi accattando un pezzo di pane. A tutto questo si deve aggiungere il pronto soccorso che portiamo ai numerosi feriti dai frequenti bombardamenti aerei della città di Nanyang e dintorni.

Frutti e speranze per l’avvenire

I frutti di questo lavoro furono fino ad ora abbondanti. Dalla apertura del dispensario ad oggi si sono registrate circa 33 mila consultazioni. Questa cifra da sé solo dice il bene compiuto. Quanti di quelli che sono stati curati non ci conoscevano affatto; molti anzi imbevuti di dottrine false e pieni di pregiudizi, ci guardavano con un certo qual disprezzo. Ma dopo che ci ebbero avvicinati, dopo che sentirono la nostra dottrina, che videro coi propri occhi il nostro sacrificio, la nostra opera di bene, quando ebbero il beneficio di essere stati curati amorosamente e guariti, aprirono gli occhi e compresero che noi missionari abbiamo un solo ideale, il sublime e divino ideale di carità. Divennero così ben presto i nostri più cari amici. Ciò per molti fu come il primo raggio di luce soprannaturale che brillò nei loro cuori, e preludente alla grazia della conversione, che per alcuni si è già effettuata. Tutto questo nostro continuo lavoro di bene a vantaggio dei derelitti e bisognosi ci ha dato anche l’occasione di rinfrancare le relazioni con le Autorità e personalità più importanti del luogo che stimano assai la nostra opera.

Fratel Raffaele Comotti, Nanyang (Honan), Marzo 1940